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Letteratura e realtà

Un piccolo esercizio filologico: confutare Tullio Gregory sul concorso per la scuola

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cropped-Gregory-ILIESI.jpgdi Mariangela Caprara

Sul Sole 24 ore di domenica 24 aprile Tullio Gregory ha pubblicato una violenta accusa contro le modalità di svolgimento del concorso a cattedre per la scuola, intitolata Insegnerete il greco senza conoscerlo. Parlando di “liquidazione del greco e del latino, dato l’aziendalismo trionfante”, Gregory sostiene che “il decreto ministeriale ha soppresso ogni prova scritta, latino-italiano, greco-italiano, unico strumento serio di verifica della conoscenza delle lingue (sono infatti mantenute le prove scritte per le lingue moderne). Le prove scritte di greco e di latino sono sostituite da ‘quesiti’ volti a verificare la conoscenza di una fra quattro lingue straniere (francese, inglese, spagnolo, tedesco). Dunque i nuovi professori di letteratura greca e latina non dovranno mostrare per iscritto di conoscere le lingue antiche, bensì una moderna”.

Con grande imbarazzo, devo dire che mi sembra di trovarmi di fronte a quella circostanza che Manzoni deplora nel cap. XXXI dei Promessi Sposi affrontando la questione del metodo della ricerca e dell’esposizione storica: mi sembra, cioè, che si tratti “più di giudizi che di fatti”, in “un’idea indeterminata di gran mali e di grand’errori”.

Quello che scrive Tullio Gregory è infatti solo parzialmente vero. Riguardo ai programmi d’esame il bando recita: “al candidato si richiede di conoscere in lingua greca e saper tradurre e commentare, nel quadro di un profilo storico complessivo, testi significativi di varia epoca, riferibili ai diversi generi letterari”; quanto al latino, benché il riferimento alla traduzione sia meno esplicito, si legge che “il candidato deve altresì conoscere tecniche didattiche che privilegino gli aspetti linguistici fondamentali per la comprensione dei testi e offrano al contempo agli studenti un metodo rigoroso e solido per l’acquisizione delle competenze traduttive”. Riguardo alle prove scritte, è vero che nel bando di concorso non sono previste le traduzioni latino-italiano e greco-italiano (o greco-latino) nella forma di elaborato completo ed esclusivo, ma un’articolazione in otto quesiti da svolgere in 150 minuti: sei quesiti a risposta aperta riguardanti gli ambiti disciplinari, e due quesiti “articolati in cinque domande a risposta chiusa, volti a verificare la comprensione di un testo in lingua straniera (…) almeno al livello B2”.  Dunque non è vero che le prove relative alla conoscenza delle lingue antiche siano sostituite da quesiti per verificare la conoscenza di una delle quattro lingue straniere indicate (francese, inglese, spagnolo, tedesco): la conoscenza delle lingue moderne è solo un’aggiunta. Per di più, Gregory sembra ignorare che l’accertamento della conoscenza del latino e del greco viene effettuato in modo approfondito al concorso per l’ammissione al TFA, tra l’altro gestito dai suoi più giovani colleghi universitari. Certo, il fatto che nel concorso l’accertamento delle competenze disciplinari sia ridotto al livello dei quesiti stile terza prova di maturità, con solo con qualche riga da tradurre (così fu nel concorso del 2012), non è un buon segno né una buona pratica, ma bisogna considerare che il concorso è riservato ai soli abilitati; le prove scritte mirano pertanto più a testare le competenze didattiche dei candidati, cosa su cui sfido chiunque a sollevare sensate obiezioni. Le capacità traduttive dovrebbero essere state verificate, come dicevo, se non durante il corso di studi universitario, sicuramente al concorso di ammissione al TFA. All’Università di Firenze per il TFA della classe di concorso in questione (“Discipline letterarie, latino e greco nel liceo classico”, ossia ex A052, ora A13) sembra che abbiano perfino proposto la traduzione dal greco al latino come nei vecchi concorsi ordinari (e in nome di un’antica tradizione genuinamente umanistica).

Ma ogni occasione è buona per un violento j’accuse al ‘sistema’, all’aziendalismo trionfante, al governo che fa piovere sul mio cappello eccetera. Gregory si lancia contro “i perversi sviluppi della riforma Berlinguer”, che “hanno fissato per le università il numero di ore che uno studente può dedicare alla preparazione di un esame e il corrispondente numero di pagine da studiare”, per cui la lettura anche di classici assoluti come l’Odissea o l’Eneide è stata parcellizzata, ridotta ad antologia; ci informa del fatto che molte università non richiedono più la conoscenza del greco e del latino per l’esame delle rispettive letterature. Le conseguenze, scrive Gregory, si fanno sentire in tutto il sistema di tutela dei preziosi fondi librari del paese, giacché “sono sempre più rari i conservatori dei manoscritti greci e latini, di cui le nostre biblioteche sono ricchissime, né vi è modo di incrementarne il numero”. Tutto questo è vero. E dunque, se ci sono università che non richiedono più la conoscenza del greco e del latino, perché dovrebbe farlo poi il concorso a cattedre? Perché l’università ha smesso di selezionare i propri studenti e, prima ancora, di formarli? Un titolo di laurea in discipline classiche deve pur equivalere ad un sapere acquisito: se le università hanno smesso di richiedere e predisporre nei loro piani di studio la conoscenza delle lingue antiche, non ci sarà più chi insegnerà la letteratura greca e latina in lingua originale nei licei classici futuri. Io convengo con il professor Gregory: è una perdita notevole, per un paese come il nostro. Ma è colpa solo del governo e dei suoi (insoddisfacenti) ministri o anche dell’università?

[Immagine: Tullio Gregory]

Un commento

  1. Ahinoi, il prof. Gregory ha ragione. Diversi fatti, nelle scuole, lo stanno dimostrando.

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