Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Memorie di un rivoluzionario timido

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cropped-ghirri-per-copertina-1.jpgdi Carlo Bordini

[È uscito in questi giorni il romanzo di Carlo Bordini Memorie di un rivoluzionario timido (Sossella). Ne pubblichiamo un estratto, seguito dalla nota Al lettore. Domani, mercoledì 8 giugno, a Roma (Apollo 11, via Bixio 80/a), si terrà una festa per Carlo Bordini in occasione dell’uscita di questo romanzo].

    E lì cominciò nel part. Una crisi profonda e siccome io la voglio raccontare poi

Parte finale

         Così ci spaccammo. Ci disintegrammo come un melograno maturo, o un jet che supera la barriera del suono, o un vietnamita che incappa in una granata, o un corteo di studenti. Improvvisamente ce ne andammo tutti e ciascuno per la sua strada. E’ come quei pranzi d’addio che ci si ritrova tutti a bere una birra insieme, vecchi compagni di scuola, vecchi giocatori di rugby; tutti reduci nel giro di un anno. Diventammo improvvisamente tutti Vecchi, tutti coi capelli bianchi e una divisa da Reduce con i nastrini sulla giacca a vento. Io lo capisco soltanto adesso: io credevo di essermene andato. In realtà io non me ne andai, partecipai al pranzo d’addio e poi ce ne andammo tutti insieme, chi la mattina, chi il pomeriggio, chi restò in albergo un altro giorno, chi ci mise di più a rifare i bagagli, a comprare dei souvenirs. E chi partendo fece un giro turistico più largo. E non ce ne accorgemmo, o almeno io non me ne accorsi, la situazione era così confusa che nessuno si accorse che la cosa stava smobilitando, perché lo striscione era ancora appeso e la tavola dei banchetti e tutto il resto per cui come in un gioco degli specchi o in un labirinto nessuno si accorse cosa stava facendo l’altro, come quei giapponesi che sono sbarcati su un’isola deserta e non sanno se la guerra continua ancora, o se gli altri se ne sono andati, probabilmente desidererebbero andarsene anche loro, ma non importa ciò che desidererebbero, l’importante è che non sanno più, tra i palmizi, distinguere quali sono loro e quali sono le ombre dei loro compagni. Ciascuno viveva la sua crisi personale, e chi era all’opposizione, chi era in disgrazia, chi era in auge, chi aveva altre prospettive e chi semplicemente pensava di suicidarsi; semplicemente che il Giocattolo si era rotto. E il Giocattolo lo ruppe il ’68. Come una cosa troppo vecchia che non regge il peso delle acque, o un vecchio che esce un giorno d’inverno e gli prende la pleurite, e avrebbe potuto resistere chissà quanti inverni standosene a casa. Come successe al padre di C., che uscì un giorno d’inverno per andarsene a giocare alle corse, e siccome era vecchio, e malandato, non tornò più. O meglio tornò, accusò un leggero raffreddore, poi si sentì male; lo portarono all’ospedale alla tenda di rianimazione perché ormai era mezzo spacciato, e io e B. andammo a trovare C. all’ospedale, con il fratello, e aspettavamo per ore nel freddo corridoio aspettando che morisse o che avvenisse il Miracolo, ma in realtà era un modo per stare tutti insieme, per vivere tutti insieme quell’avvenimento. Il giocattolo lo uccise il ’68 con tutta la sua carica di crudele novità, la crudele carica non prevista da nessuno, che scardinava tutti gli schemi, creava basi nuove per futuri sociologi e futuri rivoluzionari, anche se nessuno se ne accorse perché lo rivestirono subito con un cappottino di vecchio rivoluzionario, gli misero in mano un fucile e una stella rossa sul berretto, cercando di esorcizzarlo e sussurrandogli: è vero che vuoi bene al papà e alla mamma?, e cercando di insegnargli a dire mam-ma, mam-ma, e lui invece lì a dire parolacce. E quelle parolacce si sarebbero sentite per molto tempo ancora, e avrebbero formato una nuova generazione di maledetti, come prima c’era stata una generazione di maledetti che vivevano imprecando sotto il livello del parquet, ma con la differenza che i maledetti questa volta si erano moltiplicati come topi, e cercarono di accamparsi sul parquet sporcando tutto, e adesso sono sparsi dappertutto irridendo e facendo sberleffi. E fu il ’68 che ci fece schizzare tutti da una parte e dall’altra come le biglie di una granata, ognuno cercando di salvare i pezzi di sé, la maggior parte continuando a fare le stesse cose di prima, o cercando di farlo, molti con ossessioni paranoiche che davano la colpa ora all’uno o all’altro se il giocattolo si era sfasciato e in definitiva prolungando fino all’infinito quel clima di paranoia che si era creato mentre il giocattolo si stava sfasciando, e che cominciò con crisi, espulsioni, e battaglie a colpi di documenti da una parte all’altra dell’Oceano, e interpretazioni dell’Intervento sovietico in Cecoslovacchia, e rapido rapido ripiegamento di fronti che si acquartierava alle soglie della burocrazia, odiando gli studenti e facendo l’occhiolino a Breznev, ripiegamento che provocava ire e rivolte e sussulti nelle file dei troschi velenosi e più sanguigni, e stranamente non nei vecchi, ma nei Nuovi, perché i vecchi erano ormai adagiati in un Sonno mortale, e del vecchio trosco velenoso e inacidito non rimaneva che una traccia romantica, un alone come quello di una macchia pulita con la benzina.

