Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Commiato da Andromeda: un frammento

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di Andrea Inglese

[Questo brano è tratto da Commiato da Andromeda, un libro di prosa e poesia pubblicato dalla casa editrice Valigie Rosse in occasione del Premio Ciampi. Il Commiato, si legge nella prima pagina, è stato scritto per «sormontare una voragine amorosa», la fine di una relazione durata nove anni. Fa parte di un libro su Parigi cui l’autore sta lavorando da tempo]

Così io ho voluto amare, ogni volta, quando mi è capitato, e ho sempre pensato che amare fosse una cosa importante, ovunque se ne parlava, di quanto l’amore fosse grande, ed ero quindi così contento, e scivolavo dentro l’amore con facilità, mi trovavo come niente innamorato, ma non dall’oggi al domani, non a casaccio, c’era una fatalità, ma anche una ricerca, e spesso senza mete evidenti, e proprio per quello, per una certa rarità, e l’incertezza di entrarvi, di esserne davvero compreso, avvolto, poi quando davvero amavo, mi sembrava la cosa migliore che mi potesse accadere, e in questo modo ho amato delle persone per diversi anni, l’ultima volta ho amato una donna durante quasi un decennio, mi sembrava una cosa da fare, ero certissimo di quell’amore, le evidenze non mi mancavano, prove luminose, prove empiriche, ero innamorato, amavo, e tutto quanto, come il vivere assieme, il viaggiare, il preparare la colazione, il dormire, il litigare, il fare o non fare l’amore. Ora mi chiedo come sia possibile, con quale presunzione, o totale inconsapevolezza, ignoranza profonda, io abbia amato, e oggi ancora, nuovamente, ci sia scivolato dentro, con la stessa facilità iniziale, e poi rovinosamente, per alla fine dire: adesso ti amo, non c’è altro di cui sono più certo, tutto andrà dentro questo amore, ma con quale coraggio, mi chiedo oggi, nell’unico sprazzo di lucidità rimasto. Se mi fermo un attimo a pensare a tutte le mie debolezze, alla quantità di paure, alle ferite, agli errori commessi e che commetterò, alla totale mancanza di pietà o di senso critico, all’impossibilità di amare, all’ottusità, alla vigliaccheria, alla vanità, mi sembra del tutto evidente che io sia insensato, e non solo io. Adesso dico: ti amo, e mettiamo dentro l’amore queste nostre vite, la mia e la tua, c’è un amore di cui siamo certi, lo sentiamo nelle viscere, nella bocca, nel cervello, mettiamoci dentro tutto, il nostro tempo a venire, anche le possibilità di morte o di generare, i nostri corpi, quando sono stati liberati dai vestiti, e non rimangono che le mani per coprirli, per poco, in punti sempre diversi, o le labbra, che vi incidono minime orme, adesso io cammino tranquillo, anzi incedo maestoso, come all’interno di un accurato cerimoniale, portandomi dentro l’amore, tutto questo amore che sono qui per elargire di continuo, pescando da una riserva che pare inesauribile, con mani ardenti e sguardi ammirati, con quale coraggio, enorme stupidità, io posso averti detto: ti amo. Io che non ne so niente. Io che sono profondamente ignorante, perché nessuno, esclusi alcuni santi, o certe divinità monolitiche, o degli eroi molto sentimentali, da romanzo ottocentesco, pare che nessuno (o quasi), neppure dopo convegni, dialoghi terapeutici, esami psicologici, nessuno davvero sappia, e io con essi (tutti essendo mutuamente all’oscuro), quanto basti all’amore per esserci, per essere vero, se la dose sia sufficiente all’esistere, se le prove – davvero – siano probanti, anche se la mente umana, su questo, non risponde appieno, a tono, è ottenebrata, satura di fumi e ombre, incrostata di fuliggine, tramortita, ubriaca, si dice “amo”, con quella semantica futile e irresponsabile, sapendo per altro che, perché qualcuno sia amato, qualcuno deve amare, e quindi occupare, con perizia, una zona di realtà, mettendovi carne ed ossa, e una certa propensione ad agire, a farsi largo, a molestare il prossimo. Ma malgrado tutte le mie pretese, la scommessa, la truce speculazione sul fatto che io e te, esistendo, potremmo secernere intorno a noi come una pania che ci agguanti e rallenti, costringendoci a orbite fraterne, solidali, una sostanza collante, un rivolo di cemento, malgrado questa vanagloriosa tara del costruire ed incollare, prendendo spunto, appoggio, sull’esiguo piano della mia carta d’identità, io non sono comunque niente, non ho potuto che essere un chiaro nulla, chiazzato di zone vive, rumorose, di agitazione raffinata, con la quale mi sono fatto avanti, giusto per far confusione, in mezzo agli altri, e confonderti, di me, di quel poco che a strappi si fa vivo, prima di svanire, ogni volta, con rapido, quasi silenzioso schianto, e malgrado sforzi tremendi, durati anni, per acquisire titoli diversi, ed essere così benignamente interno al consesso umano, ma solo per fare strazio, per unire il mio vociare alla cacofonia generale, come posso io pretendere, dal tremendo carico delle mie insipienze, di mettere fuori un piede, avanzare verso di te, farmi vicino, e tentare un avvenimento amoroso? Io amo non sapendo amare, avendo forse dell’odio già pronto, ma con tutte quelle impossibilità di fare, di rompere la mia forma, di accelerare la mia lungaggine, di poter essere all’altezza di una qualsiasi cosa, anche limitando le pretese, quasi sotterrandole, io che scappo sempre, che non so stare, che non riesco a muovermi, che piango solo, che non sento niente, io che cado e non faccio che cadere, che non inciampo mai, perché sono appeso, gambe all’aria, immobile di fronte allo spazio, alla vita che non varcherò, io come posso, di fronte a tanta forza, che ovunque vedo disporsi, e premere, come posso io, ultimo, dopo tutti i mancati, gli assenti, i ritardati e ritardatari, fare quel passo, dirti così da vicino: ti amo, e starmene nella postura sgorgante dell’amore, non ce la farò mai, è una pazzia che ho iniziato, una nuova, con colori diversi, scoppia in testa e nello stomaco diversamente, cambiano tutti i ritmi, questa ennesima idiozia, oggi lo chiamo amore, e vorrei persino, lo so per certo, che tu, anche tu mi amassi, con la stessa facilità, e con quella potenza calma e costante che io non ho, non posso conoscere, mai più.

