cropped-naples_dante.jpegdi Marco Grimaldi 

Tutti conoscono la science fiction o fantascienza, cioè la letteratura fatta con la scienza. Esiste però anche una scienza fatta con la letteratura, che si può chiamare fiction science. Un interessante esempio è quello che riguarda Dante, che da severo padre della lingua italiana è diventato un soggetto narcolettico. La notizia è uscita su la Repubblica online, che il 15 febbraio 2016 titola: Dante Alighieri era narcolettico, un nuovo studio conferma la tesi. E il sommario spiega: «Il primo a ricercare nei versi della Divina Commedia questa patologia fu un report dell’università di Bologna. Nuove evidenze in una ricerca dell’Università di Zurigo appena pubblicata su The Lancet Neurology». Nel 2013 Giuseppe Plazzi aveva infatti pubblicato su Sleep Medicine un articolo (un report, cioè ‘resoconto’) nel quale sosteneva l’idea della narcolessia di Dante (Dante’s Description of Narcolepsy). Ora, sulla più quotata rivista di neurologia clinica al mondo, arrivano “nuove evidenze” che confermano la tesi. Il lettore di Repubblica ha quindi molti buoni motivi per credere che Dante fosse effettivamente narcolettico: la ricerca è apparsa su una rivista internazionale; l’ha condotta un team tedesco di cui fa parte un italiano; infine, uno dei più grandi quotidiani italiani pubblica un pezzo sull’argomento. Insomma, la notizia di Repubblica fa pensare a una ricerca scientifica seria, non certo ai misteri di Kazzenger.

Peccato che la tesi faccia acqua da tutte le parti. Per spiegare perché si deve fare un po’ di storia. Prima di Dante narcolettico c’è stato Dante epilettico. Fu Cesare Lombroso, alla fine dell’Ottocento, a formulare una diagnosi di epilessia. Gli studiosi di Dante non gli diedero retta, e la faccenda fu dimenticata. Nel 2011 la stessa idea è stata rilanciata da Claudio Giunta a proposito di alcuni versi della canzone E’ m’incresce di me sì duramente (vv. 57-70), nei quali Dante descrive un evento straordinario: nel giorno in cui nasce la donna amata (Beatrice), lui che è ancora un bambino prova una «passïon nova» (una passione straordinaria, mai provata prima; passione non significa, come in italiano moderno, ‘un sentimento che si prova’, ma ‘una sensazione che si patisce’); si spaventa e sviene a causa di una «luce che nel cuor percosse». Colpito, quindi, da una specie di folgorazione, crede quasi di morire. Giunta è cauto e rigoroso: dopo aver constatato che un evento di questo tipo non è mai presente nella tradizione poetica prima di Dante, cerca riscontri in un altro tipo di fonti e si accorge che folgorazioni come questa sono descritte in alcuni trattati medici medievali come sintomi dell’epilessia o colpo apoplettico. Pur specificando che la folgorazione potrebbe rimandare a quella di san Paolo sulla via di Damasco (la poesia di Dante è in effetti piena di collegamenti con i testi sacri), Giunta spiega: «Tale evento corrisponde in tutto e per tutti, nei suoi effetti, a una folgorazione, e ancora più precisamente […] a un colpo apoplettico, o a una crisi di epilessia» (p. 234). Se si aggiunge che in quei trattati si parla spesso di epilessia infantile, che la patologia era considerata propria dei temperamenti malinconici, che altrove Dante sembra raffigurarsi come «un visionario visitato dalla Malinconia» (Giunta) e che in un’altra canzone si descrive un’analoga folgorazione, l’idea sembrerà ancor più ragionevole.