         E il trosco rivelò la sua vecchia origine bolscevica e comunista, e l’essere stato a capo dell’Armata Rossa, e l’aver fatto parte delle risoluzioni del comitato Centrale, perché di fronte all’ondata del ’68 tutti i troschi di tutte le razze e di tutte le sette e di tutte le nazioni presero una posizione moderata, e una collocazione intermedia, nessuno seppe riconoscersi veramente nella nuova rabbia, in cui non soltanto si sentiva l’eco della sua origine bolscevica e leninista, ma anche il profondo senso di morte che in definitiva ha sempre caratterizzato il trosco, questo portarsi sempre la morte addosso, la morte di trotsky, movimento nato nel sangue. Questo profondo desiderio di morire che anima sempre il trosco, e con lui spariva l’ultimo dei rivoluzionari vecchio stile, l’ultimo Rivoluzionario vecchio stile con giacca di velluto, l’ultimo degli anarchici, l’ultimo dei rivoluzionari isolati, l’ultimo dei Che Guevara della storia dell’Ottocento, e il legittimo desiderio di riposare dopo avere incarnato per tanto tempo questo ruolo che qualcuno doveva pur incarnare, prima di passare la fiaccola. Ormai esaurito. Di qui quel suo che di particolarmente patetico nel breve tentativo di fare da balia asciutta al bambino ’68, Figlio degenere della rivoluzione. Necessità della rottura, perché era stato per tanto tempo irrigidendosi su se stesso, che non era più capace di trovare quella duttilità che ha permesso ad altri movimenti di vampirizzare il bambino succhiando il suo sangue e nutrendosi di esso per continuare la storia del Progresso Umano. E io mentre scrivevo queste pagine mi chiedevo che cosa sarebbe successo se il movimento non si fosse spaccato, se sarei rimasto anche io lì, ad invecchiare con la giacca di velluto ed il bocchino in bocca, e se sarei ancora lì adesso, ma ora mi rendo conto che questa domanda non ha nessun senso, perché sarebbe come chiedersi che cosa avrei fatto io e quali sarebbero state le mie reincarnazioni se non ci fosse stato il ’68, ebbene chiaro che non lo so, ma il ’68 c’è stato, e io l’ho vissuto in modo profondamente vitale, nel senso che mi ha scardinato addosso tutta la corazza che avevo, permettendomi di aprirmi a nuova vita. Certo non l’ho vissuto come assimilazione immediata delle cose che esso portava, ma, inconsciamente, perché non me ne rendevo conto, come disposizione a lasciarmi scardinare tutto e a prepararmi a nuove reincarnazioni. Doveva essere qualcosa di profondamente vitale in me, per sentire seppur alla lontana questo vento, preparandomi ad entrare nella bufera. Perché mentre la maggior parte dei troschi con cui avevo vissuto e con cui avevo spartito, sempre provvisoriamente come sempre mi successo nella vita, una parte della mia vita, preparandomi poi con la mia sacca a ripartire e ad iniziare un nuovo cammino. E a spartire ancora una volta provvisoriamente una parte della mia vita con qualcuno (ed è qui il centro della questione, come si vedrà più avanti, e scusatemi ma non è colpa mia se sono così e certo ho fatto del male a un sacco di gente e ne sono angosciato, completamente angosciato) – mentre la maggior parte dei troschi, dicevo, adoperò tutte le sue residue energie per esorcizzare la catastrofe dovuta alla distruzione della stanza dei Giochi – la stanza dei Giochi non è più! Sciagura! – per continuare a fare le stesse cose di prima, come animali ormai divenuti notturni ed assuefattisi all’oscurità sorpresi dalla luce che vanno a rintanarsi in qualche altro posto per continuare le antiche abitudini; e ci furono molti che si iscrissero al PCI continuando una loro sorta di inconscio personale entrismo, magari divenuto così entro da identificarsi completamente nelle sue posizioni e di terminare il ciclo del rivoluzionario che rientra nel suo luogo di origine, ed altri che invece cercarono di continuare la vita di prima, reimmettendosi in altre organizzazioni trotskiste e continuando a fare e a dire. Le stesse cose di prima come se niente fosse accaduto, e qualcun altro infine de migliori e dei pochi che siano rimasti vivi che hanno sentito i nuovi tempi e si sono messi con l’autonomia – io voltai completamente le spalle alla Politica e imboccai completamente una strada diversa, e in questa maniera attuavo la mia resurrezione o la continuazione della mia morte vivente. Fu in definitiva in occasione di quel cataclisma, sospinto dai venti della storia, e probabilmente senza rendermene conto, e forse stanato dal tanfo di morte che c’era là dentro, che Io, che avevo sempre vissuto maledicente e urlante nello spazio che stava sotto il pavimento di Legno, mi issai con la forza delle braccia e sporsi tutta la testa sopra il pavimento, e mi misi a guardare stralunato il mondo che c’era al di sopra del pavimento di legno, per poi strisciarvi sopra cercando nuovi nascondigli. E la politica rimase da allora sempre per me un incubo, qualcosa che tanto profondamente mi ha toccato da odiarla per tutta la vita – un mio amico poeta diceva una volta stai zitto tu tu che sei un ex – e il fatto di odiarla significa che non l’ho superata. Comunque le voltai le spalle, e questo significò per me bene o male l’inizio di una nuova vita, o di nuove reincarnazioni; ed è per questo che io dico che io sono nato due volte.

