Le parole e le cose

Letteratura e realtà

“Un legittimo atto di guerra”. I partigiani a via Rasella

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cropped-Lattentato-di-via-Rasella1.jpgdi Rosario Bentivegna

[Riportiamo qui di seguito un estratto dal libro Vite partigiane (Quodlibet, 2016), uscito da poche settimane in libreria. Il volume, che si apre con una prefazione di Daniele Balicco, raccoglie, in versione trascritta, cinque testimonianze orali sull’esperienza della guerra e della Resistenza antifascista. Cinque partigiani (Sergio Flamigni, Massimo Rendina, Rosario Bentivegna, Walchiria Terradura e Teresa Vergalli) hanno raccontato la loro vita di giovanissimi ribelli guerrieri in un ciclo di incontri pubblici organizzati, tra il 2007 e il 2014, dall’Associazione culturale Un punto Macrobiotico Roma, che di questo libro è ideatrice. Cinque documenti di storia orale, dunque. Ma, soprattutto, cinque racconti su cosa significa scegliere di essere persone libere. L’insegnamento più emozionante che si ricava dalla lettura di queste pagine bellissime, ricche di aneddoti, anche divertenti, è che perfino la paura si può trasformare in forza. Qui di seguito un brano tratto dalla testimonianza di Rosario Bentivegna sui fatti di via Rasella (dba)].

Passano i mesi e gli Alleati non arrivano a causa di errori strategici commessi dal generale che comandava l’armata americana. I Tedeschi riuscirono a contenere la testa di ponte di Anzio e io, il 4 di marzo, fui richiamato da Centocelle per portare a termine altre azioni che dovevamo fare. E le facemmo subito. I fascisti il 10 marzo fecero una grande manifestazione all’Adriano in onore di Mazzini. Ma come si permettevano di parlare di Mazzini, che è il padre della democrazia e della libertà in Italia?! E noi li attaccammo quando uscirono. Saranno state seicento, settecento persone che venivano avanti precedute da un reparto della Milizia Nazionale repubblichina. Armati fino ai denti, camminavano con passo marziale e noi, in quattro, gli tirammo addosso quattro bombe da mortaio modificate a bombe a mano: i nostri artificieri s’erano scafati, avevano imparato a fare il loro mestiere! Certo bisognava essere defilati, perché sennò beccavano pure a te: non erano infatti come le bombe Balilla, che anche se le tiravi a un metro non succedeva niente, né a quello che l’aveva ricevuta né a quello che l’aveva sparata! Erano invece bombe pesanti che esplosero in mezzo a questa compagnia, che immediatamente sparì. Altri compagni che circolavano intorno vedevano la gente che si fregava le mani tutta contenta: “Chi so’? So’ i comunisti che stanno sparando ai fascisti?” Quel giorno i Tedeschi proibirono ai fascisti di girare per la città perché provocavano la gente, che li odiava. E questa fu già una vittoria politica. Poi, mentre io ero nella zona di Centocelle, era stato preparato l’attacco a via Rasella.

Erano stati ideati diversi moduli di attacco. Arrivai, mi coinvolsero e preparammo un piano che fu studiato fin nei minimi particolari. Ci venne l’idea di nascondere in un carrettino della spazzatura una cassetta di acciaio carica con dodici chili di tritolo e altri sei chili sfusi sopra. Scegliemmo via Rasella perché era una strada semideserta: non c’erano negozi, non c’erano molti portoni nella parte alta della strada e proprio in quella parte decidemmo di mettere la mina. Avevamo verificato per circa un mese (prima le staffette, poi i compagni del comando e poi di nuovo noi che dovevamo operare) la puntualità della colonna di queste 160 SS e avevamo anche cronometrato il tempo che ci metteva da un punto all’altro, in modo che l’esplosione avvenisse non prima o all’inizio della colonna stessa, ma a metà, e fosse il più dirompente possibile. Erano tutti armati fino ai denti: giravano con il mitra sulla pancia e con il dito sul grilletto ed erano preceduti da una motocarrozzetta armata di mitragliatore pesante con il servente al pezzo ed erano seguiti da un’altra motocarrozzetta dello stesso tipo. Avremmo avuto, quindi, un momento di scontro davanti e un momento di scontro dietro, perché il nostro attacco si sarebbe svolto su due fronti: all’angolo di via del Boccaccio ci sarebbe stata, infatti, anche una nostra squadra armata di bombe da mortaio modificate come quelle che vi ho descritto prima. Fra l’altro, proprio all’angolo di via del Boccaccio con via Rasella c’era una caserma della PAI [Polizia dell’Africa italiana].

