cropped-FivePeopleThinkingtheSameThingIV.1998-1.jpgdi Italo Testa

[È uscito in questi giorni l’antologia di poesie di Anna Maria Carpi E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015 (Marcos y Marcos, 2016). Questo articolo è comparso sul numero 73 di “Atelier”. Lo ripubblico insieme a tre poesie di Anna Maria Carpi che compaiono nel libro]

In der Fremde. Sarà per l’esordio relativamente tardo nel 1993 con A morte Talleyrand, e il vantaggio di non aver avuto la propria socializzazione letteraria nel mondo poetico; sarà per la professione di germanista, l’intensa attività di traduttrice e saggista, o forse per la primaria, e immaginifica, vocazione a una Russia del cuore; sarà per qualche altra idiosincrasia la cui radice non è poi nemmeno importante, ma in Anna Maria Carpi è avvertibile sin dall’inizio una qualche eccentricità rispetto alla poesia italiana contemporanea: come se in questa voce, pur articolata in una lingua media, piana, che non rifugge da forme della tradizione, chiusure rimiche e, soprattutto all’inizio, un certo cantabile caproniano, quasi si avvertisse un elemento di estraneità, un accento, una nota proveniente da un altro luogo, una diversa provincia dell’anima. Certo, Anna Maria Carpi è stata in der Fremde, ha viaggiato nella ‘lontananza’, ha sfidato il monito paterno di guardarsi “dalle nebbie e dai tedeschi” (A morte Talleyrand, ora in Compagni corpi, Scheiwiller, Milano, 2004, p. 31): e ne è tornata con una sua giocosa libertà rispetto ai giochi di squadra, alle norme veteromoderniste del poeticamente corretto, alle velenose poetiche del divieto che hanno imposto una teoria di vincoli esterni su ciò che può essere legittimamente espresso in poesia.

Altalena. Un registro sentimentale spezzato, frequenti scatti umorali, l’impudicizia di tornare spesso su di sé, sul proprio magone, sulle magagne, le macchie di un’esistenza. Eppure la tonalità dominante non è quella del lamento, ma semmai una certa levità, che traluce in uno sguardo spesso trasognato, a volte leggermente ebbro. Questa risentita svagatezza è come presa in un moto arioso, e se a volte stempera un nocciolo duro, minerale, di sofferenza, non è tuttavia estranea a una nota ingenua, di felice resa, come se lo squilibrio dei versi fosse il tracciato verbale, l’idiografia di un’oscillazione interna, di un’ironica altalena tra malinconia e grazia. Se c’è una legge individuale di quest’opera, non andrà cercata in alcuno dei due poli, ma solo nell’intervallo tra la malinconia dell’introversione del sé e la grazia dell’abbandono all’estraneo, in una continua triangolazione tra un sé dolente, gli altri immaginati e il disordine percepito delle cose.

Entropia del quotidiano. Il fondale di questo turbinio è una quotidianità disarmata, una casa governata da “un sognante disordine”. Anche l’esordio dell’ultimo libro, Quando avrò tempo (Transeuropa, Massa, 2013), è dominato dall’immagine (“E io che intanto / ingombro questa casa come un bimbo / che sparge intorno i giochi / e di far ordine non è mai il momento”, p. 5), ricorrente del resto in tutte le raccolte, dell’incessante accumulo, dell’ammasso di oggetti nelle stanze della vita (“le nostre cose – che, vissute da fanciulli / in sognante disordine per anni, / abbiamo accumulato in ogni stanza?”, ivi, p. 30): l’impilarsi di libri sul tavolo di lavoro, le “Mattine disastrate” – per citare il verso scolpito, alla maniera di Heiner Mueller, sul frontone testo de L’asso nella neve (Transeuropa, Massa, 2011, p. 13) – trascorse nel tentativo di far resistenza alla deriva, porre argine all’entropia del quotidiano, “tornare all’ordine”. 

