Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Come dovrebbe o come potrebbe essere fatto un manuale di letteratura oggi

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di Claudio Giunta

[E’ uscito un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle superiori, che ho scritto e coordinato. S’intitola Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura (Garzanti Scuola). Il Sole 24 mi ha chiesto tre cartelle per spiegare come dovrebbe essere un manuale-antologia oggi, e io ho scritto quel che segue, facendo in pratica l’identikit del mio]

«E come è stato il suo, di tempo?»

«Tutto sommato fortunato. Ho avuto ai miei inizi due grandi regali: il lavoro con gli altri e un nonno cieco che mi obbligava a leggergli quello che lui da giovane aveva letto. Cioè i capolavori della letteratura francese. Spesso non capivo e arrancavo davanti a questo strano ‘Omero’. Ma mi è servito. Ho imparato ad amare i libri».

Così è stato educato Ettore Scola, classe 1931: sono alcune righe della sua ultima intervista, concessa ad Antonio Gnoli di Repubblica. È difficile dire meglio qual è uno degli obiettivi principali dell’istruzione: trasmettere l’amore per i libri, libri di ogni genere, perché questo amore faccia germogliare intelligenze e sensibilità come quelle di Ettore Scola. Non vorremmo forse che il futuro fosse pieno di persone così?

Ora, una delle buone idee del secondo Novecento è che l’amore per i libri non dev’essere trasmesso soltanto ai pochi predestinati che, come Scola, hanno un nonno che quei libri li ha letti, ma a tutti quanti, perché tutti quanti hanno il diritto di entrare in contatto, per qualche anno della loro esistenza, con nozioni, idee, immagini, parole che non hanno una finalità pratica, come la coltivazione dei campi o la ginnastica, ma che – ci hanno detto, e ci crediamo ancora – servono a vivere la vita in maniera più consapevole.

La scuola dovrebbe assolvere questo compito attraverso buoni insegnanti e buoni libri, e chiunque sia stato a scuola sa che i primi sono più importanti dei secondi, e che il mediatore (l’essere umano che parla in classe) conta più della cosa mediata (ciò di cui si parla in classe). Di qui, quando si scrive un manuale (è il mio caso), un chiaro senso dei propri limiti: si può scrivere il migliore manuale del mondo, ma se finisce nelle mani di un insegnante inadeguato è quasi tutta fatica sprecata. Ma certo, insegnanti e studenti possono essere aiutati, o almeno non ostacolati, da un buon libro di testo. Per quanto riguarda la letteratura, direi che buono significa, tra l’altro, più o meno questo:

1.Niente dismisura. Un manuale per la scuola deve avere dimensioni ragionevoli. Non dev’essere stringato, non deve sacrificare nozioni o idee utili, ma non dev’essere neppure tanto prolisso da scoraggiare la lettura dei testi. Non solo, come si dice spesso, a scuola non si può fare tutto: non si deve fare tutto, perché uno dei compiti della scuola è precisamente quello di selezionare, di separare ciò che ha senso studiare a una certa età da ciò che si può rimandare a un altro momento o a un altro luogo.

2. Non sommergere i testi con le opinioni sui testi. A scuola conta molto leggere e capire quello che dice Dante Alighieri; conta molto meno il parere, diciamo, di Gianfranco Contini su Dante Alighieri. Per quello c’è tempo. A volte, sfogliando i manuali, ho l’impressione che gli autori immaginino che tutti gli studenti delle scuole superiori debbano diventare non dei lettori ma degli specialisti di Petrarca, Ariosto o Montale, a giorno del dibattito, del conflitto delle interpretazioni, della storia della critica; per fortuna non è così. I testi, prima di tutto; il resto sì, ma con moderazione.

3. Scrivere chiaro. I libri scolastici hanno contribuito per la loro parte a generare quella antilingua che molti italiani parlano e scrivono oggi. È ora di finirla. Quasi tutti quelli che vanno a scuola adesso sono nati dopo l’anno 2000; molti non sono nati in Italia. Hanno diritto ad un linguaggio onesto. Bisogna parafrasare con attenzione i testi; bisogna adoperare le note e i box lessicali per far capire, senza troppi tecnicismi, che cosa la storia di una parola può dirci intorno al suo significato. Ma bisogna soprattutto parlare chiaro nelle parti non antologiche, cioè andare dritto al punto, senza retorica, senza ampollosità e senza manierismi, ricordandosi sempre che si sta parlando a degli adolescenti, che alla lettura vanno prima di tutto conquistati. Primo, dunque: non nascondere le difficoltà; secondo: cercare di affrontarle con un linguaggio piano.

