Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Scrittori e Facebook/3. Vanni Santoni

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a cura di Andrea Lombardi 

[Negli ultimi vent’anni il campo culturale italiano è cambiato profondamente. Alcuni dei mutamenti più radicali sono stati generati dalla rete. Dai primi forum ai blog fino ai social network, internet ha mostrato una grande vivacità letteraria e ha prodotto dei fenomeni che troppo spesso, per pregiudizio o timore, vengono ignorati. Oggi questo rapporto è giunto a una fase per così dire istituzionale, una fase che consente di definire o quantomeno di interpretare aspetti che fino a poco tempo fa apparivano poco chiari. Di qui l’idea di un’inchiesta sul rapporto fra gli scrittori e Facebook, il social network più usato, quello che racchiude alcune peculiarità delle forme online sorte in precedenza, ma che ha prodotto tipi di scrittura e di interazione nuovi e dirompenti. Le interviste contengono domande fisse e domande legate all’attività specifica degli autori intervistati. Nelle settimane scorse abbiamo pubblicato le risposte di Francesco Pecoraro e di Gilda Policastro (Andrea Lombardi)].

1) In che anno ti sei iscritto a Facebook e che cosa ti aspettavi quando l’hai fatto?

Mi sono iscritto alla fine del 2007, in Italia era agli inizi anche se poi esplose velocemente. Avevo un blog, avevo un MySpace, così mi feci anche Facebook. Fondamentalmente la vedevo come un’occasione in più per promuovere i contenuti del blog. A quei tempi Splinder, e con esso la grande stagione dei blogger italiani, stava finendo, ci stavamo spostando tutti su WordPress e Blogspot, ma il blog era ancora centrale, era il luogo dei contenuti, che poi si promuovevano sui social. In realtà per la promozione già allora MySpace era più efficace, perché era veramente orizzontale. Facebook non lo è mai stato e lo è ancor meno oggi: non tutti i tuoi contatti vedono quello che posti, ma solo i più intimi, quelli con cui hai più scambi, i quali però sono quelli con cui hai meno bisogno di promuovere le tue cose, visto che sanno già tutto.
Non mi aspettavo niente. I social network mi divertivano e mi divertono tuttora, anche se stanno diventando sempre più insidiosi per chi deve proteggere il proprio tempo di scrittura.
Due anni più tardi smise di divertirmi e lo chiusi. Non mi piaceva il fatto che si appropriasse dei contenuti e dei dati, una cosa che oggi suona quasi ingenua, ci siamo abituati, assuefatti, la prendiamo come inevitabile, ma allora aveva ancora un peso; poi mi irritava il modo in cui riduceva tutto e tutti a frasette e commentini. Credo che questo mi desse più fastidio del normale perché si accompagnava al declino dei blog, di quel mondo che nel momento di massima prosperità era pieno di contenuti, anzi aveva proprio costretto tutti a crearne rivelando anche talenti che altrimenti sarebbero rimasti inespressi.
Nel periodo immediatamente successivo al mio abbandono di Facebook stavamo sviluppando il progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva e quando i lavori entrarono nel vivo, avendo bisogno di reclutare decine e decine di potenziali scrittori, io e il mio socio Gregorio Magini decidemmo di riaprire un profilo, esclusivamente dedicato al progetto. In effetti Facebook, tra i molti strumenti che utilizzammo per il reclutamento prima, e per la promozione del libro poi, ebbe un buon peso, assieme ad aNobii, che in quegli anni in Italia era molto forte. Andò avanti così per qualche anno. Avevamo una pagina Scrittura Industriale Collettiva con più di seimila contatti e un profilo Territorio nemico con un paio di migliaia di amici. Quando non c’erano cose relative al progetto da promuovere, pubblicavamo link ad articoli che ci sembravano interessanti, giusto per tenere vive le pagine. Lo usammo poi per pubblicizzare il romanzo che uscì dal progetto (In territorio nemico, minimum fax 2013). Finita la promozione, Gregorio non aveva cose sue da ‘‘spingere’’ mentre io alla fine di quello stesso anno pubblicai due libri, quindi quel profilo lo utilizzai per lo più io, tornando di fatto a essere un utente attivo. A un certo punto, e siamo all’oggi, l’intelligenza artificiale si accorse che ‘‘Territorio Nemico è un libro e non una persona’’ e mi costrinse a trasformarla in pagina, creandomi un mio profilo.

2) All’inizio hai pensato di dover gestire il tuo profilo tenendo conto del fatto di avere un’immagine pubblica in quanto scrittore o non ti sei posto il problema?