         E in questo lento volgere di meriggio che fu la dissoluzione e l’esplosione al Rallentatore della Stanza dei Giochi, come in Zabriskie Point di Antonioni e lui ha ragione perché le più terribili esplosioni avvengono spesso al rallentatore, come si vedrà più avanti, quelle scardinanti, Catastrofi. Che durò tre anni, più o meno, e per me furono due, ma già nei primi due l’Esplosione si era consumata. La Cosa cominciò con una furibonda lotta all’interno del Partito, tra il partito e un gruppo di compagni, “i tre compagni”, che sentivano che non si poteva stare là ad odiare gli studenti e a dire che erano piccolo-borghesi e proporre per gli operai le stesse cose di una volta, cioè niente, e puntare tutto sul PCI in un momento in cui tutto avveniva fuori e contro il PCI. e sentivano il terremoto che avveniva nella società, e la necessità di rispondervi. Proponevano insurrezioni tipo Battipaglia, o un massiccio inserimento dei compagni in fabbrica per fare agitazione. Io mi schierai con la parte conservatrice, obbediente. In quel periodo sentivo in genere i compagni, tutti i compagni, quelli frastornati e che non sapevano che fare, e giravano in tondo, e quelli che facevano lotta e opposizione, come degli ostacoli. Non più come esseri umani. Fedele come sempre, facevo un’attività frenetica per superare la crisi, e cominciai a diventare un burocrate. Anche in Algeria mi ero comportato come un burocrate, ma ora la cosa diventava più incarnita. I compagni nuovi non dovevano sapere con esattezza la crisi che stava scardinando il partito, ma nello stesso tempo dovevano essere immunizzati e attivizzati contro i pericoli della crisi. Andavo spesso a Firenze in quel periodo, dove c’era un nucleo di compagni su cui si poteva contare nella lotta contro gli odiati oppositori. Mi innamorai perdutamente di una ragazza di Firenze, e ne fui terribilmente respinto.