Io-sciagura. Non succube del divieto pseudo-avanguardista di dire io, che ignora graziosamente ad ogni piè sospinto, questa poesia, nonostante tutte le apparenze, non è neppure confinata nel cerchio dell’elegia, del lamento crepuscolare per l’estinzione del sé. Certo, un “sé dolente” (L’asso nella neve, p. 28), è continuamente nominato, evocato con ironia dolorosa (“io cialtrona” recita un incipit, p. 14), per la sua ostinazione, assurda e pur luminescente, a non arrendersi alla fine (“è questo debole /scintillìo di esser me, me sola / e non voler la fine”, Quando avrò tempo, p. 36), ma anche maledetto, quasi schopenhauerianamente, quale principium individuationis, radice individuale del male (“Io-sciagura, io mio unico male, / basta, basta con me”, L’asso nella neve, p. 28). Questo è però solo un vettore del discorso poetico di Anna Maria Carpi, cui corrisponde una controspinta, un moto centrifugo che ad esso si oppone, ne sospende per così dire l’ossessione, spostando il baricentro verso un punto estroflesso, infinitamente sottile ma tenace.

Esser guardati. E’ come se questi versi fossero mobilitati dall’opera di un potente, magnetico attrattore, che attiva la brama “d’esser visto visto visto visto” (Quando avrò tempo, p. 31), l’anelito “fra mille altri d’esser vista udita / essere amata” (p. 59). Se osservata dalla gabbia centripeta, a dominare la scena è “quell’uno che vuole farsi diverso” (p. 25), che anela a essere “una gioiosa”, una “sanguinosa traccia di Dio” (ibid.): il bisogno di singolarità che fa dire a chi scrive “voglio la muta bevanda / di uno sguardo che intende chi sono” (p. 10). Questa sarebbe però una visione dimidiata, che non terrebbe conto che anche la gioia qui convocata è divisa, bipartita, perché alla “gioia” del “destino singolo e perdente”, fa da contraltare la liberazione dell’abbandono all’estraneo, della resa alla sua forza d’attrazione.

 Attrattori. E’ nella traiettoria centrifuga che si manifesta la fonte d’attrazione, in definitiva il vero soggetto della poesia di Anna Maria Carpi. Sono gli altri, con il loro magnetico esercizio, a dominare questo campo di forze, tanto che il “sé dolorante” si disegna infine come un caduco, precario effetto di ritorno, un rimbalzo, una labile eco di quel potente richiamo. Basta un sommario, non esaustivo campionamento a ritroso, per dare evidenza alla ricorrenza quasi ossessiva di questo motivo profondo. Così, in Quando avrò tempo, l’io che scrive confessa: “Gli eventi del mio tempo / li ho vissuti di striscio / nel solo anelito / di star con gli altri, gli altri” (p. 46); e ancora: “ha il suo bello non essere se stessi, / passare ogni momento a un’altra cosa / dire in coro con gli altri non ho tempo. / E’ la salvezza” (p. 59). E in L’asso nella neve l’appello inaggirabile degli altri era già il Leitmotiv dell’intera opera, sin dal componimento incipitario: “così gli altri non sanno / che passione ho per loro / che potrei / fermare anche gli ignoti per la strada / e dirgli / tutto quello che ho dentro e non mi passa – / e sarebbe la grazia” (p. 9); per arrivare alle parole del Cristo che compare in un’ultima cena tra i ghiacci russi: “Esserci, star con gli altri, / far le cose di sempre come loro / o cara / o cara abitudine della vita” (pp. 39-40); sino alla poesia che riprende il titolo della raccolta precedente – in cui era confluita tutta la prima produzione – quasi ad esplicitare il motivo latente del percorso sin qui fatto in questa luce allogena (“compagni corpi: erano gli ignoti / nel metrò agli aeroporti / sui treni della notte, oltre confine “, p. 54) e dove Carpi scrive, con accento celaniano, che “Dio è la parola ‘insieme’ / e alla parola ‘insieme’ / neve e ghiacci si fanno / tenda, dimora e calda la tormenta” (Ibid.). La “salvezza” nel “coro” degli altri, che più avanti si preciserà come anelito alla salvezza dalla “morte”; la “grazia” della comunicazione a cuore aperto – motivo quasi pietista, che nei Monologhi di Schleiermacher ha trovato il suo apice romantico, e che risuona più avanti nelle parole “[…]la vera gioia sei tu, / cuore dell’altro” (p. 97); la figura celaniana della “tenda” e la torsione dialogica del divino nell’”insieme”: un accumularsi di parole chiave che indica un innalzamento di temperatura, l’avvicinarsi del discorso a un nucleo rovente.

