Le parole e le cose

Letteratura e realtà

«Il traduttore non è un becchino». Le traduzioni estreme di Franco Nasi

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cropped-KevMirroredWEB.jpgdi Ornella Tajani

Je suis le marchand de sens.
On s’arrête chez moi pour faire le plein de sens

Roland Barthes

«Ci sono esperienze traduttive insolite che stanno alle traduzioni canoniche come gli sport estremi stanno alla pallavolo, al tennis o al mezzo fondo»: è questo il punto di partenza del volume Traduzioni estreme di Franco Nasi (Quodlibet Studio, ottobre 2015), nel quale l’oggetto di analisi sono tutti i casi in cui si richiede al traduttore di essere spericolato, di camminare sopra, sotto e intorno al testo come un artista del parkour, o di entrarci dentro come un rafter per poi portare intatta l’imbarcazione a valle.

In questo libro l’autore apre le porte di un paese delle meraviglie del linguaggio, popolato da personaggi insoliti come analepri, coccodrilli egizi, pesci orfani, o gatti persi nella meditazione sui loro tre nomi (Eliot). Il lettore avanza seguendo le tracce di un coniglio bianco e però senza fretta (quelli sono gli editori), che di volta in volta assume le sembianze di Montaigne, Gramsci, Peirce, o più spesso di teorici di riferimento come Antoine Berman, e così facendo aiuta a spalancare un mondo dopo l’altro.

Si passa dal più noto pianeta lipogrammatico del perecchiano Anton Voyl a quello delle mattonelle nel romanzo Ella Minnow Pea di Mark Dunn (tradotto da Daniele Petruccioli per Voland col titolo Lettere: fiaba epistolare in lipogrammi progressivi). In questo secondo romanzo, racconta Nasi, la storia si svolge sull’isola immaginaria di Nollop, dove esiste una piazza con un grande pangramma scritto sopra delle mattonelle: a ogni mattonella corrisponde una lettera dell’alfabeto, cui bisogna rinunciare nel momento in cui questa si rompe; e se ne rompe una dopo l’altra. Il climax lipogrammatico rappresenta una evidente sfida per il traduttore, così com’era stato il caso per l’assenza di «e» nella traduzione di La disparition a opera di Piero Falchetta. Fra l’altro, la trama di Dunn riporta alla memoria l’aneddoto di un manuale di geografia che piaceva molto a Roland Barthes, in cui si narrava di una popolazione dell’Australia che sopprimeva una parola ogni volta che moriva un membro della tribù, in segno di lutto: «significava mettere sullo stesso piano il linguaggio e la vita – commentava Barthes -, affermare che gli uomini detengono il potere sulla lingua, che le danno degli ordini, piuttosto che riceverne».

È in fondo questo ciò che il traduttore estremo prova a fare, manipolando il testo e a volte riuscendo a piegare il linguaggio per fargli imboccare la via da lui prestabilita, sempre tenendo a mente la formula magica per trasporre da una lingua all’altra ogni gioco di parole: «plus ça change, plus c’est la même chose». Il proverbio francese è usato da Douglas Hofstadter, autore di Gödel, Escher, Bach: An Eternal Golden Braid, un testo che prevede girandole di acrostici e contracrostici; all’uscita del libro, nel 1979, Hofstadter provvide a fornire preziosi suggerimenti ai propri traduttori, collaborando in seguito direttamente alla resa nelle varie lingue e trovando, ad esempio in francese, soluzioni brillanti come questa: «J SEB BACH: Je Soussigné Écris Bien Baroquement des Acrostiches Cachés. Hofstadter».

Dalle amorose visioni di Boiardo e Boccaccio in ungherese e inglese si passa alle poesie di Billy Collins e Roger McGough, fino alle filastrocche di Rodari, uno che con la lingua ci sapeva fare, e dunque un osso duro in traduzione. Qui Nasi non si tira indietro e traduce anche in inglese, contravvenendo alla regola numero uno di ogni traduttore, secondo la quale si traduce solo verso la propria lingua madre – ma lo scopo è di dimostrare quanto Rodari già insegnava, cioè che le parole, ogni tanto, devono «uscire dai binari dell’abitudine» per rivelare «nuove capacità di significare», e in questo la traduzione aiuta moltissimo, portando alla lingua nuova linfa. Il testo da tradurre va ingoiato, spiega ancora Nasi, ché se lasciato intatto per paura di rovinarlo, come ad esempio in poesia, resta «come una torta» che si guarda e non si assaggia; «volevo tradurre una poesia invece ho fatto una torta», si potrebbe dire rimaneggiando un verso di Grace Paley che scriveva invece «I was going to write a poem/I made a pie instead».

In questo caleidoscopio sorprendente di parole, testi e autori, e di possibilità che la lingua offre, Nasi trova modo di trattare, più o meno direttamente, alcuni grandi nodi della pratica traduttiva: l’individuazione della dominante di Torop, la molteplicità dell’essenza di un testo che scaturisce dalla negoziazione tra le tre intentiones (auctoris, lectoris, operis), o l’importanza del ritmo, elemento sul quale Henri Meschonnic ha fondato un’intera antropologia del linguaggio. A questo proposito, parlando degli acrostici biblici, Nasi scrive che «quel che distingue il verso ebraico dalla prosa è il ritmo», e Meschonnic, da traduttore della Bibbia, lo sapeva bene, si vedano i suoi folgoranti esempi in merito in Poétique du traduire.

L’ultimo capitolo è dedicato ai vincoli traduttivi, proposti qui in una ipotesi di sistematizzazione chiara ed efficace, prima che Nasi si congedi dal lettore con qualche suggerimento «omeopatico» per un eventuale temerario bungee jumper che decidesse di tradurre, mettiamo, e.e. cummings.

I numerosi esempi raccolti in questo volume, accompagnati da analisi dettagliate, sono quanto di meglio si possa chiedere a una teoria della traduzione che si vuole aperta, asistematica, più pronta a includere che a tenere fuori; una teoria sempre memore del fatto che «il concetto di testo definitivo appartiene soltanto alla religione o alla stanchezza», nelle parole di uno dei più geniali pensatori della traduzione, Jorge Luis Borges.

«La teoria è la pratica», ha scritto ancora Meschonnic, dimostrandolo in pagine sterminate, e Paul Valéry dal canto suo aveva già spiegato che «non c’è teoria che non sia un frammento, minuziosamente preparato, di qualche autobiografia». Se è così, quando infine Meschonnic scrive che «Tradurre è come andare in analisi, solo che costa di meno», è il segno che il cerchio si chiude – ma in fondo no, si apre.

Cenni bibliografici

L’aneddoto riportato da Roland Barthes si trova in Œuvres complètes, tome V, 1977-1980, Seuil, 2002.

Le citazioni di Henri Meschonnic sono tratte da Poétique du traduire, Verdier, 1999, mentre quella di Borges si trova in «Las Versiones Homéricas», Obras Completas, Emecé, 1974.

La citazione di Paul Valéry, infine, si trova in «Poésie et pensée abstraite», Œuvres, vol. I, «Bibliothèque de la Pléiade», Gallimard, 1939, ed è ripresa in H. Meschonnic, Critique du rythme, Verdier, 1982. Traduzioni mie.

[Immagine: Kevin Scofield, Self-portrait in Anish Kapoor’s Mirror (gm).]

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