Lo spunto è ripreso nella biografia che Marco Santagata ha dedicato a Dante nel 2012, dove leggiamo che le crisi psicofisiche descritte nella canzone E’ m’incresce «nulla hanno a che vedere con la concezione dell’amore come patologia […] diffusa nella scienza medica del tempo, ma […] sono unicamente dantesche, mostrano tutti i sintomi di un attacco apoplettico o epilettico» (p. 32). Continua Santagata: «la precisione e la partecipazione emotiva con le quali Dante rappresenta quegli attacchi lasciano intendere che al testo letterario soggiaccia una forte dose di vissuto. Della malattia sembra aver sofferto fin dalla prima infanzia». Fin qui restiamo tuttavia nel campo degli studi letterari e della letteratura. L’idea di Giunta è ben argomentata e ha un certo margine di plausibilità, benché non tutti gli studiosi la condividano. Chi legge la biografia di Santagata rischia tuttavia di interpretare come sintomi effettivi quelle che in Dante potrebbero essere solo descrizioni letterarie di crisi psicofisiche mai verificatesi nella realtà. Ed è quello che mi pare sia accaduto quando sono entrati in campo gli scienziati.

Partiamo da Giuseppe Plazzi, che ha rilanciato la tesi su Sleep Medicine e poi con alcuni interventi sulla stampa italiana tra cui uno su Repubblica del 28 agosto 2013 che sintetizza l’articolo inglese (Il sonno di Dante. Perché la Commedia è stata scritta da un narcolettico). Il problema principale è l’incapacità di Plazzi di distinguere tra fenomeni e descrizioni dei fenomeni. Una buona teoria scientifica deve innanzitutto essere coerente e deve “salvare” i fenomeni, cioè spiegarli senza annullarli. In questo caso, gli unici fenomeni a nostra disposizione sono i versi di Dante, che però non sono fenomeni in senso stretto. Non sono infatti apparenze (è questo il significato del greco phainómenon, ‘ciò che appare’), ma la descrizione di ciò che appare. Per questo una teoria basata su questo particolare tipo di fenomeni deve procedere in modo diverso da una che si occupa di fenomeni naturali. Un neurologo, prima di emettere una diagnosi di narcolessia, deve essere ragionevolmente certo che i sintomi siano stati osservati correttamente e che il margine di errore sia ridotto. Deve inoltre accertarsi che non dipendano da condizionamenti esteriori: se per esempio il paziente ha assunto sostanze stupefacenti prima della visita. Plazzi utilizza invece i sintomi descritti da Dante senza vaglio critico, come se si trattasse di fenomeni naturali e non di descrizioni di fenomeni. Se si fosse posto davvero il problema di capire perché nella Commedia il personaggio di Dante sviene più volte avrebbe scoperto che i protagonisti dei romanzi medievali perdono i sensi ripetutamente e che quelli che lui tratta come sintomi sono diffusi motivi letterari. In verità Plazzi sembra porsi il problema, ma lo aggira in maniera disinvolta: «Secondo i modelli narrativi medievali, il viaggio di Dante nell’aldilà […] viene descritto allegoricamente come una visione durante il sonno» (cito dal pezzo su Repubblica). Giusto. Quello che segue è invece del tutto sbagliato: «Ma sorprendentemente [Dante] omette di spiegare la causa di tanta sonnolenza, come se il vagare in uno stato così estremo da non ricordare dove lo avesse portato il suo camminare, non fosse per lui una condizione inconsueta». Plazzi fa riferimento al primo canto della Commedia, dove Dante racconta di quanto fosse «pien di sonno» nel momento in cui aveva abbandonato la diritta via e si era smarrito nella selva oscura. Il riferimento al sonno si può in realtà spiegare in due modi. Poiché la Commedia non è propriamente il racconto di un sogno, ma una visione a occhi aperti, la sonnolenza del protagonista potrebbe essere una specie di fossile: un residuo che Dante conserva proprio perché nei suoi modelli il viaggio allegorico era spesso il racconto di un sogno. E in questo tipo di testi non c’è di solito bisogno di precisare le cause della sonnolenza: il protagonista si addormenta “naturalmente” e sogna. Oppure il significato potrebbe essere quello colto dalla maggior parte dei commentatori, a partire dai più antichi: il sonno, allegoricamente, è il peccato (alcuni citano la lettera agli Efesini di san Paolo: « Svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà»). In sintesi, non possiamo sapere se la sonnolenza era per Dante una condizione normale. Probabilmente no, poiché le spiegazioni più semplici, che bastano a “salvare i fenomeni”, sono di tipo letterario. Non possiamo sapere se Dante era narcolettico perché gli unici fenomeni sui quali fondiamo le nostre teorie sono testimonianze letterarie che sembrano in primo luogo riprodurre motivi ricorrenti nella letteratura medievale e non possono essere trattate come descrizioni di stati psicofisici reali.