L’utopia sono gli altri. Non di fantasmi disincarnati, impalpabili, ineffettuali, si tratta, bensì di presenze vive, sorta di motori immobili, potenti attrattori che mobilitano una passione divorante. Nella sezione finale di L’asso nella neve, intitolata “A ritroso. Poesie 1990-2005”, e composta da una breve autoantologia che compendia i precedenti libri, la scelta di testi operata dall’autrice è significativamente orientata proprio dal motivo dell’alterità, che qui va in crescendo, come in un gran finale, oscillante ambiguamente tra ansia di possesso, bisogno di consolazione, annullamento e liberazione da sé: “Gli altri: io li voglio tutti, / solo tutti assieme / li posso amare” (p. 58)”; “è perché io non esiste / senza di tu di lui di noi di voi di loro” (p. 98); “[…] Loro non lo sanno / quale gioia è vederli, stare in mezzo / alla cara brigata di migranti” (p. 99); “Restiamo assieme – dov’è chi potrebbe / uno per uno mai consolarci?” (p. 99); “la gioia è più che ogni voluttà, / io voglio tutti – l’occhio / trabocca dentro di sé al vederli” (p. 100). Sino a trovare uno scioglimento nel motivo della partecipazione al coro degli altri quale scudo dalla morte: “In mezzo agli altri / voglio anche morire” (p. 92); “La dove c’erano gli altri, i cari altri, / anch’io volevo stare, / anch’io su questa transiberiana – / perché, pensavo, / dove si è in tanti / qualcosa si farà contro la morte” (p. 96); “A me soltanto il mondo mi consola. /[…]/ma essere in gioco, in mezzo, / in mezzo agli altri, in mezzo senza fine” (p. 115)”.

Due pezzi. E’ forse nell’autoritratto d’apertura della raccolta Di media taglia, occhi marrone (2000-2002), in un componimento non ripreso ne L’asso nella neve, che si può rintracciare lo stampo originario di questa tensione all’altro: “sono un cucciolo a spasso nella neve: / sono di tutti, appena mi accarezzano / o anche solo mi guardano. / Mi rotolo negli sguardi, nelle mani, / altro non cerco / che un padrone, che un padre” (Compagni corpi, p. 119). E in questa matrice, nella bivalenza edipica, è pure impressa l’ambiguità costitutiva della poesia di Anna Maria Carpi, composta indissolubilmente di “due pezzi”, sospesa tra dialogismo e monologismo (i due padri letterari Celan e Benn): “due pezzi, sempre quelli, sono io: / una sonata per violino e orchestra / con la dedica al mondo – / ma il mio amato, si vede, ha altro da fare. / Il secondo è un a-solo / per silenzio e per flauto” (L’asso nella neve, p. 102). Una dinamica bipolare che si riverbera pure sugli attrattori, se è vero che l’esser con gli altri, pur evocato incessantemente con dimesione celaniana dell’”esser l’uno-con-l’altro”, del “Mit-sammen” (Compagni corpi, p. 113), di una comunione che potrebbe trascendere la mortalità, è tuttavia a tratti inquadrato come una figura del Mitsein heideggeriano, della dispersione nel ‘si dice’, nel ‘si fa’: in una dimensione inautentica della perdita di sé, secondo una linea disegnata da due testi, che si rispondono a distanza, il primo già in Compagni corpi, poi ripreso ne L’asso nella neve (“Io quanto a me mai una volta / ho pensato a un viaggio diverso / a partire da sola – / c’è sempre tempo per essere se stessi, / c’è tutta la vita. / Là dov’erano gli altri, i cari altri, / anch’io volevo stare”, p. 96) e il secondo a dare il titolo dell’ultima raccolta: “’quando avrò tempo’/ e so che non l’avrò’/ dicevo, e quanto tempo ho perso / in compagnia, / poco o niente importava come fosse: / ha il suo bello non essere se stessi, / passare ogni momento a un’altra cosa, / dire in coro con gli altri non ho tempo. / E’ la salvezza” (Quando avrò tempo, p. 59).