19 commenti

  1. La riflessione sull’amore (tormentato) e le sue conseguenze nell’anima umana è ab aeterno un tema letterario, e prende sempre chi legge. In più, il prosimetro è una forma consolidata, a partire dalla Vita Nuova. Sarebbe stato interessante che al testo fosse accompagnato uno dei componimeni poetici, giusto per avere il quadro completo.

  2. su “punto critico” una nota di Paolo Maccari alla plaquette di Inglese:

    http://puntocritico.eu/?p=3211

  3. Mi piace, e avrei voglia di proseguire, ma trovo che i tratti più belli siano offuscati da troppi echi (a momenti sembra un pastiche di Bernhard su temi della Recherche).

  4. Io l’ho incontrato l’altro giorno, mi sono accorta all’ultimo momento che mi camminava a fianco solo in direzione diversa, la stessa che ormai da tempo hanno preso le nostre esistenze che pure si sono incrociate per un lustro buono. Io l’ho amato quel passante, lo amo ancora! Subito come la tartaruga ho preso a seguirlo e lui andava piano, come sovrappensiero, a un certo punto ha pure controllato il telefonino, il mezzo del nostro scontento e una volta che, come Achille, ha iniziato a scendere il sottopassaggio ho gridato il suo nome ma lui ha proseguito, non ha sentito o forse la voce che io credevo forte era in realtà un flebile lamento…come, come fare a salutarlo, come fare a fargli capire che per me nulla è cambiato?

  5. io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…io…
    Ne ho contato 19 di espliciti. Non ho contato quelli sottintesi. Ed è solo “un frammento” (dell’io, naturalmente…).

  6. E come sempre la prosa che si fa sincera non delude. Al contrario riempie di quel che non sa. Bello, grazie!

  7. Inglese è un gran dominatore della materia-parola e, come spesso accade nel S/M, la domina abbandonandosi al suo potere, facendosene attraversare

    vado a leggere il resto

    grazie e un caro saluto,

    renata

  8. “un pastiche di Bernhard su temi della Recherche”

    Con tutta onestà, “La prisonnière” e certo Bernhard sono davvero parte in causa. Il “Commiato” nasce da un rovello espistemologico su tema erotico trito (il delirio d’inchiesta del geloso proustiano). Bernhard c’entra, perché la sua frase rappresenta (per me) la forma sintattica dello stare presso di sé, della concentrazione. Ma non ci sono solo queste voci volanti (e “volées”). C’è anche il braccio di ferro tra frase e immagine pittorica di Volponi. (Tutto il testo è una sorta di initerrotto ekphrasis della “Liberazione di Andromeda” di Piero di Cosimo.)

    Intasco, intanto, la chiave psico-critica di Renata: nella prosa come in una sessione S/M!