         I tre furono naturalmente respinti, dopo una seria di convulse riunioni, e dovettero andarsene. Io mi ritrovai in un partito spopolato, agitato da crisi convulse, con i compagni che cadevano come mosche. Era estate. Erano nove anni che non mi prendevo una vacanza. Inconsciamente sentivo un po’ di vergogna per le manovre cui eravamo stati costretti, per i sistemi brutali, per il braccio di ferro e la lotta a morte che si era scatenata fra compagni che una volta si ritenevano amici, per il clima di violenza che si era instaurato. Mi trovavo di fronte una prospettiva più dura, rinserrare le file, colmare i vuoti, ridarsi una dura disciplina e stringere i denti. Speravo che qualcosa nel partito sarebbe cambiato, ma il clima di isteria che si era determinato rendeva i rapporti interni ancora più duri, atroci, dissacratori. Una sera A. disse che sarebbero state necessarie riunioni tutte le sere, per elevare i quadri, stimolarli, rimetterli in carreggiata moralmente. Mi sentivo stanco, e pensai seriamente di andarmene. Ma non sapevo dove andare. Credevo che nel mondo, al di fuori della IV Internazionale, esistesse soltanto la controrivoluzione, o imbecille empirismo. Non sapevo dove andare. Non immaginavo la mia vita al di fuori se non come seguito incessante di depravazioni e di abiezioni borghesi, e ne ero atterrito. Non mi rendevo conto allora della tristezza da cui erano circondati quadri che conoscevo di altri paesi, e che in quel periodo erano a Roma, e che stavano nell’Internazionale da tredici anni, quindici anni, e che erano stati destinati come il legame dello zar alla terra in una perpetua servitù della gleba, intimamente accettata e assaporata, al lavoro tecnico, e che avevano consumato tutta la loro vita così, zitelli, guardando all’interno, con un’ingenua gioia tutta rivolta a fatti interni di partito, pieni di ingenuo entusiasmo, e pieni di una sottile tristezza e di una sottile angoscia. Ma la decisione di andarne perdurava.

         Stranamente fu un periodo più tardi che mi accorsi della cosa. Per uno di quegli strani scherzi del caso per cui fattori infinitesimali riescono a far precipitare una situazione che era maturata da tempo, elementi marginali, senza importanza, o forse non fu un elemento marginale, forse fu proprio la cosa giusta e io non me ne rendevo conto, perché era quello che mi mancava, perché in definitiva era quello la cosa veramente importante, fu una volta che stavo a casa mia e vedevo la televisione, e probabilmente guardavo Carosello, e c’era una di quelle scene piene di ottimismo e vitalità e di falsa gioia di vivere che in quel moment i apparve così Vera, e piena di vitalità, e si vedeva il primo piano del viso di una donna che rideva, credo che probabilmente fosse la Raffaella Carrà, o cose del genere, e io capii in quel momento che tutto quello a cui io avevo rinunciato era la Gioia di Vivere, e che mi ero rinchiuso in una vita mortificata e attraverso la mortificazione della carne, che era soprattutto la mortificazione dello Spirito, e cose del genere.

E un’altra volta più tardi o più o meno nello stesso periodo mi capitò un altro fatto, che doveva avere per me profonde ripercussioni. Stavo all’Istituto Italo-Latinoamericano, dove facevo delle ricerche a pagamento per conto di un Professore di Napoli, e all’ora di chiusura doveva essere circa l’una e mezza venne una ragazza una di quelle impiegate e dato che io ero rimasto fino allora lì mi disse senta noi facciamo una riunione se lei vuol venire. Come una riunione? Sì una riunione ci riuniamo e beviamo qualcosa dato che adesso chiudiamo. E io risposi: no…no, ho da fare, vado molto di fretta, e me ne andai. E più tardi pensavo: perché me ne sono andato? Perché non sono restato? Certo anche non erano dei compagni almeno per curiosità poi può sempre capitare qualcosa di Interessante, che ne sai. E mi accorsi allora che io tutte le volte che mi facevano qualche proposta che non mi interessasse in modo particolarmente ed estremamente vitale dicevo sempre No No No ed era il mio modo istintivo di rispondere il modo di una persona colta nel fallo e mi dissi: “Io dico istintivamente di no alla vita, ormai è un riflesso condizionato”. Ed era una cosa come nascondermi e se mi offrivano di andare a mangiare una pizza dicevo no devo leggere e pensavo che qualsiasi cosa che avessi fatto per me stesso e che non avrebbe comportato un vantaggio immediato per la rivoluzione o per la causa che avevo in quel momento per le mani era tempo sprecato. E decisi di dire Sì alla vita, e di dire sempre Sì Sì Sì qualunque cosa mi domandassero, come una sorta di fame arretrata, perché in qualunque cosa avrebbe potuto esserci un utile per me e qualcosa di interessante e qualcosa che mi potesse aiutare a vivere. E da allora l’ho sempre fatto, e mi sono sempre buttato su qualsiasi cosa come un coprofago frenetico,

