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Gesti sportivi /4. Il tiro di Stephen Curry

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di Alberto Comparini 

[Alberto Comparini voleva giocare a pallacanestro non come hobby, ma come mestiere. Ci è quasi riuscito, ma poi un grave infortunio lo ha fatto diventare un dottorando in letteratura a Stanford. «Fino a questo può un uomo assomigliarsi / angosciosamente» (Saba)]

Condannato ad essere l’eterno secondo dopo il calcio, il basket, in Italia (e ovviamente anche nel mondo), è Michael Jordan. Nel corso degli anni ho provato ad educare mia madre, cercando di ampliare le sue conoscenze cestistiche e aggiornandola sui nuovi volti della pallacanestro moderna; pur essendo sposata con un giocatore professionista di basket e avendo quasi avuto per professionista anche il figlio, Jordan è il primo giocatore che le viene in mente. Certo, ora mia madre è diventata un’esperta di Montale e Pavese; non le piace Fenoglio e mi chiede quando la smetterò di parlare di «poeti morti», ma quando parliamo su Skype devo ammettere che i suoi interessi si sono allargati alla narratologia e alla filosofica continentale («come va l’iporomanzo? E Heidegger come sta?»).

Michael Jordan è una lista infinita di gesti. Credo che in qualunque sede sarebbe impossibile riassumerli, anche se i tentativi ovviamente non sono mancati. Youtube è il regno di questo esercizio critico: basta fare una ricerca del tipo “Michael Jordan Best Moments” per trovarsi di fronte a un elenco senza fine, dove le leggi di Newton e di Einstein sono sottoposte a un duro esame.

Ai fini del mio racconto vorrei ricordare due gesti:

Chicago Stadium, Chicago, 6 febbraio 1988: Michael Jordan, “His Airness”, sconfigge Dominique Wilkins, “The Human Highlight Film”, saltando dal tiro libero in una delle più spettacolari gare delle schiacciate della storia del basket.

Si è parlato molto in queste settimana della gara delle schiacciate 2016: grazie a Sport Science sappiamo che Zach LaVine, staccando dal tiro libero (in realtà poco più avanti) come Jordan, è rimasto in aria 0,89 secondi; Aaron Gordon, invece, 0,97, anche se durante il salto (‘Invisible Chair’, come è stata battezzata la sua schiacciata), che a sua volta è stato un salto non solo verso il canestro ma sopra una mascotte, si è un po’ aiutato facendo leva sulla tesa della malcapitata mascotte. Va ricordato che questo salto avrebbe fatto vincere a Gordon il bronzo alle Olimpiadi del 2012 nella categoria ‘salto in alto’.

Videogame. Sono saltato sulla sedia, cosa che continuo a fare ogni volta che guardo questo video. Annus Domini 2016, dove gli atleti sono seguiti e curati come fossero dei Panda. Jordan nel 1988 stette in aria 0,92 secondi – e nel 1988 non c’erano ancora i videogiochi come li intendiamo noi.

Secondo gesto:

Delta Center, Salt Lake City, 14 giugno 1998, gara 6 delle Finali NBA: i Chicago Bulls di Jordan battono gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone 87 a 86, aggiuntandosi il loro sesto tiolo NBA su sei finali disputate tra il 1991 e il 1998.

Il telecronista Flavio Tranquillo non poteva certo prevedere che Jordan sarebbe ritornato a giocare a basket nel 2001 per i Washington Wizards, ma questo tiro contro un inerme Byron Russell rappresenta indubbiamente l’«ultima azione della sua carriera NBA», l’ultimo atto dell’onnipotenza cestistica del giocatore più forte della storia del gioco.

Non me ne vogliano i puristi del gioco, i nostalgici del basket anni Ottanta e Novanta (di cui faccio fieramente parte), così come il nutrito gruppo di jordaniani, ma qualcosa, oggi, è cambiato. Qualcosa, o meglio, qualcuno ha cambiato, di nuovo, le regole del gioco. L’onnipotenza di altri giocatori, come Kareem-Abdul Jabbar (al secolo Ferdinand Lewis Alcindor jr), ha fatto letteralmente cambiare le regole (la schiacciata non è più vietata nella NCAA, per esempio), ma quello che è successo alla Chesapeake Energy Arena di Oklahoma City il 27 febbraio 2016 ha reso inutile ogni parola per commentare il gesto di Stephen Curry:

La pallacanestro è uno sport emozionante per varie ragioni: una su tutte è che non esiste il pareggio. In linea con la cultura americana, nel basket deve esserci sempre un vincitore, anche dopo tre, quattro, cinque, o addirittura sei tempi supplementari, come accadde nel lontano 6 gennaio 1951, quando gli Indianapolis Olympians sconfissero 75 a 73 i Rochester Royals. Filippo D’Angelo, nel suo L’importante è non vincere pubblicato su LPLC, scrive che «La vita è un ineluttabile pareggio», ma, aggiungiamo noi, non negli Stati Uniti, dove non c’è posto per il compromesso, soprattutto nel basket. Riformulando il titolo di D’Angelo, potremmo dire che nel basket l’importante è vincere.

