Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Che la Forza sia con voi. La vita postuma di Star Wars

| 0 commenti

cropped-Sith-Todesstern.jpg

di  Renato Nicassio

Nelle ultime settimane un fenomeno sta risvegliando l’interesse dell’America e unificando le sue passioni ma non si tratta né del capitalismo machista di Donald Trump né del socialismo democratico di Bernie Sanders che, pure, secondo Merriam-Webster, è il termine più cercato del 2015. Si tratta di Star Wars, l’ultimo grande racconto prodotto dal ventesimo secolo, l’unico – e chissà se Lyotard sarebbe d’accordo – in grado di esercitare ancora oggi il suo potere di interpretazione e spiegazione del reale. Un’esagerazione? Sicuramente. Tuttavia è difficile trovare un’altra narrazione che negli ultimi quarant’anni abbia funzionato con altrettanta efficacia come guida e riferimento collettivo per le idee di bene e di male, di giusto e di sbagliato, di libertà e di sacrificio. Star Wars con le sue opposizioni binarie tra il lato oscuro e il lato chiaro, tra i Sith e i Jedi, tra l’Impero e la Repubblica, ha fornito un vocabolario e un immaginario attraverso cui è possibile parlare dei grandi temi della natura e della società umana con la consapevolezza di poter coinvolgere ed essere compresi. “It’s time we had democratic socialism for working families”, ha affermato in più di un’occasione un concitato Bernie Sanders prima di dover puntualmente spiegare cosa si intenda per socialismo democratico. “May the force be with you”, ha affermato serafica Hillary Clinton al termine dell’ultimo dibattito televisivo tra i candidati democratici. E ogni ulteriore spiegazione sarebbe stata inutile.

Star Wars esercita il suo potere in America ma, di lì, s’imbarca poi per buona parte del mondo. Su Twitter un utente mussulmano ha respinto la chiamata alle armi lanciata dall’Isis adducendo come motivazione l’imminente visione dell’ultimo capitolo della saga. Per le metropolitane di Londra sono apparsi cartelli che minacciano di sanzionare i viaggiatori abusivi con la rivelazione del finale del film appena uscito. Sulla televisione italiana le celebri note di John Williams risuonano come sottofondo su qualsiasi canale per pubblicizzare qualsiasi prodotto, dalle pile alcaline alle automobili per tutta la famiglia. Che si tratti di evitare lo scontro di civiltà, di educare la gente allo spirito civico o di vendere una monovolume, Star Wars appare dunque la risposta giusta e il mezzo più adeguato. Un’altra esagerazione? Sicuramente. Tuttavia, sottovalutare il potere di Star Wars sarebbe un errore perché Star Wars, esattamente come la Forza e diversamente dalla maggior parte delle narrazioni, è intorno a noi, dentro di noi e soprattutto – con buona pace di George Lucas e della Disney – appartiene a noi. E questa non è affatto una esagerazione.

Dal punto di vista legale, ciò che si aggira per l’America e per buona parte del globo terrestre è un franchise, un marchio registrato che contiene un’intera galassia di mondi, personaggi, oggetti e suoni che la Disney ha acquistato nel 2012 per qualche miliardo di dollari. Da un punto di vista strettamente legale, dunque, Star Wars non ci appartiene. Ma per chi è entrato nei cinema nel 1977 in occasione del primo film (poi episodio IV) e per tutti quelli che si sono appassionati alla saga negli anni successivi, la galassia di Star Wars è al di fuori della giurisdizione di ogni tribunale e della portata di ogni cease & desist letter.

“A long time ago, in a galaxy far far away…”, con ogni probabilità George Lucas non ne era consapevole, non del tutto almeno, ma con il suo primo film – e con quelle parole iniziali – mise a segno quella che può essere a ragione definita la santissima trinità dell’intrattenimento, una triade di elementi il cui raggiungimento è il sogno proibito di ogni studio di Hollywood e la cui realizzazione è croce (economica) e delizia (mentale) di ogni fan. Un franchise per essere davvero tale deve infatti costituirsi di tre punti fondamentali: una storia iniziale in grado di reggere un film, dei buoni personaggi in grado di reggere altri film e un’ambientazione tale da contenere qualsiasi altra cosa, dai libri ai fumetti, dalle serie tv alle web series, dai giochi da tavolo ai videogiochi next gen. Star Wars fu sin da subito tutto questo e ben prima di tutto questo. Lucas creò una storia avvincente e dei personaggi in grado di durare oltre quella storia e, nel caso di Darth Vader, capaci addirittura di sfondare ogni barriera narrativa per consegnarsi direttamente alla Storia. Per quel che riguarda l’ambientazione, poi, quella stringa iniziale, unita a degli effetti visivi che sembravano dare corpo ad ogni fantasia, era di per sé sufficiente: tanto tempo fa in una galassia lontanissima possono essere successe tantissime cose e, soprattutto, ne potranno succedere per l’eternità. Confrontata con la terra fantastica tirata su con rigore filologico da Tolkien per il suo Signore degli Anelli, la galassia di George Lucas appare allora sconfinata e incredibilmente libera, talmente libera da poter fare a meno del suo creatore o, addirittura, rivoltarglisi contro.

