Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Dio ti scrive

| 4 commenti

cropped-blade-runner.jpgdi Andrea Cortellessa

[Questo articolo è uscito su «Pagina99». col titolo Nuotando in un universo di nome Philip Dick. Nel frattempo Adelphi ha mandato in libreria Io sono vivo e voi siete morti di Emmanuel Carrère, nella traduzione di Federica e Lorenza Di Lella, pp. 351, € 19 (le citazioni nel mio pezzo sono però dalla traduzione di Stefania Papetti, che pubblicò Theoria nel 1995; del testo pare esista un’altra edizione, uscita da Hobby & Work nel 2006 in una collana dal titolo «Valis», ma io non l’ho mai vista) (Andrea Cortellessa)]. 

«Sono sicuro che voi non mi credete, e non credete nemmeno che credo a ciò che dico». È il 24 settembre 1977, e Philip K. Dick è l’ospite d’onore al Festival di Metz, in Francia; sta leggendo una conferenza dal titolo Se vi pare che questo mondo sia brutto, dovreste vederne qualcun altro. La sua leggenda lo precede. I suoi ammiratori si aspettano «il paranoico, il drogato, il sinistrorso […] uno straccio d’uomo sogghignante, inebetito dalla droga». E invece ecco un tipo robusto, in forma, che «ride, sbircia le ragazze, mangia per quattro, visibilmente felice dell’interesse che gli si mostra». Il suo vicino a tavola, un fan esaltato, s’impossessa della pillola che Phil tiene vicino al piatto, la ingoia al posto suo, e con aria di sfida gli chiede cosa gli accadrà, ora. «Si sentirà meglio», ribatte Dick, «se per caso ha mal di gola».

            Alla sala congressi c’è una gran folla ad ascoltarlo. Ma, come spesso gli capita, non è più granché convinto di quello che ha scritto. Suda, la sua voce suona metallica. C’è chi si chiede se al suo posto non ci sia un replicante, di quelli delle sue storie. Ma il problema è quello che dice. Racconta che tre anni prima, tra il febbraio e il marzo del ’74, ha cominciato ad avere delle visioni (per onestà, aggiunge, pochi giorni prima il dentista gli ha somministrato una forte dose di pentotal). Visioni che gli hanno rivelato un mondo più reale, oltre (o sotto) quello in cui lui – come tutti gli altri – conduce la sua esistenza di tutti i giorni. Una Prigione di Ferro Nero, «un mondo di schiavitù e malvagità, di prigioni e secondini e di polizia ubiqua». È un mondo (ammette con ancora maggiore onestà) che sin troppo da vicino ricorda gli universi paralleli dei suoi romanzi e racconti (come La svastica sul sole, The Man in the High Castle, capolavoro letterario del ’63 in cui si immagina una realtà “ucronica” nella quale la guerra è stata vinta dall’Asse, e Tedeschi e Giapponesi si sono spartiti gli Stati Uniti). Ma, aggiunge, ha capito che i suoi racconti non erano fantasie, bensì ricordi confusi di qualcosa che gli si è rivelato, ora, reale: «i miei racconti e romanzi erano, senza che io me ne rendessi conto, autobiografici». Non la cita, ma pensa alla Prima lettera ai Corinzî di Paolo di Tarso: «in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà […]. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia».

            La conferenza si conclude su accenti di speranza. Il Mondo-Carcere cadrà: «Quando il Regno sarà fra noi, non ricorderemo più le tirannie […] la Sua misericordia ci permetterà di dimenticare tutto quello che è accaduto prima. Forse ho torto, nei miei romanzi e nelle mie parole, a risvegliarne in voi il ricordo». Così traduce (prendendosi molte libertà, come rendere con il Regno quella che Dick chiama «opera di restaurazione») Emmanuel Carrère, che racconta la scena in Io sono vivo e voi siete morti, la biografia che gli ha dedicato nel 1993 (da Theoria due anni dopo). E commenta: «Aveva torto». Inizia allora, infatti, la leggenda nera: sino a un certo momento Dick è un grande scrittore visionario, d’accordo; dopo, però, si trasforma in uno psicotico “vero”, un farnetico misticheggiante. Uno che – abbandonate da tempo le droghe – ora è “fatto” di Dio.

