Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Non domandarmi nulla: le traduzioni di Francesco Scarabicchi da Machado e Lorca

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[Qualche mese fa Marcos y Marcos ha pubblicato Non domandarmi nulla, un volume di traduzioni di Francesco Scarabicchi da Antonio Machado e Federico García Lorca. Propongo alcuni testi di entrambi i poeti, seguiti dalla premessa di Scarabicchi].

Da Antonio Machado, Il seminatore di stelle

Pegasi, bei pegasi

« Tournez, tournez, chevaux de bois.»
Verlaine

Pegasi, bei pegasi,
cavallini di legno.
. . . . . . .
Io conobbi, bambino,
l’allegria dei volteggi
sopra un destriero rosso
in una sera di festa.
Nell’aria polverosa
illuminavano le candele,
e la notte azzurra ardeva
seminata di stelle.
Infantili gioie
che costano un soldo
di rame, bei pegasi,
cavallini di legno!

Pegasos, lindos pegasos

« Tournez, tournez, chevaux de bois.»
Verlaine

Pegasos, lindos pegasos,
caballitos de madera.
. . . . . . .
Yo conocí siendo niño,
la alegría de dar vueltas
sobre un corcel colorado,
en una noche de fiesta.
En el aire polvoriento
chispeaban las candelas,
y la noche azul ardía
toda sembrada de estrellas.
¡Alegrías infantiles
que cuestan una moneda
de cobre, lindos pegasos,
caballitos de madera!

*

Talvolta la mano, in sogno

Talvolta la mano, in sogno,
del seminatore di stelle
ha fatto risuonare la musica dimenticata
come una nota della lira immensa,
e l’onda umile alle nostre labbra venne
di poche parole sincere.

 

Tal vez la mano, en sueño

Tal vez la mano, en sueño,
del sembrador de estrellas,
hizo sonar la música olvidada
como una nota de la lira inmensa,
y la ola humilde a nuestros labios vino
de unas pocas palabras verdaderas.

*

Viandante, son le tue orme

Viandante, son le tue orme
il cammino, e niente più;
viandante, non c’è cammino,
se non andando.
Andando è il cammino,
e a volger la vista indietro
si scorge il sentiero che mai
si tornerà a percorrere.
Viandante, non c’è cammino,
solo scie sul mare.

 

Caminante, son tu huellas

Caminante, son tus huellas
el camino, y nada mas;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atràs
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar.

*

Da Federico García Lorca, Gli istanti feriti 

Il passo della siguiriya

Fra le farfalle nere,
va una ragazza mora
insieme con un bianco serpente
di nebbia.

Terra di luce,
cielo di terra.

Va incatenata al tremito
di un ritmo che mai finisce;
ha il cuore d’argento
e un pugnale nella mano destra.

Dove vai, siguiriya,
con un ritmo che non comincia?
Quale luna raccoglierà
il tuo dolore di calce e di oleandro?

Terra di luce,
cielo di terra.

 

El paso de la siguiriya

Entre mariposas negras
va una muchacha morena
junto a una blanca serpiente
de niebla.

Tierra de luz,
cielo de tierra.

Va encadenada al temblor
de un ritmo que nunca llega;
tiene el corazón de plata
y un puñal en la diestra.
¿Adónde vas, siguiriya,
con un ritmo sin cabeza?
¿Qué luna recogerá
tu dolor de cal y adelfa?

Tierra de luz,
cielo de tierra.

*
1910
(INTERMEZZO)

Quegli occhi miei del millenovecentodieci
non videro sotterrare i morti,
né la ferita di cenere di chi piange l’alba,
né il cuore che trema in disparte come un cavallino di mare.

Quegli occhi miei del millenovecentodieci
videro il bianco muro contro cui orinavano le bambine,
il muso del toro, il fungo velenoso
e una luna incomprensibile che illuminava nei cantoni
i pezzi di limone secco sotto il nero duro delle bottiglie.

Quegli occhi miei sul collo del piccolo cavallo,
nel petto di Santa Rosa addormentata,
sui tetti dell’amore, con gemiti e fresche mani,
in un giardino dove i gatti mangiavano le rane.

