Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Scrittori e Facebook/2. Gilda Policastro

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cropped-emploi-facebook-reseaux-sociaux_1197448.jpga cura di Andrea Lombardi

[Negli ultimi vent’anni il campo culturale italiano è cambiato profondamente e alcuni dei mutamenti più radicali sono stati generati dalla rete. Dai primi forum ai blog fino ai social network, internet ha mostrato una grande vivacità letteraria e ha prodotto dei fenomeni che troppo spesso, per pregiudizio o timore, vengono ignorati. Oggi questo rapporto è giunto a una fase per così dire istituzionale, una fase che consente di definire o quantomeno di interpretare aspetti che fino a poco tempo fa apparivano poco chiari. Di qui l’idea di un’inchiesta sul rapporto fra gli scrittori e Facebook, il social network più usato, quello che racchiude alcune peculiarità delle forme online sorte in precedenza, ma che ha prodotto tipi di scrittura e di interazione nuovi e dirompenti. Le interviste contengono domande fisse e domande legate all’attività specifica degli autori intervistati. Una settimana fa è uscita l’intervista a Francesco Pecoraro (Andrea Lombardi)]. 

1) In che anno ti sei iscritta a Facebook e che cosa ti aspettavi quando l’hai fatto?

Era il 2009: due amici scrittori, Tommaso Ottonieri e Aldo Nove, mi magnificavano le possibilità di questo nuovo mezzo in cui si interagiva con ignoti che si chiamavano “amici”, persone comuni come addetti ai lavori, in ogni caso appassionati con cui discutere di letteratura o di vita quotidiana. C’era la chat, ma non era una chat: era un “luogo” d’incontro e di scambio, in cui si poteva, tra l’altro, pubblicare ipso facto un proprio testo e attraverso la contrainte dei caratteri allora imposta al cosiddetto “status” inventare microracconti ogni giorno e più volte al giorno, in piena e totale autonomia (non come nei blog tradizionali, dove si passava per la mediazione dei redattori). Ottonieri rielaborò i suoi status pubblicandoli su «Atti impuri» e poi «Alfabeta2» (qui) ma uscì presto da Facebook, Aldo Nove invece è rimasto un assiduo, peraltro senza modificare troppo nel tempo lo stile e la frequenza degli interventi (molta attualità e critica sociale, nel suo linguaggio straniato). Io sono entrata, così come Ottonieri (Thoma de Hohtt, ai tempi), con uno pseudonimo e senza la mia faccia, contravvenendo all’uso del mezzo: mi chiamavo Ecstacia Ivy, un nick che utilizzavo talvolta nei dibattiti online, e avevo come foto profilo il ragno (Maman) di Louise Bourgeois. Poi progressivamente il coming out: prima una mia foto in lontananza, a seguire il nome vero, infine la faccia in primo piano, con un incremento di contatti esponenziale. In poche settimane passai dai cinquanta “amici” ai trecento-quattrocento fino a raggiungere (ma questo in due o tre anni) il limite massimo dei cinquemila e a dover raddoppiare l’account.

2) All’inizio hai pensato di dover gestire il tuo profilo tenendo conto del fatto di avere un’immagine pubblica in quanto scrittrice o non ti sei posta il problema?

Se pure non me lo fossi posta io, ci avrebbero pensato gli altri: era un momento in cui la mia figura aveva un profilo militante molto marcato, c’erano state le violente discussioni in rete su «Nazione Indiana» e coi Wu Ming su «Lipperatura», per gli internauti non ero una persona ma un obiettivo polemico (da attaccare peraltro in modo personalistico, in quanto donna-critico, particolarmente). Io per la verità di mio non ho mai pensato di usare Facebook al modo delle signore o dei pensionati, come cartolina perenne e per la condivisione delle foto dei gerani e dei figlioli, con qualche notazione di lettura o impressione sui film che girano. Non ho mai avuto nemmeno una propensione particolare per l’uso sfrenatamente autopromozionale, prevalente tra gli scrittori o consimili. Quando uscì Il farmaco creai una pagina apposita, per non mischiare i piani. L’autorialità consisteva nella marca di stile: il mio Facebook è riconoscibile dal fatto che spesso posto degli status (sempre polemici o comunque di discussione critica) accompagnati da una mia foto, di solito un autoscatto. Questo espediente è una sorta di mise en abyme del limite principale del mezzo: siamo catturati dalle immagini, qualunque ne sia la didascalia di complemento, e un post che preveda una foto si guadagna un numero di commenti e di like (l’indice di gradimento) incomparabilmente superiore alle mere esternazioni verbali.

 3) Che tipo di materiale condividi nella tua bacheca? Quanto è riconducibile al tuo ruolo pubblico e quanto alla vita privata? Si può parlare, nel tuo caso, di una poetica di Facebook?

