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di Carlo Mazza Galanti

[Nel tempo della “globalizzazione” spesso si dimentica quanto la storia si muova ancora a velocità straordinariamente diverse. Mentre sui media italiani si dibatte di maternità surrogata o adozione per coppie dello stesso sesso, qualche settimana fa in un paese non così distante, dove non esiste una costituzione laica, le donne per la prima volta sono state chiamate a votare. Data la disparità di certe di linee di sviluppo, vista l’eclatante ibridazione dei tempi storici, immaginare il futuro diventa un esercizio più stimolante di quanto lascino intendere gli scenari mainstream pieni di guerre spaziali e apocalissi planetarie. Qui sotto un mio breve racconto già pubblicato sul numero 68 di «Nuovi Argomenti» (Carlo Mazza Galanti)]

Sembra follia, ma a volte possiamo perdere di vista la Stupefacente Bellezza della Vita. Nel mio caso specifico ho dato tutta la colpa a un uomo, Alan. Stavamo così bene insieme. C’era l’intesa assoluta, la comunione appetitiva delle Anime Candide che s’incontrano nel mare grande e affollato del Mondo e si riconoscono in un Istante, sentono che il loro Sistema di Comando li vuole unire, creando Emozione Positiva. Lo sanno per certo, da subito, lo sentono con tutti i ricettori. Sanno che potranno unirsi in attimi di Sublime Estasi Amorosa ogni volta che vorranno… A quell’epoca avevo un numero inusitato di Visioni a Occhi Aperti: mentre lavoravo, a casa, nelle cabine di trasferimento, di continuo. Scorci di posizioni, attimi di piacere. Estasi. Dolcezza. Poi qualcosa è cambiato, all’improvviso. E io non ho voluto capire. Ho continuato a recitare il ritornello infelice dell’Amore finito, come se l’Amore potesse finire: Alan, maledetto sciagurato! Pazzo! Cosa hai combinato? Guarda come mi hai ridotta! Mi tormentavo. Ero confusa, ero fuori strada. Ecco come è andata.

La prima volta che ho notato qualcosa di strano è stato al nostro quarto appuntamento. Lo so per certo perché sul muro della cucina tengo un calendario con tutti gli appuntamenti galanti e il suo nome compare tre volte nelle due settimane precedenti. Eravamo all’inizio del mese di aprile, mi ero appena presentata alla visita ginecologica semestrale del Centro di Programmazione Nascite. Si avvicinava il momento della mia seconda e ultima gravidanza. Il che significava tranquillità, un incremento dei sussidi e riposo riposo riposo, ma anche poca Relazionalità e molta prolattina, un calo drastico del Desiderio. Il consulente aveva iniziato il percorso propedeutico. Regolato i farmaci. Perciò mi davo da fare. E quella era la quarta volta, solo con lui, in meno di due settimane. Wow, pensavo.

Ti amo, mi piaci tantissimo, sei il mio tesoro, ti adoro – facevamo l’amore sul piano della cucina, un piano levigato, fresco, entactogeno. La fase preliminare si era svolta in maniera convenzionale, ma stavo entrando e quando entro mi viene spesso da dire Cose Belle.

Non ti stufi a ripetere le stesse cose? – la frase è arrivata all’improvviso. Sul momento non ci ho neppure fatto caso, pervasa com’ero da Calore Avvolgente e da un Sentimento di Meraviglia e Gratitudine nei confronti di quel corpo che mi dava Piaceri così Immensi e Persistenti. Dopo ho ripensato alle sue parole. Strane. Preoccupanti? Ma non volevo rovinare il Momento, perciò:

Che hai preso oggi? – gli ho domandato come niente fosse, senza mostrare preoccupazione.

Il solito – nella sua debole voce ho percepito solo Tenerezza e Amore – Perché me lo chiedi?

Così. Prima hai detto una cosa. Non mi sembravi… partecipe. Sei entrato?

Sì certo. Perché? Cosa ho detto?

Sdraiato sul letto, le braccia dietro la nuca, si godeva il meritato riposo. Era bellissimo. Nel volto un’espressione di Beatitudine Innocente. Mi sono tranquillizzata. Entrare è un’esperienza squisitamente soggettiva. Ho lasciato che si godesse in silenzio le vibrazioni delle ultime endorfine.

Niente Amore, non preoccuparti Ho fatto finta di niente.