Non mi è mai piaciuto utilizzare Internet per i miei affari privati. Non mi pare molto bello essere amico su Facebook dei propri affetti, mi mette un po’ in imbarazzo chi vi espone le proprie vacanze o i propri pargoli o quel che sta mangiando, quindi non posto mai contenuti privati, non metto mai foto mie, e quando escono altrove, tolgo le tag. È chiaro che questo ha a che fare col fatto che, utilizzando lo strumento anzitutto per tenere i rapporti con i lettori, accetto tutte le amicizie e molte vengono da gente che ha letto i miei libri ma non conosco di persona. Se usassi Facebook come un luogo intimo, limitandomi quindi a essere amico di qualche decina di persone, forse non accadrebbe, ma fatico a immaginare qualcuno che riesce a tenerlo riservato solo alla cerchia sociale più ristretta e non aggiungere un collega, un compagno di università, un amico con cui non è più troppo in confidenza. Quindi, se non fossi uno scrittore, e non avessi dunque un interesse diretto nell’interazione con un pubblico reale o potenziale, probabilmente non lo utilizzerei. Per l’informazione in tempo reale (e per dire le sciocchezze che ti passano per la mente), Twitter è sufficiente, ed è molto più onesto dato che non c’è reciprocità – segui solo chi ti interessa e sei seguito solo da chi è interessato a te – e la timeline è fissa, non ampliata o ridotta in base alle tue interazioni.

3) Che tipo di materiale condividi nella tua bacheca? Quanto è riconducibile al tuo ruolo pubblico e quanto alla vita privata? Si può parlare, nel tuo caso, di una poetica di Facebook?

