Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Scrittori e Facebook/5. Giulio Mozzi

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cropped-Timisoara-street-art.jpga cura di Andrea Lombardi

[Negli ultimi vent’anni il campo culturale italiano è cambiato profondamente. Alcuni dei mutamenti più radicali sono stati generati dalla rete. Dai primi forum ai blog fino ai social network, internet ha mostrato una grande vivacità letteraria e ha prodotto dei fenomeni che troppo spesso, per pregiudizio o timore, vengono ignorati. Oggi questo rapporto è giunto a una fase per così dire istituzionale, una fase che consente di definire o quantomeno di interpretare aspetti che fino a poco tempo fa apparivano poco chiari. Di qui l’idea di un’inchiesta sul rapporto fra gli scrittori e Facebook, il social network più usato, quello che racchiude alcune peculiarità delle forme online sorte in precedenza, ma che ha prodotto tipi di scrittura e di interazione nuovi e dirompenti. Le interviste contengono domande fisse e domande legate all’attività specifica degli autori intervistati. Nelle settimane scorse abbiamo pubblicato le risposte di Francesco Pecoraro, Gilda Policastro, Vanni Santoni e Giuseppe Genna (Andrea Lombardi)]

1) In che anno ti sei iscritto a Facebook e che cosa ti aspettavi quando l’hai fatto?

Nel 2009. Non so più che cosa mi aspettassi all’epoca. Da una ventina d’anni circa una delle cose che ho bisogno di fare è mantenere relazioni con persone. Facebook è comodo: è una specie di gigantesco elenco del telefono.

2) All’inizio hai pensato di dover gestire il tuo profilo tenendo conto del fatto di avere un’immagine pubblica in quanto scrittore o non ti sei posto il problema?

Sono ventidue anni che ho “un’immagine pubblica in quanto scrittore”. E prima, negli anni Ottanta, ho lavorato in un ufficio stampa (in tutt’altro settore). Stare in pubblico, anche in forma mediata (dai giornali, dal computer, dai blog, dalle reti sociali, eccetera) nel 2009 non era per me una cosa nuova. Ho agito in continuità.

3) Che tipo di materiale condividi nella tua bacheca? Quanto è riconducibile al tuo ruolo pubblico e quanto alla vita privata? Si può parlare, nel tuo caso, di una poetica di Facebook?

La mia vita pubblica e la mia vita privata sono completamente separate. Uso Facebook come uno strumento, non come un mezzo espressivo. Credo che il 95% di ciò che pubblico nella bacheca consista di rinvii: al mio bollettino vibrisse, ai miei altri siti, a siti di altri. Anche perché per molti ormai Facebook è diventato la via d’accesso a internet. Banalmente: se dimentico di segnalare in Facebook un mio articolo, se lo leggono in pochissimi.

La cosa più simile a una “poetica” è quella che io chiamerei piuttosto “strategia di comunicazione”. Ho una strategia di comunicazione, non solo per Facebook e non da quando Facebook esiste. Le scelte strategiche sono poche: (a) stare a sentire, (b) dire solo cose vere e verificabili, (c) fare attenzione alle retoriche, (d) esprimere il minimo indispensabile di opinioni, (e) non commettere abuso di potere, (f) non far finta di non avere un potere, (g) proteggere la mia persona.

4) L’intromissione del privato quale conseguenze ha, a tuo parere, sui lettori? Lo scrittore perde l’autorevolezza che scaturisce da un rapporto fondato esclusivamente sulla lettura delle sue opere?

Nessuna intromissione (come ho già detto). Non credo che da “un rapporto fondato esclusivamente sulla lettura delle opere” scaturisca una particolare “autorevolezza”.

5) Il circuito di Internet prevede l’equivalenza degli utenti in quanto produttori di contenuti, il che mette in crisi la gerarchia autore-lettore ponendoli sullo stesso piano nelle sedi online. Come interpreti tale rapporto, anche alla luce della tua esperienza su Facebook?