Ma andando avanti le cose peggioravano. – Mi sa che oggi preferisco andare a fare due passi ha detto un pomeriggio, come niente fosse, come una coltellata nel cuore. Normalmente avrei lasciato perdere. L’avrei presa come una prova evidente, l’ennesima, di chiara incompatibilità e tanti saluti. Avanti il prossimo. Invece anche in quel caso ho ingoiato l’amaro boccone. C’era qualcosa in lui. O almeno mi sembrava. Un mistero… Non era solo incompatibilità. Poteva anche capitare di non sentirsi fino in fondo, a volte. Ma lui no, lui era sempre in Estasi. Poi reagiva in modo strano. Una volta mi ha parlato dell’adulterio all’epoca delle relazioni coniugali – Comportamenti inibitori. Bassissimi livelli d’intimità psichica. – ha detto – Grande casualità delle Connessioni. Forse oggi lo sottovalutiamo. – poi si è girato dall’altra parte e si è addormentato.

Ci eravamo conosciuti al cinema. Proiettavano una commedia romantica intitolata “Il lato seducente della sfida”. Avevo avuto modo di apprezzare l’attore principale, Anthony Arcuri, in “Sguardi sulla pelle” e “Operazione: bacio”. Soprattutto nelle scene di azione quell’uomo mi faceva letteralmente impazzire. Non era solo la sua bellezza raggiante. Mi piaceva da matti come fissava negli occhi le ragazze. Era spontaneo, implacabile. Tutto sudato, i muscoli in tensione. E come rideva, Anthony Arcuri! Quello sguardo tenero, acquoso. Capivi che c’era Apertura. Empatia. La sua mano ha cominciato a carezzarmi. Mi sono voltata e ho fissato per qualche istante delle pupille larghe e profonde. Abbiamo scambiato i contatti e qualche settimana dopo ci siamo incontrati a casa sua, una villetta accogliente ai piedi della bretella aerea di Crescenzago. Mi ha offerto una bevanda dall’effetto delizioso, sintetizzata in Guatemala, ha detto. Ho controllato scrupolosa: il principio attivo non era incompatibile con la mia profilassi. Così abbiamo iniziato a vederci. Due volte alla settimana. Parlavamo di tutto, di noi, del mondo, delle mode, dei farmaci, dei nostri Desideri. Sdraiati nudi sul letto disegnavamo con le mani forme nell’aria scoppiando a ridere felici. La vampa di calore che saliva dal ventre al cervello mentre sussurrava frasi che facevano sul mio corpo nudo un effetto uterino, come una scarica di piccole scosse elettriche. Era il principe delle Parole Dolci, delle Frasi Perfette. Mi baciava con ardore poi mi raccontava quello che aveva visto entrando: fiori, campi, palle colorate, insetti giganti, uomini a torso nudo con in volto maschere di animali.

E poi sempre, all’improvviso, a tradimento, sbucavano fuori quelle cose che mi colpivano, ancora e ancora, che mi facevano male. E io che mi proteggevo, cercavo giustificazioni. Ho iniziato a pensare a un problema di vasocostrizione. Poi ho pensato mille altre cose. Forse stava meditando di entrare in una comunità di neo-proletari, o di depressionisti o altri simili nefasti movimenti che secondo me la legge dovrebbe punire severamente. Dovrebbero vietare certe manifestazioni dannose e lesive della Libertà. Quelli che rifiutano la pianificazione delle nascite, quelli che allevano i figli e non fanno uso di regolatori, quelli contro la Promiscuità, contro la Pornografia, contro il Celibato, contro l’Amore. Ce ne sono che vanno contro tutto! Che mettono a repentaglio tutto! Si nascondono in mezzo alle persone normali, si connettono, vanno al lavoro, viaggiano, sembrano normali invece sono pericolosi. Il loro cinismo mi fa paura.

Ho provato a parlarne con il mio consulente, gli ho detto che Alan poteva essere uno di quelli. Il consulente ha minimizzato, ha rivisto le dosi dei farmaci ed è passato alle condizioni contrattuali dei lavoratori dipendenti nell’industria chimica in India. Elezioni politiche in Catalogna. Mi ha mostrato il filmato della rivolta di coltivatori di biocarburanti in Brasile. Il programma pre-gravidanza procedeva regolarmente e durante i giorni seguenti mi sono sforzata di non pensare più ad Alan, di non chiamarlo, levarmelo dalla testa. Che fatica! Uscivo di casa e cercavo di guardare il verde intenso degli alberi della Villa Reale come se fosse la prima volta. Ma il ritmo frenetico dei passanti, l’aria ossigenata della primavera che tingeva di un grigio-azzurro luminoso e fiabesco ogni angolo del quartiere, le ombre formicolanti del traffico aereo, i volti e i messaggi confidenziali proiettati sui pannelli motivazionali, tutto ciò che fino a quel momento mi aveva dato Forza, che mi aveva irradiata di Energie Positive ora non funzionava più. Niente mi innalzava il cuore e mi diceva Tutto Bene oggi Nadja! Raggiante! Niente mi spronava verso Nuove Esperienze. Incontri. Attimi di Gioia. Alan era un’ombra incombente, un difetto, una scheggia nel cuore… Ah! Neppure intonare un canto serviva a qualcosa, neppure comprare un paio di scarpe o consumare mezzo ticket settimanale in giochi e passatempi. Dopo un attimo di esaltazione tornavo a rabbuiarmi. Il ricordo degli umori cattivi di Alan mi distoglieva dalle Connessioni che potevo facilmente procacciarmi. Non entravo quasi mai. Avrei dovuto prenderne atto, rassegnarmi, escluderlo per sempre dalla mia lista di contatti, rimuoverlo dalla memoria, se necessario. Invece non mi decidevo.

