Le parole e le cose

Letteratura e realtà

E adesso?

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cropped-cropped-Hercules.jpgdi Walter Siti

[Dal 26 dicembre al 4 gennaio LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i lettori ripubblicheremo alcuni pezzi usciti in passato. Questo articolo è stato pubblicato il 1 ottobre 2014].

[Il dio impossibile (2014) raccoglie i primi romanzi di Walter Siti – la cosiddetta ‘trilogia’, originariamente edita da Einaudi. Scritti tra il 1985 e il 2006, Scuola di nudoUn dolore normale e Troppi paradisi sono stati per l’occasione riveduti e corretti dall’autore. Pubblichiamo la postfazione al volume, ringraziando l’editore per avercela fornita (gs)].

A volte capitano coincidenze che, sotto l’apparenza della casualità, marcano le tappe di una strada profonda. L’idea di questo volume che raccoglie sotto un unico titolo i miei primi tre romanzi (frutto di venticinque anni di lavoro, dal 1982 al 2006) è nata in parte per contingenti vicende editoriali: passaggi, scadenza di diritti eccetera. Ma coincide, ne sono sicuro, con un mio bisogno di bilanci non solo letterari – e col desiderio di non cedere al manierismo, a costo di deviare anche violentemente dai temi e dallo stile praticati fin qui. Non è un caso quindi che il presente volume veda la luce a pochi mesi di distanza da un libro “riassuntivo” come Exit strategy: e adesso?

Non ci ho pensato subito a una trilogia: anzi, mentre scrivevo Scuola di nudo ero certo che sarebbe stato il mio solo romanzo, destinato forse a impolverarsi in un cassetto. Un libro che, se pubblicato, mi avrebbe rovinato la vita, e comunque importava ben poco perché tanto sarei morto di Aids; un amico francesista, dopo averlo letto in bozze, mi disse che dopo un libro così non mi restavano che due strade (come a Huysmans dopo À rebours): o suicidarmi o gettarmi “aux pieds de la croix”. Pensandolo come libro solitario e (per me) definitivo, dovevo metterci dentro tutto. Rileggendolo ora, dopo vent’anni, mi ha fatto l’impressione di un ordigno inesploso, di un mini-universo pochi secondi dopo il big bang. Ci sono, miniaturizzati, tutti i temi che mi si sono dispiegati in seguito; come se la mia intera produzione successiva fosse già lì, rattrappita e fetale. I culturisti, naturalmente, l’opposizione eros/agape, l’inferiorità sociale dei genitori, la fatica del sentimento senza desiderio (e viceversa), le prove di “romanaccio”, l’attrazione per il denaro e per la forza, il sadomasochismo, perfino alcuni micro-miti come la Sirenetta o il matrimonio immaginario (alchemico?). Capisco ora che a molti lettori quel “troppo pieno” sia parso confusione, pletoricità, disordinato e intollerabile egocentrismo.

L’idea di una trilogia è nata a metà di Un dolore normale, come estensione di un delirio para-accademico: un prosimetro che aveva come lontano sfondo la Vita nuova mi proiettava verso il Canzoniere petrarchesco, e allora le allusioni dantesche del primo libro perché non avrebbero potuto disporsi in un sogno onnipotente di mimare la triade Dante-Petrarca-Boccaccio? Perché non immaginare un terzo libro che, invece di uno pseudo-canzoniere, avesse inseriti dei racconti? (Quelli che poi, staccati, sarebbero finiti nella Magnifica merce.) D’altra parte la dominante dantesca (unita al rosso infernale del papavero-pene di Mapplethorpe in copertina) poteva suggerire una progressione inferno-purgatorio-paradiso come paradossale (body)bildungsroman, dal rifiuto del mondo alla sua accettazione: da lì la purgatoriale giovinetta piangente di Pellizza nel secondo libro e il titolo paradisiaco del terzo (più l’azzurro sbarrato della foto di Ghirri). Megalomanie per tacitare una vergogna latente: mettere in piazza le coratelle, senza pudore (con precisazioni magari ripugnanti e maleodoranti) si giustificava soltanto con un’omologia tra privato e pubblico – tra desiderio erotico pulsante nelle sinapsi e desiderio delle merci come instrumentum regni. Fortini mi scrisse, con dolce ironia, “quel tuo parallelismo tra consumismo e sesso, faccio fatica a seguirlo perché ormai pratico poco sia l’uno che l’altro”. Come lo sento vicino, adesso. Il consumismo scricchiola, il culturismo non è più di moda; il bilancio personale trova ancora una volta consonanze con la fine di un’epoca. Questo raddoppia la distanza (non oso dire il distacco) con cui mi sono posto di fronte a quel mio pezzo di passato – rivedendolo e ripulendolo, come se soltanto ora volessi (o potessi) consegnarlo agli altri come un oggetto: più compatto, consapevole di sé, più liscio e senza sbavature di lavorazione.

