Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Scrittori e Facebook/9. Alessandro Broggi

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cropped-af24904a53d906c24574a5161d2aa200.jpga cura di Andrea Lombardi

[Negli ultimi vent’anni il campo culturale italiano è cambiato profondamente. Alcuni dei mutamenti più radicali sono stati generati dalla rete. Dai primi forum ai blog fino ai social network, internet ha mostrato una grande vivacità letteraria e ha prodotto dei fenomeni che troppo spesso, per pregiudizio o timore, vengono ignorati. Oggi questo rapporto è giunto a una fase per così dire istituzionale, una fase che consente di definire o quantomeno di interpretare aspetti che fino a poco tempo fa apparivano poco chiari. Di qui l’idea di un’inchiesta sul rapporto fra gli scrittori e Facebook, il social network più usato, quello che racchiude alcune peculiarità delle forme online sorte in precedenza, ma che ha prodotto tipi di scrittura e di interazione nuovi e dirompenti. Le interviste contengono domande fisse e domande legate all’attività specifica degli autori intervistati. Nelle settimane scorse abbiamo pubblicato le risposte di Francesco Pecoraro, Gilda Policastro, Vanni SantoniGiuseppe Genna, Giulio MozziGherardo BortolottiHelena Janeczek e Franco Buffoni].

 

1) In che anno ti sei iscritto a Facebook e che cosa ti aspettavi quando l’hai fatto?

7) Da tempo si dice che i social network abbiano aperto una nuova fase della storia del web letterario italiano. Qual è la tua posizione a riguardo e come giudichi, in generale, la loro comparsa?

Caro Andrea, ti ringrazio per avermi invitato a partecipare a quest’inchiesta de Le parole e le cose. Cercherò di rispondere ai tuoi stimoli, laddove il discorso lo favorisce (per evitare ripetizioni, o dove il grado di riflessione a cui sono giunto non mi permette di evaderle puntigliosamente in modo separato) anche accorpando alcune delle questioni che mi poni.

Dunque. Non senza qualche reticenza, mi sono iscritto a Facebook a fine 2010, dopo un paio d’anni nei quali un certo numero di persone – sporadicamente ma mostrando una certa sorpresa che ancora non avessi creato un mio profilo – mi consigliava di farlo. Ci ho messo del tempo a decidere perché all’inizio nutrivo in effetti una forte diffidenza, estesa anche ai social più in generale. Mi spiego. Avendo salutato l’avvento dei blog letterari negli Anni Zero come un nuovo e ricco spazio/strumento di dibattito e di trasformazione per la società letteraria in toto, e avendo attraversato in pieno quella stagione, vedevo il cambio di modalità comunicative, mentali, comportamentali e di aggregazione offerto da Facebook come il primo responsabile – contro cui puntare il dito – di quel mutamento di clima che avrebbe portato a un processo di irreversibile rarefazione del dibattito nei lit-blog, i cui necessari tempi di attenzione sono stati drenati quasi all’osso proprio da Facebook, una piattaforma che sotto tale ottica non offriva e non offre in cambio che la chiacchiera, o poco più. Ma sono cose che sappiamo.

Era certo, il mio, un errore di prospettiva: non stava a Facebook vicariare la funzione propulsiva dei lit-blog (che rispetto ai loro anni d’oro si è di fatto persa per sempre, o, come mostra anche questo blog, è diventata qualcosa di diverso e forse ulteriore), piuttosto, Facebook era ed è importante come strumento di comunicazione tout court, che sta realmente contribuendo alla trasformazione delle nostre modalità di immaginazione, auto-rappresentazione e relazione aggiornando “i modelli di realtà accettati in una società comunicativa” (S.J. Schmidt). Insieme a quelle di Twitter, Youtube ecc., la pratica della sua grammatica comunicativa ha in breve ri-tradotto, o sta ri-traducendo, il nostro stesso intorno di civiltà (come scriveva giustamente Bill Viola già negli anni ’70: “Le strutture che percepiamo come immobili si muovono, i muri che ritenevamo impenetrabili saranno penetrati, le strutture saranno trasformate e noi riguarderemo questo momento come si guarda indietro agli anni ’50, ’40, ’20, come singolari periodi di transizione tra tecnologie”).

