Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il racconto dello sguardo acceso

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di Franco Buffoni

[Esce oggi per Marcos y Marcos Il racconto dello sguardo acceso, un libro di racconti di Franco Buffoni. Questa è una parte del secondo capitolo].

SEX SYMBOLS

Non ricordo con precisione l’anno, poteva essere il 2003 o il 2004, era inverno, a Milano, metro verde da Garibaldi a Moscova, risalgo. Dovevo recarmi alla libreria Utopia per leggere e parlare di poesia: mi aspettavo al massimo le solite venti persone.

Vedo una folla di giovani urlanti proprio davanti all’ingresso. Le più scalmanate sono delle ragazzine che lanciano acuti stridi, ma anche i ragazzi non sono da meno, applaudono e urlano, finché non si apre una finestra del terzo o del quarto piano e alcuni indumenti vengono lanciati – magliette, mutande – in un crescendo di urla.

Sento per la prima volta quel nome dal proprietario della libreria: Fabrizio Corona è appena stato scarcerato, sta lanciando il suo marchio di intimo, questi sono i suoi fans…

Poi seppi: i ricatti fotografici, la benzina pagata con banconote false, le fidanzate-modelle, il prete di san Vittore che voleva concupirlo, ma che lui sdegnosamente rifiutò, per concedersi a un ben più abbiente impresario, che per lui si rovinò. E lui che come un magrebino d’oggi, o un siciliano d’altri tempi, dichiara: “Io sono maschio… Clooney sì che è gay, lui è donna”.

Clooney. Non sarebbe certo la prima volta che il genere femminile elegge un omosessuale a proprio sex-symbol. Lo ha già fatto con Rodolfo Valentino e prima ancora con Lord Byron… con tutto l’ovvio seguito di fugaci matrimoni di copertura, donne-schermo ecc. In questo Clooney sarebbe l’ultimo di una lunga serie. Ricordo, nella mia adolescenza, Neil Sedaka, cantante rock americano di un certo successo anche in Italia, che fu costretto dalla casa discografica a sottoporsi a un matrimonio di copertura con clausole precise… Clooney, per altro, ai miei occhi, è la fotocopia di Rock Hudson. Ricordo la precoce morte di quest’ultimo per Aids nell’ottobre 1985. Ricordo anche che mia madre, preoccupata, mi disse: “Hai visto…?”.

AIDS

Per me l’allarme rosso era scattato nel 1984, quando ancora in Italia erano in pochi a parlarne. Avevo trascorso un semestre in Inghilterra, dove invece la tensione era già altissima. Quando rientrai a Milano, preoccupato, feci gli esami all’ospedale Sacco: fortunatamente negativi. Ma non bastava: astinenza per sei mesi e nuovo controllo completo, per essere proprio certo di averla scampata. Al secondo responso negativo, una definitiva virata a 360 gradi alla mia vita privata, alla spensieratezza sessantottina che in pratica si era protratta fino ad allora.

Col passare degli anni è diventato un ricordo sempre più incredibile il tempo in cui il peggior guaio che potesse capitare facendo sesso era la gonorrea, curabile con una settimana di antibiotici… Ormai occorrevano le precauzioni… Fu così che entrai nella mia fase matura, e cominciai a concepire come possibili soltanto i legami duraturi con certezza di reciproca fedeltà. Come regalo, dopo qualche settimana di frequentazione prudente, ci si scambiava l’esame del sangue… Intanto molti amici cadevano: Dario Bellezza, Pier Vittorio Tondelli… Furono anni davvero duri. Ma vidi anche sorgere un sentimento di solidarietà mai constatato prima. Tanti ammalati, abbandonati dalle famiglie come appestati peccatori, erano accuditi dagli amici.

Mentre il ministro demo-“cristiano” della sanità Carlo Donat Cattin dichiarava che l’Aids capitava a chi “se lo va a cercare”, molti omosessuali impararono in fretta non soltanto a comportarsi sessualmente in modo corretto (a differenza di tanti eterosessuali anche oggi), ma anche a sentirsi veramente parte di una comunità.

DONNE

In quella seconda metà degli anni ottanta iniziarono dunque i miei legami stabili e duraturi. Nel 1988 compii 40 anni, ero professore associato all’università di Bergamo e avevo un contratto a Milano-Iulm. Ricordo la grottesca situazione che venne a crearsi con un paio di allieve milanesi. Una si era proprio incapricciata di me e nella sua testa doveva avere così ragionato: se il professore preferisce il culo alla fica, io quello gli mostro. E per qualche settimana credette di provocarmi venendo a lezione con attillatissimi fusé di svariati colori, cercando sempre di precedermi all’uscita e sulle scale. Era anche una mia tesista e dovetti faticare non poco per far sì che ai nostri colloqui fosse sempre presente almeno un’altra persona.

