cropped-simon-the-stylite-01.jpgdi Slavoj Žižek

[Dal 24 al 30 marzo LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. In questi giorni, per non lasciare soli i nostri lettori, ripubblicheremo alcuni post. L’articolo che segue è uscito il 6 gennaio 2015 ed era già apparso su «The New Statesman» nel gennaio del 2015, subito dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Ringraziamo l’autore per averci concesso di pubblicare la traduzione italiana. Il titolo è redazionale].

Ora, mentre siamo tutti sotto choc dopo la furia omicida negli uffici di Charlie Hebdo, è il momento giusto per trovare il coraggio di pensare. Dovremmo, com’è ovvio, condannare senza ambiguità gli omicidi come un attacco alla sostanza stessa delle nostre libertà e farlo senza riserve nascoste (del tipo «comunque Charlie Hebdo provocava e umiliava troppo i Musulmani»). Ma questo pathos di solidarietà universale non è abbastanza. Dobbiamo pensare più a fondo.

Pensare più a fondo non ha nulla a che fare con la relativizzazione a buon mercato del crimine (il mantra «chi siamo noi occidentali, perpetratori di massacri terribili nel Terzo Mondo, per condannare atti simili»). Ha ancora meno a che fare con la paura patologica di molta sinistra liberal occidentale: rendersi colpevole di islamofobia. Per questa falsa sinistra ogni critica verso l’Islam è espressione di islamofobia occidentale: Salman Rushdie fu accusato di aver provocato inutilmente i Musulmani e quindi di essere responsabile, almeno in parte, della fatwa che lo ha condannato a morte, eccetera. Il risultato di una simile posizione è quello che ci può aspettare in questi casi: più la sinistra liberaloccidentale esprime la propria colpevolezza, più viene accusata dai fondamentalisti di ipocrisia che nasconde odio per l’Islam. Questa costellazione riproduce perfettamente il paradosso del Super-io: più obbedisci a ciò che l’Altro ti chiede, più sei colpevole. Più tolleri l’Islam, più la pressione su di te è destinata a crescere.

Ecco perché trovo insufficienti i richiami alla moderazione sulla falsariga dell’appello di Simon Jenkins («The Guardian», 7 gennaio), secondo il quale il nostro compito è quello di «non reagire eccessivamente, di non pubblicizzare eccessivamente le conseguenze dell’accaduto. È invece quello di trattare ogni evento come un episodio di orrore passeggero». L’attacco a Charlie Hebdo non è stato un mero «episodio di orrore passeggero»: seguiva un preciso piano religioso e politico e, come tale, era parte di uno schema molto più ampio. Certo: non dobbiamo reagire eccessivamente se per questo si intende soccombere a una cieca islamofobia – dovremmo però analizzare questo piano in modo spregiudicato.

Non abbiamo bisogno di demonizzare i terroristi trasformandoli in fanatici eroi suicidi, ma di sfatare questo mito demoniaco. Molto tempo fa, Friedrich Nietzsche comprese che la cultura occidentale stava andando verso l’Ultimo Uomo, una creatura apatica senza grandi passioni o impegni. Incapace di sognare e stanco della vita, l’Ultimo Uomo non prende rischi; cerca solo comfort e sicurezza, tolleranza verso gli altri: «Un piccolo veleno di tanto in tanto: è quello che ci vuole per fare sogni piacevoli. E più veleno alla fine, per una morte piacevole. Hanno i loro piccoli piaceri diurni e i loro piccoli piaceri notturni, ma hanno riguardo per la propria salute. ‘Abbiamo scoperto la felicità’ – dicono gli Ultimi Uomini, e strizzano l’occhio». Può in effetti sembrare che lo iato tra il Primo Mondo permissivo e la reazione fondamentalista corra sempre di più lungo la linea divisoria fra chi conduce una vita lunga, soddisfacente e piena di ricchezza materiale e culturale, e chi invece dedica la propria esistenza a una qualche Causa trascendente. Non è forse questa l’antitesi fra ciò che Nietzsche chiama nichilismo «passivo» e «attivo»? Noi in Occidente siamo gli Ultimi Uomini nietzschiani, immersi in stupidi piaceri quotidiani, mentre i musulmani radicali sono pronti a rischiare tutto, impegnati nella lotta fino all’autodistruzione. Il secondo avvento di William Butler Yeats sembra rendere a pieno la nostra situazione attuale: «I migliori sono privi di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità». È un’eccellente descrizione della frattura tra i liberali anemici e i fondamentalisti appassionati: “i migliori” non hanno più la capacità di impegnarsi interamente; “i peggiori” si impegnano in un fanatismo razzista, religioso, sessista.