Non mi pare che la “gerarchia autore-lettore” sia “messa in crisi”. Primo, perché non riesco a immaginarmi il rapporto autore-lettore come rapporto “gerarchico”: il lettore fa nel fruire dell’opera quel che vuole, esattamente come l’autore fa quel che vuole nel produrla. E non si può “mettere in crisi” qualcosa che non c’è. Secondo, perché non capisco come l’allargamento del diritto sostanziale (quello formale c’è comunque per tutti) di prendere la parola in pubblico possa dar noia a chicchessia.

A meno che non sia una questione di potere. E allora, vabbè, se uno vuole “essere uno scrittore” per avere del potere, per quanto mi riguarda può attaccarsi al tram.

6) Nella tua quindicennale esperienza di animatore della rete si è sempre resa evidente un’imprescindibile correlazione tra l’attività online e quelle svolte offline, dalla scrittura all’insegnamento fino allo scouting letterario. Per quanto concerne quest’ultima, Facebook che tipo di strumento si è rivelato? Secondo te può avere lo stesso ruolo avuto dai blog nel far emergere aspiranti scrittori?

Perché no? Più possibilità ci sono di leggere ciò che le persone scrivono, più possibilità ci sono di notare le buone scritture. Che sono comunque estrema minoranza, come è ovvio che sia. Certo: per chi fa, come me, lavoro di scouting, ciò comporta un aumento di lavoro.

7) Da tempo si dice che i social network abbiano aperto una nuova fase della storia del web letterario. Qual è la tua posizione a riguardo e come giudichi, in generale, la loro comparsa?

Ah, “si dice” questo? E io dovrei star dietro ai “si dice”?

[Immagine: Street art, Timisoara, http://eurotribe.com/timisoara-street-art/ (gm)]

5 commenti

  1. Adesso provo a spiegare perché, per me, rispondere a queste domande è stato particolarmente difficile. La premessa di Andrea Lombardi dice:

    Negli ultimi vent’anni il campo culturale italiano è cambiato profondamente. Alcuni dei mutamenti più radicali sono stati generati dalla rete. Dai primi forum ai blog fino ai social network, internet ha mostrato una grande vivacità letteraria e ha prodotto dei fenomeni che troppo spesso, per pregiudizio o timore, vengono ignorati. Oggi questo rapporto è giunto a una fase per così dire istituzionale, una fase che consente di definire o quantomeno di interpretare aspetti che fino a poco tempo fa apparivano poco chiari. Di qui l’idea di un’inchiesta sul rapporto fra gli scrittori e Facebook, il social network più usato, quello che racchiude alcune peculiarità delle forme online sorte in precedenza, ma che ha prodotto tipi di scrittura e di interazione nuovi e dirompenti.

    Avete letto? Bene. Adesso vi invito a rileggere e a notare che Lombardi non cita nessun fatto specifico. “Mutamenti radicali”, “fenomeni troppo spesso ignorati”, “aspetti che fino a poco tempo fa apparivano poco chiari”, “tipi di scrittura e di interazione nuovi e dirompenti”: la mia domanda (la mia domanda per Andrea Lombardi) è: va bene, ma, secondo te, che cosa è successo? Che cosa (e come) è mutato radicalmente? Quali sono i fenomeni troppo spesso ignorati? Quali sono gli aspetti (di che cosa?) che fino a poco tempo fa apparivano poco chiari? E oggi, che cos’è che appare chiaro? Quali tipi di scrittura e di interazione dirompenti sono stati prodotti?

    E’ chiaro che Andrea Lombardi, con quelle frasi, intendeva riferirsi a qualcosa che supponeva noto ai suoi interlocutori. Di più: mi pare chiaro che Andrea Lombardi intendeva riferirsi anche ad alcune opinioni su quel qualcosa condivise dagli interlocutori. Se poi non riesce a indovinare quali siano stati i mutamenti radicali, che quali siano stati i fenomeni troppo a lungo ignorati, eccetera (intendo: in riferimento al “campo culturale”), rispondere diventa un problema.