‘E solo il caso era grazia’. E tuttavia la bipolarità è asimmetrica, il motivo dialogico è materialmente, statisticamente preponderante nell’intero ordito dei versi, e il disinganno, la paura che sembrano prevalere in Quando avrò tempo non oscurano la fonte luminosa cui questa poesia tende. Basti a questo vedere l’inusuale frequenza delle parole stemma “grazia” e “gioia”, nel corpo dei testi e soprattutto come emblema nelle chiuse (per “grazia”: L’asso nella neve, pp. 9 e 89; per “gioia”: L’asso nella neve, pp. 46, 62, 75, 97, 106; Compagni corpi, p. 174), ove la connessione della “gioia” con il destino privato e singolare compare quasi come hapax (“O mio destino singolo e perdente: / certo, è perverso, / ma solo in questo è gioia”, L’asso nella neve, p. 106), mentre nel resto la scena è interamente occupata dal motivo, pur differito, sospeso ipoteticamente o anelato, per cui “la vera gioia sei tu, cuore dell’altro” (p. 97). Così in Quando avrò tempo compare una versione de “l’inno alla gioia: o bella, / o tu scintilla / degli dèi, tutti fratelli / dove batte la tua ala, / questo bacio a tutto il mondo” (p. 36). E’ pur vero che nella strofa successiva questa immagine è contrastata con quella del “Fratello whisky, la mia apoteosi / è qui in cucina, al tavolo di sempre” e con la debole, disperante luminescenza monologica dello “scintillìo di esser me, / me sola, / e non voler la fine”, mentre molte altre chiuse dell’ultimo libro sono in “morte”, “morire”, “fine”, “nulla”, “niente”, “vuoto”. Ma questo non cancella il riverbero di quella scintilla, rara, ma che può accendersi, per serendipity, per accidente, per grazia scettica (“i miei simili erano gli ignoti / o quelli che ho solo sognato / e solo il caso era grazia” (L’asso nella neve, p. 89).

Esser nessuno. I fratelli sconosciuti, gli ignoti, gli esseri anonimi, le sorelle cose (“O fossi io quella babbuccia bianca / addossata alle altre, / alle sorelle, / a fare come loro”, ivi, p. 83). Presenze che segnano nel profondo la poesia di Anna Maria Carpi, come il coro sotterraneo di cui la voce singolare, nonostante le sue illusioni, non è che una nota, e che riguardano un’animalità ferita, ma capace di accensione e compassione, di dolore e di giubilo. Per questo gli animali, i cani, i gatti, ma soprattutto gli uccelli che così spesso transitano in questi versi, gli “esseri dell’aria” che “varcano il cielo con il cuore negli occhi” (Quando avrò tempo, p. 54), ne sono in qualche modo l’immagine più vera, il loro pigolio la lingua segreta dell’Inno alla gioia (“tu scintilla / degli dèi, tutti fratelli / dove batte la tua ala“).

In ascolto di “quei plebei dei passeri”, che all’alba ancora dormono (p. 52), degli “storni nell’aria” che migrano, sbandano, ritornano, “nel loro giubilo di essere nessuno” (p. 39). La gioia del coro, in una versione teriomorfa dell’ungarettiano “Fratelli” (“l’invisibile chiede: siete vivi, fratelli? / Risponde un pigolio: i passeri poltroni”, L’asso nella neve, p. 24), è l’altra faccia della fragilità animale (“Uccelli di passo, posati sui tetti vicini, / sogni nel maltempo / nel grigio precoce della pioggia, / amichetti, fratelli / di sventura e di gioia”, in Compagni corpi, p. 174), di quella tenera caducità in cui individualità storica e creaturalità animale si incontrano in un punto d’indifferenza, dove l’inautentico “non essere se stessi” può eventualmente, per accidente, convertirsi nella grazia, nel “giubilo di essere nessuno”.