Che un pubblico di appassionati saluti con gioia l’estromissione dell’autore dalla propria opera preferita può suonare paradossale. Eppure è esattamente quel che è accaduto in occasione dell’uscita di Star Wars Episodio VII, quando la notizia dell’assenza di George Lucas nella sua produzione ha incontrato il favore della maggioranza dei fan. Ad un livello immediato, ciò si spiega facilmente con i giudizi poco favorevoli ricevuti da Lucas per le modifiche apportate nel corso degli anni alla prima trilogia e, soprattutto, con la delusione generale per la qualità della seconda. Ad un livello più profondo, tuttavia, quel che appare conseguenza di una presunta incapacità di Lucas è invece frutto del suo più grande successo. Con il primo Star Wars, si è detto, Lucas realizzò, chissà quanto consapevolmente, la triade perfetta per dare vita ad un franchise di successo. Ma con il franchise di Star Wars Lucas realizzò poi l’ambizione di ogni narratore più innamorato della narrazione che di se stesso: creare un racconto che diventi patrimonio collettivo, una sorta di epica contemporanea talmente forte e pervasiva da oscurare il suo stesso creatore, chiunque esso sia. È significativo infatti che, nel momento stesso in cui ripudiavano Lucas, i fan di Star Wars esprimevano anche preoccupazione per l’uomo chiamato a sostituirlo, il temibile J.J. Abrams, e, alle sue spalle, per l’ancor più temibile colosso Disney. Benché per ognuno di essi si possano trovare spiegazioni razionali capaci di motivare critiche e timori – Lucas ha rovinato la seconda trilogia, J.J. Abrams ha già deluso con il finale di Lost, la Disney ha un target troppo fanciullesco – la verità dietro tali atteggiamenti è ben altra. La verità è che nessuno potrà mai essere considerato all’altezza di raccontare Star Wars perché Star Wars, così come l’opera di Omero o di Shakespeare, appartiene ormai a tutti e tutti si sentono in diritto di giudicarlo, spiegarlo e raccontarlo.

Più di ogni altro prodotto dell’ultimo secolo, Star Wars è riuscito infatti a mantenersi su quell’equilibrio tra fascinazione e frustrazione che il guru dei fan studies Henry Jenkins ha più volte sottolineato come chiave necessaria per il fandom e, più in generale, per la partecipazione su larga scala ad un qualsiasi contenuto. Se un prodotto non ci affascina – questo è il ragionamento di Jenkins – non avvertiamo il bisogno di appassionarci. Ma se quel prodotto non ci frustrasse a qualche livello, non avvertiremmo poi il bisogno di continuare ad appassionarci per sanare le nostre frustrazioni (discutendone i motivi, ipotizzando soluzioni, immaginando alternative…). In tal senso, è sufficiente un rapissimo sguardo alla galassia di Star Wars per accorgersi come queste due sensazioni vi siano costantemente presenti: le irresistibili spade laser degli Jedi e le clave un po’ ridicole degli Ewok, i frenetici inseguimenti nell’iperspazio e le lunghe sedute del Senato, l’immortale Darth Vader e l’indefinibile Jar Jar Binks… Troppo affascinante per rimanervi indifferente e troppo controverso per metterlo da parte una volta esperito, Star Wars solletica la fantasia di milioni di persone, spingendo ciascuno di noi a costruirsi ed esprimere un’idea e un’opinione su come siano andate e su come dovrebbero andare le cose in quella galassia tanto lontana nel tempo e nello spazio. Osservato secondo i suoi stessi termini politici, Star Wars non è l’Impero, con un uomo solo al comando a decidere delle sue sorti, ma è piuttosto la Repubblica, con milioni di senatori e migliaia di più o meno grandi correnti che su certe questioni si volgono in pura anarchia e in una pura, febbrile, attività creativa. Più che fare appello al nostro bisogno di spiegazione e interpretazione del reale, il franchise che in questi giorni si aggira per il mondo si rivolge dunque al nostro bisogno, altrettanto importante e forse persino più antico, di partecipare e sentirci parte delle storie che ci vengono raccontate.

“It’s true. All of it. The Dark Side, the Jedi. They’re real”, dice non a caso un invecchiato Han Solo ai giovani Rey e Finn in una scena di The Force Awakens. Lo dice a loro ma in realtà lo sta dicendo a noi. D’altra parte, Rey e Finn – che non possono credere di trovarsi veramente su quel Millennium Falcon di cui hanno sentito tanto parlare – sono dei personaggi che hanno conosciuto Star Wars dall’esterno e adesso si trovano a viverlo. Rey e Finn siamo noi, sono dei fan che diventano parte del mondo che amano esattamente come il loro avversario, quel Kylo Ren che – alzi la mano chi non l’ha mai fatto o almeno sognato – si veste come Darth Vader per assomigliare a Darth Vader. Il brizzolato Han Solo, dopotutto, dice qualcosa che il pubblico di Star Wars ha sempre saputo. È tutto vero ed è tutto possibile: ammirare dei cavalieri spaziali, diventare dei cavalieri spaziali, ammirare dei cattivi spaziali, diventare dei cattivi spaziali. Certo, che si parli di Star Wars in Star Wars non è un bel segno dal momento che potrebbe significare che Star Wars è diventato abbastanza vecchio da poter essere postmoderno. Ma se c’è una cosa che Star Wars ha sempre saputo fare è riaccendere l’incanto nella narrazione e per la narrazione ed è forse ancora presto perché sia inglobato nel distaccato e disilluso spirito dei tempi. In fondo, tanto tempo fa in una galassia lontana si può ancora sperare che tutte le storie non siano state già raccontate.

[Immagine: Star Wars: il risveglio della Forza.]

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.