4. Lasciar perdere il gergo teorico. Capire com’è fatta, come funziona la letteratura, è giusto e importante. Ma è meglio farlo seguendo la guida del buon senso («chi parla in queste pagine?», «lo scrittore pensa tutto quello che pensa il personaggio o gli sta un po’ a distanza?») che quella dei formalisti russi o di Genette («siamo di fronte a un testo omodiegetico o eterodiegetico?»). Sulle labbra di un adolescente che in vita sua non ha letto più di una decina di libri preferirei sentire frasi ingenue come «Anna Karenina ha capito poco della vita» piuttosto che frasi velleitariamente blasé come «Qui ci troviamo di fronte a un’analessi interna»: a sedici anni (ma forse sempre) la letteratura dovrebbe sollecitare il primo genere di riflessioni, non il secondo.

5. Non esagerare col formalismo. Leggere libri serve soprattutto a capire ciò che sta al di fuori dei libri. Perciò, se si legge Fenoglio, le prime domande da porsi, e da porre agli studenti, non sono «questo racconto o romanzo è a focalizzazione interna o esterna?», oppure «come definiresti l’impasto linguistico del testo?» (una domanda che metterebbe in difficoltà un linguista di professione, e che sollecita dilettantismi), ma «che cosa ci dice, il brano che hai letto, sulla vita dei contadini piemontesi del primo Novecento? E sulle dinamiche del matrimonio?», oppure «le pagine di Fenoglio ci parlano di una guerra civile? Chi l’ha combattuta? Com’è finita? Quando?». E se si legge Petrolio di Pasolini, le prime domande da porsi non sono «In quante sequenze si può dividere il brano antologizzato?» o «Quali sono le figure retoriche prevalenti?», ma «Come mai il petrolio diventa tanto importante, agli inizi degli anni Settanta?», o «Che cos’è l’OPEC?», o «A quali personaggi realmente esistiti allude qui Pasolini?».

6. Far leggere della buona prosa saggistica. I miei studenti (primo anno di Lettere) hanno letto L’infinito di Leopardi, ma non hanno mai aperto il Discorso sopra i costumi degli italiani; hanno letto Svevo e Pirandello, com’è giusto, ma ignorano Salvemini, Gramsci, Flaiano. La tradizione scolastica privilegia la poesia e il romanzo, ma nessuno dei due generi offre ai ragazzi dei buoni modelli di prosa argomentativa, e invece questi modelli ci vogliono, perché ben pochi di loro scriveranno poesie o romanzi, ma quasi tutti scriveranno relazioni, tesi, o anche solo e-mail. L’Italia ha una suprema tradizione saggistica, è ora di usarla.

7. Storicizzare le nuove arti. Gli studenti leggono versi e prose di romanzi la mattina, mentre nel pomeriggio, a casa, guardano video e film, ascoltano o fanno musica. Penso che la scuola dovrebbe cominciare, discretamente, a occuparsi di queste nuove arti, perché gli studenti non le considerino come un dato ma come qualcosa su cui è opportuno riflettere criticamente. All’ultimo anno bisognerebbe parlare – un po’, non troppo – di film, fumetti, canzoni. Sono anche arti verbali, è anche letteratura.

8. Un manuale dovrebbe anche essere bello: graficamente, visivamente bello. Perché dovremmo evitare che i ragazzi associno i capolavori della letteratura al colore grigio.

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[Immagine: Foto di Candida Höfer. (gm)]

21 commenti

  1. L’impianto mi pare decisamemte positivo. Altro discorso la scelta degli autori: certo, come in tutte le antologie, una scelta va fatta (e non vorrei riaprire un dibattito ormai vecchio), ma l’esclusione di alcuni poeti mi sembra piuttosto un tentativo di rimarcare l’autorevolezza del curatore e non una vera e propria motivazione critica ragionata. Come quegli arbitri che nelle partite che contano vogliano lasciare una traccia e magari si lasciano andare ai cartellini.