***

MATTINE DISASTRATE

sola in casa,
avanti e indietro dal computer al frigo
per trovare una frase
nel rhum nel whisky, e non so mai quanto,
scrivo anche mail, confondo
i destinatari
e dico ciò che non dovrei mai dire
perché il mondo ha i suoi usi
e una decenza. Io non l’ho appresa.
Non mi contengo
come fanno gli altri,
io cerco di spiegargli
la mia rovina e so che non si spiega,
e quando è mezzogiorno trasalisco,
devo tornare all’ordine,
vestirmi, mascherare
il caos in cui mi è parso di danzare – ma se è l’unica
felicità che ormai conosco!
Sei…sei in te? osserva gentilmente
il mio compagno a tavola.
Non è severo, solo non capisce. Lui non si chiede
che senso abbiano i giorni –
ovvero sì: nessuno.
Ma io non posso crederci.

***

QUANDO AVRÓ TEMPO dico
e so che non l’avrò:
mai l’afferro o lo fermo,
non mi sta in mano il tempo,
palpita stride becca vola via.

E io che intanto
ingombro questa casa come un bimbo
che sparge intorno i giochi
e di far ordine non è mai il momento
e nemmeno è capace, se non viene sua madre.

***

NARRAZIONI,

bivacchi,
indugi
che non tollero più,
droga da bimbi che rifiuto,
voglio una droga più forte,
voglio la muta bevanda
di uno sguardo che intende chi sono –
un nido sconosciuto
introvabile dalla morte.

 

[Immagine: Frances Kearney, Five People Thinking the Same Thing (gm)].

2 thoughts on “L’altalena. Sulla poesia di Anna Maria Carpi

  1. Si, è un’ ottima guida di lettura, questa condotta da Testa, dentro lo snodo dei versi. Che cadono in traiettorie piane ma spioventi, esposte alle correnti crude della vita la’ fuori dalla stanza da cui il poeta guarda: perdersi, essere il non io degli altri, essere il Nessuno della rana dickinsoniana, stringersi al cuore del mondo in una stretta di mano, celaniana. Essere visti, visti, visti.come un Oblomov ragazza, tra l’aspettare e il dire, il gridare.

  2. Questo libro mi è piaciuto molto, alcune poesie le ho trovate davvero perfette, mi piace lo stile, piano, asciutto, tenuto insieme in modo ironico da frequenti assonanze, che alleggeriscono il “viaggio”, attraverso la raccolta che presenta omogeneità, e la cadenza gradevole di una scrittura piana e asciutta, raffinata ma senza perdersi nei vaneggiamenti contorti di tanti sedicenti poeti di oggi che preferiscono trovare nell’artifizio stilistico la cifra che li rappresenti. Inutile dire che sono – da Bertolucci a Fabio Pusterla fino a Galaverni (li nomino perché sono ricordati qui) schierata totalmente dalla parte della poesia che dice la vita con le parole normali, con quelle giuste, le sberle e il paradosso lo sopportiamo già abbastanza nella quotidiana ressa buroacratica. Anna Maria Carpi, talvolta così appassionata e onesta nei confronti delle cose vere della vita, che finisce per dimenticarsi dell’ego… e in momenti così al lettore empatico, le immagini si iscrivono nel cuore; a me con alcuni testi, è successo, sono entrati fra i versi che sempre porterò con me.
    Felice di avere acquistato questo libro che mi ha fatto conoscere una poetessa che non avevo ancora incontrato, a questo punto esplorerò la bibliografia, e cercherò di sapere di più di lei, leggerò altro di suo.
    Ottimo post. Buon riferimento questo sito, grazie.

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