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Referendum, quorum e astensione

| 4 commenti

cropped-voto-sexta.jpgdi Mauro Piras

Commentando il referendum dello scorso 17 aprile sulla rivista il Mulino, Corrado Del Bò ha denunciato dalla prospettiva dell’etica pubblica i pericoli dell’astensionismo come opzione politica. I punti sollevati sono due:
1) l’uso dell’astensione come arma politica per fare fallire un referendum dà un vantaggio in partenza ai sostenitori del “no”, dal momento che c’è sempre un tasso di astensione fisiologico: il “si” e il “no” non giocano alla pari, perché il primo deve superare quel tasso di astensione fisiologico, arruolato indebitamente nel fronte del “no”;
2) l’astensione non può essere promossa da cariche istituzionali che devono il loro ruolo proprio al voto degli elettori.

Questa seconda tesi è del tutto condivisibile: è una grave violazione dell’etica pubblica l’uso partigiano delle cariche pubbliche, in Italia purtroppo frequente; tanto più se questo uso va a delegittimare le basi stesse della democrazia, cioè il voto.
La prima tesi invece è discutibile.
In primo luogo, va ricordato per quali ragioni il quorum di partecipazione nel caso del referendum abrogativo è legittimo.
Poiché il nostro regime politico è una democrazia rappresentativa, il potere legislativo appartiene al Parlamento. La sovranità popolare, su cui si fonda la legittimazione dei poteri, si esprime nell’eleggere i rappresentanti, e nel giudicarne l’operato; e quindi anche nella sfera pubblica, come discussione e critica. Essa, però, non si esprime come potere deliberativo: il potere di fare le leggi appartiene ai rappresentanti, non direttamente ai cittadini: da questo punto di vista, la sovranità è trasferita all’organo legislativo.

Il referendum abrogativo di iniziativa popolare è uno strumento di democrazia diretta che, eccezionalmente, revoca la sovranità legislativa al Parlamento e la riconsegna ai cittadini. Questa revoca è giustificata per garantire una maggiore democraticità al processo legislativo: è possibile appellarsi direttamente ai cittadini, quando le leggi votate dal Parlamento sono particolarmente controverse. Tuttavia, questa apertura alla democrazia diretta non può che essere eccezionale: se infatti fosse possibile sempre, e con facilità, revocare la sovranità legislativa al Parlamento, ogni legge potrebbe essere rimessa in discussione in qualsiasi momento da una minoranza di cittadini organizzati. Questo, dal punto di vista della legittimità democratica, non è corretto: se il regime politico è rappresentativo, si presume che una legge votata dal Parlamento secondo le procedure esprima l’opinione della maggioranza dei cittadini, rappresentati dagli eletti in Parlamento. Se una minoranza di cittadini potesse rovesciare facilmente la decisione del Parlamento, questo vorrebbe dire che la maggioranza parlamentare non può garantire di rappresentare la maggioranza degli elettori, e questo non è accettabile.

[Continua sul sito della rivista «Il Mulino»]

[Immagine: scheda elettorale]

4 commenti

  1. Però se l’astensione è una scelta politica consapevole e legittima in favore della democrazia rappresentativa, non vedo perché un governo o un personaggio pubblico non possa promuoverla come scelta politica.
    Sono d’accordo su tutto, per il resto.

