Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il paziente crede di essere

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cropped-the_chase_by_still_cg-d4r5fn1.jpgdi Marco Giovenale

[Da qualche settimana è uscito Il paziente crede di essere di Marco Giovenale (Gorilla Sapiens, 2016). Oggi verrà presentato da Fabrizio Miliucci alle 18,30 presso la libreria Fahrenheit 451 di Roma (Campo de’ Fiori 44). Queste sono sei delle prose che lo compongono]

E.

Uno biondo molto nervoso con gli occhiali aspetta fuori dal bar provando la coerenza di quanto vede con quanto gli dice l’auricolare. Canta un gallo registrato in un vicolo a fianco, sembrando però molto lontano. Il rumore del ferrarsi di supporti a un cuoio indica una bottega. L’altro, con i capelli neri, ha appena finito di pensare ora mi volto e esco. Non lo lasciano continuare. Un piccolo colpo di tosse discreto al primo piano, il disserrarsi di un portone. Gli sono sopra in cinque. La tv è senza audio, le velature azzurre sono progressive, tutte le macchine sono macchine che passano. Il pomeriggio trattiene tutta l’estate, la piazzetta vuota, l’acqua gettata dalla cannella, la più discreta. Non può finire, per questo finisce. Sul muro medievale scalzato via da un arco di selci, oltre le carcasse, è scritto quasi in spray completato dal gesso: Eraclito

Dei cerchi

A volte compaiono dei cerchi nell’aria, delle dolci sfere. Hanno una superficie lucida, cangiante, specchiante. Sono le bolle di sapone, scoppiano.

Se invece fanno scoppiare l’incauto osservatore, essi sono gli alieni, sono provvisti di spietate armi laser.

Ci si trova ad un bivio interpretativo

Descrizione di un luogo

Sono collocati nello stesso spazio. Da fermi, si spostano. A gambe ferme. Sono colorati, non sono pappagalli, è probabile. Non hanno nessun interesse a condividere alcunché, tantomeno un luogo, però lo condividono. Alzano la testa, la abbassano. È perfino scomodo. Alcuni si scambiano addirittura delle cortesie. O dei moderati insulti. O degli insulti non moderati, sempre semplici tuttavia. Per non sbagliare. Al primo posto viene sempre la comunicazione. Il numero totale è sempre variabile. Indossano dei cappotti, d’inverno. Sono immersi nell’incertezza, nell’imbarazzo, si fanno i fatti propri, cercano di non socializzare. Ritti o piegati. A volte telefonano, quasi sempre. Si annoiano pur di non socializzare. Alcuni socializzano, pur di non socializzare, si scambiano un numero di parole, si riannoiano. Portano delle borse, di cuoio, di plastica, trolley, sacche, zaini, marsupi. Alzano le mani se stanno in piedi. Si rannicchiano se seduti. Inveiscono ad alta voce o bassa, o mentalmente. Non si guardano in faccia. O sì, con indifferenza. Si mettono a spiare, sbirciano, non ci pensano, sono protervi, augurano il male a questo e quello. Se possono non parlano. Non è nemmeno così, come dire, pieno, al centro c’è ancora posto, al centro c’è posto.

Sent–

A ogni ora le terrazze sono troppo alte per vedere esattamente chi stiamo acclamando

senza titolo

gira (“vorticosamente”), non è una giostra, non è il mondo, non è i pianeti, gira però

però non è la lavatrice, non si tratta di una parola sconveniente, o di più parole volgari, gira non essendo elettricità, né un motore, né il testo

non è questo testo, soprattutto, né sono io, non è l’io, non è il soggetto, gira non essendo un flâneur né una storia, o la storia in quanto tale,

gira realmente, non è una metafora, non è una nave, un timone, un volante, una ruota, un giroscopio, la testa,

né stiamo parlando della voce, di sicuro non è un indovinello, si osserva solo che gira, e non è un disco o un film, una canzone,

quindi un juke-box o un rullo o altre macchine, vhs, cd o altro, del resto non ha forma circolare, non è il matto che perimetra l’albero,

non è l’acqua richiamata dallo scarico, il mulinello, la tromba d’aria, l’indaffarata al supemarket, il guidatore che cerca posto, ma

gira con una sua veemenza, senza essere la galassia o alcun corpo celeste, tutto ha corpo ma questo non vuol dire,

non aiuta, non va a capo, gira semplicemente, non è una pagina, o l’esploratore, il girasole, il girino, il girone della commedia,

gira sapendo o non sapendo di girare? non è noto, però gira, non gira l’angolo, non è traffico di pedoni o mezzi qualsiasi,

non c’entra niente, gira per girare o per uno scopo? non si sa rispondere, mentre gira, e non è la domanda

né l’incertezza, né l’aereo, né l’elicottero, né la flotta, né la pattuglia, né la ronda, né la moda, né il ponte scorrevole, la trottola, la palla,

né la biglia, l’arancia, il caffè o qualunque bevanda, il solido e l’algido, il caldo o un liquido, né l’eccetera che soccorre

Difesa

Difficile si possano contare. Poi sono migliaia, centinaia di migliaia. Una fascia sterminata: sono tantissimi. Braccia e gomiti legati a difendere. Sono tutti allacciati insieme.

Corpi vincolati come facendo una cortina continua di carne. Sono questo; e dunque darsi il compito di contarli è piuttosto puerile.

Proteggono quella cosa che sarebbe – in descrizioni favolose – l’entroterra. (Che loro non vedono). Difendono il perimetro, l’intorno, fanno insomma una cintura viva. Come le canzoni (melense). Si sporgono, a volta a volta sono schiodati via, singolarmente, uno o l’altro, chi perché indebolito, chi perché bruciato dal colorante di un succo di frutta che poi grazie a lui viene bandito, chi per fame, chi per prodotti scaduti che l’autorità rileva appunto grazie alla morte; chi semplicemente si abbatte e lascia perdere. (Perché dovrei difendere quello che non conosco? Sono usato).

Altre volte le stesse autorità fanno pulizia, perché molti defunti o colpiti e comatosi restano abbarbicati per inerzia, scrupoli, parenti, croste calcificate. Passano i tagliatori, allora, danno un colpo secco con la pala agli inguini, di taglio, come succede nei romanzi. Se il colpito è ancora vivo, si stacca da sé e viene via. Altrimenti c’è da iniziare il lavoro nei dettagli.

Le aggressioni esterne e gli imprevisti sono continui. I caduti sono rimpiazzati e c’è gioia in chi sta in prima fila o linea, nella cinta di difesa. La città così è protetta, e non completamente vuota, come sembrava

[Immagine: still-cg (Alessio Benni), The Chase (gm)].

 

2 commenti

  1. E’ nuova poesia. Complimenti

  2. Molto Anni Novanta… Di gran lunga le cose più interessanti che mi sia capitato di leggere a firma Marco Giovenale. Ma questo “Semantic Turn” passa così, senza un commento, una glossa, che so?

    Lorenzo Carlucci

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