Sono consapevole del fatto che i social network possono avere un’utilità promozionale per lo scrittore di romanzi. Tuttavia so anche che nessuno vuole essere tempestato di spam. Cerco quindi di stare sui social nel modo più onesto possibile, postando articoli e contenuti che mi sono sembrati significativi, stupidaggini divertenti intercettate nel flusso delle timeline altrui, e poi anche materiali relativi ai miei libri, senza esagerare, oltre che i link a eventuali miei testi originali che appaiono online – si presume del resto che chi mi segue lo faccia più per quel che esprimo ‘‘da scrittore’’ e non per i miei pensieri del momento.
Difficile dire quanto tutto questo sia effettivamente utile a livello commerciale. Ci sono scrittori assenti dai social che vendono benissimo e scrittori che stanno sempre online e fanno il 90% di rese, quindi non si può generalizzare. Facebook, se usato nella modalità ‘‘base’’, ovvero postando aggiornamenti e chattando con i tuoi amici, non fa vendere quasi niente, a parte magari quel boost di visibilità che può dare al libro quando se ne annuncia l’uscita, le prime recensioni di peso, un’apparizione in classifica o la prima ristampa, sebbene sia vero che può fungere da volano – ad esempio, se si fanno moltissime presentazioni, i post e gli ‘‘eventi’’ relativi alle medesime fanno circolare un bel po’ il titolo.
La ragione di questo scarso impatto sta nell’algoritmo: per come è progettato adesso, Facebook propone i contenuti solo agli utenti con cui abbiamo un minimo di reale interazione. Per usarlo in modo promozionale, a meno di spenderci soldi in inserzioni, cosa che spetta eventualmente agli editori, è necessario inventarsi qualcosa di più, che sia utile per raggiungere un pubblico che altrimenti non si intercetterebbe. La pagina del mio ultimo libro, Muro di casse, è stata ed è un successo, a oggi registra quattordicimila like e ogni post che faccio là sopra ne raccoglie centinaia, con decine e decine di condivisioni. Tutto questo ha effetti, credo, anche sulle vendite, che infatti sono andate e stanno andando bene, ‘‘rompendo’’ anche presso un pubblico esterno ai lettori forti di literary fiction. Ovviamente si può ben arguire il contrario e sostenere che la pagina va bene perché va bene il libro, e non viceversa, ma alle presentazioni ne ho conosciuta tanta, di gente che era venuta a sapere di Muro di casse tramite Facebook. Il segreto di quella pagina, a cui non ero arrivato nella promozione online dei miei precedenti romanzi, sta nel fatto che non ‘‘spamma’’ il libro o le recensioni del medesimo, ma offre contenuti propri. Si tratta fondamentalmente di un flusso di foto dei sound system visti ai rave degli ultimi venticinque anni. Essendo il mondo dei free party, in cui è ambientato Muro di casse, per lo più clandestino e illegale, non c’erano archivi esaustivi e dettagliati degli impianti montati alle varie feste, certo le foto circolavano, ma spesso senza sapere di chi fosse il sound, in che anno ci si trovava… Così ho cominciato, prima con le mie foto, poi con quelle di amici, infine con quelle che mi mandavano i lettori, a pubblicare fotografie di tutti i sound system che hanno animato la scena tekno underground, cercando ogni volta di ricostruire data, luogo e tribe coinvolte. La cosa ha funzionato, per il semplice fatto che seguire la pagina ti fa avere contenuti originali, non ti rompe solo le scatole con recensioni e presentazioni di un libro che magari già hai.
Sulla mia bacheca personale è diverso. Ora che mi ci fai pensare, realizzo che lì sono il tipo di utente pedagogico, una tipologia diffusa e poco interessante – condivido per lo più link ad articoli che mi paiono di rilievo culturale, politico o sociale, mi illudo che possa servire a qualcosa… È qualcosa di molto ingenuo, ma il fatto è che non mi piace espormi là sopra, pensa che trovo sconcertante il fatto che qualcuno possa usare la propria vera foto come ‘‘foto profilo’’, sebbene in realtà sia quello l’utilizzo naturale dello strumento, lo dice pure il nome.
Quindi, no, non credo proprio si possa parlare, nel mio caso, di una poetica di Facebook. C’entra anche il fatto che cerco di stare il più possibile lontano dal flusso, di commentare e condividere poco, perché Facebook dà dipendenza. Ormai è un luogo comune, ma il fatto è che è proprio strutturato per dare dipendenza. Assomiglia molto, col suo sistema di ‘‘aggiornamenti’’, le cosette rosse da cliccare in alto a destra, e che periodicamente si riformano, a quelle gabbie in cui gli scienziati danno ai topi zucchero o cocaina previa pressione di un pedale. Qui ovviamente la microricompensa è la considerazione altrui – l’illusione di stare, appunto, in una rete sociale – e la possibilità di leggere contenuti interessanti, cosa questa che, di fatto, avviene, grazie al ‘‘cropping’’ che si attua smettendo di seguire quelli che non ci interessano.
Per difendermi dalla diabolica timeline mi sono preparato delle routine. Mi preparo la foto da postare sulla pagina di Muro di casse la sera prima; poi il giorno dopo, in pausa pranzo – un momento dunque in cui la distrazione è ammessa – apro Facebook e la pubblico, cercando di aprire solo la pagina del libro e non la timeline principale. Non cliccare gli aggiornamenti, però, è molto difficile, tant’è che la migliore strategia, alla fine, è cliccarli tutti cercando di starci meno tempo possibile, piuttosto che tentare di resistere.
Un simile meccanismo diventa particolarmente perverso quando si inserisce in un ciclo. Credo sia possibile passare un’intera giornata – buttare un’intera giornata – nel loop Facebook-Twitter-Gmail-quotidiani online. Nel tempo in cui si è compiuto un giro, Facebook ha nuovi aggiornamenti, Twitter nuove notifiche, Gmail nuove mail… È micidiale. Per questo a suo tempo ho chiuso con i giornali online e cerco di scrivere con Internet scollegata – mi appunto le cose da controllare su un foglio a parte e poi le guardo tutte assieme. Quando lavoro su un romanzo è possibile. Quando però lavoro ad articoli è più complicato, ci sono continuamente cose da controllare e da esse spesso dipende il procedere col pezzo, così è sempre una lotta contro l’impulso ad aprire Facebook, Twitter, Gmail, e con essi tutto un potenziale sistema di dipendenze accessorie, guardare se il libro è risalito nella classifica Amazon, cliccare i bookmark di tutti gli webcomic che seguo, fino a finire, se è proprio una giornata infame, pure su LinkedIn o Goodreads…

 

 4) L’intromissione del privato quale conseguenze ha, a tuo parere, sui lettori? Lo scrittore perde l’autorevolezza che scaturisce da un rapporto fondato esclusivamente sulla lettura delle sue opere?

 Mi sembra che, con qualche eccezione, Facebook sia da questo punto di vista più dannoso che utile per gli scrittori, almeno per quelli che lo usano mischiando pubblico e privato in modo libero. Non è tanto una questione di ‘‘aura’’, penso sia più il fatto che nessuno, alla lunga, ha la pazienza per pianificare molto i testi che pubblica, per costruire quindi una vera narrazione Facebook, e così capita di continuo che gente che scrive ottimi libri sminuisca, di fatto, la propria immagine pubblica tramite un uso spigliato dei social, i quali, come è naturale, ne tirano fuori la parte più prosaica, quando non la peggiore.
La scrittura letteraria è una forma mediatissima di comunicazione, richiede anni e anni, anni per sviluppare l’idea, anni per darle la forma definitiva e pubblicarla, anni per farla arrivare ai lettori… Qualcosa quindi di molto diverso da Facebook, che se non fosse testuale assomiglierebbe più a una diretta radio collettiva, e infatti i post più spesso vincenti sono quelli arguti o buffi, se non proprio afferenti al campo specifico della ‘‘memetica’’ internettiana. Non dico che non si possa essere ‘‘bravi utenti Facebook’’, ma nel caso qualcuno lo sia, è grazie ad abilità diverse da quelle necessarie per essere ‘‘bravi scrittori’’.