Soffitta dove la polvere vecchia raduna statue e muschi,
casse che conservano silenzio di granchi divorati
nel posto dove il sogno inciampava nella sua realtà.
Là i miei piccoli occhi.

Non domandarmi nulla. Ho visto che le cose
quando tentano la loro via trovano il vuoto.
C’è un dolore di assenze nell’aria senza gente
e nei miei occhi creature vestite senza nudo!

New York, agosto 1929

 

1910
(INTERMEDIO)

Aquellos ojos mios de mil novecientos diez
no vieron enterrar a los muertos,
ni la feria de ceniza del que llora por la madrugada,
ni el corazón que tiembla arrinconado como un caballito de mar.

Aquellos ojos míos de mil novecientos diez
vieron la blanca pared donde orinaban las niñas,
el hocico del toro, la seta venenosa
y una luna incomprensible que iluminaba por los rincones
los pedazos de limón seco bajo el negro duro de las botellas.

Aquellos ojos míos en el cuello de la jaca,
en el seno traspasado de Santa Rosa dormida,
en los tejados del amor, con gemidos y frescas manos,
en un jardín donde los gatos se comían a las ranas.

Desván donde el polvo viejo congrega estatuas y musgos,
cajas que guardan silencio de cangrejos devorados
en el sitio donde el sueño tropezaba con su realidad.
Allí mis pequeños ojos.

No preguntarme nada. He visto que las cosas
cuando buscan su curso encuentran su vacío.
Hay un dolor de huecos por el aire sin gente
y en mis ojos criaturas vestidas ¡sin desnudo!”

New York, agosto 1929

*
Altra canzone
1919
(Autunno)

Il sogno s’è dissolto per sempre!
Nella sera piovosa
il mio cuore conosce
la tragedia d’autunno
che cade dagli alberi.

Nella dolce tristezza
del paesaggio che muore
le mie voci si spezzano.
Il sogno s’è dissolto per sempre.
Per sempre! Dio mio!
Va cadendo la neve
sulla campagna deserta
della mia vita,
e teme,
l’illusione, che va lontano,
di gelarsi o di perdersi.

Come mi dice l’acqua
che il sogno s’è dissolto per sempre!
Il sogno è infinito?
La nebbia lo sostiene,
e la nebbia è soltanto
stanchezza della neve.

Il mio ritmo racconta
che il sogno s’è dissolto per sempre.
Nella sera di nebbia
il mio cuore conosce
la tragedia d’autunno
che cade dagli alberi.

 

Otra cancion
1919
(Otoño)

¡El sueño se deshizo para siempre!
En la tarde lluviosa
mi corazón aprende
la tragedia otoñal
que los árboles llueven.

Y en la dulce tristeza
del paisaje que muere
mis voces se quebraron.
El sueño se deshizo para siempre.
¡Para siempre! ¡Dios mío!
Va cayendo la nieve
en el campo desierto
de mi vida,
y teme
la ilusión, que va lejos,
de helarse o de perderse.

¡Cómo me dice el agua
que el sueño se deshizo para siempre!
¿El sueño es infinito?
La niebla lo sostiene,
y la niebla es tan sólo
cansancio de la nieve.

Mi ritmo va contando
que el sueño se deshizo para siempre.
Y en la tarde brumosa
mi corazón aprende
la tragedia otoñal
que los árboles llueven.

*
Premessa
di Francesco Scarabicchi

Ma al poeta non è dato pensare fuori del tempo, perché pensa alla sua propria vita che non è,
fuori del tempo, assolutamente nulla.

A.M., 1931

Non domandarmi nulla. Ho visto che le cose
quando tentano la loro via trovano il vuoto.
C’è un dolore di assenze nell’aria senza gente
e nei miei occhi creature vestite senza nudo!