         E mentre stavo ancora indeciso se andarmene o non andarmene me ne andai a lavorare in un’Agenzia di Stampa, dove facevo l’archivista. Là feci amicizia con delle ragazze che lavoravano lì, e riscoprivo il valore dell’amicizia senza nessun fine dietro, fine a se stessa, e questo mi riempiva di una gioia profonda. Cominciai a desiderare di avere un lavoro mio e una donna. Non furono cause ideologiche a spingermi ad abbandonare la politica. Per la Politica, ero d’accordo su Tutto. Ma volevo avere un lavoro mio e una Donna. Ero stanco. Volevo vivere. Furono ragioni biologiche che mi spinsero ad andarmene. Mi ero accorto che restando nel partito non c’era nulla da fare, non avrei mai potuto avere né un lavoro mio né una donna. E così dissi ai compagni che intendevo andarmene La mia fu l’uscita più dolce che ci fosse mai stata, senza inimicizia; decisi anche di restare tre mesi dopo averglielo detto per dare loro il tempo di sostituirmi. Ci furono riunioni, colloqui, tentativi di dissuadermi, ma fui irremovibile. Nel frattempo continuavo a funzionare più o meno normalmente.

         In Ufficio le ragazze mi dicevano. Tu hai 32 anni! Non è possibile! Ma non li dimostri! Ce n’era una che mi piaceva; aveva qualche anno più di me ed era straordinariamente interessante. Discutevamo sempre. In quel periodo avevo ricominciato a scrivere poesie e gliele feci leggere. Un giorno era piuttosto in crisi e ci mettemmo a chiacchierare e quando venne l’ora di chiusura giù a chiacchierare e perbacco andiamo a mangiare a casa mia. Andammo a mangiare a casa sua, stavamo seduti, io le guardavo le mani e le dissi: Senti, io voglio fare l’amore con te. Come? Stavamo lì a discutere e non si decideva. Teneva la testa bassa. E se ti dicessi che non stiamo sulla stessa lunghezza d’onda? Bè pazienza, risposi. Non lo so…disse. Mi prestò dei libri. Poi io dissi: bè, mi si è fatto tardi. Mi accompagnò alla porta. Senti, dissi, amici come prima. Mi pareva che si avvicinasse per chiudere la maniglia, e invece mi abbracciò e cominciò a baciarmi. Stemmo a baciarci per un po’ proprio sulla porta, e poi mi accorsi che mi dava dei colpi sulla mano con cui tenevo i libri, e mi diceva: che fai stupido. Abbracciami! Poi andammo sul letto, e passammo tutto il pomeriggio e la sera a scopare. Era l’autunno del ’70. L’ultima volta che avevo baciato una ragazza era stato nel capodanno del ’62. Era una festa della FGCI, e io mi ero ubriacato, e poi avevo vomitato e mi ero risentito bene, e avevo rimorchiato una francese favolosa che stava là, e ballavamo abbracciati mentre uno del PCI che stava là mi diceva tra i denti: che cazzo fai là! Portatela fuori. Scopatela. E io ballavo con questa ragazza che mi piaceva moltissimo, e dopo ci vedemmo ancora per qualche giorno, e poi lei partì. Ed era la prima volta che scopavo, se si eccettua due o tre volte con le puttane, al casino, ci andavamo coi compagni di scuola e loro facevano un sacco di casino nel casino e poi arrivava la vecchietta col flit e li cacciava via, ma era sempre andato male, o non ci riuscivo o non provavo nessuna soddisfazione. Poi lei mi disse, la sera: senti, se tu impari solo a rilassarti un po’, diventerai un amante eccezionale. E io stavo benissimo, tornai a casa prendendo il notturno e dormii sei ore e mezza, perché ero rilassato, e dimenticai l’orologio da lei e lei l’indomani me lo ridette in ufficio. Quel pomeriggio avevo una riunione. L’indomani A. mi chiese: perché non sei venuto alla riunione? Perché sono stato con una ragazza – risposi. E tu per andare con una ragazza non vieni alla riunione del buro politico? Dico Sì.

         In quel periodo io abitavo in una casa del partito a San Lorenzo. Avevo deciso io di prenderla, perché mi piaceva il Quartiere, invece di prenderne una a San Giovanni; e quella fu una delle poche decisioni importanti che presi durante la mia attività politica. Dissi ai compagni che avevo bisogno di un materasso, e domandai se potevo prenderlo. Mi rispose uno: no, non puoi prenderlo, non possiamo dare il materiale del partito per un uso personale. Ma io lo presi lo stesso.

         Così un mattino, dopo nove anni, me ne andai dalla casa del partito per trasferirmi in una nuova casa, portandomi dietro un materasso e tre stampelle. Li legai sul motorino e partii. Non ci tornai più. Permisi però ai compagni di fare qualche riunione a casa mia, e loro ci portarono delle sedie, che ho ancora con me.