5) La tua storia di scrittore nasce in rete, con il blog Personaggi precari che, aperto nel 2004, tre anni più tardi è diventato anche un libro. Credi che per un esordiente Facebook possa avere una funzione simile a quella avuta dai blog personali in quell’epoca?

I blog, e in generale la possibilità di pubblicare contenuti in rete, hanno costituito un considerevole fattore di democratizzazione dell’accesso all’editoria. Quando ho cominciato a scrivere, si diceva che l’editoria fosse una fortezza in cui si entrava solo se qualcuno che aveva già le chiavi ti portava con sé. La cosa sul momento non mi interessava, visto che scrivevo su una rivista autoprodotta che circolava nei circuiti underground, e com’è normale quando si è ragazzi pensavo che tutto ciò che stava fuori dal nostro circuito non valesse granché. Tuttavia mi avrebbe interessato di lì a poco, e fortunatamente trovai da pubblicare i miei libri abbastanza presto, proprio grazie al fatto che i blog, permettendo l’ostensione dei contenuti, diventarono rapidamente uno dei luoghi principi dello scouting editoriale.
Per me Splinder fu cruciale, vinsi un concorso ‘‘per il miglior testo tratto dal web’’ e arrivai alla pubblicazione, e come me tanti in quel periodo esordirono grazie a un blog di successo. Poi ci fu il passaggio alla grande editoria con Gli interessi in comune, che arrivò a Feltrinelli in virtù di un ‘‘classico’’ invio di plico-con-manoscritto, ma se prima non ci fosse stata la vittoria di quel concorso, che aveva tra i giurati Loredana Lipperini, Sandrone Dazieri e Marino Sinibaldi, persone ben addentro l’editoria, che mi hanno poi aiutato a capirla e muovermi al suo interno, forse non sarebbe avvenuto, o almeno non così rapidamente. Non bisogna comunque dimenticare che i blog esplosero più o meno in contemporanea con l’avvio della ‘‘sbornia da esordienti’’ del mondo editoriale, quindi durante quella che era comunque una fase di grande ricerca. Ora che le major tendono a chiudere nuovamente le porte e puntare più sull’‘‘usato sicuro’’, si riduce anche il potenziale di facilitazione dell’esordio che può avere la pubblicazione dei propri testi su Internet. Oggi è probabilmente più utile, rispetto all’aprire un blog personale, puntare a pubblicare qualcosa su quelli collettivi già dotati di una loro reputazione. Ricordo quando, nel 2007, pubblicai un estratto di Personaggi precari su Nazione Indiana: ero felice quasi come se avessi trovato un editore. Intuivo l’importanza di quel palco, il fatto che era letto da addetti ai lavori e autori che stimavo.
Il problema di Facebook è l’immediatezza, i contenuti non rimangono, sono usa e getta. Ai tempi di Splinder, quando incontravi un blog che ti piaceva, subito lo leggevi a ritroso per intero. Con Facebook questo non accade. In più tende a premiare, ancor più di quanto non lo facesse già il blog, il breve-e-diretto sopra il lungo-e-complesso. È vero che sono esistite ed esistono narrazioni Facebook efficaci, alcune delle quali sono anche diventate libri – penso allo Sgargabonzi di Alessandro Gori o al ‘‘professore’’ di Christian Raimo – un fenomeno interessante di cui a suo tempo ho anche scritto, ma nel primo caso era una cosa che andava avanti da anni (e che aveva comunque come ‘‘base’’ un blog) mentre nel caso di Raimo si trattava di un autore già affermato e l’operazione funzionava proprio nella nozione della scollatura tra la persona reale e quella che andava in scena sul social network. Gli scrittori che usano Facebook in modo ‘‘puro’’, ovvero come veri utenti, offrendo al contempo anche qualcosa di interessante da leggere sono rari, mi vengono in mente Francesco Pecoraro e Teresa Ciabatti, sebbene nel personaggio che presenta quest’ultima ci sia sempre un velo (e non di rado qualcosa in più) di fiction.
Va anche detto che Facebook, se si tiene ben pulita e ordinata la lista dei contatti e quindi la timeline, è uno strumento di informazione specifica molto potente. È grazie alle timeline dei social che teniamo sott’occhio cosa succede nel ‘‘nostro mondo’’, che vediamo quali libri escono e quali vanno bene, che teniamo d’occhio gli eventi che ci possono interessare, eccetera. Quindi, per un esordiente, farsi un profilo Facebook e aggiungere tutti gli addetti ai lavori che riesce a trovare mi pare comunque una buona idea, sebbene si possa fare la stessa cosa con Twitter, che peraltro fa perdere molto meno tempo. Ovviamente c’è anche il fatto che Facebook rende possibile entrare rapidamente in contatto con autori di rilievo o editor di case editrici e magari portare la loro attenzione sui propri testi, sebbene l’eccesso in operazioni di questo tipo da parte degli aspiranti porti a volte a fenomeni assimilabili allo ‘‘stalking’’ e quindi in ultima istanza controproducenti.