Arrivai in via Rasella alle due perché ero andato io a prendere ‘sto carrettino preparato dagli artificieri in una cantina presso il Colosseo e, spingendolo, avevo attraversato Roma. Tra l’altro, per strada incontrai anche gente che mi conosceva ma che, per fortuna, non pensò che sotto quella divisa da spazzino ci potessi essere io. Arrivato davanti al Quirinale, degli spazzini vennero da me e mi dissero: “Ahò! Ma tu che ce fai qui?” – “Beh, a voi che ve frega?”. Allora s’avvicinano. “Ma dì ‘a verità, stai a fa’ ‘a borza nera, facce vede’ li prosciutti!” – “Nun ve movete sa’,’a roba mia ‘nze tocca!”. Alla fine questi se ne andarono ridendo e sfottendomi, dicendo: “Eh… porti i prosciutti, devi anda’ a fa’ ‘a borza nera!”. E sono andato avanti. Sono arrivato puntuale a via Rasella, ho collocato la mina nel posto dove doveva esplodere, poi aspettai. Aspettai e… niente, ‘nze vedevano! Passano le due, le tre… Intanto me metto a scopa’, tanto pe’ damme ‘n po’ d’arie, ma se vedeva benissimo che non ero bravo! Difatti passa uno che mi dice: “Ahò! Ma tu che ce fai qui?”. Doveva esse uno della nettezza urbana… “Boh… chi lo sa… cazzi miei!”. E poi, alle quattro meno un quarto, mi avvicina un compagno che mi dice: “Se alle quattro non sono venuti, pigliati il carrettino e seguici per evitare che possano intervenire complicazioni”. Vabbè. Alle quattro meno cinque arriva una staffetta che mi dice: “Stanno arrivando”. Ci fermiamo e arrivano. La fortuna volle che la motocarrozzetta passasse prima e se ne andasse. Sì, qui c’è un’espressione romanesca che non posso dire per rispetto alle signore, però effettivamente fu una gran fortuna. E quando Cola, cioè Franco Calamandrei, mi diede l’ordine levandosi il berretto, perché questo era il segnale, accesi la miccia. La testa della colonna era già arrivata quasi al punto dove stavo io: erano a pochi metri e avevo a disposizione cinquanta secondi, il tempo calcolato affinché ne pigliasse il centro, per allontanarmi. Mi avviai verso l’alto, c’erano dei lavoratori e io gli dissi: “Ragazzi, scappate perché qui tra poco ci sarà un macello!”, come avevo detto anche ad un milite della Croce Rossa che stava lì davanti al portone. E poi avvertii anche degli altri ragazzini. Pasquale Balsamo, a dei ragazzini che venivano su per via Rasella, dietro ai Tedeschi, tirando calci a un pallone, prese ‘sto pallone e glielo buttò via. Quelli gli dissero: “Ah fijo de ‘na mignotta!”… Cercammo di impedire che ci fosse gente e difatti la nostra esplosione ebbe soltanto due persone effettivamente coinvolte tra i civili. La colonna però esplose, anche perché questi qui avevano addosso quelle possenti bombe a mano col mazzarello, come dicevamo noi a Roma: con quelle bombe lì, quando le avevamo a disposizione, facevamo salta’ per aria un camion! E queste bombe per simpatia, come si dice in fisica, esplosero e massacrarono quelli che le portavano addosso. Io andai su piano piano, arrivai all’angolo e trovai Carla Capponi e altri due compagni della mia scorta che mi misero un impermeabile sul camiciotto da spazzino e ce ne andammo. Intanto vennero fuori dal di sotto gli altri compagni, che tirarono altre bombe. Subito dopo sentimmo un fuoco di fucileria perché questi qui, credendo che le bombe fossero state gettate dall’alto, cominciarono a sparare come matti da tutte le parti. Noi ci sganciammo, non avemmo perdite in quell’occasione, e ci ritirammo dove ci dovevamo incontrare un’ora dopo con gli altri compagni della struttura dei GAP, a piazza Vittorio.

La mattina del 24 il Ministero della Cultura Popolare, il famigerato Min.Cul.Pop., emise la velina quotidiana. Cioè, durante il fascismo e fino alla liberazione, il Min.Cul.Pop. emetteva una velina che mandava a tutti i giornali, dando disposizioni sulle cose che dovevano essere dette e le cose che non dovevano essere dette. Tra le altre cose, ma noi lo abbiamo saputo dopo, quella velina diceva: “Non parlate degli incidenti occorsi ieri nei pressi di via delle Quattro Fontane, in attesa di un comunicato” e difatti la stampa non parlò di via Rasella. Il 25 apparve invece il comunicato Stefani, nel quale c’era scritto tra l’altro che “nel pomeriggio del 23 marzo elementi criminali hanno eseguito un attentato su una colonna tedesca di polizia e che in seguito a questa imboscata 32 uomini sono morti. Il comando tedesco perciò ha ordinato che per ogni Tedesco ammazzato dieci comunisti badogliani dovranno essere fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito”. Noi lo sapemmo quindi a mezzogiorno del 25, quando quest’ordine era già stato eseguito.