L’articolo del team tedesco poggia quindi su basi fragilissime. I ricercatori del dipartimento di Medicina evoluzionistica dell’Università di Zurigo partono dai versi in cui Dante descrive la paura generata dall’apparizione della lupa (la bestia). Ecco alcuni dei versi incriminati, nei quali Dante si rivolge a Virgilio (il famoso saggio): «Vedi la bestia per cu’ io mi volsi: / aiutami da lei, famoso saggio, / ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi» (Inferno, canto I, vv. 88-90). Il riferimento alle “vene e i polsi” (espressione con la quale, secondo tutti i commentatori antichi e moderni, Dante avrebbe indicato le arterie) fa ritenere loro che il poeta abbia voluto fornire «a very realistic description of an increased pulse rate triggered by a fearful occurrence» (‘una descrizione estremamente realistica di un aumento delle pulsazioni innescato da un evento spaventoso’). La descrizione sembrerebbe infatti analoga a quella della “fight-or-flight response” (“reazione combatti o fuggi”), cioè una reazione mediata dal sistema nervoso simpatico, quella che si chiama volgarmente botta di adrenalina. Tuttavia, secondo i ricercatori, in Dante lo stimolo generato dalla paura sarebbe più precisamente descrivibile come una «internal fear, or anxiety». Galasso, Habicht e Rühli citano quindi uno dei più importanti commentatori di Dante del secolo scorso: «As Natalino Sapegno (1901–90) remarked, the she-wolf is a strong symbolic image capable of triggering a potent fear reaction» (‘Come ha notato Natalino Sapegno, la lupa è una vigorosa immagine simbolica capace di scatenare una potente reazione di paura’). Poiché la narcolessia è fortemente associata all’ansia, secondo il team la diagnosi di narcolessia di Plazzi spiegherebbe l’inquietudine psicologica di Dante e il conseguente effetto fisiologico. La conclusione è che «these verses could represent an ante litteram and fairly detailed description of a narcolepsy-caused, anxiety-driven, fight-or-flight response» (‘potrebbero rappresentare una descrizione ante litteram sufficientemente dettagliata di una reazione combatti o fuggi causata dalla narcolessia e suscitata dall’ansia’). Sono queste, quindi, le “nuove evidenze” di cui parla Repubblica. Valgono anche qui le obiezioni mosse a Plazzi. Se la descrizione di un fenomeno riprende schemi letterari, sarà difficilmente considerabile come “realistico”. Per limitarsi alle “vene” e ai “polsi”, è possibile che Dante voglia indicare effettivamente le arterie, ma è importante sapere che lo fa con una coppia di termini che anche altrove era stata utilizzata per ottenere lo stesso effetto: in un romanzo in occitano della metà del XIII secolo che s’intitola Flamenca si legge ad esempio, in una scena che descrive la paura generata dall’amore nel protagonista: «Lo donzelletz hac gran paor / quant no· il troba ni pols ni vena» (2146: ‘Il donzello [lo scudiero] ebbe una gran paura, non trovandogli né il polso né la vena’); quindi, diremmo oggi, lo scudiero ‘non gli trovò il battito’ (per reperire questa citazione basta consultare l’Enciclopedia Dantesca della Treccani, che è tutta in rete). Non ci sono prove che Dante conoscesse questo romanzo: quindi possiamo essere ragionevolmente sicuri che la formula venga usata indipendentemente dal poeta italiano e dall’anonimo occitano. E nessuno si sognerebbe mai di sostenere che fossero entrambi narcolettici. Se anche si volessero considerare realistiche queste descrizioni, ci sarebbe sempre il dubbio che Dante abbia descritto una “reazione combatti o fuggi” ante litteram, ma che l’abbia fatto perché era un buon osservatore della natura e degli uomini e cercava di immaginare quale tipo di paura avrebbe generato la visione di una lupa e non perché aveva provato su di sé l’ansia di un narcolettico. La reazione combatti o fuggi serve infatti ad aumentare, davanti a pericoli imminenti, la quantità di ossigeno e di sangue in circolo, il tutto mediato dalla produzione di un ormone (l’adrenalina) che stimola un aumento del battito cardiaco e del ritmo respiratorio; il motivo per cui si è evoluta è la necessità fisiologica di consentirci di avere immediatamente energie per fuggire o per combattere di fronte a una minaccia improvvisa («a sudden threat», spiegano gli autori della nota sul Lancet). L’esempio tipico di sudden threat è la comparsa di un predatore: un predatore proprio come la lupa. Dante descrive quindi una reazione naturale, una paura “esterna”. Per accettare l’idea che stia alludendo invece a una paura interna, all’ansia del narcolettico, occorre pensare che abbia voluto descrivere quella minoranza di reazioni combatti o fuggi associate alla narcolessia e non quelle “fisiologiche” che si verificano in presenza di pericoli reali. Inoltre, se il team di Zurigo avesse letto attentamente il commento di Sapegno avrebbe potuto scoprire che per lo studioso «tutta allegorica, invece, e intessuta di elementi intellettualistici, è la rappresentazione della lupa» (p. 9). Questa concezione non è condivisa da tutti: ma che la lupa possa essere una creazione allegorica e intellettuale mi pare abbastanza per dubitare che Dante abbia voluto descrivere uno stato di paura da lui realmente provato. Insomma, questi versi potrebbero rappresentare una descrizione ante litteram di una “reazione combatti o fuggi” causata da narcolessia, ma è più probabile che con la narcolessia non abbiano nulla a che fare. Non c’è nessuna evidenza e nessuna notizia: Dante non era narcolettico.