  2. Articolo interessante e condivisibile, anche se però secondo me occorrerebbe mettere ancora più in discussione la concezione attuale di letteratura al triennio, che non ha ancora abbandonato una visione storicistica lineare (perché la storia dovrebbe essere spiegata “dal prima al poi”? E soprattutto esiste davvero un’unica “storia” o ce ne sono tante?) e italocentrica (e anche ammettendo che Shakespeare e Tolstoj perdono molto in traduzione, che vuol dire poi “letteratura italiana”? Le opere scritte da autori italiani in latino dal medioevo fino all’età moderna non mi risulta siano studiate in letteratura latina, e non parliamo della letteratura delle classi non colte, soprattutto “dialettale”, secondo De Mauro nel 1861 l’accesso all’istruzione post-elementare era riservata solo allo 0,89 % della popolazione”…). Io penso che la migliore esposizione di come dev’essere un manuale di letteratura l’ha fatta Vincenzo Mengaldo nel saggio “Contro le storie della letteratura” presente in “Giudizi di valore”

    http://www.mondadorieducation.it/media/contenuti/universita/scrivere_universita_biblioteca_digitale/pdf/PDB%2016.pdf

    Insomma, si spera che un giorno invece di studiare al triennio la letteratura partendo da Jacopo da Lentini o da Francesco d’Assisi e facendola terminare con Montale, Fenoglio o giù di lì, si compia un percorso che scardini le cronologie, mediante ad esempio una divisione in forme letterarie (del tipo in un momento si studia poesia, poi si studia teatro, poi romanzi e racconti, saggistica, letteratura dei mass media come fumetto, canzone, cinema, pubblicità e così via…) oppure mediante una divisione in temi presenti in ogni esperienza umana (come “il rapporto tra amore e morte”, “il paese natale”, “il confronto con il diverso” “Il legame genitori-figli”, “il valore nel lavoro”…). In conclusione, una veramente nuova visione dell’insegnamento della letteratura la stiamo ancora aspettando.

  3. @Michele De Russi Non so se ricorda, ma qualche anno fa (io l’ho adottata circa otto anni fa, poi è uscita dal catalogo) c’era una innovativa e bella antologia, Il materiale e l’immaginario (Loescher), curata da Remo Ceserani e Lidia De Federicis – a cui collaborarono anche Baldi, Luperini e altri – che tentò di scardinare le tradizionali modalità di insegnamento della letteratura italiana nel triennio e che per un periodo (troppo breve) ebbe un certo seguito tra gli insegnanti. Purtroppo quell’esperienza non è stata più portata avanti.

  4. @Michele Paolini, sì avevo presente “Il materiale e l’immaginario”, peraltro mi risulta che sia un’antologia sorta alla fine degli anni ’70. In effetti quel testo, sebbene dedicava un periodo storico ad ogni volume, certo evitava un allineamento diacronico di scrittori e correnti, secondo me però aveva il difetto che almeno le prime edizioni avevano un materiale fin troppo esteso (più di dieci volumi, se non sbaglio) per essere esposto un triennio. Insomma, una buona idea la cui realizzazione poteva essere stata migliore ma che alla fine pare non si sia più lavorato per migliorare in quella direzione, invece che tornare a didattiche più tradizionali ma con tutte le problematiche prima esposte.

  5. Ah, naturalmente nell’ultima frase intendevo dire “invece si è tornati a didattiche più tradizionali ma con tutte le problematiche sopra esposte”. Un altro difetto de “Il materiale e l’immaginario”, oltre a un contenuto eccessivo (alcuni volumi superavano addirittura il migliaio di pagine), era secondo me l’evidenziare troppo le forme e i contenuti di un testo letterario come fortemente dipendenti dalla società di una certa epoca e un certo luogo a discapito del far evidenziare che un testo letterario del passato, se compreso mediante un’interpretazione consapevole del contesto del testo e di quello di noi lettori, possiede sempre, aspetti “attuali” che possono comprendere e illuminare aspetti della nostra società odierna in cui viviamo.

