cropped-1091477014.jpgdi Mirko Lino

[Mirko Lino si occupa di cinema e media; tra i suoi interessi più specifici la pornografia contemporanea, specie quella alternativa o queer (sua la curatela della sezione Queer/Porn studies all’interno del Sicilia Queer Filmfest). Con questo pezzo continua la sua rubrica dedicata a profili o tendenze del porno di oggi. La prima puntata si può leggere qui]

1. “His camera is on, his wallet is full, his dick is hard”. Questo slogan in dirty talk introduce il curioso spettatore ai video della serie Public Agent, dove vengono mostrate le avventure sessuali di Jakub, un ragazzone ceco con il volto mai in camera, e tuttavia ben riconoscibile da altri segni, quali la voce, i tatuaggi (tra cui spicca quello con l’emblematica scritta “No Mercy”), e la grande dimensione del pene, quasi sempre in camera e in primissimo piano. In questi video dalla durata di circa 30 minuti lo spettatore vede quello che Jakub riprende con la sua videocamera: soggettive su ragazze (studentesse, turiste, modelle, bariste, ma anche homeless e altre sventurate) abbordate con diversi espedienti (un passaggio in auto, un provino, un’indicazione stradale), convinte in pochi minuti a fare sesso occasionale in cambio di soldi. Si assiste dunque a una micronarrazione in cui il denaro trasforma la reticenza iniziale di una tranquilla ragazza che passeggia per strada in un coinvolgimento inatteso: un’intensa sessione di sesso, con numerosi blowjob e altre pratiche tipicamente hard-core (essendo le ragazze interpretate principalmente da pornostar provenienti dalle officine dell’est ).

Soprattutto, c’è in questi video una sorta di immaginario della sveltina, della scopata in macchina, o nel retrobottega, in salsa hard-core; sesso occasionale con una donna a caso con la consapevolezza che grazie ai soldi questa sarà ben disponibile e che davanti alla videocamera si mostrerà per nulla a disagio, anzi, affamata di sesso; dove, in altre parole, la contrattazione economica giustifica la presenza di scene hard-core. L’aspetto accattivante di questi video è la costruzione di una finta realtà attraverso elementi tipici dell’amatorialità (il video coincide con le riprese delle videocamere di Jakub) articolati in uno stile gonzo, tali da autenticare la situazione e il contesto in cui viene svolta la contrattazione sessuale, con pornostar che si fingono “ragazze della porta accanto” che scelgono di concedersi spontaneamente per una certa somma di denaro. Le avventure sono costruite principalmente su tre fasi: l’abbordaggio, in cui Jakub approccia verbalmente la preda; la contrattazione, in cui viene formulata la proposta di pagamento; il consumo.

2. Ci troviamo, a pieno titolo, nel sottogenere del pay for sex: video spesso in stile gonzo e che fanno riferimento al genere del “finto amatoriale”, in cui ragazze e ragazzi accettano di essere pagati per essere ripresi mentre fanno sesso, o che “vendono” se stessi o la propria fidanzata per pagare un debito, rispettare una scommessa, ecc …; è un sottogenere che cuce il desiderio sessuale sul nesso sesso-soldi, mettendo in scena la manifestazione di un potere (economico e maschile) sul corpo dell’altro, principalmente quello della donna (etero e lesbica) e del gay, con l’intento di ribadire l’egemonia di uno sguardo maschile ed eterosessuale sul corpo “comprato”. Ed è proprio sull’identità tra corpo e merce che questo sottogenere ci ricorda in chiave metatestuale l’essenza industriale della pornografia. Perché la pornografia è prima di tutto un’industria dell’intrattenimento sessuale che fattura grandissimi numeri, come dimostra uno speciale della rivista “Wired” dedicata ai Big Data – o Pig Data, come dice scherzosamente la rivista – sui consumi di porno online. Da fenomeno posto strategicamente ai margini dell’industria cinematografica, il porno è diventato rapidamente uno dei nodi cruciali dell’economia contemporanea e del mercato dei media: una vasta superficie su cui si riflette lo spettro di un mercato dell’orgasmo audiovisivo attraverso la formalizzazione del suo discorso (mostrare sesso esplicito non simulato) in diversi supporti mediali. Un nesso, quello tra pornografia e denaro, che rilancia i discorsi della mercificazione dei corpi in un’ambiente profondamente capitalista e liberalista, territorio esplorato dalla letteratura e dal cinema, dove viene tematizzato come oggetto ideale di una un’economia fallica, un mondo finanziario parallelo che fornisce una visione decadente e pessimistica del coito pornografico, illustrando le vie di un desiderio maschile standardizzato e ripetitivo. Alcuni esempi: Money: A Suicide Note (1984) di Martin Amis, che non a caso inizia con la lettera suicida del protagonista impegnato nella produzione internazionale di un porno; Porno (2002) di Irwine Welsh, in cui i protagonisti del celebre Trainspotting (1993) dieci anni dopo provano a riscattarsi economicamente producendo un porno, senza evitare, però, la ricaduta in una spirale di complotti e reciproci tradimenti; Snuff (2008) di Chuck Palahniuk, dove il making of di un gangbang con 600 uomini, una colossale coreografia genitale, si rivela in realtà un altrettanto colossale snuff movie. L’industria pornografica diventa un contesto che fagocita il soggetto fallico in Boogie Nights (1996) di Paul Thomas Anderson e in Wonderland (2003) di James Cox: film che raccontano l’ascesa e la rovinosa caduta del primissimo divo maschile del porno, John Holmes (famoso alla cronaca per le sue “grandi dimensioni” ma anche per il suo coinvolgimento in un assassinio per una partita di droga). Se gli immaginari letterari e filmici trovano nella rappresentazione dell’industria pornografica lo strumento per raccontare senza filtri le relazioni che legano consumo di piacere e mercificazione del corpo, il sottogenere del pay for sex, attraverso le sue micronarrazioni di corpi reificati, proietta l’intrinseca pornografia del denaro e la mercificazione del piacere sessuale oltre i loro stessi limiti.