Qualche collega mi dice che sono oggetto di studio, insieme ad altri scrittori, sull’uso professionale o creativo di Facebook. Quello che posso ribadire è di aver sempre deprecato la modalità tranche de vie o intimista del mezzo, anche se mi rendo conto che sono le più diffuse e che Facebook è nato proprio per “spiare gli amici” (così Zuckerberg nel film di Fincher). Io non ho particolare attitudine voyeuristica e nemmeno tutto sommato esibizionistica, perciò non posto nulla che attenga al mio privato: sfido chiunque a ricavarne elementi dal mio wall, non se ho una famiglia, un fidanzato, se mi piacciono gli animali e quali. Per me non è un diario in pubblico né un eterno filmino vacanze, il social, bensì un luogo di discussione e quindi i miei post riguardano contenuti in senso ampio culturali, di solito questioni letterarie: dal libro di cui (non) si parla alle dinamiche produttive o distributive, al circuito chiuso della comunicazione culturale. Temi su cui, anche grazie a Facebook e all’esperienza fatta in rete in questi anni, ho detto la mia credo con qualche competenza superiore alla media dei miei colleghi (specie critici) coetanei e vieppiù delle generazioni precedenti nel libro dedicato alle Polemiche letterarie. Dai Novissimi ai lit-blog uscito nel 2012 per Carocci.

4) Nella tua attività sul social network alla condivisione di contenuti verbali si affianca spesso quella di contenuti visivi, in particolare fotografici, secondo un uso che sembra avere un preciso significato culturale. Puoi approfondire questo aspetto?

Vi accennavo poco fa: il mio stile è non avere stile, come diceva il poeta con un paradosso molto evidente. Su Facebook riprendo un’attitudine comune a partire dalla sua stessa configurazione, quella di “metterci la faccia” (o il resto del corpo, specie se donne), e però non in modo vetrinesco o autoreferenziale: è come se lo utilizzassi metanarrativamente, con un surplus di forza d’urto derivante dall’accostamento tra le parole e l’immagine. Il dibattito poi ovviamente si sviluppa sul contenuto della didascalia, con qualche rarissimo sconfinamento o fraintendimento, e questo è un mio grande orgoglio, la qualità di alcune delle discussioni derivate da miei post (una delle più recenti riguardava il problema della scorrevolezza come requisito primario della narrativa commerciale). La provocazione dell’immagine a suo modo appealing (in realtà si trattava comunque di autoritratti fuori fuoco o con qualche patente difetto di macchina) è una via che ho percorso per un breve lasso di tempo, in un periodo in cui ero sottoposta ad attacchi particolarmente duri non solo su internet ma in generale nella mia vita pubblica, rispetto alla quale sarebbe parso fuorviante, ai più, il mio rifiuto di dissimulare o mortificare sotto i proverbiali tailleur e foulard d’antan un aspetto non disprezzabile e un discreto gusto nel vestire, financo in tempi tutt’altro che pudichi e piuttosto pruriginosi come i nostri. Quella che Bauman ha definito la rinuncia alla privacy o «estimità» dei social non è una mia invenzione e anzi, io al di là del metterci la faccia (o il resto del corpo, perché no) non vado e ho invece molto rispetto e pudore della mia vita intima e degli affetti privati. La mia virtù fu la spudoratezza/la mia sola virtù fu il mio pudore, per riprendere il poeta di prima, tanto più che il pudore non corrisponde ai denari con cui si misurano i collant.

5) L’intromissione del privato quale conseguenze ha, a tuo parere, sui lettori? Lo scrittore perde l’autorevolezza che scaturisce da un rapporto fondato esclusivamente sulla lettura delle sue opere?

Questo timore ce l’ho, e riguarda in generale l’acriticità dei dibattiti in rete, che sono spesso umorali ed estemporanei, ma anche molto rapidi e di breve durata. Non c’è nemmeno il tempo di affermare una qualche autorevolezza, ammesso che questa sia riconosciuta come tale. È un portato dei nostri tempi, negli anni Cinquanta e Sessanta lo diceva la televisione, adesso non esiste nemmeno il corrispettivo dell’autorevolezza a priori di internet, perché semplicemente autorevolezza, nel regno dell’indifferenziato, non si dà. Sui giornali si preferiscono personaggi emersi proprio attraverso la rete (penso a scrittori con grande seguito nei social ma di scarse fortune critiche che approdano alle terze pagine di giornali come il Corriere, in passato riservate a firme di comprovata caratura e qualità di penna). Quindi rovescerei proprio il principio della domanda: qua non c’è nessuna autorevolezza da rivendicare, il problema, se mai, è che le opere circolino anche fuori dalla rete, che abbiano, al di là degli spot e dei like, dei lettori anche lenti, anche domani o dopodomani, purché si tratti di lettori consapevoli e non follower o cacciatori di autografi ai festival letterari.

6) Il circuito di Internet prevede l’equivalenza degli utenti in quanto produttori di contenuti, il che mette in crisi la gerarchia autore-lettore ponendoli sullo stesso piano nelle sedi online. Come interpreti tale rapporto, anche alla luce della tua esperienza su Facebook?