  6. “ « Tutto sommato fortunato. Ho avuto ai miei inizi due grandi regali: il lavoro con gli altri e un nonno cieco che mi obbligava a leggergli quello che lui da giovane aveva letto. Cioè i capolavori della letteratura francese. Spesso non capivo e arrancavo davanti a questo strano “ Omero “. Ma mi è servito. Ho imparato ad amare i libri ». Così è stato educato Ettore Scola, classe 1931: sono alcune righe della sua ultima intervista, concessa ad Antonio Gnoli di Repubblica. È difficile dire meglio qual è uno degli obiettivi principali dell’istruzione: trasmettere l’amore per i libri, libri di ogni genere, perché questo amore faccia germogliare intelligenze e sensibilità come quelle di Ettore Scola. Non vorremmo forse che il futuro fosse pieno di persone così? “ (Claudio Giunta, Come dovrebbe o come potrebbe essere fatto un manuale di letteratura oggi, in Le parole e le cose) Io rispondo: no, non vorrei che il futuro fosse pieno di persone così. Ma temo, fortemente, che lo sarà. Per quanto poi riguarda il punto 8 – “ Un manuale dovrebbe anche essere bello: graficamente, visivamente bello. Perché dovremmo evitare che i ragazzi associno i capolavori della letteratura al colore grigio. “, mi permetto di allegare un diario: “ Venerdì 19 febbraio 2016 – I libri di quando ero bambino io erano brutti: non c’erano figure, non c’erano colori, non c’era niente da vedere. Allora mi chiedo: com’è possibile che li leggessi? Eppure li leggevo, e anche di grandissimo gusto. Leggevo le parole, e mi sembravano belle… “. Viva i nonni ciechi.

  7. Parla una studentessa di 18 anni. Frequento il liceo linguistico e amo la letteratura, letteratura -guarda un po’ -insegnata con la “vetusta maniera tradizionale” a detta di molti. Nelle ore di italiano studiamo letteratura italiana poiché quella inglese, quella spagnola e quella francese la studio nelle ore di inglese, spagnolo, francese. Certo non ho un’ora di russo, ma se hai degli insegnanti intelligenti il parallelo fra “Le rouge et le noir” “La Regenta” e “Anna Karenina” viene fatto lo stesso. Se poi ad un ragazzo del liceo scientifico manca studiare tutta la letteratura del mondo mi dispiace per lui, non si può avere tutto e ognuno nel decidere la scuola superiore da frequentare fa una scelta scendendo a compromessi. Anche a me Questo per dire che non vedo il problema nel concentrarsi sullo studio della letteratura italiana nelle ore di italiano.
    Rispondo più ai commenti che all’articolo, del quale ho colto il significato e di cui in parte condivido le idee. In parte dicevo, perché trovo sbagliato annullare la cronologia e la contestualizzazione storica (che secondo alcuni andrebbe sostituita dai cosiddetti “percorsi tematici”). Questo perché per come viene insegnata la storia a scuola (problema ben più serio della letteratura) le uniche cose che io so di storia le so grazie alla storia della letteratura, della filosofia, dell’arte. Per quanto riguarda i percorsi tematici, non mi hanno mai convinta, mi hanno sempre annoiata.
    Libri troppo prolissi? Analisi del testo troppo sofisticate? Certo, sicuramente è meglio far fare agli studenti le domande di comprensione del testo pretendendo che in queste sviluppino un commento profondo e acuto senza che però abbiano mai letto un testo di critica prima.
    Il testo che uso? “Il canone letterario” di Hermann Grosser, 3 volumi da mille pagine ciascuno. Scandaloso per le vostre visioni “progressiste”, meraviglioso per me. Sapete cosa si riesce a studiare dai libri riassunti? Nulla. E sapete quando ho iniziato ad amare la letteratura? Quando ho iniziato il triennio con questo libro, e non di certo con l’antologia del bienni fatta di percorsi tematici e testi di canzoni. A proposito, va bene, niente in contrario ai testi di canzoni in quinta ma allora perché non anche il melodramma? Sono una studentessa di canto lirico e non mi dispiacerebbe che anche questa forma d’arte venisse approfondita. Ma ah, dimenticavo siamo troppo moderni e progressisti per queste cose.
    La generazione che ha creato i problemi ai giovani d’oggi ora vuole anche risolverli senza tener conto dell’opinione di questi.
    Ora, non tutti la penseranno come ma ma 1. Ne conosco molti che sì, la pensano come me; 2. Bisogna tener conto di tutti, perché se la letteratura mi fosse stata insegnata come sostenuto fra questi commenti, a me e a tutti quelli come me, non sarebbe mai piaciuta.