            La Caduta si colloca in corrispondenza della «rivelazione» (l’episodio che da allora definisce 2-3-1974): un’«entità plasmatica rossa e oro» – da Dick chiamata di volta in volta Ubik, Zebra, Valis, il Logos, il Plasmato – gli ha mostrato lo scenario reale: la Roma del I secolo dopo Cristo (al tempo degli Atti degli Apostoli, e delle comunità gnostiche), coi cristiani perseguitati dall’Impero. Da allora Dick prende appunti per spiegare a se stesso cosa ha davvero visto. Allo scartafaccio – che alla sua morte, il 2 marzo 1982, assommerà a più di ottomila carte – dà il titolo di Esegesi. Per anni Paul Williams (il giornalista che fece di lui una star, coll’intervista che gli fece giusto nel ’74 su Rolling Stone) conservò il materiale in garage, suddiviso in 91 raccoglitori; nei decenni successivi, chi tentò di trascriverlo finì per arrendersi (nel 1989 Lawrence Sutin ne riportò ampie parti, però, in Divine invasioni. La vita di Philip K. Dick, Fanucci 2001).

Quattro anni fa, finalmente, è uscito a cura di Pamela Jackson e Jonathan Lethem il libro ora tradotto da Maurizio Nati per Fanucci (1300 pp., € 50): L’Esegesi, oggetto fisicamente mostruoso e dal contenuto sin troppo affascinante, seleziona un ottavo circa del materiale complessivo, dotandolo di un commento (firmato da scrittori come Simon Critchley e Steve Erickson, un’epistemologa come N. Katherine Hayles, un antichista come Gabriel McKee, eccetera), un glossario, utilissimi indici. Va subito detto che “leggere” l’Esegesi di Dick, anche così, è semplicemente impossibile. Nel ’93 diceva Carrère che «nessuno l’ha letta interamente, nemmeno lui». È probabile che i curatori americani l’abbiano fatto, invece, se scrivono: «offrirsi completamente a essa […] richiede un grado di mania e di stordimento che non augureremmo a un altro umano […]. E per rimanerne affascinati bisogna desiderarne ancora».

L’esperienza che stanno descrivendo, si capisce, è quella della droga. Così come è una metafora della tossicomania la trama di un suo romanzo giovanile, L’occhio nel cielo del ’57. Otto persone in visita al Bevatrone di Belmont, per un incidente, sono investite dal campo magnetico e restano in coma. Si riprendono e tornano a casa, ma poco alla volta si rendono conto che la vita che credono di vivere è un’allucinazione; in realtà sono ancora in animazione sospesa, prigionieri nell’universo mentale di uno di loro, un fondamentalista religioso. Poi, a turno, sarà la volta del mondo di una signora di buoni sentimenti ma radicalmente igienista, di una ragazza paranoica per la quale «tutto ha un significato, fa parte di un complotto», e via dicendo. Quello che è il Paradiso per noi, è l’Inferno per tutti gli altri – si potrebbe parafrasare Sartre.

            Il divertissement satirico contiene in nuce l’incubo del libro maggiore di Dick, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, del ’64: la storia di un autocrate, un «Sistema di Intelligenza Vasta e Attiva» (VALIS, l’Entità dell’Esegesi alla quale Dick dedicherà dopo il 2-3-1974 la sua ultima trilogia romanzesca) che, grazie a una super-droga da lui imposta sul mercato, conforma il mondo esterno alla propria psicosi (come i dittatori del totalitarismo novecentesco o, oggi, i cattivi demiurghi dei social network), e insomma diventa Dio. Ecco, se si sprofonda nell’Esegesi – come per primo fece chi la scrisse – si corre appunto questo rischio: restare prigionieri nell’universo di un Dio che non si chiama Ubik – come l’Entità che nel ’69 dà il titolo al suo romanzo più bizzarro e visionario – bensì Dick. Che, come Dio appunto secondo i teologi, è ovunque e in nessun luogo. Il titolo Esegesi può essere letto in modo denotativo – commento alle visioni o alle opere letterarie loro «figure», per dirla con Erich Auerbach – ma anche, fa notare Carrère, in un senso teologico più preciso: «interpretazione dottrinale di un testo sacro».

C’è un apologo famoso che scrisse David Foster Wallace un paio d’anni prima di togliersi la vita. «Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?». Allo stesso modo, se si ha l’impressione che da qualche tempo di Dick non si parli più tanto – non quanto una decina d’anni fa, diciamo – è perché ormai, per noi, è come l’acqua per i pesci. Ci viviamo dentro. L’immaginario odierno è tanto più permeato di Dick quanto meno esplicitamente gli si ispira. I film più “dickiani” – a parte l’archetipo Blade Runnernon sono quelli tratti (il più delle volte grossolanamente) da sue storie, come Total Recall o Minority Report, bensì quelli che non potrebbero concepirsi senza la sua opera: da The Truman Show a Matrix sino a Inception. Il nostro paesaggio mentale formicola di “dickemi” (nel senso in cui Andrea Zanzotto una volta parlò di «manzonemi»: dispositivi mitopoietici nevroticamente connotati, e proprio per questo “inconfondibili”). Il suo necrologio, scritto da Fredric Jameson (e raccolto nella seconda parte – colpevolmente non tradotta da Feltrinelli nel 2007 – del suo fondamentale Il desiderio chiamato utopia), comincia «è stato lo Shakespeare della fantascienza». A parte il rispettivo valore letterario, quanto da quella del Bardo lo è stata la modernità, dall’immaginazione di Dick è scaturito il mondo come lo conosciamo oggi. Sua è «la macchina di verità che dichiara falso quel mondo falso che è il mondo reale» (così Gabriele Frasca nella sua monografia, L’oscuro scrutare di Philip K. Dick, Meltemi 2007). Il “dickema” principe ha matrice gnostica: la realtà che ci è dato vedere non è davvero reale, bensì uno spettacolo architettato allo scopo di ingannarci. Quello delle visioni è invece «il mondo nudo e crudo, il nostro mondo».