Questo è un problema che già alcuni anni fa aveva posto correttamente Gherardo Bortolotti in un suo saggio pionieristico (qui) riguardante le pratiche di condivisione e la creazione, citando un po’ a memoria, di comunità estemporanee e puntiformi aggregate dai tag e poi istantaneamente dissolte dall’apparizione di un nuovo topic, anche di segno opposto. Quanto, nello specifico, alla simmetria e a-gerarchia dei ruoli e anche alla ridiscussione stessa dell’autorialità in base alla simultaneità della fruizione, secondo me sulla lunga durata emerge, al di là del flame occasionale che può ingenerare confusione, una differenza. Che è anzitutto di metodo e di linguaggio: l’occasionale consumatore di post che ha bisogno immediato di dire la sua sbaglia spesso i tempi e i toni, manifestando più frustrazione ed egolatria che bisogno di condivisione. La tecnica tipica del troll, il disturbatore professionista, è poi quella di spostare di volta in volta il focus, aggrappandosi a piccole falle o minuzie infradiscorsive, senza mai stare come si diceva una volta sul pezzo. La mia esperienza su Facebook è un po’ nazista, devo confessare: siccome il mezzo offre la possibilità del “ban”, ovvero della cancellazione, quando vedo che proprio non esiste possibilità di rapporto dialogico, ma prevale l’aggressività rancorosa e l’ostilità recidiva, clicco su “rimuovi dagli amici”, senza più nemmeno informarne il malcapitato, come la netiquette probabilmente imporrebbe.

7) Da tempo si dice che i social network abbiano aperto una nuova fase della storia del web letterario. Qual è la tua posizione a riguardo e come giudichi, in generale, la loro comparsa?

È innegabile che oggi le polemiche letterarie si svolgano nel web, e in particolare nei social: anche in televisione sempre di più le notizie vengono riprese dai tweet o dagli status e questo riguarda la politica come in generale la vita culturale (penso all’ultima sortita di Muccino sul cinema di Pasolini, che forse un giornale nemmeno avrebbe ospitato, se non ci fosse stata un’occasione precisa, che invece nella rete può non darsi o non necessitare di forme articolate e codificate come l’intervista o la circostanza pubblica). Per la mia esperienza, posso notare due cose: che i dibattiti letterari spesso su Facebook muovano da occasioni laterali, non necessariamente connesse all’evento o all’uscita eclatante (l’ultimo di Eco o di Saviano, e via così). E sono di solito i dibattiti più interessanti, ma anche i più effimeri. Essendomi formata con altri strumenti e metodi, quello che mi disorienta sempre nelle discussioni di questo tipo è la possibilità di interromperle o di uscirne in qualsiasi momento, laddove i contesti di una volta (la redazione della rivista come il convegno universitario) prevedevano o imponevano delle prassi formali, delle cornici prestabilite e dei precisi rituali.

L’altro aspetto, meno sorprendente, è la discussione critica ingenerata dagli status di alcuni opinion leader, che hanno di solito accesso ad altri media: penso a Loredana Lipperini, che conduce Fahrenheit su Radio Tre e che ha un larghissimo seguito anche su Facebook. Il paradosso è che mentre al di fuori della rete le identità forti che vi si affermano acquistano sempre maggior rilievo mediatico, al suo interno non vale lo stesso credito: agli opinion leader meramente social manca il ponte verso quel residuo di società letteraria che (per anagrafe, soprattutto) domina ancora gli istituti sociali del riconoscimento di valore, dai giornali (quei pochi che resistano) ai premi letterari.

[Immagine: Facebook (gm)]

27 commenti

  1. Fuori tema: le discussioni in rete, il dibattito culturale in rete, che poi cosa avrà di culturale non comprendo, non hanno fatto altro che portare alla ribalta personaggi che altrimenti non avrebbero avuto spazio su riviste o pubblicazioni in case editrici. Avete intervistato consapevolmente proprio il prodotto di questo nuovo millennio. Ma voi vedete lungo e sapete che la signorina Policastro si porta dietro la polemica. Non condivido mai il velato snobbismo che si cela dietro al non mettere sul sociial foto di figliouli. Che si nasconda in questo un motivo di invidia celata dietro la cultura. Si sottintende forse che chi mette foto di figliuoli sia considerato poco intellettuale? Qulcuno dissse anche, un tempo, che solo gli ignoranti avrebbero creduto interessante fare figli.

  2. Buonasera a tutti.
    Che piacere rileggere Gilda Policastro su queste pagine. Devo dire che come “non ha stile” lei, nessuna! Le sue cosucce però le dice e vale sempre la pena di leggerle. Ci sono due punti dell’intervista dove mi pare ne dica a fontanella: il primo è quando ragiona sull’autorevolezza; il secondo quando discetta di dialogo-polemiche-“i contesti di una volta (la redazione… i convegni)”.