  8. Pingback: Il peso del titolo – nota su un nuovo manuale di letteratura italiana – Angelo Rendo – Nabanassar

  9. Applausi!!!

  10. Quando tento dei percorsi tematici. .ahimè. …gli studenti non riescono a seguirmi, fanno fatica. Senza una contestualizzazione storica non si orientano. I percorsi tematici si possono tentare se i ragazzi padroneggiano la cronologia. Contano l’entusiasmo e la passione, ma i problemi sono così tanti ( problemi di scrittura, difficoltà nella semplice comprensione..) che il tempo manca per tanti discorsi …pure interessanti. Non saprei…Oggi i ragazzi devono scrivere tanto tanto tanto e leggere i testi originali; l’eccesso di parafrasi rovina perché leggono solo quella.

  11. @Melissa,

    ciao complimenti per il tuo interesse a questa discussione, già alla tua età! Io le scuole superiori le ho finite da una decina di anni, io sapevo che anche oggi nei licei diversi dal linguistico come lo scientifico nelle ore di inglese si studiano Shakespeare ed Eliot, e anche nelle ore di letteratura italiana, anche se non moltissimi insegnanti propongono brani, si trattano Molière, Cervantes e Dostoevskij per i legami tra la letteratura italiana e quella europea.

    Io personalmente sono contento che tu abbia trovato buono l’insegnamento della letteratura che hai avuto a scuola, tuttavia io trovo prima di tutto molto limitante l’idea che la storia si possa pensare solo come una successione “dal prima al poi” e questa è la cosa che più ho imparato all’università, come diceva Pascal in uno dei suoi Pensieri “Una città, una campagna, da lontano sono una città e una campagna, ma quanto più ci avviciniamo, sono case, alberi, tegole, foglie, erba, formiche, zampe di formiche, e via all’infinito.” Ecco, per questo per me non esiste una storia come un blocco unico che va dal prima al poi e quindi spesso si comprendono messaggi dei testi letterari del passato mettendo vicino brani di Omero e di Montale anche se millenni li separano tra loro, in quanto fanno comprendere “panorami”, ovvero esperienze che riguardano uomini anche di epoche e società molto diverse tra di loro, fermo restando l’uguale importanza di comprendere quelle opere con uno sguardo anche da “primo piano” nel contesto della loro epoca e società.

    La seconda cosa più importante che ho imparato all’università poi è che sarebbe davvero limitante studiare le opere, i testi e i pensieri del passato soltanto come curiosità archeologiche prive di ogni valore per la nostra vita attuale. Ti consiglio a tal riguardo di leggerti l’opera breve di Nietzsche “Sull’utilità e il danno della storia”. Io ritengo ad esempio che Dante abbia ancora messaggi di valore per noi anche se non siamo più nel medioevo, anche se non siamo più in una società feudale, anche se la nostra vita è influenzata più dalle tecnologie e dai mass media che dalle dottrine religiose. Basti pensare ai temi del viaggio, al fatto di quanto la ragione e il potere politico da soli possono contribuire a portare alla felicità, al tema della libertà… Il tuo insegnante ti ha mai chiesto di fare paragoni tra l’esperienza dell’esilio di Dante e quella di altre persone che hanno perso la libertà a causa delle loro idee?

    Grazie ancora della tua testimonianza, Melissa, non importa se non ti ho convinto a condividere le mie tesi, l’importante è che tu le trovi come spunto per approfondire questo argomento, che è molto più complesso di quanto sembra.

  12. Volevo ringraziare pubblicamente Melissa Moseni.
    Sentir direttamente la voce di una studentessa in queste questioni non capita spesso. Praticamente sento sempre e solo adulti convinti, in troppi, o che gli studenti non capiscano più niente, o che gli studenti non abbiano alcun interesse verso quello che proponiamo loro, perché ci sarebbe stata una “mutazione antropologica”, che li renderebbe ormai alieni bisognosi di speciali cure pedagogiche.