Il colpo di grazia è arrivato un giorno qualsiasi, circa tre mesi dopo l’incontro al cinema. Mi trovavo in ufficio, come sempre, alcune colleghe si stavano mostrando filmati girati coi loro amanti e condivisi sulle reti aziendali. Wow! Stupendo! – dicevano. Ammiravano, ridevano: Guarda qua, guarda là, che meraviglia. Quegli scambi spensierati per un istante mi sono sembrati sciocchi. Sì, sciocchi. Era la prima volta che pensavo una cosa del genere. Mi sentivo orribile. Che stava succedendo? Avevo sempre avuto grandissima stima delle mie colleghe di lavoro. Tutte persone Positive, Proattive, Empatiche. Seducenti. L’influsso di Alan era deleterio. Disfattista. Per non pensarci mi sono avvicinata alle ragazze. Erano Splendide, Attraenti: fisici tonici, abbigliamento accattivante, unghie curate. Ho ripensato a quello che era successo alla festa di Natale. Mi sono un po’ eccitata. Allora mi sono unita nell’ammirazione dei filmati. L’amante di Amina era interessante: ginnico, aggraziato. Nella ripresa stringeva tra le mani la folta chioma rosso ramato della mia giovane amica finché Amina non si tirava indietro ridendo con le sclere che brillavano di lacrime e Passione. La baciava con Trasporto, incurante della copiosa salivazione. Vederli in azione era uno spettacolo. Mi sentivo meglio. Allora mi sono lasciata andare, anche se non lo vedevo da diversi giorni ho raccontato qualcosa di Alan, come ci eravamo conosciuti, quello che mi piaceva di lui eccetera. Poi ho mostrato una sequenza dove giocavo davanti a lui con Scandalosa innocenza e improvvisamente, non so come avevo fatto a dimenticarlo, lui comincia a dire stranezze. Tra le ragazze è calato un silenzio tetro. Osservavano la scena. All’inizio sembravano incuriosite, poi un po’ titubanti, alla fine chiaramente infastidite. Non c’è compatibilità – hanno concluso. Erano tutte d’accordo. E siccome non c’era nulla da aggiungere Arianne ci ha mostrato il tutorial di una nuova tecnica posturale che serviva ad aumentare la produzione di estrogeni nelle ghiandole surrenali, e il discorso è finito lì.

Quel giorno sono tornata a casa in stato pietoso. E quella notte ho fatto un sogno che voglio raccontare. Nel sogno mi trovo da sola, in casa, davanti a questo bambino che mi guarda con occhi curiosi, mi fissa con occhi enormi come caverne che vogliono inghiottirmi, farmi scomparire per sempre, tenermi chiusa da qualche parte. Mi muovo nervosamente per la sala, sistemo un po’ di cose che non hanno nessun bisogno di essere sistemate. Le piante, i quadri. Mi affaccio alla finestra, guardo fuori, più lontano che posso anche se davanti alla finestra ci sono solo altre finestre di altri palazzi. Sento l’attenzione del bambino inseguirmi ostinata come una forza magnetica. Vuoi mangiare qualcosa? – domando allora, tanto per rompere il silenzio. Alan dice che sei la mia mamma. – la vocina squillante, quel visino micidiale. Trasecolo.

Mamma è una parola che non sentivo mai, non pronunciavo mai, che non prendevo neanche in considerazione. Potevo associarla a parole come mammario o mammella, una parte del corpo ricca di terminazioni nervose, dotata di una superficie erettile particolarmente sensibile al tatto, agli sbalzi di temperatura eccetera. La fatica di estrarre il siero dopo la gravidanza artificiale, come avrei dovuto fare presto, per l’ultima volta, dopo qualche mese. E poi solo l’intrinseca voluttà di un refrigerio che si allarga in centri concentrici dal petto fino alle stelle. Solo quello. Per sempre. Tutto questo non lo penso nel sogno. Nel sogno provavo solo paura.

