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di Antonella Anedda

[Da oggi in libreria il numero 74 di «Nuovi Argomenti», dedicato ad Amelia Rosselli nei venti anni dalla scomparsa, da cui proponiamo la poesia-saggio di Antonella Anedda Saggio ottuso (una lettura). La sezione dedicata ad Amelia Rosselli, a cura di Maria Borio, propone contributi di Nanni Balestrini, Antonella Anedda, Roberto Deidier, Stefano Giovannuzzi, Alberto Casadei, Caterina Venturini, Alessandro Baldacci, Gian Maria Annovi, Gandolfo Cascio, Laura Barile, Daniela Attanasio, Gabriella Sica, Jennifer Scappettone, Jean-Charles Vegliante, Daniela Matronola, Laura Pugno, Ulderico Pesce].

Obtusus è l’angolo percosso
il meno appuntito, il suono senza luce.

Ottusa è una persona senza acume
che non capisce fino in fondo.

“Il suo angolo interiore non è chiaro”.

Ottusa è una persona
che la vita stordisce.

Ho letto Diario ottuso in una notte di pioggia.
Al mattino, mentre aspettavo che il latte bollisse
ho tenuto spalancate le pagine sulla parete della cucina.
Un barattolo per ogni lato.

Amelia Rosselli aveva una cucina senza tracce.
Il cibo non si vedeva, il lavello era nudo.
Ogni mattonella splendeva come una luna.
Chi viveva lì poteva essere appena andato via o appena
tornato.

Partì senza dire a nessuno che partiva, partiva ed era
ubbidiente ad altri nel partire.

Ubbidiente è un participio che ritorna spesso in Diario
ottuso.
Confonde i soggetti. La terza persona: “partì” è
un’astuzia per la sofferenza.

Diario ottuso è un diario con l’io che slitta di pronome in
pronome.

L’io si spossessa come in Margherita Porete.
Il ritmo è più forte di ogni rima
segue la memoria come i campanelli di un asino.

E l’asino infatti compare a sorpresa tra le pagine.
Diario ottuso è un Capriccio di Goya.

Perché mi hanno fatto partire?

Il deportato è sempre ottuso,
non vede che da fessure
i suoni arrivano strozzati.
Il deportato ubbidisce.

È ottuso nel confronti di un mondo
da cui non può fuggire.
È ottuso di spavento ma legato
a un rimpianto e a un richiamo.

Ho veramente finto d’incontrarlo, d’ascoltarlo: per
meglio capire l’orrore. Egli era uno dei possibili lati del
quadrilatero che era l’orrore…

La questione riguarda sempre gli angoli Come nel romanzo di Izmail Metter
la cui protagonista è costretta dalla polizia di Stalin
a cercare il quinto angolo, finchè non si suicida.

Anche nel quinto angolo c’è un Egli
che abbandona e coincide con l’orrore.
Diario ottuso è il corto-circuito di un romanzo
in cui dentro e fuori si trafiggono.

La morte corre sulle pagine col suo suono di carro
il suo rumore spezza il cuore solo di chi rimane.

Quando si parla di morte
non si dovrebbe dire “io”:
perché l’”io” che vede chi muore, muore.

Chi parla dovrebbe scostarsi
lasciare la morte da sola
togliersi ogni voce.

Josif Brodkskj ha commentato Novogodnee
la poesia dove Marina Cvetaeva scrive della morte di
Rilke.
Ho ricordato questa poesia e questo saggio
scrivendo della morte di Amelia.
Ho mescolato e tradotto.
Le parole si sono addensate e poi distese
hanno formato grumi duri come le pietre dei calcoli
poi la memoria ha messo le grate.
Diario ottuso è un Carcere di Piranesi
pieno di corde, voragini, catene ma
con un’aggiunta di tagliole.
Chi legge prova bruciore e viene catturato.

Ci sono sere come queste in cui chi non c’è più ritorna
a passi felpati dentro i ricordi: lo spazio diventa sordo,
noi ottusi.

In un farmaco che prescrivono per il tumore uno degli
effetti possibili è che il malato non sente più la terra sotto
i piedi.

Non può camminare, avanza nel vuoto, il sangue è denso
Il corpo è avvolto di cotone.

Chi muore va in un mondo con rime impensabili.
Chi resta trova solo rime incompiute
capisce che c’è solo un ritmo più oscuro
Cicerone (di cui sono un’attenta lettrice) lo spiega:
“est etiam in dicendo quidam cantus obscurior”.