I Tedeschi non fecero una rappresaglia come doveva essere fatta. Cioè la rappresaglia, dice l’articolo 50 della convenzione dell’Aja del 1907, per essere tale e quindi per essere legittima deve essere fatta dopo che l’esercito occupante ha fatto le opportune ricerche per trovare i colpevoli. Dopo di che potrà rivolgersi ad un’azione nei confronti di ostaggi, tenendo conto che non deve essere coinvolta la popolazione civile, ma gli ostaggi designati alla rappresaglia stessa. I Tedeschi quindi non fecero una rappresaglia dal punto di vista legale, ma una ritorsione illegittima. Difatti i tribunali militari alleati hanno condannato a morte von Keitel, comandante in capo dell’esercito tedesco, anche per la strage delle Fosse Ardeatine. Hanno anche condannato a morte, condanna poi tramutata in ergastolo, Kesselring, il comandante delle truppe tedesche in Italia, Maeltzer, che era il comandante delle truppe tedesche a Roma e von Mackensen, che era il comandante delle truppe tedesche nel Lazio. Il tribunale emise invece per Kappler una sentenza di condanna all’ergastolo piuttosto ambigua, che diceva “per i quindici in più”, come se fosse stata giusta la ritorsione sugli altri. Kappler nel suo processo disse: “Noi avevamo tutto l’interesse a farlo nel più breve termine di tempo possibile, possibilmente entro le 24 ore. Primo perché ce l’aveva detto Hitler. Secondo perché non sapevamo, quando sarebbe apparsa notizia, cosa avrebbe potuto fare la resistenza”. Sono sue parole esplicite! Tuttavia noi siamo stati sottoposti al torchio dalla propaganda con la storia dei manifesti che invitavano i partigiani a costituirsi, che è un falso totale! Il Papa stesso seppe di quanto accaduto solo alle nove del 25: i suoi biografi riportano sempre questa testimonianza e c’è anche un altro dato rigorosamente registrato dagli atti diplomatici della Santa Sede che parla: “ Il 24 mattina, alle dieci e un quarto, è venuto l’ingegner Ferrero – mi pare che si chiamasse così – del Comune di Roma, e ci ha detto di quanto è successo ieri e non sappiamo ancora quali saranno le azioni dei Tedeschi”. Ma poiché la notizia impressionò fortemente i romani e creò un’ondata di odio e di repulsione nei confronti dei nazisti, i fascisti cercarono di passare al contrattacco ed il 28 o il 29 marzo, non ricordo bene, il federale romano fece un’assemblea dei quadri e lanciò il falso dei manifesti che invitavano i partigiani a consegnarsi per evitare che fosse messa in atto una rappresaglia. Primo: non era una rappresaglia. Secondo, il manifesto non ci fu. Furono i fascisti a spargere questa voce, che venne pubblicata anche sui giornali e che naturalmente fu bevuta da chi aveva voglia di bere; una notizia di questo genere, che incriminasse, che attaccasse in qualche modo l’azione armata della resistenza.