Al lettore

Questo romanzo totalmente legato all’autobiografia è una sorta di bilancio di circa vent’anni della mia vita. Poiché sono stati anni pieni di traumi, la stesura di questo libro è stata una lotta con me stesso. Per questo ci ho messo un tempo lunghissimo a finirlo. Un bilancio, un esame di coscienza su due temi fondamentali: il rapporto con la politica (sono stato a lungo militante di un gruppo trotskista) e i grovigli affettivi che hanno caratterizzato i miei rapporti col mondo femminile. Il tutto preceduto da un’adolescenza vissuta tra depressioni, cambi di facoltà, fughe e sedute dallo psicanalista. Una normale figura di disadattato, quindi, alla ricerca di un equilibrio. Scritto in periodi diversi e con stili diversi, abbandonato e ripreso, questo libro non poteva che assumere una struttura disordinata e barocca, che accettava, come inevitabile, un fluire profondamente disomogeneo. Tutte le irregolarità grafiche, grammaticali, ortografiche e sintattiche sono quindi volute. Mi riferisco ai capitoli che terminano senza punto, all’uso arbitrario delle maiuscole e delle minuscole, alle irregolarità nella punteggiatura, alle parentesi quadre, alle parole deformate; tutti accorgimenti volti al perseguimento di un impasto musicale fatto da dissonanze. Non si tratta infatti di refusi ma dell’uso di un linguaggio deformato, di cui ho creduto necessario servirmi per cercare di superare la piattezza dell’italiano televisivo su cui si basa il linguaggio letterario contemporaneo e per creare un impasto tra il sogno e la realtà. Consiglio, in questo senso, a coloro che trovano strana la mia scrittura, per valutare l’enorme distanza che esiste tra linguaggio letterario e altre forme d’arte, di ascoltare il Quartetto d’Archi n. 5 di Šostakovič, Cosmik Debris di Frank Zappa e Cronache Animali di Nicola Campogrande.

*

Poiché negli ultimi decenni i cambiamenti della vita sono stati uguali a quelli che una volta avvenivano in due secoli, voglio dare qui una serie di piccole spiegazioni, quasi un glossario, o meno di un glossario, per permettere di orientarsi nelle pagine di questo libro a chi si trova in un mondo completamente diverso da quello narrato. Il Parco Lambro era un raduno annuale, a Milano, di ribelli, freak, drogati, rivoluzionari più o meno convinti e giovani in cerca di una qualsiasi identità. La psicanalisi fu considerata per un periodo un metodo per risolvere i propri problemi psicologici di adattamento alla realtà. Luglio ’60 è stato un episodio, oggi volutamente dimenticato, in cui una grande rivolta, che ebbe inizio tra i portuali di Genova, impedì all’Italia di ritornare, sotto forme diverse, al fascismo. Il PCI era un vecchio partito politico il cui nome completo era Partito Comunista Italiano, dal quale sono stato espulso; la FGCI era la federazione giovanile di quel partito. Trotsky lottò contro la burocratizzazione staliniana dell’Unione Sovietica, fondò la IV Internazionale, che come molte organizzazioni minoritarie si divise in tanti pezzettini, e fu ucciso da un sicario di Stalin. Il 68 fu l’anno delle rivolte studentesche in tutto il mondo; gli anni settanta sono stati gli anni delle rivolte giovanili; i reichiani erano seguaci di Reich, psicanalista allievo di Freud, che faceva della rivoluzione sessuale il cardine del suo pensiero. I cinque di Burgos erano dei militanti antifranchisti che furono garrottati (ossia strangolati) proprio nel periodo in cui il dittatore della Spagna, Francisco Franco, stava tirando le cuoia. Il mondo, nel periodo narrato, non stava per esplodere, o almeno c’era qualche ragione per sperare che non esplodesse, e c’era qualcuno che credeva che si potesse creare un mondo un poco meno merdoso di quello che c’è adesso. Ho narrato la storia di un uomo che cercava l’amore ed era in sostanza incapace, anche se in apparenza era ben capace, di amare qualsiasi persona. Ho cercato di parlare quindi infine il più possibile male di me stesso.

 

[Immagine: Luigi Ghirri, Carlo Bordini (particolare)].

 

 

 

14 commenti

  1. ” ed è per questo che io dico che io sono nato due volte” (personaggio/Bordini)

    Ne è proprio sicuro?