Questo si legge nella prima pagina dell’Esegesi. Ma la domanda che non possiamo non farci è: credeva davvero, Dick, a quello che racconta in queste pagine? Nel suo libro su di lui Carrère – che nel Regno si è fatto la medesima domanda riguardo a se stesso – commenta Valis, in cui Dick racconta quel che gli è capitato nei modi di una fiction, e attribuisce le visioni all’alter ego «Horselover Fat», mentre il personaggio di «Philip Dick» è un amico ragionevole, che gli fa notare la somiglianza del suo “caso” a quello del Presidente Schreber, il magistrato che nel 1903 pubblicò delle famigerate memorie che interessarono alquanto Freud e che con l’Esegesi hanno più d’un punto di contatto. Anche un altro visionario che a suo modo credeva alla Verità di Dio, ma che ha sempre scritto storie improntate alla Menzogna, Giorgio Manganelli, si è spesso chiesto – senza darsi risposte ultimative – cosa significhi, davvero, credere in qualcosa. Questa è la domanda che nell’Esegesi risuona senza pace. A un certo punto vi leggiamo: «Invece che Ubik, di Philip K. Dick, mettiamola in questo modo: Philip K. Dick, di Ubik». E, subito dopo: «in un certo senso sto scherzando, ovviamente, ma in un altro no».

Dick non è un manicheo, la sua logica non è binaria. Non c’è un vero disvelabile simmetrico al falso da smascherare. Al contrario ci sono due verità (almeno due: nella Svastica sul sole e in Ubik, per esempio, la partita è più complessa) penultime, non definitive: che si sovrappongono, si alternano, si sovrimprimono l’una all’altra. Per questo nessun finale di Dick è “chiuso”. Dai suoi incubi non si esce: come, dall’Esegesi, non è mai uscito lui.

Cinepleroma dickiano 

Strange Days di Kathryn Bigelow (scritto da James Cameron e Jay Cocks), 1995

Dispositivo squisitamente dickiano è lo SQUID, in gergo «filoviaggio»: un caschetto col quale si possono registrare le proprie esperienze e poi “riviverle” come realtà virtuale. Le clip SQUID diventano lo stupefacente più à la page, col quale vivere esperienze altrui (sino al «blackjack», cioè lo SQUID snuff nel quale è registrato l’omicidio – da parte dell’assassino o della vittima). Ralph Fiennes è Lenny Nero, versione aggiornata dell’archetipo postmodernista, il rude e romantico poliziotto chandleriano impersonato da Harrison Ford in Blade Runner di Ridley Scott (1982): qui ricordi artificiali erano impiantati nel cervello di Rachel, l’inconsapevole replicante interpretata da Sean Young.

 

The Truman Show di Peter Weir (scritto da Andrew Niccol), 1998

Ispirato alla moda nascente dei reality show (Truman, interpretato da Jim Carrey, non si accorge che il paradiso anni Cinquanta in cui vive è un immenso studio televisivo, e che tutte le persone a lui vicine non sono che attori e comparse), il film ricorda da vicino uno dei più fortunati romanzi di Dick, Time Out of Joint del ’59 (tradotto come L’uomo dei giochi a premio, Tempo fuori luogo ecc.), che nel ’73 già aveva ispirato il capolavoro del postmodernismo letterario, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon. Nel suo piccolo paradiso Ragle Gumm è imbattibile nel gioco a premi di un giornale che è in realtà un sistema precognitivo in grado di anticipare i luoghi in cui cadranno i missili del nemico, nella guerra interplanetaria in corso sulla Terra.