    Gilda non va al bar e quindi non ha mai capito internet (poi si parla di autorevolezza).
    Cara Gilda, sì, ok, sono d’accordo, va bene tutto, hai ragione ma il vero motivo per cui sono finiti i blog ed è finita la letteratura su web e le discussioni e il fermento che c’era prima ecc è che lei e le persone come lei avete voluto burocratizzare uno spazio che era di tutti, uno spazio dove la gente veniva come va al bar, non per farsi spiegare la lezione (sempre più difficile, sempre più noiosa) dai professori, come a scuola, ma per esprimersi secondo la propria lingua, le proprie idee, la propria esperienza della vita, la propria cultura.
    Come succede poi nei luoghi pubblici, quando si parla liberamente o quasi, non conta CHI dice, ma CHE COSA e COME lo dice, nei tempi di una chiacchierata (finiamola con questa roba dei convegni, non se ne può più).
    Va da sé che l’autorevolezza non esiste e nessuno la può imporre. Certo, mi rendo conto che c’è rischio di trovare di tutto, compresa la maleducazione, la volgarità, le scemenze, la puzza di fritto, i capelli unti, la risata sguaiata… i meridionali, i marocchini, i drogati, gli islamici, qualche cinese (sempre troppo pochi), gli imprenditori, le badanti, i calciatori, le show-girls, gli insegnanti in pensione… ma chi esagera – specie senza essere divertente – si isola da solo, glielo dico per esperienza.

    Se lei fosse più onesta, alle interviste riguardo internet e i liteblog, potrebbe dire così, anche se non glielo chiedono: allora, basta con questa storia… sì, è anche colpa mia che i siti letterari non li frequenta più nessuno.
    La stimerei moltissimo (non che ora non la stimo).

    Tante buone cose.

    ps: Policastro, le ha poi risposto Matteo Renzi?

  3. Anche in questa interessante intervista, come già in quella precedente, riscontro dei pregiudizi sugli utenti e le utenti di FB: sono una signora pensionata e non uso FB come cartolina perenne per la condivisione dei gerani e dei figlioli. Ammetto che sì, qualche notazione di lettura o impressione sui film che girano ce la rifilo. Ma non mi pare un uso così disdicevole. Poi non perdo l’occasione di leggere riviste come Le parole e le cose.
    Un saluto a Gilda Policastro. Fiorenza

  4. I figli esibiti come un vanto nei social, perché hanno compiuto un anno, hanno messo un dentino, hanno fatto la pipì nel vasino, oltre che rappresentare la banalità dell’esistenza animale, sono pure antietici, a mio parere: e non solo perché mettere al mondo dei figli è criminale, da Leopardi a Pasolini, ma soprattutto perché, una volta messi al mondo senza interpellarli, li si espone come lenzuola ricamate a mano dalle manine sante della mamma, sempre senza potergli chiedere il permesso, specie se infanti. No, non si fa, e non ce ne cale dei vostri Luchino, Alfredino, Genoveffa, ve li potete ammirare nello spazio protetto delle vostre case, e peggio per voi se vi piace offrirne le immagini agli usi impropri dei malintenzionati (una volta l’esca erano le caramelle all’uscita di scuola, adesso basta una chat), io, fossero miei come non è, li vorrei perlomeno tutelare. Punto.

    La rete (cioè i dibattiti, in specie letterari) disertata dai lettori perché pullula di professori e maestrine? Avercene! Purtroppo no, la rete è disertata dai lettori perché gli utenti si sono stufati di essere aggrediti e trollati senza limiti (anzi con maggiori tutele per chi disturba, in nome della presunta e malintesa libertà di parola e blablabla) e senza costrutto e poi perché sono tutti a mettere le foto dei pupi e a bearsi dei conseguenti like. La discussione logora chi non ce l’ha e così i lit-blog sono morti e al loro posto c’è Instagram, che non richiede nemmeno il diploma, come dimostra Belen.

    Fiorenza Serra, non ho detto che l’uso dei gerani o dei commenti ai film è disdicevole, ho detto che non è il mio, non mi interessa documentare in tempo reale le mie giornate, ma evidenziarne gli scarti, le discontinuità: al cinema una volta a settimana, che notizia è. Ma la ringrazio dell’apprezzamento e dei saluti, che ricambio.

  5. Non ho figli da mostrare, né dentini.
    Feisbuc mi interessa pochissimo e lo conosco anche meno; mi lasci però dire che mi sembra un luogo dove si fa prevalentemente auto-celebrazione: che si mostri il bambino che gattona o si incornicia il link dell’ultimo articolo pubblicato qui o là a mio modo di vedere fa poca differenza. Quindi non mi sento (al posto mio) né mi sentirei (al posto suo) troppo superiore al signore imbabbito che posta la foto del figlio.