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 Tagliare il cordone ombelicale non significa rinnegare né cambiare i connotati; presuppone, al contrario, rispetto per la creatura che da quel momento dovrà andarsene sola per il mondo. Nell’impegno di limare-senza-tradire, quindi, mi sono ben guardato dal correggere l’ingenuità di quei libri (del lontanissimo primo, soprattutto); quello era un io che si stupiva della propria stessa diversità, esagerandola, si inorgogliva dei propri difetti, tirava i lettori per la giacca perché voleva provocarli e impietosirli. Ma quanto si è mosso, quanto si è emozionato! Ingenuità e vitalità andavano insieme, quanto più si pretendeva escluso tanto più piagnucolava un posto a tavola. La non-realizzazione dei desideri alimentava un’euforia isterica che faceva tutt’uno con l’esibizionismo delle figure retoriche; i movimenti erano ripetuti perché coatti, ma ogni volta con la convinzione che fossero nuovi. (Eppure qualcosa insensibilmente si modificava, il circolo vizioso assumeva senza accorgersene la forma della spirale.) Era un io che si perdeva in digressioni perché non sapeva arrivare al punto, ma anche perché la digressione era la sua flânerie, il suo annusare curioso. I ragionamenti spesso facevano capoccella allo stato nascente, l’esitazione linguistica rispecchiava l’insicurezza del mostrarsi e del concludere.

La prima direzione correttoria, nel lavoro di revisione a cui ho sottoposto l’insieme, è stata quella dello sveltire tagliando: senza alterare,spero, il rigoglio anche dissennato ma agendo su quei tic stilistici che denunciavano l’impaccio e che da sintomi non erano riusciti a diventare segni – certe formule come “quel che è poi…”, “somiglia a qualcosa come…”, “nient’altro se non…”; o l’intaso degli avverbi in -mente, o l’orgia delle virgole, o qualche inutile insistenza nelle asseverazioni. Qualche capello spaccato in sedici, qualche piétiner sur place prima dell’azione, qualche dialogo troppo insistito per l’ansia di sottolineare il già chiaro. E un paio di personaggi ridondanti, in quella zona dei tre libri che per me è sempre stata la più delicata, verso i cinque ottavi del percorso, dove la paura di finire senza aver detto tutto mi spingeva a dilungarmi. Se ne sono andate, senza rimpianti, una quarantina di pagine; delle più di duemila correzioni (minuscole e grandi) almeno il novanta per cento appartiene a questa tipologia.

La seconda direzione correttoria ha avuto di mira il senso generale: senza troppo lasciarmi tentare dal drago seduttore del senno di poi, tornare sui singoli testi a trilogia ormai ratificata mi ha permesso qua e là di aggiungere un aggettivo, o una riflessione, che potessero funzionare da rilevatori, collegando più esplicitamente luoghi rimasti prigionieri della loro inconsapevolezza.

La terza direzione correttoria è stata quella dell’uniformare, sistemando nomi ed episodi che nei singoli libri si erano sparsi in anarchia e che valeva la pena di ricondurre a coerenza narrativa. Ho mantenuto, però, le sconcordanze biografiche nella vita del protagonista (anno di nascita variabile, una sorella che diventa un fratello, genitori prima morti e poi vivi), perché solo attraverso queste rifrazioni da vetro zigrinato si legittima la sua verità letteraria di io sperimentale e parzialmente aleatorio. Permeabile all’aria del tempo, un io traforato che vive più in fretta e accumula più anni del suo corrispettivo in carne e ossa. In alcuni casi, quando per uniformare ho dovuto scegliere tra un dato reale e uno inventato (per esempio, un episodio che nel primo libro si svolgeva in Belize, nel secondo si svolgeva in Venezuela perché così era accaduto nell’empiria biografica), mi è venuto spontaneo dar ragione a quello inventato (ora secondo entrambi si svolge in Belize). Il Walter Siti inventato è quello che ha forma e che dura, dunque è lui che prevale; ma questo apre sulla resa dei conti più seria per me, sul bilancio “sensibile” dei rapporti tra letteratura e vita.

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 Che effetto mi ha fatto storicizzare il mio alter-ego? Chi era quel Walter Siti e quali molle interne lo spingevano a prendersela tanto per quel che gli accadeva? A odiare con quella disperazione, a tremare, a soffocare per le assenze altrui, a ingelosirsi? La nevrosi, certo, ma anche una impulsività più indifesa, l’impronta ancora recente di una speranza delusa. La domanda è se l’attuale maggiore equilibrio, e la relativa solidità, non siano il risultato di una rinuncia e di una rassegnazione. O addirittura il segno di una raggiunta freddezza, di una sensibilità mutilata. L’alibi del non avere più speranza usato per potersi nutrire, senza confessarlo, di speranze più volgari. Mi sono integrato, imborghesito (il che sarebbe anche normale, da parte di chi la borghesia l’ha sempre guardata dal basso)? Sono diventato uno di quegli squallidi benpensanti con cui me la prendevo all’inizio? Il bildungsroman (senza più il “body” di supporto) ha prodotto un ipocrita filisteo? Ecco che anch’io inciampo nelle mie trappole, parlo del personaggio come se fossi io. Io sonosempre stato un emiliano di buon carattere, conciliante, amante del cibo e dei viaggi; la mia proiezione onirica aveva bisogno di estasi, tormenti e bestemmie. Estetismo simil-dannunziano, compresa l’illusione che i tour de force stilistici fossero sublimati e autorizzati da una vita inimitabile? Non so, lo scetticismo ha prevalso, a un certo punto. Il lato comico di tutta la faccenda. La vecchiaia non è un’opinione; l’orrore per il proprio corpo, diventando sottinteso, si fa meno presente. La promozione sociale è un miele che addormenta, ma ho ancora bisogno di metafore. Fino a quando?

