cropped-Is-Paris-Burning.pngdi Pierluigi Pellini

[Una versione più breve di questo articolo è uscita su «Alias – il manifesto»]

L’epilogo rapidissimo e tragico, all’inizio dell’estate del 1940, della drôle de guerre – la guerra fittizia, o appunto ‘farsesca’, dichiarata dagli Alleati alla Germania nazista nel settembre del ’39, trascinatasi per otto mesi in schermaglie attendiste, per poi risolversi improvvisamente, in poche settimane di Blitzkrieg, con l’occupazione tedesca di una buona metà della Francia, e con un armistizio inglorioso – rimane ancora oggi un trauma incancellabile, e inaccettabile, per la coscienza nazionale d’Oltralpe. Vent’anni dopo gli eventi, nel 1960, la disfatta ha trovato una labirintica trasfigurazione letteraria in uno dei romanzi più belli, e meno letti, del secondo Novecento, La strada delle Fiandre di Claude Simon, da poco tornato in libreria anche in Italia, per Neri Pozza (Venezia 2015, traduzione di Guido Neri, pp. 272, euro 14,00). Ma fin dai giorni immediatamente successivi allo choc della sconfitta, due intellettuali, entrambi di origine ebraica, ma lontani per storia personale e per formazione, avevano cercato, con strumenti diversi, di trovare nella scrittura un sollievo all’impotenza: rispondendo all’impulso rabbioso, e non rinviabile, di fare i conti con un crollo militare e morale che lasciava increduli anche quanti lo avevano in qualche misura paventato. Il primo è un grande storico, Marc Bloch, cofondatore delle «Annales», autore di studi fondamentali come I re taumaturghi o La società feudale; il secondo un romanziere di secondo piano, Léon Werth, che aveva riscosso un qualche successo di scandalo con libri antimilitaristi (Il soldato Clavel, 1919) e anticolonialisti (Cocincina, 1927).

Abituato a misurarsi, nel suo lavoro di ricerca, con le costanti della longue durée, Bloch si rivela nondimeno capace di affrontare l’opacità frastagliata del presente, con l’umiltà indignata di chi si propone di stendere niente più (e niente meno!) che un «verbale dell’anno 1940». In pagine scabre e tese, quasi incalzate dagli eventi – scrive poco prima di entrare nella Resistenza e di morire per la libertà –, riesce con stupefacente e insuperata lucidità a individuare le ragioni sia militari, sia socio-politiche, sia soprattutto etiche e culturali, del crollo della Nazione, affidando a una narrazione essenziale (nessuna concessione «alle risorse stuzzicanti del pittoresco e dello humour») e a una requisitoria senza sconti il memorabile «esame di coscienza di un francese»: il suo libro, La strana disfatta, è in libreria, con il corredo di altri scritti della clandestinità, per i tipi di Res Gestae (Milano 2014, pp. 212, euro 16,00). Come La strada delle Fiandre (e altri capolavori di Claude Simon), anche La strana disfatta era uno di quei titoli che facevano il pregio del catalogo di Einaudi: in cui oggi risulta non più disponibile; evidentemente, l’editore torinese considera zavorra di cui disfarsi tutti quei libri che esulano dalla linea plagiario-pop, illustrata da nomi fulgidi come Melania Mazzucco, cui oggi indefettibilmente si attiene – benemeriti i piccoli o medi editori chiffonniers (Res Gestae, Neri Pozza, ma per Simon anche il minimo e vivace Nonostante, attivo da un paio d’anni a Trieste) che sanno raccogliere tesori nelle cieche discariche einaudiane.

Claude Simon e Marc Bloch, militari in servizio, hanno vissuto la sconfitta sui campi di battaglia (il primo, fatto prigioniero dai tedeschi, riuscirà a evadere; il secondo partecipa alla ritirata nel Nord e ripara provvisoriamente in Inghilterra), di un altro esodo, quello dei civili in fuga da Parigi all’approssimarsi della Wehrmacht, danno conto i 33 giorni di Léon Werth, assoluta novità per il lettore italiano, proposta da Bompiani (Milano 2015, pp. 160, euro 15,00) nella traduzione a tratti un po’ goffa di Alberto Pezzotta e con un’introduzione in forma epistolare (Lettera all’amico) di Antoine de Saint-Exupéry. Al successo del libro – un vero caso editoriale, quando uscì postumo, in Francia, nel 1992 – hanno certo contribuito la presentazione del più celebre sodale (che proprio a Werth ha dedicato Il piccolo principe) e le vicende rocambolesche del manoscritto: affidato dall’autore all’amico aviatore, trasvolato a New York, due volte, durante la guerra, annunciato come d’imminente pubblicazione in America, per motivi mai chiariti rimasto inedito, e appunto fortunosamente ritrovato negli anni Novanta dall’editrice Viviane Hamy. Ma il libro è bellissimo in sé, e anzi la sua parte peggiore è certamente l’introduzione del troppo celebrato Saint-Ex: che nei suoi conati sapienziali riesce a essere, come sempre, prolisso e lezioso, farlocco e pretenzioso.

