cropped-plaques-pb021-pour-web_693.jpgdi Marion Fontaine

[Marion Fontaine è docente di storia all’università di Avignone; le sue ricerche si incentrano sulla storia sociale, la politica del calcio e quella dello spettacolo sportivo. A inizio maggio è stata in Italia ospite del ciclo Prospettive Critiche dell’Institut français Italia (il programma: pc2016.institutfrancais.it): presentiamo qui un suo intervento tradotto da Francesca Bononi].

Dopo la Prima guerra mondiale gli operai francesi cominciano ad avvicinarsi agli sport atletici, e in particolare al calcio. Dai minatori del Nord ai metalmeccanici della banlieue parigina, tutti si appassionano a questo sport, sia come pratica (per le strade dei quartieri operai, su campi da gioco improvvisati) che come forma di spettacolo. A Lens, Lille, Marsiglia e in altre città gli stadi iniziano a riempirsi e cominciano a prendere vita le prime associazioni di tifosi. Il calcio si inserisce alla perfezione in una cultura operaia in pieno cambiamento, un cambiamento dovuto all’accelerazione dell’industrializzazione e alla diffusione sempre crescente della cultura di massa (giornali, radio). Questo sport permette di esprimere alcuni tratti di questa cultura operaia (il gioco e lo sforzo fisico, il senso di comunità); mette in luce le molteplici identità che caratterizzano, a volte dividendolo, altre unendolo, il mondo operaio francese: identità professionale e corporativa, identità territoriale (il quartiere, la città), identità etnica (il calcio dei migranti polacchi, armeni, italiani) e, infine, identità religiosa e politica.

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Sulle prime, il movimento operaio francese, che dal 1920 è diviso tra socialisti e comunisti, si mostra molto titubante, per non dire decisamente sospettoso, nei confronti di questo fenomeno. Vede il calcio come uno sport troppo ludico e troppo poco educativo, al quale è meglio preferire attività più «serie», come per esempio la ginnastica. Agli occhi dei dirigenti operai, lo spettacolo del calcio, già inserito nei meccanismi capitalisti, è nocivo e non fa altro che generare spettatori passivi e distoglierli dai compiti politici e militanti. Tuttavia questa presa di posizione rigida a poco a poco si allenta. Paradossalmente sono proprio i più rivoluzionari, e cioè i comunisti, a cambiare idea in fretta. Più giovani dei loro rivali socialisti, i militanti comunisti sentono infatti, loro malgrado, il richiamo dello sport di massa, sia che si tratti di calcio, sia che si tratti di ciclismo. Il giornale comunista l’Humanité non manca di scagliarsi contro lo sport professionistico. Ciò non toglie però che, per far piacere ai suoi lettori, si lasci anche andare a resoconti costanti, e appassionati, di corse di ciclismo o partite di calcio. Dal canto suo, la Féderation sportive du travail (FST), fondata dai comunisti, tenta di trasformare il calcio in un vero e proprio sport proletario capace di inserirsi nella lotta di classe, e si sforza di controbilanciare l’influenza esercitata dal padronato e dalla Chiesa. Tuttavia, in un primo momento, questo tentativo ha scarsa risonanza e il risultato è che la FST, almeno inizialmente, ha più le sembianze di una «setta» che di un’organizzazione sportiva di massa.

Bisognerà aspettare il movimento del Front Populaire (1936) perché le cose cambino davvero. Molte cose sono state dette su questo movimento, al contempo gigantesca ondata di scioperi operai e momento in cui le forze di sinistra, momentaneamente riconciliate di fronte alla crisi e alla minaccia fascista, salgono al potere, guidate dal socialista Léon Blum. Quello che però non viene detto spesso è che l’esplosione sociale del Front Populaire è anche un’esplosione… sportiva. È vero che il gusto per lo sport (dall’atletica al calcio, passando per il ciclismo o il basket) non ha certo aspettato gli anni Trenta per diffondersi nel mondo operaio. Ma è vero anche che la primavera del 1936 gli dà un respiro nuovo. Durante gli scioperi, nelle fabbriche occupate, vengono improvvisate delle partite e questo è anche un modo per far propri gli ambienti di lavoro. La dinamica del movimento sociale alimenta la propensione all’azione collettiva e libera le aspirazioni al tempo libero e al divertimento. Queste aspirazioni trovano una loro realizzazione nella politica sociale di Léon Blum (riduzione del tempo di lavoro, concessione di 15 giorni di congedo retribuito). Blum è inoltre uno dei primi a dare spazio a una politica dei giovani e degli sport popolari, politica condotta dall’attivissimo ministro socialista Léo Lagrange. La voglia degli operai di fare sport, che si coniuga con la volontà militante, trova infine il suo zoccolo nella FSGT (Fédération sportive et gymnique du travail), federazione sportiva «rossa» che dal 1934 riunisce socialisti e comunisti. Messo da parte il culto dello sport «proletario» ripiegato su se stesso, la FSGT si lancia, con l’appoggio di Léo Lagrange, in una politica di sviluppo dello sport popolare su più fronti (corse ciclistiche, educazione sportiva tra i giovani, nuove competizioni calcistiche). I suoi effettivi conoscono allora una crescita stupefacente, soprattutto nell’ambiente dei circoli e delle squadre di calcio, e la federazione trova così il suo spazio felice nell’atmosfera del Front Populaire.

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In queste foto scattate da France Demay, operaio qualificato, fotografo amatore e impegnato, anch’egli membro della FSGT, sono ben visibili le forme concrete che prende lo sport operaio, inteso nel senso sociologico (lo sport dei lavoratori delle grandi fabbriche) e militante (lo sport degli operai impegnati) del termine. In una sorta di conquista di luoghi e tempi fino a quel momento sottomessi al giogo dei padroni, questo sport inizia a diffondersi nelle fabbriche, comprese quelle della nuova industria automobilistica, e i collettivi di lavoro diventano la base dei collettivi sportivi. È il caso per esempio del calcio: gli operai delle fabbriche di Levallois-Perret o di altre zone della banlieue parigina, si riuniscono in squadre sportive, i cui membri posano orgogliosi tra ciminiere e terreni incolti. Vengono persino organizzati veri e propri campionati tra fabbriche, uffici e officine. Tutto questo, ma soprattutto il calcio, è principalmente una cosa da uomini, ma lo sport operaio lascia anche uno spazio precoce alle donne, giocatrici di basket o ginnaste. Lo scopo dei dirigenti della FSGT, che si vogliono sia sportivi che militanti, è proprio quello di fare dello sport un elemento di coesione e dignità per la classe operaia, un modo per rinforzare il corpo ed educare lo spirito. È pur vero che, una volta sul posto, queste ambizioni serissime trovano traduzioni un po’ meno solenni e assolute… La pratica dello sport «rosso» non impedisce certo agli operai di continuare a vibrare nelle tribune per le imprese dei primi calciatori professionisti o di seguire con passione la «loro» squadra, anche se questa è controllata da notabili o datori di lavoro. Sul piano pratico lo sport, per gli operai, non è solo un’attività militante ed educativa; le foto di F. Demay lasciano anche, e soprattutto, scorgere le lotte giocose in campo, l’importanza delle amicizie, dell’umorismo e dello scherzo, della liberazione del corpo. Il che non è certo meno importante. Se da un lato lo sport «rosso» partecipa alla costruzione dell’identità operaia, dall’altro incarna anche quell’atmosfera gioiosa e di festa che ha contribuito a fare dell’«estate del ‘36» uno dei momenti più importanti e significativi della memoria collettiva francese.

[Immagine: Foto di France Demay].

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