All’inizio, e devo dire anche adesso, pur non avendo mai elevato la mia riflessione su Facebook a un livello del tutto consapevole (come si evince facilmente da questa intervista tematica informale), ciò continua a interessarmi più su un piano teorico che nell’uso effettivo; sono infatti molto lontano dal poter dire di usare questo social al pieno delle sue potenzialità, né ciò mi interessa. Non sono un Facebook addicted, o un social network addicted, com’è invece piuttosto normale per la generazione successiva alla mia. Solamente, mi interessano e cerco di fare leva su alcune caratteristiche del mezzo più che su altre.

 

2) All’inizio hai pensato di dover gestire il tuo profilo tenendo conto del fatto di avere un’immagine pubblica in quanto scrittore o non ti sei posto il problema?

3) Che tipo di materiale condividi nella tua bacheca? Quanto è riconducibile al tuo ruolo pubblico e quanto alla vita privata? Si può parlare, nel tuo caso, di una poetica di Facebook?

4) I tuoi stati sono quasi sempre costituiti da frammenti testuali – dall’aforisma al brano di breve lunghezza – tratti dalle opere di altri autori. Ora, la brevitas dei contenuti verbali e l’uso della citazione come modalità espressiva sono elementi piuttosto diffusi su Facebook, ma nel tuo caso sembrano rispondere a un precisa intenzione culturale, se non addirittura estetica. Puoi approfondire questo aspetto?

 Devo dire che in una prima fase mi sono limitato a usare Facebook in modo piuttosto formale, come mero strumento di diffusione informativa sulla mia attività, rispetto alla pubblicazione di libri, ai contributi per riviste o monografie, alle recensioni che ricevono i miei testi e alla loro presentazione in librerie o spazi pubblici. E anche alla presentazione di libri altrui: per due anni e mezzo, insieme a Paolo Giovannetti abbiamo per esempio curato una serie di incontri alla Libreria Popolare di Milano, nei quali abbiamo presentato quelle che a nostro avviso erano le uscite editoriali, gli autori, le emergenze e gli argomenti del momento. In ciò ci siamo giovati, rispetto a Facebook, di quell’interessante strumento che è la funzione Eventi; funzione utile ma insieme contraddittoria, ogni volta che ci induce a incorrere in quella fallacia virale per cui la notizia di una presentazione o di un incontro – che asserisce una presenza militante – fa premio e assume più importanza della presentazione effettiva (secondo un principio di auto-riconoscimento e di auto-legittimazione virtuali che funziona a prescindere dalla verifica della partecipazione all’evento reale annunciato, o della sua riuscita).

Poi, a un punto preciso del mio percorso, che è coinciso con la conclusione di un quindicennio di lavoro con la scrittura in una precisa direzione di ricerca (culminata nei volumi Avventure minime e Coffee-table book), e allo stesso tempo con una rottura relazionale importante e del relativo progetto di vita, tra le altre cose ho forse anche iniziato a utilizzare Facebook in modo diverso (ma sempre poco incline alla condivisione di informazioni di tipo strettamente personale) e inconsapevolmente paradossale rispetto al mezzo medesimo. Devo ora prendere il discorso un po’ da lontano. Se fino ad allora il mio lavoro con la scrittura (ne ho parlato qui http://www.lietocolle.com/cms/wp-content/uploads/2014/03/ULISSE-182.pdf più diffusamente) aveva insistito per lo più su una presunta pars destruens, rispetto agli (o ad alcuni degli) stereotipi percettivi e comunicativi che ci vengono dalla nostra immersione quotidiana – data per acquisita e quasi per naturale – nel mondo controllato dei media e delle merci, provando a percorrere la strada della “post-produzione” (N. Bourriaud) e di un’ostensione neutra (a cui facesse da controchiglia implicita un meta-livello invece critico, anti-frastico) di prodotti testuali e paratestuali, discorsi, contenuti e dispositivi legati a quei modi imperanti e alla loro pervasività ideologica – quasi un “lavorare sull’illusione per non illudersi” (G. Celant, Inespressionismo) –, da due o tre anni a questa parte ho avvertito il bisogno di un secondo tempo della partita, di una responsabilità più construens della scrittura. Ma, se è vero che “la realtà acquista un linguaggio nuovo ogni qualvolta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, e non quando si tenta di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenze e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto” (I. Bachmann), ho compreso che prima di poter scrivere alcunché di nuovo era, ed è, necessario passare ancora in modo forte attraverso l’esperienza, cioè il prendersi cura della vita del corpo e della mente, e attraverso un aggiornamento delle mie lenti e della mia postura, riprendendo letteralmente a studiare in direzione di un perfezionamento negli strumenti della lingua e dell’approfondimento di altre vie possibili della ricerca. Più in generale, laddove praticabili: di un accresciuto spessore conoscitivo e di una maggiore intelligenza osservativa e pregnanza cognitiva; anche dubitando proficuamente di tic, tabù e convinzioni acquisite nel percorso precedente, mettendo in discussione i raggiungimenti consolidati e insomma ponendomi al di là di un certo compiacimento concettuale, dell’ansia del conformismo epistemologico verso me medesimo: rischi schivati per esempio da un artista come Marcel Duchamp che, cercando sempre qualcosa di inatteso e posto oltre il proprio abituale impegno con il mondo, per non ripetere il già fatto a un certo punto della propria parabola smise di produrre ready-made restando quasi ai margini per decenni (fino al tardo Dati). (Un paio di citazioni notevoli potrebbero qui fare gioco: dal Quadrato nero di Max Frisch, “Teniamo fede al nostro pensiero […], un pensiero che, nella migliore delle ipotesi, è valido solo per quell’attimo e per quel luogo in cui si genera. Non si tiene conto della speranza di essere più perspicaci domani, quando si penserà il contrario. […] Ogni essere umano si inventa una storia che poi, spesso a prezzo di enormi sacrifici, considera la sua vita.”; Clifford Geertz: “Uno dei fatti più significativi è che noi tutti cominciamo con l’equipaggiamento naturale adatto per vivere mille tipi di vita, ma finiamo con l’averne vissuta una soltanto”).