Con l’altra allieva la faccenda fu per me più dolorosa. Il mio fidanzato dell’epoca – G. – che era più giovane di me di una decina d’anni, veniva sempre a prendermi il mercoledì verso le 20. Ascoltava l’ultima mezz’ora di lezione al corso serale e poi schizzavamo a cena, quindi al Chimera o al Ronchi 78 o in qualche altro locale.

Al serale gli studenti non erano così numerosi come al diurno e G. venne subito notato, in particolare da una studentessa disinvolta, che a G. riuscì pure simpatica. Per la cronaca devo dire che G. era bisessuale, e quando la fanciulla, sbattendo le ciglia, fece scattare la sua trappola: “Ma sei anche tu gay come il professore?”, non seppe fare di meglio che invitarla a uscire a mia insaputa. Poi lei divenne insistente, lui si defilò e non volle più venire a prendermi a lezione. Finché dovette confessarmi tutta la storia, perché la ragazza – disinvolta ma innamorata – pensò bene di venire a piangere nel mio studio.

Poiché di lui ero sinceramente innamorato anch’io, non riuscii a mandarlo a quel paese come avrei dovuto, e per qualche mese la nostra storia continuò, pur se più sfilacciata. Ormai mi ero reso conto che lui voleva l’impossibile: cioè che pubblicamente apparisse la nostra amicizia, non il nostro amore. Lui non ci teneva ad essere etichettato come gay. Io invece ormai ne facevo anche una questione di visibilità pubblica, di orgoglio politico. Ci lasciammo, lui si sposò e mise pure al mondo un figlio. Dopo sei anni il suo matrimonio si sfasciò e lui tornò a cercarmi, come prima e più di prima, confessandomi che solo con me si sentiva sereno, che la storia con me la ricordava come una cosa dolcissima, che era stata la più bella della sua vita ecc. ecc. Fui tentato, lo ammetto, di ricascarci, anche perché continuava ad attrarmi molto e con lui avevo un’ottima intesa anche sul piano intellettuale. Mi salvò il lavoro: vinsi la cattedra di prima fascia a Cassino e mi trasferii a Roma. Non mollò subito: venne un paio di volte a trovarmi anche nella capitale. Ebbi la forza di dirgli che non volevo sottrarlo a suo figlio, lo allontanai fingendo freddezza. Ma soffrii come un cane.

Ecco, volevo parlare di donne, e sono ricascato sugli uomini. Oggi, da sessantenne, mi capita una cosa strana, e abbastanza frequentemente. Che giovani donne si interessino a me, nelle situazioni più disparate. L’altro giorno a Fiumicino, ai controlli, passo attraverso l’aggeggio senza cintura e con le braccia alzate. Le abbasso senza accorgermi che sto sfiorando una fanciulla in divisa: “Mi scusi, non stavo cercando di abbracciarla…”. E quella serissima: “E perché no?”.

“Ormai sono piuttosto stagionato…”.

“Meglio, molto meglio di tanti giovani…”.

Mi infilo la cintura e scivolo via.

MOMA

Spaventato, assolutamente precauzionato, riuscii dunque a evitare la trappola dell’Aids. Ma continuai a fumare. Non molto: dieci, quindici sigarette al giorno, soprattutto quando scrivevo, nella stupida convinzione che il fumo favorisse la concentrazione. Fu così che a un casuale controllo, un check up generico nel luglio 2001, la radiografia mostrò un segnino sul lobo inferiore del polmone sinistro, che indusse il mio medico a consigliarmi di rifare la radiografia dopo due mesi: “Può essere qualsiasi cosa, anche una polmonite guarita male”. La cosa più subdola del cancro al polmone è che non dà sintomi finché non è conclamato. E a quel punto di solito è troppo tardi.

In agosto mi recai in Finlandia per due settimane: trekking e festival di poesia. Stavo benissimo e fumavo come sempre, con moderazione. Al rientro fu l’11 e io dimenticai completamente per qualche settimana la promessa fatta al medico. Quando mi tornò in mente era la fine di ottobre: nuova radiografia e il puntino era diventato una moneta da 50 lire (ormai 50 centesimi). Tac immediata, visita e ricovero all’Istituto del professor Veronesi in via Ripamonti a Milano, dove fui magistralmente operato. Asportazione del lobo inferiore del polmone sinistro con un intervento di sei ore. Ricordo l’ultima sigaretta, una Diana, fumata qualche sera prima, di nascosto, con l’infermiere.

Sveglia all’alba con pre-anestesia in camera. Poi, ancora cosciente, mi rivedo sdraiato sul lettino insieme a tanti altri lettini con rotelle che vengono smistati nelle varie sale operatorie.

Vocetta stridula: “Questa è il seno destro o sinistro?”, e accanto al mio gomito il culo prominente di un’infermiera. Con uno sforzo ormai onirico premo il gomito contro quel culo e biascico: “Il mio è il sinistro”.