Ma i terroristi fondamentalisti corrispondono veramente a questa descrizione? Ciò di cui sono privi è un tratto che si ritrova facilmente in tutti i fondamentalisti veri, dai buddisti tibetani agli Amish americani: l’assenza di risentimento e invidia, la profonda indifferenza verso lo stile di vita dei non-credenti. Se i cosiddetti fondamentalisti di oggi davvero credessero di aver trovato la loro via per la Verità, perché dovrebbero sentirsi minacciati dai non-credenti, perché dovrebbero invidiarli? Quando un buddista incontra un edonista occidentale, a malapena lo condanna: si limita a notare con benevolenza che la ricerca di felicità dell’edonista si sconfigge da sola. A differenza dei veri fondamentalisti, i terroristi pseudo-fondamentalisti sono profondamente turbati, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non-credenti. È facile intuire che, combattendo l’altro peccaminoso, combattano in realtà la loro stessa tentazione.

È qui che la diagnosi di Yeats non è all’altezza della situazione attuale: l’intensità passionale dei terroristi testimonia una mancanza di vera convinzione. Quanto dev’essere fragile la fede di un musulmano se si sente minacciata da una stupida caricatura in un settimanale di satira? Il terrore fondamentalista non si fonda sulla certezza della propria superiorità e sul desiderio di salvaguardare l’identità religiosa e culturale dall’assalto della civiltà consumistica globale. Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento. Il problema non è la differenza culturale (il loro sforzo di preservare la propria identità), ma praticamente l’opposto: i fondamentalisti sono già come noi; segretamente hanno già introiettato i nostri parametri, alla luce dei quali misurano se stessi.

Paradossalmente, quello che manca ai fondamentalisti è proprio una dose di vera convinzione ‘razzista’: la certezza della propria superiorità. Le recenti vicissitudini del fondamentalismo islamico confermano la vecchia intuizione di Benjamin per cui «ogni ascesa del fascismo reca testimonianza di una rivoluzione fallita»: l’ascesa del fascismo rappresenta il fallimento della sinistra, ma al tempo stesso è la prova che c’era un potenziale rivoluzionario, il malcontento, che la sinistra non è stata capace di mobilitare. La stessa cosa vale per il cosiddetto ‘fascismo islamico’ di oggi? L’ascesa dell’islamismo radicale non è il correlativo esatto della scomparsa della sinistra laica nei paesi musulmani? Quando, nella primavera del 2009, i Talebani conquistarono la valle dello Swat in Pakistan, il «New York Times» scrisse che avevano organizzato «una rivolta di classe che sfrutta divisioni profonde fra un piccolo gruppo di latifondisti ricchi e i loro affittuari senza terra». Se, «approfittando delle condizioni difficili dei contadini», i Talebani stavano «sollevando l’allarme sulle condizioni sociali del Pakistan, che rimane largamente feudale», che cosa impedisce ai democratici liberal in Pakistan, così come negli Stati Uniti, di approfittare allo stesso modo di questa situazione e provare ad aiutare i contadini senza terra? La triste conseguenza di tutto questo è che le forze feudali in Pakistan sono le «alleate naturali» della democrazia liberale…

Che dire dei valori fondamentali del liberalismo: la libertà, l’uguaglianza, eccetera? Il paradosso è che il liberalismo stesso non è abbastanza forte per proteggerli dall’attacco fondamentalista. Il fondamentalismo è una reazione (una reazione falsa, mistificante, com’è ovvio) a un difetto vero del liberalismo, e per questo viene generato di continuo dal liberalismo. Lasciato a se stesso, il liberalismo si indebolirà lentamente da solo: la sola cosa che può salvare i suoi valori fondamentali è una sinistra rinnovata. Per far sopravvivere la sua eredità-chiave, il liberalismo ha bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale. È questo l’unico modo per sconfiggere il fondamentalismo, per togliergli il terreno da sotto i piedi.