  13. @Michele De Russi

    Innanzitutto, ti ringrazio per la risposta tanto cortese: il mio tono polemico forse non l’avrebbe meritata.
    Riguardo a quanto da te scritto, non nego che la questione sia complessa. Capisco il tuo punto di vista sulla storia, io devo ammetere di dovrmene fare uno perché come ho detto io ho trovato problematico il metodo di insegnamento della storia e mi manca qualche tassello per capire come guardarla. Tuttavia ripeto che secondo me è fondamentale inserire un autore in un periodo storico per il semplice motivo che a periodo corrisponde un movimento culturale. Non volevo dire, forse sono stata fraintesa visti gli esempi che hai portato sull’attualità di Dante, che una personalità artistica vada confinata nella sua epoca. Tuttavia l’attualità dei temi non si comprende secondo me accostando autori di ogni epoca e di ogni angolo del mondo (per carità può essere una via ma secondo me non necessaria) bensì con una dettagliata esposizione della vita dell’autore, dei temi da lui sviluppati, dall’approfondimento circa la sua poetica, il tutto poi da ritrovare nei testi letti. Tutto questo deve essere descritto con perizia, con minuzia, evidenziando bene ogni sfumatura, in modo da cogliore fra tutte quelle parole (forse troppe) quelle che fanno per noi. Per noi come individui, io credo che la letteratura vada attualizzata nell’individuo non nella società. (Motivo per cui mi sento molto più vicina a Petrarca e al suo dissidio interiore che all’impegno politico di Dante o, se vogliamo accostare epoche diverse, di Zola). Qui entra in gioco l’individualità, a sottolineare ancora una volta la complessità della questione.
    Inoltre per quanto riguarda sempre il discorso sulla storia poi, trovo che se da una parte annullare la periodizzazione sottolinea la ricorrenza dei temi dall’altra ci toglierebbe la possibilità di comprendere che la storia della letteratura è la storia dell’umanità perché pur seguendo un tema è evidente che a seconda delle epoche questo viene trattato, visto e sentito sulla base di diverse premesse. Mi spiego, partiamo da un movimento qualsiasi nella storia della letteratura (o anche dell’arte). Questo movimento nasce come esigenza di una società, riflette i valori e l’estetica di questa, i temi saranno sempre gli stessi perché l’uomo è sempre lo stesso. Questo mmovimento si sviluppa in una determinata forma, intanto gli eventi vanno avanti, la società evolve, il movimento continua a raffinarsi fino a quando non si esaurisce. Si avrà a questo punto , con la massima possibilità di quella poetica sviluppato i temi di sempre. E poi? Con la società progredita, l’umanità progredita si troverà una nuova forma di espressione adeguata che questa volta raggiungerà, sempre sugli stessi temi, un livello di complessità ancora più alto. In questo senso storia della letteratura è storia dell’umanità. E qua credo sia riassunta la mia intera visione sull’argomento.

  14. Grazie a C. Giunta, bel programma di lavoro.
    Grazie a M. Moseni, trovo giustissimo l’accento che pone sulla necessità della dimensione storica; se non capisco male, è anche e soprattutto una richiesta di dar senso allo studio della letteratura (e al resto, va da sè). Mi permetto solo un appunto a Melissa: non è mica detto che la storia rispecchi sempre un progresso dell’umanità, nè che un progresso letterario corrisponda a un progresso sociale.
    Insomma: per studiare e capire la storia e la letteratura, suggerirei di tenere in considerazione l’ipotesi che la storia non funzioni così, con la società che evolve e progredisce e trova l’espressione più adeguata, etc.

  15. In qualità di studente liceale anch’io mi vedo molto d’accordo con quanto dice Melissa, tuttavia ricorderei che nel biennio la suddivisione per temi è realizzata per allenare le tecniche narratologiche apprese e avvicinare (perché appassionare è arduo) lo studente alla lettura. Mi ritrovo ulteriormente nel discorso elaborato sulla spartizione per temi e nell’apologia al Guglielmino-Grosser, per me uno dei migliori manuali di letteratura. Non riesco a concepire come si possa pensare un manuale articolato sia in autori che in temi, soprattutto perché verrebbero meno tutte le analisi stilistiche che potrebbero essere affrontate solo davanti ad uno studio unitario dell’autore. E mi preme sottolineare che la suddetta divisione per temi si è presentata solamente con il manuale di Ceserani-De Federicis. Le spiegazioni sul suo fallimento vanno da sé. La casa editrice Loescher mi ha riferito che ne uscirà una nuova edizione nel 2018, ancorché non sappia nulla sull’impostazione dello stesso.
    Sull’esclusione (o depotenziamento) dello storicismo, e a questo punto anche della contestualizzazione, proposti da alcuni, riterrei inammissibile presentare autori come il Manzoni senza focalizzarsi precedentemente sul contesto storico-sociologico dell’epoca descritta.