Che cosa si impara da questa storia? Che i giornalisti dovrebbero verificare meglio le loro fonti (diciamo pure che dovrebbero leggere le loro fonti). Si impara che l’utilizzo di fonti artistiche o letterarie negli studi psicologici è pericoloso: lo faceva anche Freud, ed è infatti la parte meno solida del suo immenso contributo alla cultura universale. Si impara poi che tra scienziati e umanisti la palma del rigore e della precisione non va sempre e soltanto ai primi. Alcuni aspetti del metodo scientifico sono trasversali alle scienze dure, alle scienze della vita e alle humanities: ad esempio la necessità di una stretta dipendenza reciproca tra le varie affermazioni di una teoria e la natura teorica degli enti di cui si parla. Il ragionamento di Giunta è consequenziale e lo studioso è consapevole che non esistono “evidenze” dell’epilessia di Dante: il lettore ha quindi tutti gli elementi a disposizione per non essere d’accordo. Le pagine di Santagata rischiano invece di essere mal interpretate; scrivere che Dante «sembra aver sofferto fin dalla prima infanzia» di epilessia non è infatti del tutto corretto, nonostante il sembra, perché non c’è alcuna certezza che si sia trattato di una malattia reale. Plazzi e i neurologi di Zurigo, per usare un verso di Dante, trattano «l’ombre come cosa salda» (Purgatorio, canto XXI, v. 135), cioè discutono delle descrizioni dei fenomeni come se fossero fenomeni naturali veri e propri. Si impara infine che le ragioni per cui crediamo nella scienza non sono sempre legate al rigore metodologico delle teorie e alla chiarezza delle argomentazioni. Perché un giornale come Repubblica ritiene che i suoi lettori possano credere a un’idea bizzarra come quella di Dante narcolettico? Perché esistono un’immagine sensazionalista e un prestigio “da copertina” delle ricerche scientifiche che consentono ad esempio il successo di trasmissioni come Voyager. Ma soprattutto perché ci sono ricerche, pubblicate su importanti riviste scientifiche, che sembrano congegnate apposta per fare notizia.