Questo mio nuovo programma di ricerca sta determinando in me un vero e proprio “attraversamento del deserto”, nel tentativo di una riapertura della vita, della sua cornice, del suo pensiero, del suo linguaggio, del suo “cosa vedi”, del suo “cosa esiste nel mondo”; per dedicarmici a fondo ho abbandonato anche la militanza precedente (e i blog GAMMM e Nazione Indiana), ma ciononostante credo ci vorrà ancora molto tempo perché quello a cui sto lavorando possa vedere la luce. Da qui l’esigenza, nel nome della responsabilità, del rispetto e della trasparenza verso chi da lettore ha apprezzato i testi che ho finora pubblicato, di rendicontare comunque qualcosa – anche di minimo – di questo mio momento, inframmezzando gli stati di Facebook di una sorta di diario di cartelli indicatori (utili a me per primo), ovvero di segnavia di un’euristica possibile, che forniscano qualche idea di ciò che sto pensando e dei discorsi e dei libri con i quali mi sto confrontando. Il nuovo lavoro, se mai riuscirò a portarlo a termine, sarà probabilmente un romanzo molto sui generis, nel quale le tipologie testuali descrittiva, narrativa e argomentativa avranno un peso simile; un metaromanzo frutto proprio del montaggio di frammenti e citazioni da fonti disparate. Perché le citazioni? Con una battuta, potrei dire che si tratterebbe forse di trovare una chiusura creativa al sillogismo che – ammettendo qui la sinonimia lingua/linguaggio – porrebbe “La lingua è un sistema di citazioni” (J.L. Borges) e “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (L. Wittgenstein) come proprie premesse.