    Del resto le diverse correnti critiche necessitano evidentemente (nel senso più letterale del termine) di essere esposte attraverso i cosiddetti “conflitti delle interpretazioni” tanto sminuiti dall’autore dell’articolo, dei quali, invece, fa largo uso Luperini nel suo manuale. Basti pensare agli innumerevoli ed illuminanti “forum critici”, definizione molto gradevole data da Bruscagli alle pagine critiche nel suo commento alla Commedia, i quali davvero permettono allo studente, che analizza criticamente il testo, di formare una propria opinione. Anzi, se si vuole fare una considerazione sotto il profilo didattico, una delle abilità richieste in uscita dal triennio è proprio imparare a dialogare con le opere di un autore, confrontandosi con più interpretazioni critiche. Dal basso della mia esperienza di studente, mi auspico vengano rafforzate le proposte di confronto tra critici. Per me è indispensabile studiare da più manuali nel momento in cui affronto la storia della letteratura italiana ed europea e noto, ahimè, che non sia pratica diffusa. L’impostazione letteraria di Luperini, orientata verso l’interpretazione, non fornisce le stesse informazioni date da Baldi, il quale punta sull’analisi, o da Segre, semiologo strutturalista. Per questo una commistione di più manuali è l’unico percorso per arrivare a comprendere complessivamente ed esaustivamente qualsiasi argomento trattato in classe nella materia. Ammetto però che questo mio metodo di studia nella pratica scolastica sia difficilmente applicabile.

    Esulando da questa riflessione sulla letteratura vorrei dire che l’avversione di Giunta nei confronti della presentazione di giudizi di studiosi è totalmente fuorviante poiché lui stesso inserisce nel suo manuale delle pagine critiche. Magari non in larga misura ma paradossalmente in proporzione maggiore rispetto ad un Baldi o ad un Raimondi. Altra considerazione che si può fare sul suo manuale, del quale ho visionato dei capitoli campione, è che il suo allontanamento dal formalismo non deve ridursi, nel caso specifico di Ariosto, nell’omissione di procedimenti fondamentali come l’abbassamento e lo straniamento (cfr. Baldi) o del confronto con i modelli precedenti, da lui ridotto ad esposizione storica e, al contrario, egregiamente illustrato nel Luperini.

  16. @ Alessandro Mannerucci:

    sono contento che anche tu dibatta tra di noi, per essere uno studente liceale sai destreggiarti tra temi complessi, è un piacere anche sapere la tua curiosità per i più vari manuali. Ad essere precisi bisognerebbe far notare che io all’inizio oltre a un approccio per temi avevo anche proposto un approccio per generi, del tipo (faccio un esempio schematico) al terzo anno facciamo poesie e opere in versi, al quarto anno facciamo opere teatrali, al quinto anno romanzi e racconti. Un’altro approccio alternativo a quello cronologico ma che amo meno dei primi due che ho citato è quello che privilegia gli aspetti linguistici e stilistici, ovvero si dedica una serie di lezioni ad esempi di diario, di monologhi interiori, descrizioni, dialoghi… Chiaramente può essere accettabile anche un mix eclettico di questi metodi.