 6) Il circuito di Internet prevede l’equivalenza degli utenti in quanto produttori di contenuti, il che mette in crisi la gerarchia autore-lettore ponendoli sullo stesso piano nelle sedi online. Come interpreti tale rapporto, anche alla luce della tua esperienza su Facebook?

Oggi sembra normale ma la riduzione a un minimo comun denominatore estetico portata dai social network è stata micidiale, e per lo più positiva. Già dal primo, ovvero MySpace: là sopra io e Beyoncé avevamo la stessa pagina. Stesso riquadro foto, stessa barra degli amici, stesse voci da riempire, stesso sfondo personalizzabile al massimo con un codice HTML. Il vantaggio enorme della ‘‘produzione’’ che una star poteva mettere in campo rispetto a un normale utente, decadeva. Di più: decadeva anche il filtro di accessibilità al palcoscenico. Facebook in questo era addirittura più radicale, uniformando il layout al suo bianco-blu non editabile, e lo stesso vale per Twitter: facevano fuori anche l’unico vantaggio che poteva avere la star, quello di pagare un webmaster. Questo resta un fatto significativo, sebbene gli algoritmi di Facebook abbiano reso sempre più difficile per un normale utente farsi sentire al di fuori di una cerchia piuttosto ristretta, a meno di azzeccare l’occasionale post che diventa virale.

A scegliere i produttori di contenuti e separarli dai fruitori ci pensa l’editoria: è nel libro che questo è decisivo, sui social va benissimo una dimensione del tutto orizzontale. Il ruolo dell’editore è ancora imprescindibile, si pensi ad esempio a come il self-publishing si è arenato su sterminati archivi di testi in cui è impossibile, senza qualcuno a filtrare e selezionare – ovvero senza qualcuno che faccia il mestiere dell’editore – trovare qualcosa di decente da leggere.

 7) Da tempo si dice che i social network abbiano aperto una nuova fase della storia del web letterario. Qual è la tua posizione a riguardo e come giudichi, in generale, la loro comparsa?

Difficile sostenere il contrario. Il dibattito letterario, che già dai giornali, per altre ragioni, si era spostato sui blog e sulle riviste online, poi – anzitutto per ragioni di comodità – si è spostato sui social. L’effetto però è stato quello di prosciugare interamente i commenti sui blog. Il che, a ripensarci, non è poi così male, tutti ricorderanno certi post di blog letterari con a margine centinaia di commenti in cui la gente litigava, si insultava, poi arrivavano orde di fake a rincarare la dose e sostenere questa o quella fazione… Alla fine non era un granché. Quando c’è stato vero dibattito letterario online, è sempre avvenuto tramite un botta e risposta di post, ovvero di interi articoli, e molto più raramente nei commenti.
È indubitabile che il successo di un pezzo, anche su questo stesso blog, si misura oggi in base al numero di ‘‘mi piace’’ e condivisioni su Facebook e Twitter, e che chi produce contenuti per la rete non può prescindere dai social – anzi, non ne può prescindere nessuno: noi stessi che scriviamo anche per quotidiani e riviste cartacee, una volta che il pezzo non è più in edicola, ci premuriamo di pubblicarlo anche online, così da garantirgli una seconda vita attraverso le condivisioni. Tuttavia si tratta sempre di contenuti condivisi sì tramite i social ma pubblicati, appunto, su blog personali o collettivi. Mi pare quindi che oggi il ‘‘web letterario’’ sia ancora quello dei blog e delle riviste, per quanto meno frequentato, più parcellizzato e per niente commentato – se non, in modo intracciabile, appunto sui social, a margine del ‘‘condividi’’ di ciascuno.

[Immagine: mkhmarketing, The Art of Facebook (gm).]

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