  2. Sì. E lei?

  3. @ Carlo Bordini

    No, io purtroppo sono nato una sola volta. E a stento, perché c’era ancora la guerra – sono del ’41 – e pesò molto sul corpo di mia madre e mio. Ma, al di là della battuta e basandomi soltanto di quanto qui ho letto, a me pare di cogliere un’ *unica vita* o meglio un unico *vitalismo* in questa sua scrittura. Noto cioè una continuità fortissima tra il ‘prima’ e il ‘dopo’ nel modo di porsi verso il mondo e se stesso del personaggio (e in parte – credo – dell’autore). Vitalistico, appunto, e assolutizzante.
    Prima, infatti, il «rivoluzionario timido», parlando del ’68 dichiara: « io l’ho vissuto in modo profondamente vitale». Dopo, quando si è convinto che la politica – tutta la politica – è (sempre? in tutte le salse?) un « portarsi sempre la morte addosso» o nient’altro che «vita mortificata» (ma sono imputabili solo alla politica l’astinenza sessuale del personaggio o i suoi «grovigli affettivi»?), e si passa – dice lui – alla «nuova vita», afferma in maniera altrettanto apodittica: « E decisi di dire Sì alla vita, e di dire sempre Sì Sì Sì qualunque cosa mi domandassero».

    Non nego o sottovaluto i fenomeni di burocratizzazione e di mortificazione delle «ragioni biologiche» che conducono il personaggio ad allontanarsi stanco e deluso dai suoi compagni, ma ho l’impressione che la caricatura della politica derivi da una incomprensione delle sue categorie storiche. E’ come se tutti quei discorsi fossero senza senso e ragione e necessità e riducibili in blocco a « ossessioni paranoiche» o a «profondo desiderio di morire». Come se il tentativo di rinnovare la politica soggiacesse per forza di cose e inevitabilmente alle regole già dominanti nelle politiche ben più repressive, autoritarie e mortificanti degli avversari. Come se gli avversari non ci fossero e tutto avvenisse all’interno del gruppo d’appartenenza ( i “troschi” nel caso). Ora se questa unilateralità la posso giustificare nel personaggio, non l’accetto nell’autore, che mi pare ceda troppo alle letture revisionistiche della *nostra* storia.

    Ho letto di recente sul profilo FB di Lea Melandri, che parlava di Elvio Fachinelli, una posizione abbastanza simile alla sua:
    « Antiautoritarismo diventa, nelle pratiche della dissidenza, appello contro l’“integrazione”, smascheramento delle logiche di dominio che, interiorizzate precocemente, producono consenso, accettazione passiva di un sistema “la cui regolazione è già prevista in anticipo”.
    Per aver trascurato i bisogni di sicurezza, protezione, affidamento, passività, che si erano riprodotti al suo interno, il movimento che nel ’68 aveva conosciuto modi di agire fluidi, come improvvise “folate”, la straordinaria capacità di rinascere dalle proprie ceneri, la forza di allargarsi “senza far uso di bibbie”, si ritroverà in un tempo brevissimo diviso, isolato, irrigidito nelle maglie di vecchie ideologie marxiste-leniniste: le “fortezze” di aristocratiche avanguardie che si allineano “al limite del deserto” – come si legge in apertura di uno dei saggi più interessanti del libro, Il paradosso della ripetizione». (Lea Melandri https://www.facebook.com/profile.php?id=100006778116561)

    Eppure non credo che tutta quella «ripetizione» potesse essere sanata dalla sola esaltazione della vita (filosoficamente dal vitalismo). Abbiamo visto che, quando non si riesce ad affermare un vero mutamento della politica, neppure la vita muta davvero e la mortificazione o il degrado si ripresenta in entrambe le dimensioni. (Sarei curioso di capire com’è andata poi la vita del personaggio dopo aver passato « tutto il pomeriggio e la sera a scopare» e aver abbandonato i “troschi”). Perché la vita si svolge entro rapporti sociali e politici e culturali; e, se non li si riesce a mutare o migliorare, le nuove «reincarnazioni» possibili agli individui – sia che voltino le spalle alla politica, ad ogni forma di politica sia che continuino a farla o a seguirla – restano secondo me del tutto immaginarie.
    E poi diciamocelo il ’68 non fu un «giocattolo», non si ruppe da solo né lo ruppero esclusivamente alcuni gruppi che « lo rivestirono subito con un cappottino di vecchio rivoluzionario, gli misero in mano un fucile e una stella rossa sul berretto, cercando di esorcizzarlo». Nudo e crudo («La sua carica di crudele novità, la crudele carica non prevista da nessuno» ) non sarebbe andato avanti più di qualche anno, come tutti i movimenti. C’era bisogno di un cappottino nuovo, ma non riuscimmo né a progettarlo né a realizzarlo. Ma non capisco perché il suo personaggio debba ridursi a parlare « il più possibile male» di se stesso e dei compagni a cui si legò.