Contro i Golden State Warriors, gli Oklahoma City Thunder (OKC) non hanno giocato la loro migliore pallacanestro, ma sono stati sempre avanti, costringendo i campioni NBA a riconcorrerli per quattro tempi regolamentari e un tempo supplementare. Tuttavia, dalla prima tripla di Stephen Curry in faccia a Kevin Durant, spettatori, telecronisti e i giocatori stessi – nonché il sottoscritto e il mio amico americano Conor, originario di Chicago, quindi jordaniano fino al midollo, con cui ho guardato in diretta la partita – sapevano che quella sarebbe stata una serata diversa dal solito. Per loro. Per Curry, invece, no; bisogna parlare di ordinaria amministrazione, dato che due giorni prima a Orlando aveva segnato 51 punti con 10/15 da tre punti.

Il mondo ha tremato poco dopo l’inizio del terzo periodo di gioco, quando Russell Westbrook, playmaker e star di OKC, è crollato sulla caviglia sinistra di Curry:

Fosse stata la caviglia destra, quella che rischiò di compromettere o addirittura di terminare la carriera di Curry, OKC avrebbe vinto facilmente, col conseguente ritiro di Curry e il suo ritorno a Davidson College (un private liberal arts college del North Carolina) per completare il suo percorso di studi, interrotti al terzo anno quando si dichiarò eleggibile per il Draft NBA 2009, in sociologia.

L’immagine del video è terribile. Un qualunque essere umano sarebbe finito direttamente all’ospedale. Nella NBA, però, il concetto di ‘umano’ è molto relativo: il 26 febbraio 2007 Shaun Livingston, attuale compagno di squadra di Curry ma al tempo giocatore dei Los Angeles Clippers, cadendo malamente sulla gamba sinistra dopo un terzo tempo sbagliato, si ruppe i legamenti crociati anteriore e posteriore, il legamento collaterale mediale, il menisco laterale e, per non farsi mancare nulla, subì anche la lussazione della rotula del ginocchio sinistro. Detto in termini più semplici: Livingston era a rischio amputazione. Oggi Livingston vanta un titolo NBA con i Warriors (2014-2015) ed è considerato un giocatore chiave della panchina della squadra della Baia di San Francisco.

Ma torniamo a Curry, «l’uomo da una caviglia sola», come lo definisce Alessandro Mamoli nella telecronaca della partita. Ritorna in campo a quattro minuti dalla fine del terzo tempo e piazza 8 punti in due minuti alla velocità della luce. Curry non solo sfida le leggi della fisica, ma anche quelle della medicina; e i miei occhi, insieme a quelli di Conor, rimangono increduli di fronte a questo spettacolo.

La forza di OKC è dirompente, a tratti incontenibile: la fisicità meccanica, rozza nei suoi movimenti, ma quasi immarcabile di Westbrook, è accompagnata dall’eleganza di Durant, un fenicottero di 206 cm che danza sul legno e trasforma l’impossibile in possibile, ogni tiro in un canestro (finirà la partita con 37 punti). Con 4 minuti e 50 secondi da giocare, dopo un lay-up di Westbrook i Warriors si trovano sotto di 11 punti; Curry non demorde, segna 8 punti negli ultimi minuti e grazie a un’eroica difesa sull’ultimo possesso – gestito decisamente male da Durant e da coach Billy Donovan –, Andre Igoudala, MVP delle Finali NBA 2015, segna due liberi, portando la gara al tempo supplementare: 103-103.

Al supplementare sono 5 minuti di battaglia. Durant esce per falli, spendendo un fallo su Curry; OKC deve affidare le proprie sorti al cervello di Westbrook, non esattamente uno scienziato del gioco quando bisogna prendere la decisione giusta. Con 12 secondi sul cronometro, Westbrook, marcato egregiamente da Klay Thompson, guida OKC per vincere: un attacco confuso, forzato, il cui esito è un tiro che si infrange malamente prima sul tabellone e poi sul ferro. Igoudala raccoglie il rimbalzo e passa immediatamente la palla a Curry, che si trova poco dopo la linea dei tre punti difensiva.