Rileggendo e rilavorandoci, in questi mesi, ho sbattuto la testa contro il destino reale dei miei modelli empirici. Colui che in Scuola di nudo chiamavo il Padre è morto poco tempo fa, l’ho imparato dai necrologi di «Repubblica», non sapevo nemmeno che fosse malato; ci eravamo persi di vista, avrei voluto che fosse orgoglioso di me. Sono morti Bruno e mia madre (questa volta davvero), Sergio e Mimmo cercano sollievo a Medjugorje. Ruggero si è iscritto a un’università per anziani, studia filosofia, Alex è diventato uno scrittore di buon livello; tra i culturisti, chi è asceso nel cielo delle pornostar internazionali, chi si è laureato in Informatica e chi va a mangiare alla Caritas; di Marcello non voglio più parlare. La vita è più forte, io stringo in pugno un mazzetto di silhouettes. E anch’io laggiù, ritagliato in carta e inchiostro. È servito a qualcosa tutto l’improbo lavoro di formalizzazione (il mio ribaldo talento nel raccontare balle).

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Recentemente sono tornato sugli stessi temi della trilogia, rivendicando un mutamento che avevo già annunciato mille volte; la trilogia (se si prescinde dal volontarismo delle due appendici a Troppi paradisi) si chiudeva di fatto a rondeau: “nessun attentato” all’inizio e alla fine, cioè nessuna rivoluzione. Un “garantito” come tanti, naturalmente conservatore, che difende lo status quo. La lucidità non rende liberi. Che la mia vita sia stata finora solo un girare in tondo? Dopotutto sarebbe tipico delle ossessioni… I romanzi che sono venuti dopo la trilogia, non hanno fatto che dilatarla e svilupparla, o sotterraneamente la stavano minando? Tutto è cambiato, anche intorno. Il berlusconismo, di cui alla fine della trilogia avevo già fatto un mito, si è avviato al malinconico tramonto che spetta a ciò che non osa pronunciare il proprio nome. Un’occasione mancata dal punto di vista degli archetipi, una parabola che non ha saputo reggere al proprio destino di figura: Berlusconi si è sottratto ai poeti per consegnarsi agli storici, com’è del resto ovvio per ogni mortale (a meno che, in un estremo rigurgito shakespeariano, il suo declino non si volga in tragedia). Altri parametri si affacciano, altre emergenze: il rischio ambientale e quello demografico, lo spostamento dei quadranti geopolitici, la rapida obsolescenza dei vecchi media e della loro idea di filtro comunicativo. La mia povera trilogia, nata all’ombra dello schema “consumismo occidentale/irrealtà desiderante”, rischia di apparire irrimediabilmente out; la mia coazione al presente mi condanna senza rimedio a essere un “sorpassato”? Non mi azzardo a sperare (eccolo, il verbo malefico che si riaffaccia) che il presente volume possa entrare nel novero di quei libri di cui parla Calvino – quelli “che non finiscono mai di dire ciò che hanno da dire”. Oppure, almeno, rivendicarlo come documento sociologico – da queste mille pagine indubbiamente self-centred esce comunque una bella fetta di vita italiana degli anni Ottanta e Novanta: dalla corruzione benintenzionata nel Pci al fatale sfacelo dell’università, dalla allegria familistico-criminale ai meccanismi di depotenziamento televisivo dei sentimenti; senza denunce facili del male ma riproducendone il linguaggio da dentro, come udito da una mosca munita di registratore.

Sono un animale realistico, anche alle elementari la maestra mi sgridava perché non mi riuscivano i “temi di fantasia”; mai stato capace di inventare fate e draghi. Non ho nemmeno la stoffa dell’inviato speciale nei territori delle stragi esotiche, o delle croccanti tecnologie up to date; i romanzi non mi resta che farli con quello-che-c’è-in-casa. Il mio “salto” può essere solo oltre la mia immagine. La promessa con cui la trilogia si chiude (“se avrò qualcosa da raccontare, non sarà su di me”) devo ancora mantenerla, e se lo farò sarà con un nemmeno troppo astruso déplacement, con un semplice meccanismo di delega. Un dio impossibile non è la stessa cosa di un dio inesistente: obbliga a ripetute arrampicate sul nulla, con lo sguardo abbagliato da chissà quale altrove. Tra fede speranza e carità, delle due ultime ho sentito almeno la puntura: mi manca la prima.

[Immagine: Jeff Koons, Gazing Ball (Farnese Hercules), 2013 (gm)].

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