Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Su Euridice aveva un cane di Michele Mari

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di Carlo Mazza Galanti

[È da poco uscita una nuova edizione di Euridice aveva un cane (Einaudi) di Michele Mari]

Dei diciotto racconti (scritti prevalentemente tra il 1989 e il 1992) compresi nel quarto libro di Michele Mari, la traccia di un denominatore comune è subito offerta dal titolo della raccolta. Dietro le vicende di queste brevi, a volte brevissime, narrazioni si riconoscono le variazioni di una medesima, difficile, discesa agli inferi. Il commercio con gli spettri, la frequentazione di un al di là strappato all’esistenza quotidiana e perciò invadente, vendicativo, ossessivo è la cornice “orfica” nella quale s’iscrivono i motivi ricorrenti nella raccolta. Il racconto eponimo, posto significativamente al centro del libro, orienta la lettura. Al di là di quella « vischiosa sostanza psicologica – ha scritto Stefano Giovanardi in una recensione della prima edizione del libro apparsa su La Repubblica (9/8/93) – che dietro ogni prova si intuisce sempre uguale, e che in qualche modo ne predetermina la destinazione, la struttura e l’esito », Euridice aveva un cane (il racconto) è il primo testo nella produzione letteraria di Mari a presentare le caratteristiche formali e gli indizi referenziali tipici del genere autobiografico classico (una narrazione in prima persona, retrospettiva, intimistica dove protagonista, narratore e autore coincidono – secondo la definizione canonica di P. Lejeune). Questo racconto (il più lungo della raccolta) proietta il resto del libro nello spazio gelosamente protetto dell’infanzia dello scrittore, origine delle passioni e delle idiosincrasie che coaguleranno nell’immaginario del narratore adulto. Lo stesso spazio sarà metodicamente esplorato, pochi anni dopo, in Tu, sanguinosa infanzia. La stessa casa di campagna nella quale si svolge il racconto vedrà, quindici anni dopo, il Michelino di Verderame avventurarsi tra visioni dell’orrore e rimossi storici, e molto recentemente i suoi feticci vengono immortalati in Asterusher, libro di immagini e memorie realizzato con il fotografo Francesco Pernigo. Pare lecito supporre che l’universo morale della narrativa di Mari abbia inizio in questa casa e nel paesino di “Scalna”, nome fittizio (e quasi anagrammato) di Nasca, piccolo comune del Varesotto. Qui cristallizzano le forme che torneranno più tardi: la contrapposizione del moderno e dell’antico, della campagna e della città, della natura e della tecnica, la biblioteca come luogo protetto, rifugio, intimità e sancata sanctorum domestico, il culto degli oggetti portatori di memoria, dei luoghi logorati dall’uso, delle tracce di esistenze perdute.

I valori simbolici della vecchia casa di famiglia si definiscono in opposizione alla villa dei vicini, i Baldi, anch’essi, come i Mari, milanesi in vileggiatura. I Baldi sono segnati, agli occhi del giovane Michele, dal tradimento originario, piccolo-borghese, del mondo paesano, della sacralità della campagna, dei ritmi naturali e della quieta sopravvivenza del passato. L’Euridice del titolo è Flora, un’anziana donna oggetto di un’amicizia al limite della venerazione da parte del giovane protagonista. Sola con il suo cane Tabù (la scelta dei nomi è, come sempre in Mari, allusiva : alla natura si accompagna la convenzione, il divieto : i poli di una dialettica primitiva, di un ordine arcaico) la donna vive in una vecchia abitazione ancora più satura di storia e di passato di quella della famiglia Mari. Santificata dall’amore di Michelino, Flora è il monumento vivente di un’umanità perduta per sempre. Le attenzioni dei Baldi nei suoi confronti sono interpretate dal bambino come attentati alla sua purezza, profanazioni. Quando la donna si ammalerà e sarà trasferità in una casa di cura, Michele, incapace di scendere a compromessi con la mortalità dell’essere adorato, rifiuterà di cercarla al di fuori del suo “tempio” (e del suo tempo), e la perderà per sempre. La parabola di Orfeo/Michelino è quella di un eroismo passionale che si confonde tragicamente con una forma di viltà. L’imperativo di non voltarsi, non cercare Flora nella sua nuova dimensione, è imposto dal bisogno insormontabile di conservare uno status incontaminato: l’assolutezza dei luoghi, la protezione del ricorrente, dello storico (o meglio, del mitico) a scapito della realtà presente.