Di nudi «fatti infinitesimali», di personaggi inermi e casuali, di situazioni al tempo stesso banali e inconcepibili, è invece intessuto il racconto di Werth, cui lo choc sembra togliere il più delle volte, fortunatamente, ogni velleità di commento. Cifra del libro è infatti un attonito stupore, che si percepisce a ogni riga anche senza che il narratore lo renda esplicito: fin dall’incipit, a Parigi, quando il narratore è ancora convinto che «se le cose andassero così male, non penserebbero a innaffiare l’erba» nei parchi (non certo con «un annaffiatoio», però, come scrive il traduttore; il quale, peraltro, riesce a rendere alla lettera le vertiginose metafore dell’argot, ribattezzando così «scatolette di “scimmia”» le lattine di carne in scatola distribuite dall’esercito invasore: come fa una redazione seria a lasciar passare simili insensatezze?).

Lo stupore attonito torna a ogni tappa della «carovana interminabile», che Werth segue a bordo di una Bugatti del 1932, in compagnia della moglie e di un’amica, nel tentativo di raggiungere una casa di vacanze sulle colline del Giura. Un viaggio che doveva durare una decina di ore, e si prolunga appunto per più di un mese, non senza che la rotta dell’esodo incroci uno scampolo di battaglia: nei pressi della Loira, sui fuggiaschi piomba il fuoco nemico, un cavallo morto stramazza sul paraurti della Bugatti, i soldati francesi con le uniformi a brandelli non oppongono resistenza. Ma sul sangue versato, sulle distruzioni ben tangibili, prevale un senso di irrealtà: confuso, sfrangiato, improbabile, il passaggio del fronte si trasforma in quadro astratto, o in rappresentazione teatrale dell’assurdo, nel momento stesso in cui avviene, in pagine di intensità quasi allegorica. Nulla può trascendere l’opaca oggettività degli eventi: davvero, in tempo di guerra, Dio «fa pensare a quegli aggeggi multiuso disprezzati dai meccanici, e che sono contemporaneamente pinza, tenaglia, martello e cacciavite».

Se quella di Bloch è «testimonianza» innanzitutto intellettuale, che rifiuta l’aneddotica autobiografica, proprio ai minimi fatterelli quotidiani, agli incontri in apparenza più anodini, alle frasi colte per caso nella concitazione della fuga, s’appiglia Werth: riportandoli con stile asciutto («non cerco alcuna spiegazione, racconto con scrupolo gli eventi nel nudo ordine in cui sono successi»), li trasforma in frammenti di un’epica negativa, in sparsi indizi di una verità storica in divenire, in tessere di un sinistro mosaico che prende forma con insospettata rapidità. Cosicché nella diffusa rassegnazione, nei minimi egoismi di molti, nello sfrontato opportunismo di alcuni, Werth intuisce e quasi annuncia non solo gli scempi dell’occupazione (in questo, 33 giorni può essere accostato, alla pari, a un classico della letteratura resistenziale francese, Il silenzio del mare di Vercors), ma anche le infamie del collaborazionismo. Di fronte alla viltà della resa, il non più giovane (ex) pacifista e internazionalista non può esimersi dall’osservare: «Per la prima e unica volta in tutta la mia vita, ho avvertito in me una volontà militare, una voglia di combattere».

I personaggi che si affastellano nel resoconto si dispongono in due opposte schiere con un’evidenza tanto inappellabile da sottrarsi a ogni rischio di didascalico manicheismo. Da un lato i borghesi spaventati dallo spettro del lontano comunismo sovietico più che dalle granate naziste piovute in patria: su tutti la ributtante Soutreux, castellana parvenue che offre champagne ai militari tedeschi e fa incetta di biciclette rubate; ma anche i fuggiaschi che progressivamente accettano «lo spirito della guerra», adeguandosi alla logica della razzia, pur di procurarsi «pane e benzina» (o perfino qualche bacca di ribes), e sono travolti in un «delirio di intolleranza»: automobilisti contro carrettieri, cittadini contro rurali. Dall’altro Abel Delaveau, il contadino ospitale, depositario di una saggezza antica ma spregiudicata (e perciò capace di sbugiardare preventivamente il reazionario «ritorno alla terra» propagandato di lì a poco dal governo di Vichy); ma anche tutti coloro che, nell’alea della fuga come nella dura convivenza con l’occupante, recuperano in ogni gesto quotidiano il bene perduto collettivamente dalla Nazione: una «dignità» spesso invocata – senza retorica, e anzi in polemica contro i «bottegai dell’umanesimo» – come elementare, primordiale necessità umana. Perché «la misura della dignità non è aritmetica. Più piccolo è il fatto, e meglio si colgono tutte le sfumature della dignità e della libertà».

[Immagine: René Clément, Paris brûle-t-il?].

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