  9. Una correzione: il delirio d’inchiesta del geloso è il tema della Prisonnière. Il mio tema (epistemologico) è: quale tra tutte le versioni del mondo corrisponde a quanto è successo “davvero” quando un amore va in pezzi.

    Poi, non so se risponde all’etichetta di “Le parole e le cose”, ma rispondo alla richiesta di avere un campione dei testi poetici. Eccone uno.

    *

    Tutto l’errore teorico è stato questo, averla
    la teoria: pianta, calendario, dottrina
    dei giorni pari e dispari, i dispacci,
    gli attraversamenti, mappa alla mano,
    salendo nel giusto mobile, appena in sosta,
    e nella corsa tenere a mente stazioni,
    dove giunge e finisce, dove riparte, con stime
    su tappe, migliorie, vantaggi, prestandomi
    alla forma salariale, salutare, del lavoro,
    persino di concetto, l’errore è stato
    di averla in preparazione, a vista,
    la felicità, come un territorio stabilito,
    e di continuo spostato, e sempre
    mi sono meglio ingannato, ad altro,
    altrove, mirando: mentre sotto,
    tra i piedi, bastava, davvero poco,
    ma ogni volta esserci, a quel millimetro,
    amarvi, amandovi, sapendo questo,
    sapendo che era questa, che era tutto.

  10. Sarà che prediligo la poesia, ma i versi mi sono sembrati più efficaci nel trasmettere il pensiero dell’autore. Anzi: il pensiero che andrebbe ripudiato il pensiero (razionale) quando si tratta dell’amore. Se penso a quel che c’è scritto nell’introduzione (il dato biografico della “voragine amorosa”) e leggo le chiose in cui l’approccio epistemologico al tema viene ribadito due volte, tutto mi appare come il tentativo di spiegarsi i perché e i per come della fine di un rapporto: quale tra tutte le versioni del mondo – dice l’autore – corrisponde a quanto è successo “davvero” quando un amore va in pezzi.

    Ecco, per un compito come questo che si propone l’autore avrei visto più adatta un’ecfrasi alla rappresentazione di Sìsifo. Battute a parte, intendo che individuare in arte e letteratura la versione che “realmente corrisponde alla realtà” è un’impresa impossibile, che ha in sé il suo fallimento. Dovremmo prima accordarci su cosa e quale sia la realtà in universale, se – addirittura – esista, una realtà. E poi qualsiasi soluzione o accertamento o affermazione definitivi nell’arte sono inutili, a mio modo di vedere; anche sterili.

    Il pezzo qui postato ha la sua vita in sé, senza ricerca di epistemologia: la sublimazione letteraria di una sofferenza interiore, sezionata da un occhio in questo caso che vorrebbe restare distante, che cerca una visione ferma, quasi scientifica, di qualcosa che è all’opposto, come ognuno sa. E se
    Tutto l’errore teorico è stato questo, averla
    la teoria […]
    allora forse la verità starebbe nell’abbandonarla anche dopo, nella voragine che si apre per tutti noi alla fine di un amore.

    Un cordiale saluto.

  11. Dopo aver letto molto di Inglese nei miei anni di frequentazione di Nazione Indiana, mi sono fatto l’idea che la misura piu’ spendibile dei suoi scritti sia il frammento breve (ma non epigrammatico) di prosa, poesia, prosa in prosa o che altro.

  12. Cara Fiorella,
    ti ringrazio delle tue osservazioni, che sono sia estetiche che etiche.
    So fin troppo bene quanto lo spirito comune si ritrae di fronte a qualsisi trattamento che si annuncia come “razionale” dell’amore, da un lato, e della propria arte, dall’altro. Non credo né all’una né all’altra di queste opinioni abbastanza diffuse. Le sofferenze connesse all’amore, come ognuno sa e come tanta letteratura insegna, si esprimono attraverso razionalizzazioni estenuanti, futili forse, ma fatali. Nessun buon consiglio di saggezza può aiutare l’amante o l’ex-amante, nella sua opera di decifrazione di voragini, condotte, personalità. La comprensione e la conoscenza sono una forma di difesa innanzitutto, e chi ama è soggetto più di tutti vulnerabile e alla ricerca di corazze.
    Quando tu scrivi: “allora forse la verità starebbe nell’abbandonarla anche dopo, nella voragine che si apre per tutti noi alla fine di un amore”. Sono ben d’accordo che questa potrebbe essere la morale della favola, ma non la favola. E bisogna passare attraverso la favola per attingerne la morale.

    Proust diceva che è volgare esplicitare i presupposti teorici di un’opera, come lasciare il prezzo sopra un abito che si porta. Ma lui è stato il primo a fare sfoggio, a torto e a ragione, di consapevolezza critico-teorica. E gli siamo grati di questo cattivo gusto.