    Certo: le domande chiariscono qualcosa. Per esempio, quando Andrea Lombardi afferma che “il circuito di Internet prevede l’equivalenza degli utenti in quanto produttori di contenuti”, dice effettivamente qualcosa. Che però a me continua a risultare poco chiaro. Che cosa è “il circuito di Internet”? E’ una specie di club? O, semplicemente, ad Andrea Lombardi è scappata un’endiade e “il circuito di Internet” significa semplicemente: internet? Può essere: un po’ di ridondanza non fa mai male. Però il verbo “prevedere” può avere un signfiicato che prevede un soggetto umano (“conoscere in precedenza, ipotizzare la possibilità di un evento, supporre in anticipo ciò che avverrà”: Treccani), o può avere una sfumatura normativa (“la legge tale prevede che”, ovvero dispone che), ma entrambi i significati non mi soccorrono. A meno che Andrea Lombardi non abbia qui voluto personificare internet (ciò spiegherebbe anche la “I” maiuscola), ma mi pare improbabile. E comunque, se cerco di tradurre la frase in un’altra frase a me più comprensibile (per esempio: “la comunicazione, la pubblicazione e lo scambio di contenuti via internet è accessibile indistintamente a tutti, fatta salva la disponibilità di qualche apparecchio e di un minimo, veramente un minimo di competenze; non vi è quindi più una sostanziale differenza tra cui ha accesso a una ‘comunicazione pubblica’ e chi non ce l’ha, perché tutti ce l’hanno”, e simili), sono comunque in difficoltà: a me pare che le differenze di capacità comunicativa tra soggetto e soggetto, e tra gruppi di soggetti e gruppi di soggetti, siano ben visibili e ben pesanti. O forse ci vedo male io, è possibilissimo: ma se mi par di stentare a capire cosa voglia dire Andrea Lombardi, mi è difficile anche mettermi in discussione.

    Sia chiaro: non sto dicendo che Andrea Lombardi è un cretino che non sa scrivere cinque righe comprensibili. Non sto nemmeno cercando di dimostrare (per l’ennesima volta) di essere un pedante. La mia impressione è che Andrea Lombardi si sia lasciato un po’ prendere la mano da una delle tante antilingue disponibili nello spazio linguistico italiano, e più precisamente da una di quelle antilingue specializzate nell’evitamento della nominazione di ciò di cui si parla (di queste, il “burocratese” è ovviamente la punta massima). Andrea Lombardi non è certo una cariatide (credo che abbia sui ventisei/ventisette anni), e ricordo che quasi un anno fa mi scrisse per avere informazioni e materiali sul mio bollettino vibrisse nelle sue esistenze pre-Wordpress: gli servivano per una tesi di laurea sul “web letterario italiano” (gli mandai una cartella zippata, spero che gli sia servita a qualcosa). Insomma, è uno che sull’argomento sta studiando e meditando da un pezzo, e insieme è uno abbastanza giovane da poter avere familiarità con certe cose e tuttavia abbastanza vecchio da aver visto nascere un bel po’ di queste cose (es. i social network). Peraltro ho potuto constatare molte volte, in vita mia, come spesso l’assimilazione, direi l’incorporazione dell’antilingua di un certo ambiente (o del “gergo”, se si vuol essere più gentili) sia cosa necessaria per chi in quell’ambiente vuole entrare, sopravvivere, e magari farci un po’ di carriera.

    L’oggetto del mio discorso non è quindi Andrea Lombardi, del quale ho assai apprezzata la cortesia e il cui lavoro scientifico mi è sostanzialmente ignoto (non so se è il medesimo Andrea Lombardi del quale ho letto qualcosa su Céline).

    L’oggetto del mio discorso è un modo di parlare, di scrivere, che mi mette molto in imbarazzo, che mi risulta incomprensibile o difficile da comprendere anche quando si parli e si scriva di cose che conosco bene (la conoscenza, o almeno la pratica, di ciò di cui si parla aiuta, in genere, la comprensione: naturalmente potrei sbagliarmi, quando penso di conoscere bene certe cose, a es. il “web letterario italiano”).