Ora, veniamo alla domanda che mi viene spesso rivolta: “Ma che avreste fatto, se l’aveste saputo?” Io non lo so, bisogna trovarcisi. Non lo so quello che avrei fatto e se dicessi: “Io avrei fatto così” sarei un buffone. Non lo so perché bisogna trovarcisi di fronte… Avrei resistito se mi avessero torturato? Non lo so! Non sono mai stato torturato. Ho sparato sempre prima che me pigliassero. Penso che avrei fatto il possibile per resistere o avrei fatto come Gianfranco Mattei: mi sarei impiccato in carcere. Forse… ma non lo so! Bisogna trovarsi di fronte a certi momenti e averlo fatto per dire, con certezza, quello che avresti fatto. Questo lo dico in piena coscienza. Certo è che io e i miei compagni non ci saremmo presentati come agnelli sacrificali. La mia ipotesi è che ci saremmo presentati ai Tedeschi, ma come ci presentavamo di solito: armati fino ai denti. E non noi da soli, i dodici compagni che avevano fatto l’attacco di via Rasella, ma in centinaia, in migliaia. A Roma c’erano diciottomila partigiani nascosti. Armati. Non dico che sarebbero venuti tutti e diciottomila, non dico nemmeno mille, ma vuoi che non trovavamo cinquecento compagni, quattrocento compagni che sarebbero venuti con noi ad attaccare a via Tasso il comando dei Tedeschi? Ne veniva fuori l’insurrezione, perché gli altri sarebbero stati costretti a venirci dietro. Cioè, non c’è logica nella storia dei manifesti. È un falso e come tale è stato riconosciuto da tutti i tribunali che si sono occupati di questa vicenda, fino alla Cassazione, dicendo che l’attacco di via Rasella fu un legittimo atto di guerra. Guerra clandestina, certo, però fu un atto legittimo da parte di un commando. Illegittima fu, invece, la risposta dei Tedeschi. Per quanto mi riguarda e per quanto riguarda i miei compagni, noi non rinneghiamo nemmeno per un millesimo di secondo, sapendo che avevamo il diritto di batterci e di difenderci, come potevamo, contro l’illegale, l’illegittima occupazione di Roma ed il modo in cui questa occupazione veniva fatta, al di fuori di tutte quelle che sono le regole sulla conduzione delle guerre e sul comportamento degli eserciti. Noi non ci sentiamo in nessun modo responsabili dei crimini che hanno commesso i nazisti e nei quali qualcuno, anche ad alto livello e ancora oggi, continua a cercare di coinvolgerci. Io ho fatto molte querele nella mia vita e le ho vinte tutte… Le ho vinte tutte! Carla, morta nel 2000, aveva intentato una causa contro «Il Tempo». Mia figlia l’ha proseguita e l’ha vinta quindici giorni fa, in Cassazione, che ha riconosciuto, di nuovo, per l’ennesima volta, che il nostro era stato un atto legittimo di guerra, nelle condizioni date. E’ chiaro che se i Tedeschi avessero osservato l’armistizio che avevano firmato, noi non avremmo fatto l’attacco di via Rasella. Non avremmo fatto la guerriglia in città. Ma le rappresaglie fatte dai nazisti non sono rappresaglie: sono ritorsioni che in genere sono state condotte non soltanto contro i prigionieri, la gran parte dei quali erano partigiani, ma anche e soprattutto contro la popolazione civile (…).

 

[Immagine: Via Rasella, 23 marzo 1944]

4 commenti

  1. La resostenza, le parole, le cose….

    “Un giorno arrivò in california un reparto di comunisti. Erano meravigliosi. Laceri, sbracati, sbrigativi, mobili, franchi: questi qui, pensavo, sono incarnazioni concrete delle Idee che noi cerchiamo di contemplare, sbattendo gli occhi. Eravamo tutti impregnati di questi concetti allora: dicevamo che le idee si calano nelle cose”. (L. Meneghello, I piccoli maestri)

  2. legittimo?
    Cosa c’è di etico nella guerra?
    Una maschera che giustifica la violenza.
    Penso che è esatta la prefazione di Calvino a “Il sentiero dei nidi di Ragno”
    “…..Già nella scelta del tema c’è un’ostentazione di spavalderia quasi provocatoria.
    Contro chi? Direi che volevo combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare
    una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una
    Resistenza agiografia ed edulcorata.
    Primo fronte: a poco più d’un anno dalla Liberazione già la « rispettabilità ben
    pensante » era in piena riscossa, e approfittava d’ogni aspetto contingente di
    quell’epoca – gli sbandamenti della gioventù postbellica, la recrudescenza della
    delinquenza, la difficoltà di stabilire una nuova legalità -per esclamare: « Ecco, noi
    l’avevamo sempre detto, questi partigiani, tutti cosi, non ci vengano a parlare di
    Resistenza, sappiamo bene che razza d’ideali… » Fu in questo clima che io scrissi il
    mio libro, con cui intendevo paradossalmente rispondere ai ben pensanti: *
    D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani,
    ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tatto composto
    di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza
    un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha
    resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali
    voi non potrete mai sognarvi di essere! ….»

  3. Enrico Baioni, quella che hai citato è una fonte assai dubbia.
    Si tratta infatti di un articolo della rivista divulgativa “Storia in rete”. Ora, secondo quanto scrive lo storico Gabriele Turi (“La cultura delle destre. Alla ricerca dell’egemonia culturale in Italia”, Bollati Boringhieri, Torino 2013), questa rivista «abbraccia completamente la vulgata revisionista, coniugando inoltre un registro cattolico ultraconservatore con un gusto per i “misteri” e le “rivelazioni”, di cui Salò è il terreno di elezione». Secondo Turi, il mensile sarebbe inoltre caratterizzato da «una diffusa comprensione per il fascismo». Basti pensare che nel 2009 la rivista propose un sondaggio su quali fossero gli italiani più importanti della storia: i lettori di “Storia in rete” attribuirono il terzo posto a Benito Mussolini (subito dopo Leonardo e Galileo).
    Se il milieu culturale è questo, non è che ci si possa aspettare dall’articolo nulla di diverso da quanto effettivamente vi traspare, vale a dire una fortissima tendenziosità anticomunista e antiresistenziale.

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