    Un altro appunto: per esclusione dello “storicismo” non si intende esclusione della “contestualizzazione”: per storicismo infatti io intendo la tesi secondo la quale gli eventi umani si susseguono nella storia secondo una logica ben precisa, andando sempre più verso un certo “fine”, verso un “progresso”, come diceva Melissa, e dunque questo “progresso” giustifica l’esporre aspetti culturali umani come la letteratura partendo dalla prima lezione dalle opere più antiche e terminando dalle opere moderne. Io contesto questo approccio “dal prima al poi” (e anche un certo mito del ritenere che l’intera opera di un autore abbia un’unità coerente di stili, contenuti e messaggi) la “contestualizzazione”, a patto che quest’ultima non porti via troppo tempo alla lettura diretta dei testi e che non sia soltanto chiarificatrice di cosa l’autore intendeva trasmettere ai suoi contemporanei ma che faccia comprendere aspetti di quel testo di valore anche per noi lettori d’oggi.

  17. Precisazione: nell’ultima frase volevo naturalmente scrivere “non constesto la “contestualizzazione” avevo saltato un “non” ma doveva essere chiaro dal contesto. Non conosco personalmente il Guglielmino-Grosser, mi piacerebbe a questo punto sapere da voi cosa di preciso da te, Alessandro, quali punti di forza ha questo manuale, sono curioso di sapere in particolare se questo riguarda anche pagine di interpretazioni critiche che valorizzano l’attualità di stili e contenuti dei testi trattati.

  18. @ Michele De Russi:

    Se le interessa un approccio per generi e temi le consiglio: Biagioni et al., I testi, le immagini, le culture, G. B. Palumbo editore, Palermo, 2007. Questo corso è composto da 3 volumi per ciascun anno: Base (secondo un modello cronologico), Generi e Temi. È anche ricco di approfondimenti interdisciplinari e immagini contestualizzate. Tuttavia credo che il profilo manualistico risenta dell’impostazione adottata dal testo di Luperini, pubblicato presso la stessa casa editrice, e talvolta i contenuti tendono ad essere coincidenti. Ritengo sia complesso slittare da un tomo all’altro così facilmente e altresì penso che ciò crei confusione allo studente avente in adozione il libro.
    A mio parere bisognerebbe procedere secondo percorsi sincronici nella diacronicità letteraria, cioè essenzialmente secondo l’ordine cronologico. Non considero possibile effettuare un mix tra tutte queste impostazioni perché, come ho scritto sopra, genererebbe disorientamento nei discenti. Potrebbe sembrare incoerente rispetto al mio metodo di studio ma l’impiego di più manuali non implica necessariamente l’adesione alle corrispondenti impostazioni ma semplicemente la cernita di informazioni e l’adattamento di esse alla prospettiva cronologica da me prediletta.

    Del Guglielmino-Grosser non posseggo l’edizione di Melissa ma Il sistema letterario e Il sistema letterario 2000. È un manuale pregevole per il profilo manualistico in quanto ha una prosa appassionante, originale e arricchita da citazioni critiche che non stonano o appesantiscono il testo. Come gradevolezza lo reputo molto simile al Raimondi. Secondo me, però, è trattata meglio la parte elaborata da Grosser. I tomi antologici sono abbastanza basilari, sebbene le Integrazioni e le mappe nelle analisi siano ben fatte. Raramente sono presenti attualizzazioni. Un manuale che opera sistematicamente con continui confronti tra passato e presente è, invece, LiberaMente di Saviano, edito presso la stessa casa editrice di cui sopra. Solo che, essendo un manuale in 4 voll., è piuttosto agile e concentrato.

    Mi scuso per aver frainteso i suoi giudizi su storicismo e contestualizzazione. In questo caso il suo appoggio alla seconda corrisponde alla mia opinione. Apprezzo molto sia I fili rossi del Santagata sia i Testi epoca, opera e d’accesso delle più recenti edizioni del Luperini.

    Generalmente preferisco (a partire dal migliore) Luperini, Baldi, Panebianco, Raimondi e Guglielmino-Grosser.

  19. “A scuola conta molto leggere e capire quello che dice Dante Alighieri; conta molto meno il parere, diciamo, di Gianfranco Contini su Dante Alighieri. Per quello c’è tempo.”
    Penso che Giunta abbia colto nel segno: approdano ai corsi universitari studenti che hanno difficoltà a comprendere il senso letterale della prosa (per non dire dei versi) dei grandi autori. Sono invece allenati all’eloquio pseudo-colto e ad una parvenza di argomentazione in stile accademico. Non colgono (come potrebbero?) il vuoto e la distanza che c’è tra loro e quello di cui vanno parlando. A quando il tempo dei Contini?

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