  2. Pezzo molto interessante.
    Mi limito ad un paio di cose.
    Riguardo all’invito a non votare rivolto dal Premier( e da Napolitano qualche giorno dopo) sono d’accordo con quanto detto da Del Bò e confermato dal professore: si è trattato di un’uscita decisamente infelice e assolutamente ingiustificabile dettata più dal desiderio di veder fallire chi ha voluto utilizzare in maniera palesemente strumentale la consultazione referendaria per disturbare l’azione del Governo( in sostanza lo ha detto abbastanza chiaramente nella conferenza immediatamente successiva al voto: non ha vinto il Governo, non ha perso chi è andato a votare, ha perso solo Emiliano) che da una reale opposizione al merito della questione posta(onde evitare incomprensioni lo ribadisco, la condotta dell’esecutivo rimane ingiustificabile).
    Ritengo tuttavia, come il professor Piras, che la questione si limiti ad un problema di etica pubblica e condotta costituzionale: viceversa, il richiamo all’autoritarismo fatto da Alessandro mi pare francamente esagerato.
    Per quanto riguarda il primo punto sollevato da Del Bo’ mi trovo, invece, parzialmente d’accordo con entrambi.
    Da una parte, il vantaggio nel quale incorre chi, volta per volta, si trova a sostenere il “partito del no” è palese e innegabile: la soluzione più ragionevole sarebbe quindi quella di mantenere il quorum ma di abbassare la soglia ad una percentuale più accessibile, in quanto, strutturato in questo modo, il referendum diviene uno strumento assolutamente privo di ragion d’essere( il che, dal mio punto di vista, non è nemmeno troppo “un male” visti i dubbi che nutro riguardo alle consultazioni popolari, più in generale, riguardo agli strumenti di democrazia diretta e ancora più in astratto riguardo alla democrazia diretta stessa. Ma sto divagando.)
    D’altra parte, mi trova parzialmente d’accordo il tentativo del professor Piras di rintracciare una percentuale di “partecipazione fisiologica”: dico “parzialmente” in quanto ritengo che questa percentuale esista, che tuttavia non sia identificabile con quel 25% di cui si parla nell’articolo, ma che la si possa rintracciare invece, nel caso specifico, nel 14,2% dei votanti ( cioè il 14% del 30%, ovvero un 4,2%: una percentuale effettivamente bassa se rapportata a quella di “astensione fisiologica” di cui parla Del Bò e che quindi rimanda a quanto detto prima riguardo la necessità di abbassare il quorum) che si è recato alle urne a votare NO, per puro “senso civico”, rifiutando la logica della “vittoria a tutti i costi”, forse anche perché spinto da motivazioni deboli o quasi inesistenti(mi pare palese che chi era realmente e fortemente contrario al merito della questione sia rimasto a casa, comprensibilmente aggiungerei).
    Nessuno di quelli che è andato a votare contro credeva infatti che, una volta raggiunto il quorum, i NO avrebbero potuto vincere e perciò il fatto che ciascuna di queste persone abbia ugualmente scelto di esercitare il proprio diritto/dovere di voto, la pone, a mio parere, in quella percentuale di “partecipazione fisiologica”, la cui presenza si può dare per certa in tutte le occasioni, che sia per votare Sì, per votare No o anche semplicemente per annullare la scheda o lasciare in bianco( i “boni cives” insomma).
    Riguardo, infine, la questione più propriamente ideologica sono assolutamente d’accordo con il professore, sia riguardo all’argomentazione che riguardo la conclusione alla quale essa giunge( l’astensione come scelta politica consapevole), quindi non aggiungo altro.