 

Essere John Malkovich di Spike Jonze (scritto da Charlie Kaufman), 1999

John Cusack è Craig Schwartz, un burattinaio squattrinato impiegato in un ufficio al «settimo piano e mezzo». Per caso scopre un passaggio segreto col quale si può entrare nella coscienza dell’attore John Malkovich. Anche questi vuole provare: si troverà in un mondo dove tutti sono John Malkovich, e l’unica parola che pronunciano è «Malkovich». A parte questo puro Ubik, il film s’ispira al racconto Essere un Blobel (1964) e in generale all’interpretazione dickiana dell’empatia (con un ruolo chiave nella Svastica sul sole). A proposito di Kaufman, Dick si sente anche in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (in italiano, purtroppo, Se mi lasci ti cancello, diretto da Michel Gondry nel 2004; da tempo Gondry pare stia lavorando a un film tratto da Ubik).

 

eXistenZ di David Cronenberg, 1999

Allegra Geller (Jennifer Jason Leigh) ha creato il videogame eXistenZ, che grazie a dei dispositivi biologici permette al giocatore di calarsi “realmente” nel gioco. Ma alla presentazione del prodotto irrompe un terrorista che lo danneggia. Allegra dovrà immergersi in una partita “senza rete”. Mutazione “dickiana” di tipiche ossessioni di Cronenberg (l’arma “organica” del terrorista esce dritta da Videodrome, 1982; in una scena si vede un pacchetto di patatine marca Perky Pat: I giorni di Perky Pat è il racconto embrione delle Tre stimmate di Palmer Eldritch), il film è forse l’unico ad aver saputo cogliere la tetra e ossessiva malinconia, da vero gnostico romantico (e appunto esistenzialista), basso continuo di ogni storia dickiana.

 

The Matrix di Andy e Larry Wachowski, 1999

La saga interpretata da Keanu Reeves (Neo), Lawrence Fishburne (Morpheus), Carrie-Ann Moss (Trinity) e Hugo Weaving (l’adorabile agente Smith) – proseguita con due altri episodi, Matrix Reloaded e Matrix Revolution, entrambi usciti nel 2003 – ha provveduto a definitivamente contagiare del vangelo di San Philip Dick l’audience globale, cablando il suo immaginario agli scenari del World Wide Web. Possibili tramiti pop, come il gioco di ruolo Shadowrun (che negli anni Ottanta si basava su un’evoluzione della Rete telematica detta The Matrix) e il fumetto Razzi amari di Stefano Disegni e Massimo Caviglia (1992), sono a loro volta però inequivocabilmente “fatti” del Dick della conferenza di Metz, dell’Esegesi e della Trilogia di Valis.

 

Inception di Christopher Nolan, 2010

Leonardo DiCaprio è Dominic “Dom” Cobb, hacker che cabla le menti delle persone a un «sogno condiviso», così “estraendone” i segreti professionali. Quando prova a rubare i sogni di Mr. Saito (Ken Watanabe), potente businessman giapponese che pare uscito dalla Svastica sul sole, viene bloccato. Finora è stato solo messo alla prova. Ora va fatta l’operazione inversa: “innestare” pensieri alieni nelle menti dei rivali d’affari. Visivamente fastoso, Inception inaugura una “seconda generazione” dickiana: per la prima volta inscenando una multi-realtà concentrica (sogni dentro sogni dentro sogni) che nulla ha da invidiare, per complessità visionaria, a rompicapo come Ubik; e coglie la fantasmagoria da guerra commerciale, chiave profonda dell’opera di Dick.

 

 

[Immagine: Ridley Scott, Blade Runner (gm)]

4 commenti

  1. “ 9 settembre 1991 – Tutto sembra assolutamente lo stesso eppure niente è più assolutamente lo stesso. Non fosse che per certi indizi, dettagli, particolari rivelatori. Come in un romanzo di fantascienza. “.

  2. Bellissimo articolo su Dick, che in qualche modo rende superfluo leggere lo stesso Dick, avendo anche in parte svelato dei finali, o degli iniziali. Mi sembra il classico autore utopista/antiutopista in cui il valore filosofico dell’opera supera il valore artistico, e la dimensione evasiva; il globale supera il particolare. Per me che pur ho letto tutto il Conan Doyle giallista come meraviglioso passatempo interviene qui una forza oscura (legata forse alla paura di annoiarmi o a pregiudizi o chissà che altro) che mi trattiene dal gettarmi nel magmatico mare dickiano. Preferisco gustarmelo nei film.
    Un saluto.

  3. Purtroppo il male degli italiani è la loro esterofilia. E’ una malattia cronica che si è acuita, nell’àmbito culturale, dagli inizi del sècolo scorso, cioè da quando la fertilità creativa del genio italiano si è esaurita.

  4. Alla rassegna manca un… fondamentale: A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare https://en.wikipedia.org/wiki/A_Scanner_Darkly_(film)
    profetico film che affronta i temi drammatici adesso alla portata e sotto gli occhi di quasi tutti delle organizzazioni criminali che utilizzano tecnologie sofisticate qualil il controllo mentale.

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