Gli altri racconti della raccolta (e forse si potrebbe dire altrettanto di tutta l’opera di Mari) altro non fanno che elaborare, riflettere e incorporare la rottura dell’equilibrio infantile rappresentato dalla routine rurale-bibliotecaria dell’estati di Scalna. La perdita di questo mitico passato manifesta un valore universale nella descrizione in terza persona di un presente invivibile, segnato dall’oblio, dalla nevrosi e da tentativi estenuanti di esorcizzare fantasmi divenuti insopportabili. I personaggi di queste brevi narrazioni sono tutti più o meno ossessionati dalla morte (in particolare i protagonisti di Tutti vivemmo a stento, La morte, I numeri la bicicletta), impotenti di fronte a un vuoto incolmabile, preoccupati – nel tentativo di reagire a questa vertigine esistenziale – di ripercorrere calligraficamente le formule di rituali inefficaci. Erigono barriere e confini che nessuno vorrà condividere e rispettare, rasentano la follia della forma assoluta per far fronte alla violenza della vita.

La scrittura sconta la stessa invalidità di questi sforzi. Il guerriero del racconto intitolato Artigliopàpine, designato successore dal suo comandante caduto in battaglia, passerà la prima notte da condottiero mimando le insegne e i tratti distintivi dell’autorità, per risvegliarsi la mattina successiva in un accampamento cosparso di cadaveri. Mentre l’uomo si abituava all’idea di essere un capo, i suoi soldati venivano trucidati dagli avversari. Le parole arcaiche, immaginifiche e misteriose (“craperi”, “stallo”, “efainto”, “lurviale”) con cui Mari intarsia questa breve, splendida, parabola, riflettono l’inutile e solenne formalismo a cui si riducono gli sforzi del giovane aspirante condottiero. Ma difficilmente potremo esimerci dal pensare che questi strani oggetti verbali alludano ugualmente al vocabolario arcaico e bizantino dello scrittore, alla sua passione per le reliquie lessicali. Nel racconto intitolato Circoria morta, una descrizione barocca e visionaria non riesce a restituire altro se non un’immagine fantasmatica e indecifrabile degli organi genitali femminili. Il filologo diventato serial killer, protagonista di La serietà della serie, semina indizi incomprensibili intorno alle proprie vittime per stimolare interpretazioni ragionevoli di ciò che sfugge, più di qualsiasi altra cosa, al dominio della ragione: « chi non saprà significare, incontrerà il Segno. Chi non interpreterà conoscerà la lettera nella sua immediatezza » (p. 102). L’immediatezza della lettera di cui parla l’assassino è l’ “Artigliopàpine” del condottiero mancato: la parola inerte, il feticcio affascinante, l’ “abolito gingillo”.

Tentativi di patteggiare con la morte nella sontuosa malinconia dei segni che significano soltanto nella perdita di significato, alcuni oggetti e collezioni puntellano l’universo precario di Euridice aveva un cane. Così la straordinaria collezione del signor Kurz (I palloni del signor Kurz) o “la mostruoso intensità” delle tracce di vita lasciate nelle case dai vecchi inquilini (In virtù di mostruosa intensità). La potenza emotiva delle cose interrotte, congelate, è uno dei temi più forti del libro. La discesa agli inferi prende volentieri, qui come in altri libri di Mari, la forma di una frequentazione feticistica degli oggetti : oggetti di memoria e oggetti di lutto. Uno dei due interlocutori di Forse perché, l’ultimo racconto della raccolta, considera ogni oggetto posseduto nel passato come una pericolosa « mnemonica bomba a scoppio indugiato » (p. 125). Gli oggetti sono mediatori, messaggeri di un altrove dimenticato, testimoni della consunzione, della scomparsa e della morte. E se « ciò che sol monta è la misura del mio sentirmi già morto nell’affidarmi ai grafemi » (così continua la voce che parla in Forse perché, p.126), sarà ancora alla scrittura, all’astratto dominio delle lettere, che conducono le collezioni, le serie, il volto delle cose.

[Immagine: Paul Klee, Commedia (gm)]

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