F.G.L., 1929

I testi che qui si offrono vanno intesi come pagine senza data di un diario di lettura composto nel corso degli anni. A lungo si porta con sé un’idea, l’eco di un desiderio. Si pensa a un nome come a un luogo. A un certo punto è necessario muoversi per ridurre la distanza da quel nome, da quel luogo. Così è accaduto a me per la poesia di Antonio Machado e di Federico García Lorca. Mi vennero incontro negli anni adolescenti dalle pagine di un’antologia scolastica e poi, forse per Natale, da un’amica di famiglia che mi donò i versi dell’uno e dell’altro nella cura completa di Oreste Macrì e di Carlo Bo. Iniziò allora la mia prima biblioteca – con l’aggiunta delle poesie di Giuseppe Ungaretti nei vecchi “Oscar” Mondadori – e un segreto colloquio con due fra i maggiori poeti del primo Novecento (“con Kavafis e Apollinaire”, secondo Pasolini). Un colloquio quotidiano.“Nacchera./Nacchera./Nacchera./Scarabeo sonoro.//Nel ragno/della mano/arricci l’aria/calda/e ti strozzi nel tuo trillo/di legno.//Nacchera./Nacchera./Nacchera./Scarabeo sonoro.” E’ uno dei “Sei capricci” del Poema del cante jondo di Lorca.

La solitudine senza nome del 1991 (prima guerra del Golfo) e delle sue infinite notti mi ricondusse verso quelle due “vie private” inducendomi a intraprendere la disciplina del cammino sul sentiero delle loro scritture. Si trattò di un avvio di visite a quelle dimore nel bisogno di accostarli dal di dentro della mia lingua e per una consuetudine mai venuta meno, mai dimenticata o interrotta. Prese così a comporsi una specie di “quaderno sentimentale” che si rivolgeva al Machado più intimo e al Lorca più armonico e andaluso, entrambi accomunati dalla dolente certezza della precarietà, dall’infelicità della fine, a breve distanza l’uno dall’altro.

Più insistevo e più il percorso riservava sorprese manifestandosi in tutta la sua integrità luminosa, sempre attento a distinguere “la voce viva dagli echi inerti”, come scriveva don Antonio, nel 1917, nel prologo a Soledades.

“Tessere il filo che ci danno, sognare il nostro sogno, vivere; solo così potremo operare il miracolo della generazione.” Machado parla anche per Lorca, pronuncia la vocazione alla verità essenziale del destino: domandare, nella coscienza del tempo. Solo per associazione, rammento che, nel 1914, un poeta ligure come Camillo Sbarbaro, scriveva, in Pianissimo: “Rasentando le case cautamente/io sento dietro le pareti sorde/le generazioni respirare.”

Per me si è trattato di essere ammesso ad una prossimità irrinunciabile, a una “vicinanza” con due “voci” della mia formazione fra le più necessarie. Accade a volte di avvertire il bisogno di qualcuno che si accosti – come un compagno di viaggio seduto accanto a noi sulla panchina della sala d’aspetto – a conversare, affabile, nella lingua comune, nel suo senso, nella sua musica.

Ho avuto il privilegio di poter sottoporre il mio lavoro edito a Oreste Macrì e Francesco Tentori Montalto ragionando con loro e con la loro esperienza profonda circa le soluzioni di quelli che Macrì definiva “i calcolati azzardi d’autore”. Proseguo nel disegno di colmare lo spazio che mi separa dalla possibilità di avvicinare ulteriormente quegli universi a questa lingua, affidando loro, se possibile, la pronunzia del presente che li fa classici.

L’officina traduttoria è un’avventura di puro servizio dovuto alla poesia e all’autore di cui si vuole attraversare l’atlante della scrittura. Umiltà e pazienza consegnano quello che si vuole sia il tradimento minore che pure il tradurre comporta, sempre. Ostinazione e dedizione segnano gli argini di un’arte complessa, la “suprema filologia” cui accennava Gianfranco Contini.

Le due “ante” di questo libro sono inevitabilmente dedicate a Oreste Macrì, a Francesco Tentori Montalto, a Carlo Bo, lettori eccellenti, suggeritori generosi, segnalatori pazienti di quelle pietre d’inciampo trovate lungo il cammino del lavoro.

 f.s.

[Immagine: Federico García Lorca (mg)].

 

 

Un commento

  1. Complimenti a Scarabicchi, a “Jezz” e, ovvviamente, a Federico e Antonio…

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