Mancano 5,4 secondi alla fine della partita. Nel basket americano i giocatori possono chiamare il timeout, anche quando “the ball is not dead” (cioè quando la palla è in gioco). Curry, però, non lo chiama. Con tre palleggi si trova all’altezza della ‘R’ della scritta “Thunder” di centrocampo. Siamo a 38 piedi dal canestro, circa a 11,5 metri. Una distanza siderale per qualunque giocatore: Ryan Anderson, un’ala di 208 cm, tira col 57% tra i 28 e i 40 piedi, per un onestissimo 8/14s; non male, certo, ma i tentativi sono decisamente occasionali, non ricercati. Damian Lillard, un giocatore che per certi versi assomiglia molto a Stephen Curry, ricerca spesso conclusioni da queste distanze: 9/33, 27% dal campo.

Mentre il resto dei giocatori NBA tira con il 19% dopo gli 8 metri e mezzo, Curry ha una percentuale pari al 64% (36 canestri su 56 conclusioni). Insomma, a Curry piace spesso tirare da lontano, dato che già nel riscaldamento fa sessioni di tiro da 10, 12, 14 metri. Nella NBA dei Big Data – non troppo dissimile dal ‘Distant Reading’ di Franco Moretti che si pratica allo Stanford Literary Lab – questi numeri dicono che per Curry tra tirare dopo gli 8 metri o tirare vicino a canestro non c’è alcuna differenza. Perché, dunque, chiamare timeout, quando ho la certezza quasi matematica di segnare da 11 metri? Palleggio, arresto, tiro: la palla tocca dolcemente il ferro ed entra di prepotenza nel canestro.

Stephen Curry non è Michael Jordan. È un mio coetaneo, nato il 14 marzo 1988 ad Akron, in Ohio, all’Akron General Medical Center, lo stesso ospedale che quattro anni prima aveva dato alla luce un altro fenomeno del basket NBA: LeBron James. Curry però non assomiglia a James, né tantomeno a Jordan. Non sto parlando di talento o doti tecniche, bensì di doti squisitamente fisiche: 6’3’’ e 190 lbs nel sistema internazionale significano 191 cm per 86 kg. Jordan è quasi metri e quando giocava ai Bulls era 100 kg di muscoli. James oggi ne pesa 113 kg, distribuiti lungo i suoi 203 cm di altezza.

Curry è probabilmente uno dei bipedi più veloci del pianeta, ma in una lega dove più o meno ogni sera si devono affrontare giocatori che superano i 210 cm o i 130kg diventa difficile, anche per i più veloci, trovare il proprio ruolo. Ecco, Curry si è costruito il proprio ruolo; e quel tiro che ha fatto vincere la sua squadra, lasciando ai Thunder 0,6 secondi per pareggiare (il tiro di Russell Westbrook si spegnerà contro il primo ferro), certifica l’unicità del predicato di esistenza di un giocatore che non si era mai visto – e che a detta di molti non si vedrà più – sulla faccia della terra. Alla fine dell’incontro, un incredulo Jeff Van Gundy ha chiesto spiegazioni a Mark Jackson, ex allenatore dei Warriors e ora commentatore per le telecamere di ESPN, «How did he score that? You coached the guy».

Strength in Numbers. I Warriros sono la squadra dei record e Curry ne è cifra e misura. Contro OKC Curry ha segnato 12 tiri da tre punti (il terzo ad esserci riuscito dopo Kobe Bryant nel 2003 e Doneyll Marshall nel 2005); ha superato il proprio record personale (nonché dell’intera storia della NBA) di tiri da tre segnati in una stagione (286 nel 2014-2015). Ora siamo a quota 318 quando mancano ancora diciassette partite da giocare. E, last but not least, ha segnato il tiro della vittoria.

Nell’epoca della riproducibilità tecnica, la versione Playstation di Curry è più scarsa di quella reale. I programmatori di NBA 2k16 hanno fatto sapere tramite Mike Wang, Gameplay Director del gioco, che non sanno come digitalizzare il giocatore dei Golden State Warriors: «He’s a ‘rule breaker’ when it comes to jump shooting». Appunto, Curry rompe gli schemi quando deve tirare; e quel tiro scoccato da centrocampo che ha consegnato la vittoria ai Warriors per il resto del mondo (virtuale ed empirico) è impossibile; per Curry, invece, rappresenta l’unica realtà possibile: la sua.

Non ci resta che rimanere in silenzio di fronte a questa poesia in movimento, osservare le rassegnazione dei giocatori di OKC e ascoltare le reazioni da tutto il mondo al tiro di Curry (un curioso test antropologico):

[Immagine: Il tiro decisivo di Stephen Curry contro Oklahoma].

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