Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Madri da Oscar

| 0 commenti

cropped-room-2015.jpgRoom (Lenny Abrahamson). Premio Miglior Attrice Protagonista 

di Daniela Brogi

Room, il film che ha conquistato l’Oscar 2016 per la miglior recitazione femminile, uscirà nelle sale italiane il prossimo tre marzo. L’attrice che lo interpreta, Brie Larson, ha vinto una competizione a cui partecipavano anche Charlotte Rampling (Kate, in 45 years, di Andrew Haigh), Cate Blanchett (Carol, Todd Haynes), Jennifer Lawrence (Joy, nel film omonimo diretto da David O. Russell), Saoirse Ronan (Eilis Lacey, in Brooklyn, di John Crowley, in sala dal 17 marzo).

Room è diretto da un autore irlandese (Lenny Abrahamson, 1966) particolarmente attento a rappresentare delle solitudini paradossali (come nel recente Franck, dove il protagonista indossa per tutto il tempo una maschera); ed è tratto dal romanzo Room (stanza, letto, armadio, specchio, Mondadori 2010) di Emma Donoghue (che ha firmato anche la sceneggiatura), ispirato a sua volta all’orribile Caso Fritzl – la storia del padre di famiglia austriaco che ha tenuto rinchiusa la figlia in un bunker per ventiquattro anni.
Anche in Italia, nel 2011, Einaudi ha pubblicato un’opera che rielaborava la medesima vicenda: Elisabeth, il romanzo d’esordio di Paolo Sortino.

La “stanza” a cui rimanda il titolo è tanto un luogo fisico quanto una metafora incarnata. È lo spazio, o meglio ancora la situazione in cui l’io narrante, Jack, un bambino di cinque anni (il bravissimo Jacob Tremblay), è nato e vive da sempre, assieme a “Ma” (la mamma, che, impareremo più avanti, è stata sequestrata e rinchiusa lì da uno sconosciuto maniaco, da sette anni). Il racconto prende il via in un registro da dormiveglia, risucchiandoci subito, completamente, in un’atmosfera surreale. Grazie ai movimenti disarticolati di macchina che assecondano la prospettiva focale del piccolo e raccontano il mondo alla sua altezza, oppure, al contrario, lo presentano come vertiginosamente alto inquadrandolo dal basso, le prime scene del film – come accade anche nella narrazione in prima persona del libro di Donoughe – costruiscono, prima spaesandoci e poi allenandoci alla percezione fisica ed emotiva di questo orrore normalizzato, l’effetto di un microcosmo totalizzante. Dentro e fuori coincidono. La vita circostante e il fuori campo non ci sono perché non esistono: siamo in un bunker. Ma questo spazio non è semplicemente una zona di sopravvivenza – come per la madre – ma di esistenza, perché quel perimetro così coatto per il bambino rappresenta una misura assoluta, che funziona come una dimensione magica: dove si dorme, si salutano, al risveglio, tutti gli oggetti chiamandoli per nome; dove si mangia, si fa sport, si gioca, si prendono le vitamine, si immagina l’esterno come una dimensione parallela raccontata dalla tv, si attendono i “premi della domenica”, ci si nasconde nell’Armadio quando Old Nick porta le provviste e sevizia o picchia la madre.

Accanto a questa vita che occupa la prima parte, il film però racconta anche una seconda parte dedicata alla vita nuova in cui, grazie a un piano di evasione escogitato dalla madre e realizzato dal bimbo, i due protagonisti riescono a scappare, a tornare là fuori. Questa è, paradossalmente, la fase in cui la relazione madre-figlio diventa più visibile in quanto cerchio simbiotico problematico che sarà drammatico infrangere. È il momento in cui la donna vive la crisi più forte venendo meno il suo mandato di insostituibilità assoluta; e così entrano in gioco gli aspetti anche più patologici del rapporto – ricordando, in certi risvolti, alcune situazioni di un altro film dedicato a una madre e un figlio: Babadook (Jennifer Kent, 2014). È a questo punto, infatti, che la stanza dove i due erano stati rinchiusi diventa anche uno spazio della mente, una prigione psichica, una metafora della fatica di dire addio a un passato traumatico dentro il quale le emozioni più oscure vorrebbero continuare a farci stare e a farci sentire assediati dalla sofferenza ma, se non altro, protetti. Proprio nel modo di guardare e far guardare questa dolorosa condizione di sospensione, il film di Abrahamson ha l’originalità di raccontare, senza spiegare ma lasciando parlare le situazioni, come la relazione madre figlio sia un’avventura molto più complessa, dunque anche interessante in senso artistico, dei clichés ideologici a cui spesso è stata ridotta, recintando il materno, intendendolo soltanto come ordine simbolico della cura animale e istintuale – separato e alienato, essenzialmente, dalla cultura e dalla storia. Tra l’altro, questo protagonismo nuovo legato al mondo materno è tanto più interessante perché ricorre, in maniera più o meno esplicita, anche in altre opere che erano in competizione. Joy, per esempio, il bel film interpretato da Jennifer Lawrence, mette in scena il personaggio di una madre creativa che non si arrende alla richiesta continua, perpetratale dal padre (Al Pacino) di dichiarare fallimento, né accetta di identificarsi in un modello materno depresso e stordito dai complessi di inferiorità – come appunto quello della propria madre. E pure Carol, in fondo, mette in scena una donna in conflitto con un’identità materna intesa soltanto come sottomissione al concetto patriarcale di famiglia.

Room certamente mostra gli aspetti anche patologici di una maternità realizzata come progetto assoluto; eppure lo fa nel medesimo tempo in cui mostra non “cosa sia” ma “cosa possa dare” il mondo della madre inteso come capacità di immaginare, creare, inventare il mondo. È, per esempio, la grande attenzione con cui il personaggio interpretato da Brie Larson, dentro il bunker, insegna al bambino a giocare, a stare assieme, che aiuta Jack a esprimere le sue paure sotto forma di fantasia, a sviluppare un sentimento della realtà attraverso la creatività. E del resto sarà nel mondo della madre della protagonista – separata da tempo da un marito arcigno e indisposto a riconoscere il nipote – che Jack e la sua mamma troveranno spazio e perfino un nuovo nonno: vitale, affettivo, provvisto, per la gioia di Jack, di un buffo spelacchiato cane.

[Immagine:Brie Larson in Room, 2015]

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.