Mi sono svegliata con un dolore alla testa e una sensazione sgradevole, quasi ripugnante, di avere fatto qualcosa di male. Fuori dalla finestra era tutto normale. La luce rossa del giorno cominciava a riflettersi sulle vetrate di fronte. Ho sistemato il letto cercando di scrollarmi di dosso quella sensazione sciagurata mentre mi preparavo una tisana eleuterococco + estradiolo prima di andare al lavoro.

Alla fine Alan ha smesso di chiamarmi ma non bastava, non potevo accettarlo. Non riuscivo a cancellarlo dai contatti, come se ci fosse un errore. Stava lì bloccato e non capivo se era colpa mia o del Centro Informatico. Neppure riuscivo a prendere il coraggio a due mani e chiamarlo, esprimermi. I capelli mi stavano spettinati, elettrici. Li schiacciavo sulla testa e si rialzavano da soli. Passavo le ore a guardarmi allo specchio, a rifarmi le unghie. Mi sembravo infelice. Era un’eventualità che non mi pareva plausibile. Infelice? Fissavo un albero nel cortile e non mi veniva da ridere, non mi veniva in mente niente di Buono. Di conseguenza non pensavo a niente, non sentivo niente. Avevo ventotto anni. La testa vuota e il corpo imbalsamato. In ufficio mi sentivo repellente. Non attiravo nessuno. Provavo ad avvicinarmi alle colleghe che chiacchieravano sedute sulla moquette mentre si scambiavano effusioni. Provavo a unirmi alle carezze. Non si accorgevano di me. Ero un fantasma. Ero un fantasma unto e spettinato, con le unghie esfoliate. Tornavo alla postazione in silenzio. A casa davanti a un frigo spalancato controllavo e ricontrollavo le date di scadenza, leggevo i bugiardini. Forse era una questione di posologia. Il consulente non si preoccupava: mandava ogni giorno via posta elettronica filmati di insurrezioni in Asia orientale, dissidenti politici che venivano giustiziati, rivolte di piazza. Credeva che aumentando il mio senso di giustizia si sarebbe regolato l’umore, che esponendomi a immagini truculente avrei apprezzato la pace del mondo. Ma in quel momento me ne sbattevo della giustizia! Me ne sbattevo della Malaysia! Io volevo la Felicità! Tutte quelle bottigliette si assomigliavano troppo. Mi sentivo debole, fiacca, se allungavo la mano la vedevo sfuocata. Avevo la tremarella. Dovevo chiamare il soccorso farmacologico? Sarebbe stato imbarazzante. Il consulente insisteva: era solo un periodo. Scompenso preliminare. Il mio sistema appetitivo funzionava benissimo. Non c’era stato nessun errore. Non mi dovevo preoccupare. Era normale. Poteva succedere in quella fase. Avrei ritrovato il Piacere. Mi rassicurava. Ma io non capivo. Mi ostinavo. Non mi consolavano le parole del consulente, le sue crisi politiche. Io volevo Luce, Godere, Evviva. Il Desiderio e gli Attimi Felici che Alan mi aveva portato via.

La gravidanza è stata indolore, immersa in un sonno dolcissimo dopo nove mesi trascorsi come un attimo tra le cure cosmetiche e le coccole mediche delle clinica del Centro Controllo Nascite. Appena uscita da quel luogo incantevole ho subito approfittato delle facilitazioni e mi sono concessa una vacanza di due settimane alle isole Matsu. Ho conosciuto Julian, ho conosciuto Damir, ho conosciuto Eugenio. Insieme abbiamo provato i famosi farmaci locali: il tempo è volato, si è dissolto in una nuvola di euforia e senza accorgermene mi sono risvegliata, una mattina alle sei e trentacinque, davanti ai soliti riflessi infuocati sui vetri delle finestre di fronte, pronta a ricominciare con Entusiasmo.

Questa è la testimonianza che ho scritto su richiesta del mio consulente, il dottor Aldo Winckler, per aiutare le altre donne che si trovano come mi sono trovata io, all’avvicinarsi della seconda gravidanza, in uno stato emotivo sconosciuto. Perché non abbiano paura e sappiano attribuire al problema le sue giuste proporzioni. Perché non cedano a impulsi erronei, compiendo gesti inconsulti che potrebbero comprometterle o impedire di svolgere il loro dovere nei confronti della società. Perché non si gettino a capofitto tra le mani del disfattismo, dimenticando che il Lieto Fine è a disposizione di tutti. E soprattutto perché evitino l’abbaglio fatale di attribuire ad altri la responsabilità, di credere anche solo per un istante che qualcuno di diverso da noi possa decidere della Gioia e dell’Amore che ci sono propri in quanto individui Unici e Felici, protetti e garantiti dai Principi Sacri e Fondamentali della Vita e dello Stato.

Nadja B. Monza, 11 gennaio 21**

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