Mi risveglio al piccolo sobbalzo compiuto dalla lettiga all’uscita dall’ascensore. Stavano per riportarmi in camera a pomeriggio inoltrato. Per qualche istante mi parcheggiano accanto alla spalliera di un divano in sala d’aspetto: escrescono due capigliature femminili, una tiene una rivista illustrata davanti al viso: “MOMA… ecche è?”. “Museum of Modern Art”, scandisco in un soffio, prima di ripiombare nel sonno.

UN TRAPANO SOTTILE

Ma come incomincia il cancro al polmone? Dico “al polmone”, perché a me è capitato quello. Non so quanto possa valere da un punto di vista scientifico la mia testimonianza, ma io credo di sapere con precisione quando e come “cominciò”. Nella mia casa di Roma io fumavo solo nella stanza piccola (la stanza degli ospiti) in fondo alla casa e con la porta chiusa: non volevo che la casa sapesse di fumo. Era il maggio di quel fatidico 2001. Fumavo anche due sigarette di seguito dopo cena, sdraiato sul letto, con la finestra aperta, e vedevo le rondini girare attorno al campanile di via di Ripetta. Ad un tratto una sera sentii acutissimo un piccolo dolore nella schiena: come un trapano sottile che girava vorticosamente, ma all’interno del mio corpo, non dall’esterno. Rimasi immobile: non durò più di due-tre minuti, poi più nulla. Non avevo mai provato prima quella sensazione e non l’ho più provata in seguito.

IL RACCONTO DELLO SGUARDO ACCESO

 I Parte

1 Il racconto dello sguardo acceso

2 Il racconto del sesso e dei mali

3 Il racconto della poesia

4 Il racconto della traduzione

5 Il racconto del tomboy

6 Il racconto dei treni

7 Il racconto di segni e segnali

II Parte

 8 Il racconto di Pasolini

9 Il racconto della giustizia

 10 Il racconto della politica

11 Il racconto di date e guerra

12 Il racconto della Svizzera

13 Il racconto di Babel

14 Il racconto dell’Europa

[Immagine: Emilio Sanchez, Untitled, Faces, particolare (fb)].

10 commenti

  1. Gentile prof. Buffoni, ciò che lei scrive è estremamente interessante e significativo. Però tenga presente che quando quancuno “vira a 360 gradi” si ritrova esattamente nella stessa posizione in cui stava prima. Se vuole cambiare davvero vita viri a centottanta gradi.

  2. Secondo me è giusto 360, perché:

    La virata è lo spostamento, durante il volo, sul piano orizzontale di un velivolo. Questa si effettua facendo ruotare il velivolo sul proprio asse longitudinale di un valore di gradi in relazione al tipo di virata da voler effettuare.

    Non è un giro su se stessi, me è un ripercorrere tutto l’intorno.

    Il Buff difficilmente si sbaglia ;-)

  3. “…ma anche a sentirsi veramente parte di una comunità”.

    Forse è proprio questo il problema. Sentirsi parte di una comunità anziché parte del mondo. Buffoni fa troppe contrapposizioni gay/etero, noi/loro… siamo tutti sulla stessa barca, per dirla così.
    Un saluto.

  4. @Gabriele

    Meno ipocrisia per favore, basta ascoltare il dibattito al Senato, in questi giorni, per farsi un’idea di chi continua a fare dei distinguo.

  5. Quale sarebbe l’ipocrisia? Sempre se l’italiano ha un senso…

  6. Scandalizzarsi se in questo momento storico vergognosissimo un intellettuale, che avrebbe certamente voglia di fare altro, sia costretto invece a fare dei distinguo.

  7. Spero di averla aiutata nella comprensione.

  8. Caro Ares alla gente comune non importa nulla di distinzioni gay etero trans, siamo tutti persone, solo persone punto e basta. Mischiatevi con “noi”, basta con queste comunità gay, venite alle nostre feste, non state sempre tra di “voi”. “Noi” e “voi” non ha più senso. Basta chiudersi nel guscio, dare degli ipocriti a tutti, degli omofobi a tutti, così si perde il senso delle parole e delle accuse. Speriamo che passi presto questa legge così finalmente si metterà un punto a queste eterne discussioni e si potrà andare avanti.
    Un saluto.

  9. @gabriele

    Non deve convincere me.

    Comunque mi è simpatico, e il candore della sua esasperazione mi fa bonariamente sorridere ;-)

  10. che sorpresa! leggere di corpi e luoghi e tempi. con la complessa naturalezza delle cose semplici che sono poi difficoltose a riaccadere scritte e farle sembrare lievi. e il racconto, sembra, ogni racconto, il racconto delle cose degli spazi e delle epoche stesse, quasi che Buffoni sia un modulatore di frequenza, un trasduttore, un tramite, il come. che sta sul bordo e riecheggia l’accadere che anche se non ci riguarda di persona, ci attiene. sì… insomma… la letteratura che il particolare non rende con autoreferenziale e che il generale non confonde con il generico! :)

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