    Frequento il web da molti anni e i troll che ho incontrato si possono contare sulle dita di una mano. Ho incontrato invece moltissima censura, moltissimo dissenso umiliato dai padroni di casa, moltissima permalosità e difesa d’ufficio… fino a vere e proprie prove di forza. Ho visto nel tempo ridursi sempre più lo spazio del dibattito fino ad arrivare a rinchiudersi nel proprio salottino, ognuno a difendere i propri contenuti, la propria bravura… ad autocelebrarsi. Da lì a feisbuc il passo è breve e ci sono molti modi di rinchiudersi.
    D’altronde, Policastro, il suo pensiero è di una ferocia reazionaria senza pari, arriva addirittura a scrivere frasi del genere: “La discussione logora chi non ce l’ha e così i lit-blog sono morti e al loro posto c’è Instagram, che non richiede nemmeno il diploma, come dimostra Belen”…
    Mi chiedo se prima o poi non le uscirà detto che per votare bisogna avere la laurea (umanistica?).

    Una domanda: per scrivere un romanzo, che cosa ci vuole? Basta la triennale, ci vuole la magistrale oppure senza dottorato non si va da nessuna parte?

  6. Per votare va bene tutto, anzi, è del tutto irrilevante, visto che chi ci governa al momento non l’ha votato né il laureato né l’imbianchino e ho l’impressione che dispiaccia all’uno e all’altro. Quanto al postare il link di una recensione, mi pare lo si faccia per creare discussione, laddove il dentino di Genoveffa fallisce in partenza. Ma ammettiamo pure sia invece per pura vanteria (la quale poi, ammetterai a tua volta, ha qualche ragione in più rispetto al mero riprodursi riguardante le mucche e i vitelli in egual maniera), dove sta il diritto violato? Un infante dovrebbe avere almeno la facoltà di autorizzate l’esposizione, e non si dà nei primi anni di vita, fatalmente. Voi non v’imbarazzava quando le mamme mostravano alle amiche le foto dei pupi (voi medesimi) bruttini e pustolosi? Adesso le amiche sono mediamente migliaia, e tendo a credere che l’imbarazzo per quegli infanti un giorno sarà esponenziale. Quanto allo scrivere romanzi, ti ripeto una frase che mi ha detto qualche giorno fa uno scrittore noto per la mimesi del parlato: gli avevo sottolineato (su sua richiesta) un anacoluto (che nonostante il mimetismo dubitavo fosse intenzionale) e lui: “Accidenti a Sanguineti, quando ti sei formato leggendolo è un gran problema, l’anacoluto, se poi tu non sei Sanguineti”. L’amico in questione è un vero scrittore e non importa che sappia o meno cos’è un anacoluto. Ma “sapere bene come scrivere male” resta un insegnamento, senza il quale, personalmente, non avrei mai cominciato la mia avventura con la letteratura, per citare Silvia Avallone.

  7. Direi, se posso permettermi, senza esibizione di titoli accademici, forzatamente reazionaria.
    Non vedo differenza tra postare un articolo letterario e la foto dei dentini: dipende sempre dalle ragioni. Il dibattito può nascere, e qualche mamma sola potrebbe trovarne conforto, come lei nella letteratura. Ognuno fa quello che può.
    Trovo sconcertante che lei abbia dato del criminale a chi mette al mondo figli: non perché mi senta particolarmente toccato, nonostante 37 anni e tre figli che mi hanno, mio malgrato, condizionato la vita.
    Non le sembra infantile la storiella che siamo nati senza volerlo? E poi si nasconde dietro Leopardi e Pasolini: proprio loro possono entrare nel merito. Avrei scelto esempi migliori. Certo non posso quk attaccare le loro condizioni esistenziali.
    Riguardo ai dibattiti, quanta paura di essere attaccati. Hanno ragione la gente sii è stufata di maestrine senza ragione di essere. Poi il sul Edoardo non aveva figli?

  8. Dinamo, una domanda. Scrivi, rivolgendoti a Gilda Policastro:

    il vero motivo per cui sono finiti i blog ed è finita la letteratura su web e le discussioni e il fermento che c’era prima ecc è che lei e le persone come lei avete voluto burocratizzare uno spazio che era di tutti,

    La domanda è: di quale potere dispongono, per fare ciò che secondo te hanno fatto, le persone “come Gilda Policastro”? Da dove viene questo potere? Come si alimenta? Come agisce?

    (Sarei poi curioso di sapere quali sono le persone “come Gilda Policastro”. Da pedante qual sono, a me pare che l’unica persona “come Gilda Policastro” sia Gilda Policastro).