Se infine alcune opzioni di poetica che ho praticato fino ad Avventure minime richiedevano l’interpolazione di fonti anodine, di frasi orali super-ordinarie (eavesdropping), di testi e materiali funzionali (tendenzialmente recepibili come anonimi) legati alla comunicazione, ai giornali, all’infotainment, all’affettività eterodiretta di massa della pubblicità ecc. e in definitiva dell’inautenticità del luoghi comuni come “referti clinici di un mondo” (B. De Luca) da criticare (ma dal quale, in quanto oggetto della critica, non potevo prescindere), il maggior respiro che richiede questo nuovo progetto mi porta a riaprire il confronto con il letterario e con il cognitivo, per cui le varie citazioni utilizzate sono e saranno tutte tratte da fonti letterarie e saggistiche riscontrabili. Ma se posso vorrei aggiungere ancora una cosa sull’attitudine costruens, sulla positivià/propositività: Dorothea von Hantelmann in un saggio sulle Popeye series di Koons per la Serpentine Gallery ha parlato a tale riguardo di un “passo oltre la criticalità” (“Koons rejects any idea of criticality […] This places him in a kind of discursive no-man’s-land, since there simply is no significant contemporary discourse, no progressive or significant political social or artistic agenda, that is not rooted in an idea of criticality. […] Someone who places himself outside the “cultural limit” of criticism really places himself off limits, outside of what dominates a contemporary discourse and its predominant order of thought, perception, speech and understanding”); io, molto più semplicemente, credo con John Cage che “the best way to succeed in changing society is not to protest against what we consider to be evil, but rather to leave the latter to dry up on its own. Protesting against these things, on the contrary to what is said, gives them that same type of life that is given to a fire when one blows on it, which is why it is better to ignore them altogether, turning one’s attention elsewhere, undertaking actions which have another kind of nature, a positive nature, rather than continuing to feed that which is negative by denying it”. In quest’ottica, e per tornare maggiormente in tema, credo che anche la tanto vituperata semplificazione del “Mi piace” di Facebook, se presa in modo letterale, come un’attitudine fondamentale, porti comunque qualcosa di salutare (cos’è per esempio, in fondo, un grande classico della letteratura giapponese come le “Note del guanciale” di Sei Shônagon se non un mero catalogo di “Mi piace” calato nella propria epoca e cultura?).

Facebook, che solitamente è sovraesposizione dell’ego, è dunque diventato nella mia pratica, attraverso la citazione di frasi estrapolate da libri altrui e incontri che fanno parte di questo mio tragitto ulteriore, la cronaca di un “Be someone else”. Di una paradossalmente disidentificazione; (una volta accettatene completamente le gioie e i dolori) di una distanziazione dall’ego invece che di una maggiore presa in carico delle sue istanze autobiografiche. Del resto, anche con la condivisione in bacheca di questo genere di materiali non so quanto potrò ancora proseguire: già il fatto che tu mi stia interrogando a tale riguardo mostra quanto questa proposta stia ormai diventando un automatismo.

Sulla brevitas – praticabile naturalmente anche nella narrazione, e in questa forma portata già a perfezione da Fénéon (http://gammm.org/index.php/2010/09/16/da-romanzi-in-tre-righe-felix-feneon) ben prima dell’avvento della Twitter narrative – e sull’attitudine aforistica: se è certo vero che, per fare un esempio, alcuni racconti terapeutici di Milton Erickson che sto leggendo in questo momento andrebbero ripresi e postati integralmente, è anche ragionevole che, da quando Facebook stesso, Twitter, Instagram, l’SMS, WhatsApp, il tablet, ecc. hanno ulteriormente accelerato e istituzionalizzato la “fruizione nella distrazione” di cui parlava Benjamin, quello della brevità (ma anche di una certa memorabilità, della chiarezza e dell’esemplarità stilistica – e finanche del “classico” nel senso del Cocteau di Opium: “Vorrei non preoccuparmi più di scrivere bene o male: arrivare allo stile delle cifre”) per chi scrive debba diventare, forse, se non un dovere almeno un’ineludibile parametro-pietra di paragone.

Le istanze autobiografiche di cui accennavo poco sopra – mi si perdoni la contraddizione – sono invece quanto più mi interessa in quello che gli altri pubblicano sui social network. Il fattore “condivisione”, il fatto cioè che a tanti milioni di persone iscritte e con il proprio “profilo” corrispondano altrettanti milioni di narrazioni differenti, o lacerti, tracce di tali narrazioni, tutte rese pubbliche perché appunto “condivise”; che ciascun profilo Facebook, nel nastro di stati che si succedono temporalmente nelle rispettive bacheche, offra la possibilità di uno sguardo incessantemente aggiornato sul punto preciso della “costruzione del mondo” (George Kelly) da parte di ognuno di noi, di come ciascuno autobiografizzi se stesso “nella propria personale [ma qui anche pubblica] strategia di consumo dei segni” (N. Bourriaud) (e ciò vieppiù volendo accordare a Plantinga che “ogni insieme di proposizioni è [proprio] [comunque e in ogni caso] un libro su qualche mondo”).

