cropped-kiki-smith-lying-with-the-wolf-3.jpgdi Laura Pugno

[Domani esce La ragazza selvaggia (Marsilio), il nuovo romanzo di Laura Pugno. Ne presentiamo in anteprima alcune pagine].

Tessa aveva aiutato Dasha a stendersi sul letto da campo e aveva medicato la ferita. La ragazza era sprofondata in un sonno febbricitante e questo, pensò Tessa, le avrebbe facilitato il lavoro. La ferita era un taglio profondo, dai lembi netti, vide quando l’ebbe pulita. A giudicare dalle cicatrici che aveva sul corpo, non doveva essere certo la prima volta che Dasha rimaneva ferita nel bosco, ma stavolta si era indebolita troppo, al punto da cercare aiuto.

Tirò fuori il disinfettante e le bende. Prese un asciugamano, lo inumidì e strofinò poco a poco, con acqua tiepida, il corpo di Dasha. Ci sarebbe voluto molto di più perché tornasse ad avere un aspetto normale. I capelli chiari si erano avviluppati in una massa fittissima e sarebbe stato necessario rasarli a zero. Forse un giorno Dasha sarebbe stata capace di tornare a stare tutto il tempo su due gambe, a mantenere la posizione eretta.

Finita la prima opera di pulizia, non senza fatica Tessa infilò alla ragazza una sua vecchia maglia e i pantaloni di una tuta. Dasha rimase inerte, mugolando di tanto in tanto qualcosa di incomprensibile. Tessa la coprì con il suo sacco a pelo e tutte le coperte che aveva, tra cui una caldissima, grigia. Deve sudare, pensò. Nell’armadietto dei medicinali aveva paracetamolo e altri farmaci, ma non sapeva come avrebbe potuto reagire il corpo di Dasha. Si sedette sul letto da campo accanto alla ragazza che si era raggomitolata in posizione fetale. Aveva la fronte coperta di sudore, ma appena più fresca di prima. Ormai l’odore di selvatico aveva invaso il container.

Da sotto il letto, Tessa tirò fuori una vecchia borraccia che aveva riempito di porto e buttò giù due sorsate. Una volta, ricordò, era considerato un liquore medicinale. Per un attimo, pensò di bagnare le labbra di Dasha col porto, ma scartò subito l’idea. Adesso la ragazza sembrava più tranquilla, e forse avrebbe dormito tutta la notte. Lei invece, Tessa, era destinata a non chiudere occhio; o forse sì avrebbe ceduto al sonno, e magari all’alba svegliandosi non avrebbe trovato più traccia di Dasha. Sentì un brivido correrle lungo la schiena, tirò fuori il cellulare dalla tasca e si alzò. Grazie ai ripetitori installati poco lontano per servire gli impianti eolici, la zona dove si trovava il container era coperta da campo, e nella rubrica Tessa aveva archiviato anni prima un vecchio numero degli Held.

Il telefono squillò due volte, poi partì una segreteria su cui era registrato un numero di cellulare e una voce che diceva: «Se avete notizie di Daria Held, chiamate, a qualsiasi ora.» I primi tempi, pensò Tessa, quel telefono doveva aver suonato in ogni momento. Erano stati registrati avvistamenti in ogni parte d’Italia e anche all’estero, in Ucraina, nella zona di Pripyat-Chernobyl, da cui provenivano Nina e Dasha, piste false. Poi, di anno in anno, le segnalazioni si erano diradate fino a scomparire. Eppure Giorgio Held continuava a mantenere quel messaggio in segreteria. Non aveva perso la speranza, pensò Tessa. Oppure la sua disperazione era diventata talmente opaca e quotidiana da non permettergli di cambiarlo.

Tessa annotò il cellulare e attaccò. Aveva chiamato da un numero coperto, quindi forse era ancora in tempo a far finta che nulla fosse accaduto. Erano le tre di notte, si rese conto guardando la radiosveglia a grandi numeri rossi che lampeggiava sul soffitto del container. La sera prima non aveva cenato, concentrata com’era nella revisione dei suoi appunti. Voleva lasciare tutto il dossier su Stellaria in ordine perfetto, se mai vi fosse stato un miracolo e i finanziamenti fossero stati rinnovati, o se la ricerca fosse potuta riprendere qualche anno dopo. Era diventata quasi un’ossessione. Tutte le sere, maniacalmente, passava in rassegna il lavoro fatto sin dal suo arrivo anni prima. In buona parte si è rivelato inutile, pensò.

