Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Malaparte nella Polonia occupata

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cropped-details-ghetto-1.jpgdi Raoul Bruni

[Questo articolo è uscito su “L’Indice dei libri del mese”].

A legare il destino di Curzio Malaparte alla Polonia sono innanzitutto ragioni biologiche, dal momento che la famiglia paterna, i Suckert, aveva origini polacche. Ma, al di là di questo lontano imprinting, fu in Polonia, e, in particolare a Varsavia, che il giovane Malaparte compì alcune delle esperienze più decisive per la sua formazione. Giunto appena ventunenne nella capitale polacca nell’autunno del 1919, in qualità di collaboratore dell’Ambasciata italiana, vi rimarrà per quasi un anno, durante il quale ebbe probabilmente le sue prime vere esperienze amorose, affrontò il suo primo duello ed ebbe modo di frequentare personaggi di spicco, come Monsignor Achille Ratti, il futuro Pio XI. In poche parole, è a Varsavia che Malaparte compie la sua iniziazione al mondo, ovvero al bel mondo. Vale la pena citare una sua lettera inviata proprio da Varsavia il 15 dicembre 1919, che rappresenta anche un’interessante istantanea della vita polacca dell’epoca: «Varsavia è una città enormemente interessante. Oggi essa costituisce la piattaforma dell’Occidente verso l’incerto e misterioso paese dello slavismo. Qui le questioni del mondo e le passioni si urtano e creano l’avvenire. Io mi sento nel mio ambiente, qui, in questo amalgama di russi rifugiati, di bolscevichi mascherati da persone per bene, di commercianti, di esportatori, di diplomatici, di bordellisti, di ebrei (pensate che su una popolazione di più di un milione e mezzo di abitanti, Varsavia conta circa 250000 ebrei!), di speculatori di cambio, etc. etc. Certo, per uno che voglia studiare il mondo, questo è un ambiente meraviglioso. Dato anche le circostanze storiche la Polonia attraversa in questo momento. E poi qui la società nella quale in qualità d’Addetto d’Ambasciata sono stato introdotto, è così simpatica e divertente, che credo proprio sia questo il luogo di cuccagna promessoci dai libri sacri […]».

In quel periodo Malaparte conclude anche il suo libro di esordio, Viva Caporetto!, il cui ultimo capitolo, incentrato sul conflitto russo-polaccco del 1920, reca in calce la datazione: «VARSAVIA – nelle giornate di sangue e di battaglia del 1920». Lo speciale interesse di Malaparte nei riguardi della Polonia è testimoniato anche da scritti di argomento polacco apparsi successivamente nelle riviste a cui collaborava allora, come «La Rivoluzione liberale» di Gobetti e «La conquista dello Stato». Inoltre, nel saggio che lo consacrò a livello internazionale, Tecnica del colpo di Stato, uscito per la prima volta in Francia nel 1931, Malaparte si sofferma con puntuale attenzione, oltre che sulla battaglia di Varsavia del 1920, sulla presa del potere da parte di Piłsudski.

Quando, nel gennaio 1942, Malaparte torna in Polonia come corrispondente del «Corriere della Sera», trova un Paese molto diverso da quello che era stato il felice teatro delle sue esperienze giovanili, dato che il territorio polacco è finito sotto il giogo opprimente della Germania nazista. Nel ’42 lo scrittore redige vari articoli sul suo soggiorno polacco, in genere poco conosciuti anche dagli stessi specialisti di Malaparte (l’unico studioso ad essersene specificamente occupato finora è l’italianista francese Emmanuel Mattiato). Solo a uno sguardo superficiale questi articoli potrebbero apparire ossequienti verso le forze di occupazione; in realtà, sia pure in modo più o meno implicito (del resto, incombeva la mannaia della censura fascista e nazista), Malaparte svolge osservazioni piuttosto spregiudicate, che preludono alle pagine di ambientazione polacca di Kaputt, ristampato di recente in edizione economica da Adelphi (pp. 476, € 13,00).

Un articolo in particolare, il primo (Inverno in Polonia), susciterà vibranti proteste da parte di Hans Frank, il Generalgouverneur della Polonia occupata, che, come Malaparte racconta in Kaputt, esige le sue scuse ufficiali accusandolo di aver adottato un punto di vista troppo favorevole ai polacchi. Che, in questo caso, la testimonianza di Malaparte sia attendibile lo dimostra il comunicato ufficiale delle autorità militari tedesche, secondo cui: «Malaparte è attualmente trattenuto con la scusa che non si segnalano eventi decisivi. In realtà, elemento non gradito perché avrebbe mantenuto negli scritti un atteggiamento contrario al nazionalsocialismo […]».