  9. Forse parla troppo da amico, signor Mozzi e non è la prima volta che arriva in sua difesa. La difesa di Gilda. Però la su domanda mi pare molto interessante: come si esercita il potere di quelli come Gilda. Cosi da combatterelo quel potere

  10. La svolta gramignacea, la calata degli accademici infanti e militanti, allora precari ora nemmeno più quello, è databile al 2003 con la scissione di Nazione Indiana e la separazione dei letterati “reazionari” da una parte con Moresco e dei “materialisti” dall’altra in Nazione Indiana, Carmilla, Wu Ming e poi doppiozero, alfabeta ed affini. Esauriti berlusconismo ed antiberlusconismo, esauriti quasi tutti. Rimangono le testate online su base volontaria, Il Primo Amore di Moresco chiuso ai commenti e questo blog di semi-carrieristi che ogni tanto ancora s’infiamma su nel loggione di noialtri fessi.

  11. Ah Mozzi Mozzi. Le domande allora sono 2. Anzi, fammi un po’ ricontrollare… La prima domanda ne contiene 4, poi c’è anche l’ultima. Fanno 5. Sii più preciso, sennò mi confondo (oppure quando si parla di una scrittrice il cui ultimo romanzo è stato pubblicato dalla casa editrice dove lavori perdi pure tu la tua proverbiale lucidità? Non mi deludere!).
    Ma veniamo al nocciolo o meglio ad alcuni fatti e atteggiamenti che mi fanno pensare ciò che ho scritto.
    Mi viene in mente immediatamente il sito letterario italiano di maggiore diffusione, Nazione Indiana, dove negli anni se ne sono viste delle belle. Penso ad esempio alla mano facile con cui gli indiani (Andrea Inglese, Marco Rovelli o Gianni Biondillo per citarne alcuni, o la Policastro che da pari loro non s’è fatta mancare censure, offese personali e attacchi a testa bassa a chi si permetteva di criticarla) censuravano, bannavano o chiudevano i commentari quando si metteva male (ci sono finito in mezzo anche io); penso all’atteggiamento snobisticamente accademico intollerante per non dire arrogante di un altro personaggio “alla Policastro” come Andrea Cortellessa, o alla silente indifferenza parimenti snobistica nei confronti di chi lo critica di Franco Buffoni, anche su LPLC; penso a quando furono letteralmente cacciati da Andrea Inglese i commentatori della scuderia Immondizie riunite di Sergio Soda Star, che pure aveva pubblicato nel loro sito, perché si permetteva di fare umorismo su alcune pose più che posizioni lì presenti (http://www.nazioneindiana.com/2011/06/30/tq-fenomenologia-di-una-generazione-allo-specchio-andrea-inglese/); penso a quando fu scatenata contro i commentatori dissenzienti (si diceva fossero una cinquantina… mah!) e in particolare contro il mio amico internettiano Larry Massino una campagna diffamatoria condotta sia su web sia su carta stampata nata dall’articolo dei Seminatori d’odio di Alessandro Bertante (uscito su Saturnio e Nazione Indiana) e chiosato da Marco Rovelli sull’Unità (e ribloggato su Nazione Indiana: https://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/seminatori-dodio/): a quell’attacco da un certo momento in poi non fu permesso di rispondere più né a me né a Larry Massino – semplicemente i commenti non passavano, pur rispettando tutte le regole di netiquette dei vari siti (la querelle fu parallelamente discussa anche nel sito di Georgia Mada, da cui si possono evincere alcune dinamiche in corso in quel momento: ecco il link https://georgiamada.wordpress.com/2012/01/14/seminatori-dodio-o-sterminatori/).
    Questo per citare alcuni casi di forza muscolare dove credo si evinca perlomeno la scarsa tolleranza e apertura al dialogo di certi intellettuali del web letterario e che allo stesso modo credo non abbiano fatto bene alla condivisione di contenuti ed opinioni sui siti letterari.
    Poi c’è tutto il versante più – come dire – velato, soft ma pur sempre corrodente che accomuna la maggior parte dei maggiori blog letterari italiani, e che riguarda la moderazione dei commenti, la chiusura ai commenti, la scelta dei contenuti (sempre più accademici, sempre più specialistici ed esclusivi), la ripubblicazione di testi usciti su giornali e riviste e comunque non nati per la rete, l’insofferenza nei confronti dell’umorismo dei tenutari delle rubriche letterarie su web.
    Se ognuno vuole solo coltivare il proprio orticello, aspettando il vicino che gli dica quant’è bello, quant’è ordinato e pulito – in una parola: se uno vuole autocelebrarsi e basta, senza discussioni né ragionamenti collettivi – mbè, allora tanto vale dirottarsi su feisbuc che in questo senso è probabilmente anche molto più efficace. Se non l’hanno fatto a suo tempo loro autori, li hanno di certo preceduti i lettori.
    Non so se ho risposto pertinente (o impertinente) alle tue come sempre petulanti e ritengo in questo caso interessate provocazioni. Ad ogni modo, questa è il racconto e l’analisi che faccio del potere editoriale di gran parte del web letterario che ho frequentato e visto io e da cui mi pare molte fughe di lettori e commentatori siano più che motivate.
    Saluti.

  12. “Questo blog di semi-carrieristi”: scusi, ma chi è che la costringe a leggere questo blog? Guardi che, se lei non ci ritiene degni della sua attenzione, penso che in fondo sopravviveremo. Magari mi sbaglio, eh.