Improvvisamente Tessa sentì fame. Tirò fuori una busta di minestra di verdure, scaldò l’acqua e la versò in una ciotola. Forse l’odore di cibo sveglierà Dasha, pensò, ma la ragazza continuava a dormire sotto il mucchio di coperte, con una nota acre nel sudore. Per tutti quegli anni doveva essersi nutrita di radici, uova e piccoli animali, quelli che riusciva a catturare. Immaginò Dasha accovacciata a terra, col viso affondato nelle interiora di una volpe, le labbra e i denti sporchi di sangue: quella visione, si rese conto, le veniva facilissima. Pensò che se si fosse addormentata la ragazza avrebbe potuto svegliarsi, ormai libera dalla febbre, e attaccarla. Tessa non aveva idea di quale fosse ora la capacità mentale di Dasha, se avesse davvero sofferto di danni cerebrali sin dall’inizio, come avevano detto, o se la vita isolata del bosco avesse prodotto in lei dei cambiamenti. La sua idea era che Dasha non fosse affatto una bambina ritardata che si era smarrita nel bosco, ma di questo non aveva mai parlato con nessuno. Dasha Held aveva dodici anni quando era scomparsa, e Tessa credeva che avesse desiderato esattamente questo, scomparire. In fondo Dasha era cresciuta vicino a un bosco. Forse aveva imparato a trarre dal bosco il necessario per la sopravvivenza, senza che nessuno si fosse mai reso conto di quella sua abilità.

Tessa ricordò di avere ancora della carne avanzata nel congelatore. Ne mangiava ormai pochissima, ma di tanto in tanto qualcuno veniva a trovarla e le portava provviste dal paese nuovo, Stellanova, con le sue case basse e i suoi negozi. L’ultima volta, due mesi prima, era stato un suo ex tirocinante, Simone, che aveva fatto il viaggio fino a Stellaria per dirle che se ne andava definitivamente dall’Italia. Ormai fare ricerca era diventato impossibile, e aveva trovato posto in un’Università svedese. Simone era al primo anno di studi quando il gruppo di ricerca di Stellaria era in pieno fulgore, e sognava di unirsi a loro un giorno. Tessa se lo ricordava bene, un ragazzino con troppi capelli neri che erano caduti subito, tutti insieme, dopo la laurea, come se ormai non vi fosse più bisogno della giovinezza, come se fosse un lusso che non poteva più permettersi. Negli anni del precariato postuniversitario erano rimasti in contatto. Quella sera, avevano cenato con la carne che Simone aveva comprato e svuotato due bottiglie di vino cattivo, poi il ragazzo si era steso per terra col sacco a pelo ed era crollato quasi subito nel sonno concesso dall’alcol. Tessa era rimasta sveglia ancora qualche ora, a pensare a Cecilia. Si erano riviste solo una volta da quando la sua amica era partita per l’Oregon. Adesso aveva una figlia, una bambina di sei anni, Corinna. Simone era partito il giorno dopo, all’alba. Tessa aveva il sospetto che non l’avrebbe più rivisto.

Nel congelatore c’erano ancora due bistecche, alte quasi due dita. Tessa le prese, le mise su un piatto e fece fare loro un paio di giri di microonde per scongelarle. Si chiese se Dasha avrebbe notato la differenza di sapore, se avrebbe trovato quella carne in qualche modo alterata. Pensò che avrebbe potuto continuare a tenerle nel microonde e cuocerle, ma se Dasha in tutti quegli anni non aveva mai provato cibo cotto avrebbe potuto vomitare. Tirò fuori le bistecche tiepide e sanguinolenti, le tagliò in pezzi e posò il piatto a terra. Accanto alla carne lasciò una ciotola di plastica piena di latte Uht. Così, se si fosse addormentata e Dasha si fosse svegliata prima di lei avrebbe trovato subito del cibo. Intanto, Dasha continuava a mugolare piano nel sonno, come se chiamasse qualcuno, o forse per il dolore della ferita.

Improvvisamente Tessa ricordò un dettaglio che aveva dimenticato. Quando Dasha era scomparsa, dieci anni prima, aveva con sé Astrid. Una cucciola di cane lupo cecoslovacco, un incrocio praticato negli anni Cinquanta tra lupo e pastore tedesco. Per questo, all’inizio si erano illusi di ritrovarla facilmente, e forse proprio questo aveva fatto sì che chi la cercava commettesse qualche errore. Chissà che fine aveva fatto Astrid. Comunque doveva essere morta, o rinselvatichita.

Tessa si chiese se qualcuno avesse tenuto Dasha prigioniera, tutti quegli anni, o anche solo per qualche tempo. Per quanto Stellaria fosse una riserva integrale vigilata, di tanto in tanto si trovavano tracce di presenze umane. Bracconieri, migranti. Il barbone, che per mesi si era aggirato indisturbato, prima di finire i suoi giorni misteriosamente. Era un’ipotesi possibile, soprattutto all’inizio. Ma solo all’inizio, perché era da almeno due anni che Tessa Santanera – di tanto in tanto, a distanza di lunghi mesi – avvistava nel bosco di Stellaria Dasha Held, e non l’aveva mai detto a nessuno. Fino a quel momento.

[Immagine: Kiki Smith, Lying with the Wolf (as)]

1 thought on “La ragazza selvaggia

  1. Impossibile non rimanere affascinati da queste due donne strane, ai margini della società ma probabilmente al centro si se stesse. Un inizio che fa spavento ma che ti costringe a non mollare.

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