Pensare in risposta agli assassinii di Parigi significa abbandonare la soddisfazione autocompiaciuta del permissivismo liberale e accettare che il conflitto fra il permissivismo liberale e il fondamentalismo è, in ultima analisi, un falsoconflitto – un circolo vizioso fra due poli che si generano e si presuppongono l’uno con l’altro. Ciò che Max Horkheimer disse del fascismo e del capitalismo negli anni Trenta – quelli che non vogliono parlare in modo critico del capitalismo dovrebbero tacere anche sul fascismo – dovrebbe essere applicato anche al fondamentalismo di oggi: quelli che non vogliono parlare in modo critico della democrazia liberale dovrebbero tacere anche sul fondamentalismo religioso.

[Immagine: Carel Willink, Simeon the Stylite, 1939 (gs)].

9 thoughts on “I fondamentalisti e gli Ultimi Uomini

  1. Grazie per questo articolo, utilissimo per capire come mai la sinistra NON capisce niente di questa spinosa faccenda.

    Cito: “Quando un buddista incontra un edonista occidentale, a malapena lo condanna: si limita a notare con benevolenza che la ricerca di felicità dell’edonista si sconfigge da sola.”

    Quando lo incontra sul tram e basta, sì. Se l’Autore invece prova ad andare in un paese buddista e a) pubblica vignette con Buddha che si fa sodomizzare dal Dalai Lama b) tira secchiate di escrementi su una statua del Buddha c) etc., scoprirà che il buddista tipo non si limita a “notare con benevolenza che la ricerca” di originalità dell’idiota si sconfigge da sola. Il buddista tipo passerà immediatamente alle vie di fatto, e avrà la mano molto, molto pesante.

    Sintetizzo la ragione per cui la sinistra in generale NON capisce niente di questa spinosa faccenda. Non si può giudicare il mondo, e tantomeno agire politicamente, assumendo il punto di vista della “umanità”.

    L’umanità è una bella cosa, ma è un concetto religioso e/o filosofico. Non possiede indirizzo, numero telefonico, codice fiscale, identità. Non si giudica nè si agisce politicamente dal punto di vista di un concetto filosofico, si giudica e si agisce politicamente dal punto di vista di una identità reale (popolo, nazione, ceto sociale, anche religion, anche individualità singola, se proprio vogliamo esagerare).

    Chi si ponga dal punto di vista dell’umanità o ti vuole fregare, come diceva quello, è si è fregato da solo, cioè crede di essere qualcosa che non è; e perdipiù – attenzione al perdipiù – dimostra un’arroganza sbalorditiva, e nemmeno se ne rende conto.

    Gli altri, però, quelli che NON si pongono dal punto di vista dell’umanità ma dal loro proprio, se ne rendono conto eccome, e NON lo trovano simpatico, benevolo, persuasivo.

  2. Non saprei, lo conosco poco. E’ di destra? A occhio e croce, leggendo questo articolo mi sembrava di sinistra.
    Parlo della sinistra realmente esistente, non della sinistra ideale eterna, e non faccio l’equazione “di sinistra = bene, intelligenza, “sono d’accordo”,etc.”, mi limito a registrare le posizioni politiche per quel che sono.
    Non scrive sul “Manifesto”, su “La repubblica”? Sono quotidiani di sinistra o centrosinistra.
    Poi qui dice: “Per far sopravvivere la sua eredità-chiave, il liberalismo ha bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale”. Direi che parla della sua parte politica.
    Se mi sono sbagliato e invece Žižek è di destra, o centrodestra, insomma non “di sinistra”, me ne scuso.