Ci sono molti aspetti interessanti del rapporto tra Dante e la scienza; e c’è molto da dire anche su Dante e la psicologia e su Dante e la medicina. Ma finché non si riuscirà a conoscere meglio le basi genetiche dell’epilessia e a effettuare un’analisi dei suoi resti per scoprire se era epilettico, narcolettico o chissà cos’altro, dovremo rassegnarci all’idea che Dante è stato – soltanto – un grande poeta.


Gli articoli sulla narcolessia sono: G. Plazzi, Dante’s Description of Narcolepsy, in «Sleep Medicine», vol. 14, 2013, fasc. 14, pp. 1221-23, e F.M. Galassi, M.E. Habicht, F.J. Rühli, Dante Alighieri’s Narcolepsy, in «The Lancet Neurology», vol. 15, fasc. 3, p. 245. La citazione di Giunta è tratta da: Dante Alighieri, Rime, in Opere, Milano, Mondadori, 2011; quelle di Santagata da: Dante. Il romanzo della sua vita, Milano, Mondadori, 2012; quella di Sapegno da: Dante Alighieri, La Divina Commedia, A cura di N. Sapegno, vol. I, Inferno, Firenze, La Nuova Italia, 1984. Per alcune riflessioni critiche sul possibile allontanamento tra scienza e fenomeni, si può leggere: http://www.mat.uniroma2.it/mep/Articoli/Lucio/Lucio.html. Quella che Alessandro Della Corte mi suggerisce di definire fiction science è una cosa diversa dalla fictional science, con cui s’intende la scienza che esiste solo nella fantascienza.

[Immagine: La statua di Dante in Piazza Dante, Napoli.]

5 thoughts on “Dalla science fiction alla fiction science: Dante narcolettico

  1. Ecco il riferimento completo del pezzo di The Lancet:

    F.M. Galassi, M.E. Habicht, F.J. Rühli, “Dante Alighieri’s Narcolepsy”, in «The Lancet Neurology», vol. 15, 2016, fasc. 3, p. 245.

  2. Scritto senza dubbio inutile: il ruolo dei giornali e degli studiosi anglosassoni in certe notizie è ormai un dato acquisito. Non trovo urgenza nel dirlo. Trovo anche gratuito l attacco a trasmissioni televisive. Lo trovo molto molto classista. Se poi siano eventi o solo descrizioni di eventi? Cambierebbe qualcosa per la critica dantesca? Parla di rigore testuale: ma la citaxione occitanica non aggiunge e non toglie nulla al dibattito.
    Cordialmente

  3. Forse m., scrivendo “ruolo degli studiosi anglosassoni”, confonde giudizi abbastanza comuni sui dantisti anglosassoni (e americani) con quelli sugli scienziati che scrivono su giornali come il Lancet (che in questo caso non sono neppure anglosassoni). Il fatto che questi ultimi (almeno in casi specifici) non siano rigorosi nelle loro conclusioni non è affatto un “dato acquisito”. Mi sembra che generalmente si dia per scontato l’esatto opposto.

  4. Perché scrive due volte di un team “tedesco”, laddove si tratta di una ricerca dell’Università di Zurigo?

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