  13. “La carriera è il percorso personale di un individuo nella vita professionale e quindi lavorativa. Con tale termine si indica generalmente un percorso legato ad un ambiente lavorativo, attraverso il quale si raggiungono posizioni via via di maggiori responsabilità e potere. ”

    Siamo tutti (autori di blog e commentatori sui blog) *carrieristi*. Importante è chiarire (a sé e, possibilmente, agli altri) quale sia lo Scopo delle rispettive carriere. E se veramente venga praticato con coerenza e non solo proclamato da ciascuno/a. Che si sia personaggi *visibili* o *meno visibili* o *invisibili* mi pare del tutto secondario e contingente.

  14. GiuseppeC: in effetti quel “semi-carrieristi” buttato lì, te lo potevi risparmiare, sia perché lo usi in maniera oltremodo offensiva, sia perché ha poco senso. Uno o è carrierista o non lo è.

    E con questo arrivo ad Ennio. Ennio, visto che generalizzi parecchio dicendo che siamo tutti, autori di blog e commentatori, dei carrieristi, vorrei sottoporti la categoria dei non carrieristi, ovvero di coloro ai quali di “raggiungere posizioni via via di maggiore responsabilità e potere” non gliene importa nulla, vieppiù quando scrivono.
    Io nella vita meno responsabilità e potere ho, meglio mi sento. Figurati quando scrivo.

  15. @ Seligneri

    Visto che il termine era stato usato, l’ho adottato anch’io senza troppo pensarci. Ma ho scritto pure: “Importante è chiarire (a sé e, possibilmente, agli altri) quale sia lo Scopo delle rispettive carriere” ecc. E poi, in carriere prestabilite o meno o fuori carriera, tutti – anche tu quando scrivi ( e commenti con tanto puntiglio), credo – abbiamo delle ambizioni etiche, politiche, estetiche e degli scopi.

  16. Vi offendete per poco e sul nulla, almeno in questo caso la carica provocatoria e’ davvero a salve. Il semi-carrierista di cui sopra e’ legato discorsivamente al dopo 2003 di reazionari (i letterati-letterati scismatici), materialisti (i rimasti a combattere nei kolkhoz culturali, da cui l’intervento pavloviano di Abate) e berlu&antiberlu (estinti o riciclati). Dopo la parentesi tecnico-austera, oggi ognuno ha l’agendina sua ed usa il contenitore (questo blog come altri blog di minor titolo) per fare come viene, come un raggruppamento temporaneo di imprese o come piccole navi di Teseo. E’ un dato generale del lit-web italiano 2016. Vent’anni esatti orsono, apriva in internet il sito / forum del Diario della Settimana di Enrico Deaglio, che occupava grossomodo le stesse tematiche di questo blog con un indotto di gente meno scafata e probabilmente meno alla deriva di questa del 2016. Da abbonato pluriventennale al loggione webbico, faccio ormai memoria storica, chi e’ arrivato dieci o venti anni dopo sta in una forma che non era quella pensata e data nel 1995, l’orrendo Facebook incluso.

  17. @ GiuseppeC

    No, non mi offendo per l’etichetta (“intervento pavloviano di Abate”). Ma invito ad esercitare il tuo acume critico su cose più serie e gravi. Ad es. quelle di cui qui si parla: http://www.poliscritture.it/2016/02/18/scrap-book-dal-web-il-caso-di-giulio-regeni/

  18. Messa in questi termini, siamo sicuramente più d’accordo, Ennio.

  19. Ennio, Berlinguer che era Berlinguer oltre cortina c’ando’ una volta e lo incidentarono gli amiconi del regime. Le pare che un pischello possa andare a far ricerche sull’opposizione dello stato libero d’Egitto nello stato libero d’Egitto? Sono robe che si possono scrivere qui su Facebook, sui blog letterari e nelle tesi di laurea d’Occidente per fare semi-carriera nel 2016. Sono sicuro che nel raggio di 500 metri dall’abitazione di Regeni e di tutti noi semi-carrieristi 2016 c’e’ almeno un caso umano o qualcheduno solo, malandato o vecchio piu’ bisognoso di aiuto degli oppositori egiziani. Vale il medesimo discorso di altri casi del passato, dalla Alpi alla Sgrena a Baldoni e alle due signorine cooperanti. In questo caso, il sangue del povero Regeni scorre fra le mani di chi lo ha mandato in Egitto a fare le ricerche, quindi probabilmente gli inglesi che volevano la tesi per fare la loro semi-carriera 2016 nel publish-or-perish occidentale. I quali inglesi, stia sicuro, ora se ne strafottono amabilmente mentre Renzi, a guaio fatto, deve far finta di litigare con l’Egitto per salvare la faccia… Ah, se l’avessero tenuto vivo, quei brutali cattivoni, un accordo si poteva trovare, un riscatto si poteva pagare……..