“Miliardi di persone al mondo e nessuna di loro è una comparsa: ognuno è protagonista della propria storia”, affermava il protagonista di quel grande compendio di idee che è Synecdoche New York di Charlie Kaufman, e allora a interessarmi in questo caso è stato ed è proprio la nostra infinita e irriducibile diversità: una curiosità intellettualmente un po’ voyeuristica per l’altro, per il privato e per l’infraumano mi ha portato in passato ad aprire su Facebook anche profili con nomi fittizi, ciascuno con collocazioni geografiche, età, interessi e tratti biografici distinti inventati (o anche aleatoriamente determinati), profili che si sono creati rapidamente giri di amicizie con persone a me sconosciute in parti diverse del pianeta.

Tornando a quanto dicevo all’inizio, e allargando un po’ la prospettiva, mi pare allora che Facebook non sia tanto importante come luogo di confronto, per i dialoghi/dibattiti che potrebbero avvenire nello spazio dei commenti, che è invece nullo, e nemmeno (quantunque ciò sia pregevole, nonché sociologicamente interessante) come luogo di testimonianza della solidarietà emotiva e dell’empatia sistemica riscontrabile in occasione di atti terroristici, morti di cantanti famosi e altri avvenimenti dell’attualità condivisa, ma per il valore documentale, come registro degli sguardi, dei pensieri, degli auspici, delle preferenze, dei link, delle micro-esperienze, dei “modi in cui gli individui immaginano la loro esistenza” (C. Taylor), che ciascuno condivide – per cui non sembrerebbe qui sbagliato parlare, ripescando un’espressione usata da David Herman in un altro ambito di discorso, di un’“ecology of selves”.

Ciò è quello a cui Facebook o un social potrebbe idealmente portare tutte le volte che i suoi utenti non si limitano a rilanciare video vacuamente divertenti o altri contenuti preconfezionati, quando non seguono troppo pedissequamente gli stereotipi (auto)rappresentativi e le convenzioni interpretative che ci circondano (fatta anche la tara di tutti i post di arguzia o autocompiacimento narcisistici, di più o meno larvata lamentazione, di quotidiana strategia di autoassoluzione, di ricerca anche ironica del “male comune, mezzo gaudio” e, in breve, di tutte le trappole retoriche e psicologiche che rappresentano forse la massima parte dei contenuti condivisi). Per quanto mi riguarda, vorrei valesse la massima di Von Foerster “Agisci sempre per aumentare il numero delle possibilità”, o detto altrimenti – volgendo all’imperativo la supposta, speculativa quarta legge della termodinamica per i sistemi auto-costruttivi di Stuart Kauffman –: tendi “a massimizzare il numero di tipi di eventi che possono accadere al passo [evolutivo] successivo”; ma indubbiamente ciò non è sempre possibile.

“La nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiam tratto” (J. Barnes); e oggi, “impigliati nella rete di significati che noi stessi abbiamo tessuto” (C. Geertz), raccontiamo la nostra personale, infraordinaria storia anche quando ci lasciamo determinare acriticamente dai modelli enunciativi, dalle modalità implicite di creazione di contenuti e dalle cornici pragmatiche dei social (cioè a dire – forse – il “sistema standard di rappresentazione” della nostra epoca; rispetto al quale, seguendo la vulgata di Goodman, ricavare anche una nozione contingente di realismo in termini di “grado di adeguazione” […]). Ma se “lo stile è l’uomo”, ciascuno di noi si vede allora identificato nel modo peculiare con cui “surfa” per tutti i contenuti che trova condivisi, anche creando – per se stesso e per gli altri, in una continua selezione dei mondi possibili rilevanti all’interno della “pioggia culturale” (N. Bourriaud) nella quale la nostra esistenza 2.0 si trova quotidianamente inserita – repertori di playlist verbali, visive, sonore, ecc. (in un vero e proprio catalogo umano, e in un Atlante della Memoria orizzontale e senza margini), secondo un nuovo genere di collezionismo privato e insieme condiviso, che conferma che “ciò che abbiamo l’abitudine di chiamare ‘realtà’ non è che un montaggio” (ancora Bourriaud) all’interno del quale perdersi per ricostruirsi identità sempre ulteriori. Moltiplicando tra l’altro quegli incontri e quei legami transindividuali accidentali e cangianti che nel divenire dei contesti e delle forme storiche costituirebbero, althusserianamente, la nostra umana essenza.