3. Nei porntube online è possibile trovare diverse “sceneggiature” del sex for pay, organizzate in diversi format (dal reality show al video amatoriale in soggettiva), e in cui prendono forma i differenti “alibi” che legittimano la vendita del corpo (la fidanzata “impegnata” per pagare l’affitto, o per puro divertissement, o per soddisfare una fantasia dell’acquirente). Le storie presentano il predatore urbano che va a caccia armato di videocamera e contanti e la preda facilmente plagiabile dal denaro, il creditore pagato in natura e la ragazza venduta, la ragazza bisognosa di soldi che impegna il proprio corpo in un “pawn shop”, ecc… Sono video in cui è chiaramente leggibile il motivo denaro come agente di ridefinizione di relazioni e identità sessuali (come vedremo successivamente nelle declinazioni lesbian del genere e nel gay for pay); e dove un ruolo centrale lo giocano gli stereotipi della slutness femminile e dell’arte predatoria dell’uomo etero e ipermascolino.

MoneyTalks è il nome di un reality prodotto dalla Reality King con al centro lo scambio soldi-corpo. Qui, esplicitamente, i soldi “parlano” e lo fanno attraverso la verosimiglianza della situazione, l’esibizionismo ludico e l’intrattenimento, offrendo una versione disincantata della mercificazione dei corpi. Nel reality show una presentatrice, seguita da un fedele operatore, recluta per strada delle ragazze offrendogli denaro affinché si prestino a spogliarsi, mostrare il seno o l’intimo, lanciarsi in sessioni lesbiche con l’amica al loro fianco, farsi dipingere i genitali, o farsi penetrare da giocattolose fuck machine (ad esempio, automobiline radiocomandate con un dildo fissato sul parafango!). In un altro format di MoneyTalks troviamo il tradizionale furgoncino “on the road” alla caccia di sex worker (interpretate da attrici porno) che accettano soldi extra per essere filmate durante le loro prestazioni, e magari fare “qualcosa in più” del solito.

In MoneyTalks, come in PublicAgent, la retorica dello sguardo reificante viene rafforzata da una dialettica che mescola finzione e realtà; in certi momenti il realismo si concretizza in avvenimenti casuali, come la presenza di un passante inconsapevole che a pochi metri si sta girando un porno all’aperto; o viene costruito attraverso la recitazione dei performer, come quando le ragazze chiedono a Jakub di indossare un preservativo (che regolarmente si sfilerà o non indosserà rassicurandole di essere “sano”) o quando Jakub, giunto all’apice dell’orgasmo, chiede se può “venire dentro”.

4. Un altro copione del sex for pay è quello dei video contenuti nel portale Sell your GF, sulla cui home page si legge programmaticamente: “Guys Sell Their Girlfriend to Strangers Like Prostitutes”. Sono video in cui giovani fidanzati “impegnano” la propria ragazza a un creditore di un debito, e in cui viene innescata anche una forte componente voyeuristica che stratifica le modalità del desiderio: il fidanzato che “vende” la fidanzata non solo ne legittima la mercificazione, ma rimane ad assistere, tra il frustrato e il compiacente, al rapporto con lo sconosciuto che ne viola goliardicamente l’intimità. Questo fitto tessuto voyeuristico, oltre a richiamare la figura dello spettatore (tra il compiacente e l’umiliato) in scena, propone una cupa lettura delle relazioni sociali essenziali, come, appunto, quella della coppia, mostrata qui in tutta la sua fragilità affettiva e sociale.