È una frase perfetta che rende il ritmo della sintesi e dell’ombra
dunque
della poesia:

Ho nella stella nera del mio destino \ un qualche cosa
che non è questo \ versificare per buone donne o fanti \

o spente illuse stelle silenziose \ o rauche vanità\ fu
come una maledizione quel bruciare con tinte di
disperazione il lessico inusuale.

La poesia è qualcosa che brucia il lessico inusuale

la disperazione
coincide con la stella nera del destino.

La stella ha molte punte
vira, si sposta dal giallo
dentro il cielo nero.

Amelia si sarebbe potuta tagliare un orecchio.
Le stelle ruotavano nella sua finestra
sbarrata da una ringhiera. A metà, fino alla vita.

Vita. Ma quando un “lessico è inusuale”?

Quando non lo puoi non lo sai usare.
Quando ti cade sui piedi
(come la pentola di acqua bollente sui piedi di Simone
Weil durante la guerra di Spagna.)

Il lessico è inusuale quando siamo così ottusi
da non capire il confine con l’ usuale.

Quando ho letto Diario ottuso
non era tanto usuale trovare una donna sapiente.
(Amelia era molto dura
con chi la imitava e severa
con le donne senza genio.
Sarcastica con i critici –
riderebbe con il suo riso fondo
nel vedere tanta gente sulla sua poesia
e in prima fila chi non stimava.)

La notte di pioggia scavava tunnel di pronomi.
L’io slittava tra i lampi.
Il paesaggio scambiava un cespuglio per la testa di un
assassino.
Il terreno smottava come al funerale di Ofelia.

Non so quale nuovo rigore mi abbia portato fino a voi
case dal terreno nero.

La lingua chiamava.
Le case rispondevano al grido come se avessero una
spina dorsale.
Il fiume si curvava come un verme.

La scrittura di Amelia Rosselli è una mesopotamia di
lingue.

Tra l’inglese e il francese
l’italiano affiora con la voce di Iacopone.
O le lettere di Chiara

Cristo Jesù legno che non marcisci con lo cuore spinoso.

Altrove l’italiano di Diario ottuso è limpido
molato come una pietra dal deserto

… voi case dal terreno nero.

Il vocativo si sposta dagli affetti agli oggetti,
il rigore trascina verso il nero.

Questo richiamo è così dolente da doversi spostare
trasformando la seconda in terza persona:

La stesura dei campi vi spinge sul limite dei viali appena
inalberati. Tra i cespugli torti le case s’innalzano
violente. Rompe il numero un fuoco d’erbe accese.

Chi è ottuso si sgomenta ma non accusa.
Riflette, assorbe il male senza giudicarlo.

L’interlocutore del suo dolore è muto
le case dal terreno nero sono inabitabili e inospitali.

La terra trema d’ingiuria

E’un continente ormai perduto.

L’orizzonte si spezza e si compone.
La mente cresce, s’inclina.

Non ho un mondo per me e così parto per un mondo
meno pronto per me

Il ritmo rintocca in “parto” e “pronto” : porte di una
partenza imposta
di una domanda inascoltata:

Perché partire, perché hanno desiderato che io partissi?

La scrittura pende di paura.
I suoi acini pesano e si spaccano.
E’ devastata da volpi.

Il tempo si contrae come lo spazio.
Procede a balzi, rinuncia a ordine e pace.
E’ una corrente o una fiammata:

Io essendo un Paradiso non posso avvicinarmi all’eterno,
bruciare della pelle che non ha confini distinguibili.

Dove sono i confini?
Le ombre sono figlie? amiche? o luoghi
che di colpo tradiscono e malignano?

…vento sprezzante e incertamente gelido dai tetti
spioventi

Amelia Rosselli è il Pontormo della poesia italiana
Diario ottuso è il Libro suo scarnificato da solitudine e
freddo velenoso.
Procede a scatti, dall’inizio alla fine:

Fucilò la sua più complessa coscienza…fucilò il resto
della sua forza…fucilò il fuoco della verità.

Le azioni sono dettate dal sogno dell’ordine e imposte dal
disordine degli umani:

Noi non siamo animali e non ubbidiamo, pensò
tristemente.

Tutto viene annotato. La corda con cui Pontormo si
isolava dal mondo
dondola nello spazio della stanza di Amelia come ora la
ricordo.

E così fu luce esatta: si convinse di aver trovato la sua
dimensione vitale:
il non sapere, il non vedere, il non capire.

Non è difficile. Forse come da bambini si stringono gli
occhi
perché sembra che dal nero venga un po’ di tepore

Fine del testo.

[Immagine: Amelia Rosselli]

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