    Concludo quindi inconcludentemente, perché in fondo m’interessa solo indicare quello che è, secondo me, un problema. E il problema è (come ho cercato di far notare in altre occasioni, a es. recentemente in una discussione in Nazione indiana sulla “rilevanza della poesia” – appena ritrovo il tutto metto qui un link) l’indefinitezza di ciò di cui si parla, l’adozione di un gergo che rende difficile nominare le cose, la continua inclusione di giudizi laddove si dovrebbe cercar di descrivere accuratamente, l’affidamento a un “senso comune” (vedi il “si dice” dell’ultima domanda) che per appartenere a (eventualmente) una élite culturale non è meno senso comune, e così via.

    Tra questo gergo che mi pare a volte ahimè davvero fumoso e il semplificazionismo fascista (quello per cui se ti scappa una frase con due subordinate ti prendi come minimo del sofista) ci sarà pure una praticabile via alternativa.

    Grazie.

  2. @ Giulio Mozzi

    Cerco di rispondere sinteticamente a quanto solleva nel suo intervento.

    La mezza cartella che precede l’intervista non è un saggio sui rapporti fra la letteratura e la rete: è solo un’introduzione. Dovendo presentare l’argomento dell’inchiesta, ho cercato di concentrare in poco spazio informazioni che non potevo presentare in modo analitico e ho fatto appello a un senso comune, a una doxa più o meno vaga. Premettere a questa serie di interviste un lungo discorso documentato sarebbe stato improprio e aggressivo nei confronti di chi ha risposto alle domande, sia perché in un’intervista l’attenzione del lettore dovrebbe concentrarsi sulle risposte, non sulle domande o sull’introduzione, sia perché l’efficacia e la cortesia di un atto linguistico si giudicano anche in rapporto alla funzione che questo atto dovrebbe avere, e ai rapporti che instaura col pubblico e con gli scrittori intervistati. Mi sembra che le domande (“in che anno ti sei iscritto a facebook?” “Che tipo di materiale condividi sulla tua bacheca?”) siano tutt’altro che vaghe, anche quando si richiamano a un senso comune col quale si può non essere d’accordo (“si dice che i social network abbiano aperto una nuova fase della storia del web letterario. Qual è la tua posizione a riguardo?”). Tuttavia credo che ogni intervistatore debba sforzarsi di fare domande che non condizionino le risposte dell’intervistato. La natura generica e neutrale dei quesiti risponde a una precisa volontà, a un’esigenza per così dire deontologica.
    Sia come sia, quando la serie delle interviste sarà finita pubblicherò un saggio su letteratura e Facebook nel quale molte delle idee che l’introduzione condensa in poche frasi verranno argomentate più estesamente, grazie anche alle risposte degli intervistati. Mi auguro che quel saggio possa rispondere ai dubbi da lei sollevati nel commento. Nel frattempo la ringrazio per aver partecipato all’inchiesta.

  3. Ma: nominare ciò su cui si fanno domande non mi sembra un atto aggressivo. Ora apprendo che le mie risposte a domande che mi sono sembrate vaghe saranno utilizzate in un saggio nel quale sì parlerà di cose precise. Il che mi pare un po’ bizzarro. Forse conveniva prima mettere a fuoco l’argomento, e poi… Ma forse sono davvero pedante.

  4. @Mozzi

    Forse sì.

  5. “Tuttavia credo che ogni intervistatore debba sforzarsi di fare domande che non condizionino le risposte dell’intervistato. La natura generica e neutrale dei quesiti risponde a una precisa volontà, a un’esigenza per così dire deontologica.” (Andrea Lombardi)

    Così però non è una domanda su un fatto (perché troppo indefinito), è una domanda sulle parole. Cioè si chiede all’intervistato di interpretare la domanda, e la sua interpretazione diventa il vero contenuto dell’intervista.

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