5. Un fenomeno particolarmente interessante è quello del pay for sex ambientato nei “pawn shop” di portali come pawnho.com, pawnedpussy.com, xxxpawnme.com, ecc: in questo caso il proprietario del negozio compra il corpo di clienti femminili in guai economici. Si tratta di video che incrementano la costruzione simbolica del nesso corpo-merce, ambientando prestazioni sessuali a pagamento in uno dei luoghi per antonomasia della contrattazione economica della merce (!). Qui l’apoteosi pornografica del denaro e della mercificazione del sesso punta esplicitamente a eteronormativizzare differenti identità sessuali. Nel video Beautiful babe and cool lesbian caught stealing and gets fucked hard una coppia di lesbiche viene colta in flagrante durante un furto; l’unico modo per convincere il proprietario a non chiamare la polizia è quello di soddisfare la sua richiesta di fare sesso con una delle due ragazze, mandando così in frantumi l’unità e la coesione della coppia. Alla fine, una delle ragazze si concede al sesso etero, mostrando suo malgrado un certo piacere davanti agli occhi di una frustratissima e duplicemente tradita fidanzata lesbica. Inoltre, il video applica una sadica legge del taglione: il furto subito dal proprietario viene riparato rubando alla coppia lesbica il legame omosessuale. In un altro video, Threesome with a sexy lesbian couple, una coppia lesbica venuta a vendere senza successo una macabra testa di alce impagliata per evitare il pignoramento dell’auto (è interessante notare la presenza dell’elemento cadaverico della testa dell’alce per rinsaldare il nesso tra porno, merce e morte), si ritrova a soddisfare la voglia del proprietario di fare sesso con delle lesbiche, ovviamente a pagamento: «I have money, and I’ve never been with a lesbian couple, and you’ve never been with a guy…». In questi due video brevemente descritti viene rappresentata la facile penetrabilità del legame affettivo lesbico, incapace di opporsi al solido nesso simbolico tra denaro e fallo. Un tipo di discorso, questo, che viene declinato anche nella versione gay del pay for sex. Nel saggio Gay for Pay. Internet e l’economia del desiderio omosessuale (2011), John Mercer, analizzando lo scenario del porno gay online, pone l’attenzione sulla proliferazione dei cosiddetti siti gay for pay (siti come Broke Straight Boys, Straight College Men, ecc…) in cui dei performer dichiaratamente eterosessuali si prestano per motivi economici a trasgredire la propria ipermascolinità, lasciandosi coinvolgere in una serie di atti omosessuali (ricevere una fellatio, o coprire il ruolo del partner attivo). Se da un lato la proliferazione di questi siti si allinea con la tradizione dell’erotizzazione gay della mascolinità etero, dall’altro vengono applicate delle strategie rappresentative che hanno il fine di «sostenere [e] recuperare l’etero-mascolinità dei performer eterosessuali» (2011: 249), arginando i rischi di una omoerotizzazione della società.

Forse sono proprio questi ultimi esempi che permettono di comprendere il motivo per cui il sex for pay, declinato nei suoi discorsi di genere e di strategie identitarie, mette in scena le situazioni e le contrattazioni economiche come se fossero autentiche e non allestite. La ricerca del reale nel pay for sex non serve unicamente ad attivare un immaginario “stuzzicante” (dare un passaggio a una bella ragazza, incastrare due ladre lesbiche e ricattarle), ma a innescare strategie di rappresentazione con cui una certa dominate maschile, etero e capitalista costruisce rappresentazioni di un reale iperfallicizzato, all’interno di una pornosfera che grazie alla Rete ha reso sempre più visibili e straripanti i discorsi di identità sessuali non normate.

[Immagine: Richard Gere in American Gigolo di Paul Schrader (gs).]

2 thoughts on “Strategie del porno/ 2. Il pay for sex

  1. “ 28 ottobre 1984 – « “ Sì, – racconta – ero fornaio. Lavoravo a Feltre. A questo commercio ci sono arrivato a naso. Vedevo che gli amici si vergognavano di comprare profilattici in farmacia. Ho fatto leva su questi rossori. Ho cominciato con un piccolo negozietto di preservativi, propagandato da un pieghevole. Erano anni difficili per la pubblicità del settore. Era il 1969. Sa che soltanto ora hanno accettato il mio « sex shop » nell’elenco telefonico? Comunque, siamo decollati. Perché qui a Busche? Anche Leonardo è nato a Vinci e non a Firenze. Poi, mi sono allargato. In Italia, ero un pionere. Sono stato il primo. No, non sono andato all’estero per copiare Beathe Use. Io sono come Salgari che scriveva dell’Estremo Oriente senza esserci mai stato. Ho portato la Scandinavia in Italia senza aver mai messo il piede fuori dai nostri confini. Questione di fiuto “ » (Dai giornali) “

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