In effetti, e nemmeno troppo tra le righe, Malaparte, pur senza criticare esplicitamente le autorità tedesche, sembra simpatizzare con la popolazione locale, affermando che «la sua prima e più immediata impressione è che il popolo polacco accoglie la sua sventura con una dignità di cui del resto le autorità germaniche gli danno atto lealmente. Chi pensasse di poter fare a meno di riconoscere al popolo polacco questa sua dignità nell’attuale sventura, si troverebbe poi assai imbarazzato a spiegare non solo l’atteggiamento delle popolazioni, ma la stessa linea di condotta delle autorità germaniche». Del resto, a Cracovia, Malaparte si sente, in certo modo, a casa propria: «Bella città Cracovia: dove giungendovi per la prima volta, un italiano non ha l’impressione di trovarsi in una città straniera. Tutto gli appare di antica e pura nobiltà italiana. Tutto l’aiuta sentirsi a casa propria. Sebbene Cracovia fino dai suoi prischi tempi sia stata di volta in volta città tedesca e polacca, non vi è considerazione storica politica o razziale che possa attenuare in lui questo delicato sentimento di trovarsi in una propria patria lontana». E benché non ci siano critiche esplicite al regime tedesco, è impossibile non cogliere un tono di denuncia nella descrizione di una Cracovia in cui la splendida piazza principale, il Rynek, è stata ribattezzata piazza Adolf Hitler (!), mentre i locali per tedeschi sono rigidamente separati da quelli frequentati dai polacchi.

Malaparte approfondisce anche la situazione politico-sociale della Polonia occupata. A suo avviso, la borghesia polacca, come già l’aristocrazia, è destinata a tramontare, insieme al patriottismo vecchio stile che ne impronta l’ideologia. Il ceto emergente è il proletariato, che, al contrario della decadente borghesia, collabora con le autorità tedesche. Tale collaborazione, tuttavia, ha, secondo Malaparte, un carattere meramente tecnico, e non politico. Malaparte non fa dunque l’elogio del collaborazionismo, giacché le sue osservazioni presuppongono una concezione internazionalista del proletariato, che può conservare la propria forza indipendentemente dal carattere dello stato nazionale in cui opera: chi ritenesse che il popolo polacco sia «“asservito” sentimentalmente autorità germaniche commetterebbe un gravissimo errore, poiché svaluterebbe il sentimento nazionale e religioso del popolo polacco. La verità è che l’atteggiamento delle masse è una conseguenza della formula dell’occupazione germanica: che è una formula tecnica, soltanto tecnica».

In quanto a Frank, figura singolare di gerarca nazista innamorato del Rinascimento italiano, il cui spirito tenta di trapiantare anche nello storico palazzo reale del Wawel, trasformato nel suo quartier generale, Malaparte ne fornisce un ritratto apparentemente elogiativo (da questo punto di vista, notevole è lo scarto di tono tra la corrispondenza giornalistica e Kaputt). Nondimeno, mentre descrive lo sfarzo un po’ kitsch del Wawel in salsa nazista, fa notare come molti dei mobili usati come arredo provengano «dai castelli e dai palazzi dei nobili polacchi», lasciando dunque intendere, neppure troppo velatamente, che sono stati trafugati.

Non c’è invece (o è andata smarrita) una cronaca giornalistica malapartiana che renda conto della visita al ghetto di Varsavia, cui sono dedicate pagine memorabili in Kaputt. A questo proposito, esiste però una testimonianza preziosa, del tutto ignorata dai biografi e dagli studiosi italiani di Malaparte. Si tratta dell’articolo del giornalista Alceo Valcini (che fu corrispondente dalla Polonia per il «Corriere della Sera» nel periodo dell’occupazione) intitolato Con Malaparte nel ghetto di Varsavia, inedito in Italia ma pubblicato nell’omonimo volume in traduzione polacca presso Piw nel 1990 (Z Malapartem w warszawskim getcie), in cui si forniscono interessanti particolari sulla visita nel ghetto che confermano l’autenticità del racconto di Kaputt, che alcuni avevano messo in discussione.

L’atteggiamento filo-polacco di Malaparte che nelle cronache giornalistiche era rimasto, per forza di cose, in sordina, è apertamente espresso in Kaputt, e, come riferisce l’attento biografo Maurizio Serra, «i polacchi ricambiarono questo sentimento: la prima edizione di Kaputt, autorizzata dal regime comunista nel 1963, fu esaurita in pochi giorni e il libro raggiunse alte quotazioni al mercato nero». Da parte sua, Malaparte continuò ad evocare la Polonia anche nelle sue pagine più tarde, come in un divertente aneddoto, sempre riferito al periodo dell’occupazione tedesca, raccolto nei Battibecchi, in cui racconta che a Cracovia i nazisti volevano a tutti i costi impedirgli di mangiare in un ristorante riservato ai polacchi: al che, inflessibile, Malaparte disobbedisce, spinto non «da disprezzo verso la Germania e il suo popolo, ma da simpatia per la Polonia, per la nobile, infelice e coraggiosa Polonia, così duramente oppressa da Hitler».

[Immagine: Giovanni Carrieri, Ghetto di Varsavia (gm)].

Un commento

  1. Ho letto con piacere. Riconferma senza fronzoli la mia opinione : se vuoi conoscere la realtà e c’è un testo di C. M. sull’argomento incomincia da quello.

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