  3. Qui o sul blog? Nel frattempo dico due cose qui.
    Quanto al secondo punto dell’argomentazione di Del Bò, trovo che sia centrale e che, ammettendolo, non si possa che concordare in parte con l’affermazione finale: il 17 aprile non è stata una bella giornata per l’etica pubblica in Italia. Si può discutere sul peso da dare all’indicazione di Renzi. Personalmente, sono distante sia dalla posizione di chi si richiamava alla legge del ’70, nell’interpretazione più “sanzionista” (anche se mi fa ribrezzo l’operazione retorica da terza elementare fatta dal comitato degli Ottimisti e razionali, che dimostrano di essere così razionali da non saper leggere un testo di legge; vedi http://www.stradeonline.it/diritto-e-liberta/1916-no-invitare-ad-astenersi-non-e-reato-neanche-per-i-pubblici-ufficiali), sia dalla sua. Non è solo un discorso di etica pubblica, secondo me, né di partigianeria: si tratta di autoritarismo ed è pericoloso. Non a caso, gli unici precedenti sono quelli di Craxi e Berlusconi.
    Riguardo alla questione del quorum, sono d’accordo con le conclusioni (deve essere mantenuto), ma non condivido l’argomentazione, che infatti poi rinforza la liceità dell’astensione come scelta politica consapevole. Il referendum è un momento di esercizio della sovranità popolare, non è una revoca temporanea del potere legislativo del Parlamento. Le Camere sono titolari in delega di un attributo della sovranità (il potere legislativo). Al “popolo” rimane una parte di sovranità che si esprime direttamente nell’istituto del referendum abrogativo. Non sta avocando a sé il potere legislativo dal legittimo titolare in un momento per così dire – e sto forzando – “eccezionale”. Non per niente, non fa una legge, ma la disfa. Per questo, non credo che l’elettore che si astiene sia posto di fronte a un’alternativa del genere.
    Infine, per quanto riguarda la questione dell’astensione “fisiologica”, non sono d’accordo con il rovesciamento che lei ne fa, ma su questo punto non sono nemmeno troppo sicuro. La connotazione etica che Del Bò vuole dire all’aggettivo “fisiologico” è abbastanza negativa. Si tratta di una sfida impari, credo di aver capito, perché si sfrutta una tendenza patologica e ineliminabile. Chiaramente ci muoviamo in un’ottica repubblicana, che punta molto sulla partecipazione e sul dovere civico, più che liberale. Per quanto mi riguarda vedo in maniera critica entrambe, ma credo che la Costituzione, almeno sulla questione del voto, sia decisamente più vicina alla prima.

  4. Il quorum di partecipazione è legittimo per la Costituzione italiana ma non è considerato tale dal patrimonio costituzionale europeo. Il Codice di buona condotta in materia di referendum redatto dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, il più autorevole forum costituzionale a livello internazionale, ha definito il quorum di partecipazione come uno strumento dannoso per la democrazia e ne ha caldamente raccomandato l’eliminazione. Il fatto che il quorum non esista in nessun ordinamento giuridico del mondo occidentale la dice lunga. Unica eccezione la Danimarca (esiste un quorum di approvazione) e i Lander tedeschi, dove in alcuni casi è previsto un quorum di partecipazione, il quale, in ogni caso, non supera il 20%.
    Dissento anche sull’affermazione in cui si classifica il regime politico italiano come una democrazia rappresentativa. La Costituzione parla eventualmente di sistema parlamentare, il quale si differenzia da un sistema presidenziale, ma non esclude l’esercizio diretto del potere da parte del popolo. La Costituzione, scritta peraltro in un contesto storico e politico caratterizzato da una legge elettorale con riparto proporzionale puro, prevede infatti il ricorso all’utilizzo di strumenti di democrazia diretta. L’articolo 71 prevede l’iniziativa popolare, l’articolo 75 il referendum abrogativo mentre l’articolo 138 il referendum confermativo. Senza contare i referendum locali previsti dagli articoli 121, 123, 132 e 132. Per rendersi conto dell’imprecisione dell’affermazione basterebbe rileggersi gli atti dell’assemblea costituente ed in particolare gli interventi di Costantino Mortati, membro autorevole dell’Assemblea costituente e, successivamente, della Corte Costituzionale. Il fatto che tali strumenti siano stati sviliti dalla classe politica è un’altra questione e non può giustificare l’affermazione che il popolo possa esercitare il potere solo “eccezionalmente”.
    Infine, vorrei ricordare l’articolo 21 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che recita testualmente: “1.Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti. 2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese. 3. La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, a voto segreto o secondo una procedura equivalente di libera votazione”.
    Sono espressi piuttosto chiaramente il diritto di partecipare direttamente ai processi decisionali collettivi e il diritto referendario. Non si parla nel modo più assoluto di “eccezioni” come invece affermato nell’articolo di Mauro Piras. Del resto nemmeno nella Costituzione si parla di “eccezioni” nell’esercizio del referendum e dell’iniziativa popolare. La Costituzione fissa invece dei limiti di materia (solo per il referendum abrogativo nazionale) e delle soglie per poter attivare simili strumenti (50 mila firme per l’iniziativa popolare e 500 mila firme per il referendum).

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