 

5) L’intromissione del privato quale conseguenze ha, a tuo parere, sui lettori? Lo scrittore perde l’autorevolezza che scaturisce da un rapporto fondato esclusivamente sulla lettura delle sue opere?  

Credo che solo un romanziere affermato potrebbe oggi legittimamente rispondere alla domanda (ammesso che di autorevolezza dello scrittore si possa ancora parlare, e che questa sia sempre una cosa sana e auspicabile). La cosiddetta “scrittura di ricerca”, nella quale vengo solitamente incasellato, in quanto sottoinsieme del genere poesia – ossia di fatto una nicchia di una nicchia – (così almeno nel nostro Paese) a un lettore che non sia già in un modo o nell’altro un addetto ai lavori, o un amico dell’autore, non arriva affatto, nemmeno attraverso Facebook. Per cui il confronto tra l’autore implicito di un testo – che altro non sarebbe che “la rappresentazione delle intenzioni di problem solving dell’autore, dello stile cognitivo che adotta per realizzarle e della presentazione discorsiva che ne deriva” (S. Ballerio) – e l’autore reale, che seminerebbe lo spazio comune virtuale delle impronte della propria umana troppo umana vicenda giornaliera, per questo genere di scrittori non inizia nemmeno. Nel mio caso poi, non si attiverebbe neanche qualora fossi un romanziere affermato, dato che come ho detto su Facebook preferisco non condividere contenuti strettamente personali, opinioni triviali o accadimenti biografici realmente contingenti.

 

6) Il circuito di Internet prevede l’equivalenza degli utenti in quanto produttori di contenuti, il che mette in crisi la gerarchia autore-lettore ponendoli sullo stesso piano. Come interpreti tale rapporto, anche alla luce della tua esperienza su Facebook?  

Rispetto a questo argomento, alcuni ragionamenti che ritengo importanti e in parte inaggirabili, con cui interloquire, sono stati portati da Gherardo Bortolotti, in questo saggio http://www.leparoleelecose.it/?p=17196 e in altri suoi interventi. Da parte mia non ho invece ancora approfondito la questione con una sonda paragonabile.

Posso solamente dire di essere sempre stato, anche per formazione, più dalla parte del lettore che da quella dell’autore, per un’impostazione orientata al ricevente, anche perché – banalmente e più in generale – in ogni caso, il senso del nostro messaggio lo decide sempre l’altro.

Mi interessano maggiormente tutti quei testi nei quali il lettore non è semplicemente chiamato a rispecchiarsi nell’io dell’autore e a condividerne passivamente le verità e la “prospettiva di mondo” (come tipicamente nella poesia lirica), né a giovarsi soltanto della complessità o della ricchezza retorico-stilistica del dettato verbale, ma è piuttosto stimolato a “praticare l’arte della collaborazione sulla pagina” (provando per esempio a dirlo con Richard Sennett) anche rivolgendo la propria attenzione verso se stesso e verso la propria importanza “politica” di lettore.

Tocca la questione dell’estensione dell’ampliamente delle prerogative del lettore, e dell’arricchimento (e del futuro) della comunicazione letteraria [su uno sfondo teorico nel quale alcuni studi fondamentali mi sembrano quelli di Naomi S. Baron (2008 e 2015) e di Marcel Cornis-Pope (2014)], anche questo interessante studio http://ojs.unica.it/index.php/between/article/view/1341/1175 di Anna Notaro, sulle forme di narrazione che maggiormente si giovano delle possibilità proprio offerte dai nuovi dispositivi digitali di fruizione, da Facebook e dalla Rete. E con questa segnalazione, essendo anche andato lungo con le risposte precedenti, mi sembra di poter concludere.

 

[Immagine: Facebook]

 

4 commenti

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  3. io dico solo questo, facebook non è il toccasana di tutti i mali e usarlo comporta dei problemi, può danneggiarti anche -bisogna stare sempre attenti a tutto- ma diventa sempre più importante perché ti mette in contatto con una marea di eventi e di persone. Insomma a mio parere se non ci fosse bisognerebbe inventarlo….

  4. “ 5 luglio 1991 – Leandro Piantini, studioso di letteratura, riuscì a farsi dare un’ottantina di milioni da Mike Bongiorno con i quiz sul ciclismo. Bravo. “.

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