  13. Gentile Andrea, il discorso diviene sempre più complesso, perchè siamo sul sottile crinale fra rielaborazione artistica del dato biografico e passionalità del dato stesso, che comunque traspare al di là di ogni razionalizzazione. Certo che “Le sofferenze connesse all’amore, come ognuno sa e come tanta letteratura insegna, si esprimono attraverso razionalizzazioni estenuanti, futili forse, ma fatali.” , e anche che “La comprensione e la conoscenza sono una forma di difesa innanzitutto, e chi ama è soggetto più di tutti vulnerabile e alla ricerca di corazze.” Ma quello che io notavo è una specie di contradictio in terminis di questo frammento: in esso – sembra di interpretare – l’amante, ormai solo, si arrovella sul fatto che ha affrontato il fatto amoroso da una posizione teorica e razionale, per poi esserne travolto (posizione molto “maschile” devo dire, senza alcuna connotazione negativa per carità, solo una notazione di genere sulla caratteristica dell’ispirazione) e rimproverarsi di essere stato cosciente troppo a lungo. Però, tutto questo lo dice a se stesso continuando a vivisezionare il cadavere caldo con precisione da chirurgo, quindi non abbandonando l’occhio tassonomico con cui scruta la “patologia”.
    Così, tanto per parlarne. L’argomento soggettivo/oggettivo in arte è sempre affascinante.
    Buona serata.

  14. Gentile Andrea Inglese,

    le rispondo con piena consapevolezza di quanto sia difficile per uno scrittore trovare quell’equilibrio magico tra la propria soggettività e l’influenza dei maestri in cui consiste il segreto dello stile individuale. (Problema anche questo quanto mai proustiano, per riferirmi a un autore caro a entrambi). Il limite che mi è sembrato di percepire nel suo pezzo è, come le ho detto, un eccesso di voce altrui, Proust e Bernhard per l’appunto, e il fatto che lei mi citi prontamente anche Volponi e l’esercizio di ekphrasis conferma la mia impressione di sovraccarico: troppa gente per così poche righe! A mio modesto parere, questo nuoce un po’ all’autenticità di quanto lei scrive, e lo rende meno intenso e meno efficace esteticamente. Forse fraintendo la sua poetica (eppure è proprio lei a dirci nell’introduzione che l’occasione di questo scritto è un’esperienza vissuta), ma vorrei sentire più lo stile e la vita di Andrea Inglese (che mi sembra forte in alcuni momenti più autoironici o fatalistici, e più carnali) e ritrovare meno allusioni a letture che già possiedo, e che ritengo peraltro inimitabili proprio per il modo in cui mettono in luce in modo assolutamente individuale un tema universale e “trito” come l’amore.

    Sulla questione del rapporto tra cartellini del prezzo e regali: da convinta hegeliana, credo che l’arte faccia il suo mestiere soprattuto quando esprime l’idea in forma sensibile (e lo penso anche della filosofia del romanzo proustiano, seguendo Descombes). E che, in generale, alcune delle prove letterarie che ho letto in questo sito soffrano della sindrome dell’arte concettuale.
    Ma non è il suo caso.
    Con stima, S.E.

  15. Cara Else,

    avrei dimenticato un po’ di Manganelli, e una buona dose di Beckett…
    Non vorrei avere ecceduto con le ruberie e le spezie. Comunque lei potrebbe anche avere ragione, ma le consiglerei a questo punto la lettura dell’intero intruglio. Credo che sarebbe il modo migliore per risolvere i suoi legittimi dubbi sul grado diluizione o meno dei maestri, e il grado di stile personale o personalizzato.

    Purtroppo un po’ di stile personale ce l’ho anch’io, ma considero ciò più che altro un difetto. In genere, infatti, più che guidarmi la mia propria voce mi guida l’oggetto di cui mi preme parlare ed è forse per questo che i miei libri e libelli non si assomigliano troppo tra loro. Cambiando l’oggetto cambia anche la loro organizzazione e così anche (un po’ almeno) lo stile.

    Lei ha comunque citato Descombes che, pur essendo poco hegeliano, è filosofo che io amo moltissimo. E questo mi rende lei, Else, molto stimabile e simpatica.

  16. La cosa che mi colpisce in molti lavori di Andrea Inglese è l’equilibrio (il bilanciamento) mai faticoso fra ricerca, comvinzione lirica e passione civile. Anche in questo caso mi sembra essere così, e tutto questo “perchè qualcuno sia amato”. Sì, all’incirca è questo che volevo dire.
    Un saluto

  17. convinzione lirica

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