  20. (GiuseppeC, su alcune cose di solito ci troviamo d’accordo. Ma il modo superficiale con cui sperperi il buon senso riguardo alla morte di Regeni mi lascia più che sbalordito. Non vedo a cosa possa servire qui il cinismo).

  21. Rivolgo un invito alla redazione di Le parole e le cose ad affrontare il caso Regeni.

  22. Raccolgo volentieri l’invito di Ennio Abate, essendo già intervenuto in altri siti su questo tema. Giulio Regeni era un nostro giovane connazionale che, oltre alla capacità di parlare correntemente almeno tre lingue, tra cui l’arabo, poteva vantare una brillante carriera di studente ad Oxford e successivamente di ricercatore a Cambridge. A leggere gli articoli della stampa sulla tragica vicenda che ha portato alla sua morte, si riceve l’impressione che il suo fosse l’‘identikit’ perfetto dell’agente segreto. Secondo quanto riferiscono i giornali, egli era anche un collaboratore del “manifesto”, alla cui redazione inviava articoli sul Vicino Oriente firmati con uno pseudonimo e caratterizzati da un orientamento politico ostile al regime di Al Sisi e vicino alla variegata opposizione egiziana, non esclusa quella rappresentata dal fondamentalismo islamico più oltranzista. In sostanza, se si considera l’equazione tra la politica estera statunitense nel Vicino Oriente e la simulazione della guerra all’ISIS, si può ipotizzare che Regeni fosse un agente filoamericano al servizio dell’Occidente. Il “manifesto”, un giornale non nuovo a coinvolgimenti nelle ‘spy story’, come dimostrato dal sequestro della giornalista Giuliana Sgrena in Iraq, che costò la vita all’agente segreto italiano Nicola Calipari nel 2005, ne era a conoscenza? In caso affermativo, dovrebbe spiegare ai suoi lettori il significato di queste sue iniziative che si pongono in un contrasto stridente con la propria ispirazione politica; se invece la redazione del “manifesto” non era a conoscenza del ruolo svolto da un suo collaboratore, ancorché occasionale, meglio sarebbe per essa cambiare mestiere

    Giulio Regeni è morto a soli 28 anni, probabilmente a causa delle torture e delle sevizie inflittegli dai servizi di sicurezza di Al Sisi, mentre svolgeva la missione che gli era stata affidata. La stessa imbarazzante polemica, sorta tra i famigliari del giovane e la redazione del “manifesto” sulla tardiva pubblicazione di un articolo da lui inviato, rende più densa la coltre di ambiguità che circonda una vicenda di per sé tragica, ma anche tutt’altro che indecifrabile. Sorge allora spontanea la domanda: è possibile che Regeni non lavorasse unicamente per i servizi segreti italiani? Una domanda che chiama in causa, anche su questo terreno minato, la questione della sovranità nazionale, poiché legittima il sospetto che il ruolo dei nostri servizi segreti (così come quello del nostro paese nella competizione imperialistica) possa essere quello dell’asino che porta sulla groppa la botte di vino, ma beve l’acqua. È prevedibile che queste domande, queste ipotesi e questi sospetti siano destinati a restare senza risposta. Meno problematica sembra essere invece la risposta a chi afferma che la mitica testata di Luigi Pintor e Rossana Rossanda si è ormai ridotta, da lunga pezza, a svolgere, in un sistema dove il potere si sceglie e si costruisce le sue opposizioni, il ruolo sussidiario di “agenzia” di propaganda imperialista per signorini ‘radical-chic’.

  23. Fatemi capire. Uno crepa di torture perché sostiene il sindacalismo di base in Egitto, ed è una spia americana?

  24. Esprimo il mil pensiero: Tutta questa storia mi sembra piena di congetture per lo più improbabili. Poi se ascoltate bene l intervista del direttore dell isitituto imglese nega qualsiasi coinvolgimenti dei lorl allievi con i servizi segreti e in più parla di uno dei tanti che lavoravano, in maggioranza studenti, per le loro ricerche. Sento parlare di servizi segreti, di brillante carriera in Uk, di Stati Uniti. Basterebbe aver ficcato il naso dove non si doveva, o essersi trovati nel posto sbagliato al momento sagliato, tutto qui. Certo non voglio sminuire la figura del povero ragazzo, ma quiin italia si tende sempre ad esagerare. Se non fosse successo nulla sarebbe uno dei tanti precari della ricerca chd in italia sarebbero stati considerati, purtroppo, disoccupati. Invito solo ad approfondire, perché senza notizie sicure possiamo dire tutto o niente.

  25. Barone ha visto troppi telefilm e non sa di cosa parla. Il dottorando medio conta zero, viene mandato dove serve e ci va volentieri con grande entusiasmo e gratitudine, specie se l’istituzione è prestigiosa. Lasciamo perdere le scie chimiche su novelli Bond e doppi o tripli giochi, che qui non è il caso.

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