  3. Grazie. Mi sono incuriosito, e sono andato a vedere su wikipedia.

    Per quel che vale, wikipedia dice che “A critic of capitalism and neoliberalism, Žižek identifies as a political radical, and his work has been characterized as challenging orthodoxies of both the political right and the left-liberal academy.”

    Non so se basti a qualificarlo come autore “di sinistra”, forse sì forse no. Come dicevo non me ne intendo molto, non sono di sinistra, sono un cattolico piuttosto tradizionalista, fissato con la patria, etc.

    Ho poi letto il suo articolo su “vibrisse”. Sulla sostanza, concordo con lei.

    Su un’unica cosa ho qualche dubbio, sulla sua definizione di “fondamentalista” come “il credente che crede vero ciò che crede”.

    Questa mi pare la definizione del credente, punto.

    Poi è vero che non si attaglia al credente cristiano occidentale tipo, ma questo dipende da due fatti:

    1) il sistema simbolico e sociale nel quale il credente cristiano occidentale tipo vive NON è cristiano, anzi: dunque gli manca, per “credere vero ciò che crede”, il possente conforto del conformismo sociale. Egli insomma non respira cristianesimo sin dalla culla, e dunque sarà più facilmente abitato da dubbi, contraddizioni, etc. Il suo cristianesimo sarà, per esprimersi sinteticamente, una questione personale, soggettiva, e dunque patirà le oscillazioni e le aporie della soggettività isolata.

    2) Il credente cristiano occidentale tipo, per il solo fatto di essere tipo cioè medio, difficilmente avrà un rapporto intimo così profondo, con il suo Dio, da far tacere il rumore di fondo del sistema simbolico e sociale non cristiano o anticristiano in cui vive, e poter dunque ascoltare “the still small voice”, per esprimersi con la meravigliosa traduzione della Bibbia di re Giacomo, che gli parla nel deserto. In sintesi, il credente medio non è un santo o un mistico. Questo è sempre stato vero, anche al tempo in cui la Cristianità fioriva in Europa.

    Forse, una definizione più precisa del fondamentalista potrebbe essere questa: fondamentalista = letteralista+ribelle.

    Mi spiego. Il fondamentalista – qui parliamo del credente nelle religioni del Libro – interpreta *alla lettera* la sua religione. Questo non basta a farne un “fondamentalista”, almeno non un fondamentalista pericoloso: anche S. Francesco si ripromise di seguire il Vangelo “sine glossa”, e non si limitò a enunciare il programma.

    Però, nelle enunciazioni e prescrizioni e profezie del Libro Sacro ci sono due dimensioni: la terrena, e la escatologica. Il Discorso della Montagna, per esempio, è escatologico: agire politicamente nel mondo per sintonizzarlo con le beatitudini evangeliche è affatto impossibile.

    La rivolta contro il mondo così com’è in nome di un eschaton, direttamente o indirettamente religioso, da realizzare qui ed ora non è cosa nuova. Come certo lei sa, ne ha acutamente parlato Eric Voegelin nelle sue opere dedicate allo gnosticismo politico. Per tornare all’esempio di S. Francesco, quel che differenzia la sua esperienza religiosa da quella di un fondamentalista come l’ho definito sopra, cioè “letteralista+ribelle”, è che fu un letteralista del Vangelo ma NON un ribelle: non rifiutò MAI obbedienza alla Chiesa.

    Non conosco a sufficienza la teologia islamica per analizzare sotto questa luce l’esperienza degli islamisti di oggi. Conosco abbastanza i popoli arabi per farmi un’idea della costellazione psicologica di un islamista, ma non è questo il tema che stiamo discutendo.

  4. Quindi il “popolo” e la “nazione” sono identità reali? Ma che ddavero? E la preferenza nella scelta del personaggio quando si gioca a due a GTA San Andreas?

  5. Sono identità parecchio più reali della tua, caro sbruffante, e non lo dico solo per il tuo simpatico nickname.

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