    La materia autobiografica che ha elaborato, comunque, a me interessa. Ho partecipato anch’io al ’68 a Milano e ho militato fino al 1976 in Avanguardia Operaia; e sono io pure alle prese con un bilancio della mia vita, come del resto altri. Ho letto di recente «Storia di un comunista» di A. Negri e «La rancura» di R. Luperini. Aggiungerò il suo libro. Ma non concordo sulla caricatura della politica che lei mette in bocca al suo personaggio.

  4. Non è una caricatura. E’ la vita.

  5. Cioè, per spiegarmi meglio. Io non ho voluto fare la storia di un’epoca (anche se alcuni miei lettori lo pensano). Io ho voluto raccontare una mia storia. E io sono effettivamente nato due volte.
    Il periodo storico in cui ho vissuto l’ho vissuto così come l’ho descritto. Non ho voluto fare una caricatura. Aggiungo che purtroppo non ce n’era bisogno. Forse, piuttosto, ho voluto fare la caricatura di me stesso. E in ogni caso che vorrà trovare nella mia storia la verità oggettiva non la troverà. Troverà, al massimo, la descrizione del modo con cui una determinata persona ha interagito con quella realtà. Alcuni ci si sono riconosciuti. Altri, inevitabilmente, non ci si sono riconosciuti.

  6. La “verità oggettiva” nessun lettore minimamente addestrato alla letteratura la cercherà in un romanzo ma in un trattato scientifico. Quello con cui si misura è proprio “la descrizione del modo con cui una determinata persona ha interagito con [una] realtà” e vi si riconoscerà o meno, certo. Ma quella materia ridotta a parole messe in fila in un libro può anche – il lettore ha come minimo le stesse libertà dell’autore – giudicarla, metterla in discussione, come ho cercato di fare io. Sia pur da uno stralcio. E magari discuterne con l’autore, che in questo caso è vivo e potrebbe aggiungere altro. Ad esempio – l’ho scritto – “non capisco perché il suo personaggio debba ridursi a parlare « il più possibile male» di se stesso e dei compagni a cui si legò”. Potrebbe magari aggiungere un’appendice al suo libro, no?

  7. Non penso che l’obiettivo di Bordini fosse deliberatamente quello di scrivere “il più possibile male” dei suoi (ex) compagni. In realtà, non penso avesse un obiettivo ben preciso quando ha iniziato a scrivere questo libro (la cui stesura è durata più di trent’anni). E se anche ne avesse avuto uno, questo si è probabilmente cambiato, maturato, mischiato con e insieme ad altri, nel tempo, nel divenire storico e della vicenda personale — umana — del personaggio-autore. Personalmente, quello che me ne è rimasto leggendolo è un affresco, un poco manieristico un poco crepuscolare — ma a questo Bordini ci ha abituato anche nella sua produzione poetica — di una esperienza di vita, in cui ognuno può ri-conoscersi o dis-conoscersi, e forse lui per primo che l’ha vissuta e scritta. Il pregio del libro è forse proprio quello di non voler suggerire scorciatoie o alibi che non siano quelli propri di una esperienza umana, prima ancora che politica e finanche rivoluzionaria.

  8. DA “POLISCRITTURE FB” A “LE PAROLE E LE COSE”

    – X
    Ma per quale motivo il personaggio dovrebbe, invece, parlarne necessariamente “il più possibile bene”?

    – Ennio Abate
    Non è un obbligo! E’ una mia ipotesi-sollecitazione all’autore, che è appunto vivo e *potrebbe* riapprofondire questo punto (o altri). Credo che nel costruire un personaggio l’autore intervenga sempre. Specie in un romanzo, la cui scrittura si sedimenta in molti anni. Bordini stesso ha parlato di ” un tempo lunghissimo a finirlo”. Segno di un lavorio faticoso (e sicuramente contraddittorio) della memoria. (Freud: analisi interminabile!).
    Parlare « il più possibile male» di se stesso e dei compagni a cui si legò” è, secondo me, un problema più dell’autore che del personaggio. Perché è stata una scelta per lui così ultimativa? Quando è diventata linea guida principale della produzione del romanzo? Perché lo è diventata? Quali altre scelte o possibilità c’erano e perché le ha abbandonate?
    Con questo non intendo suggerire che il personaggio dovrebbe parlare per forza “bene” di sé o dei suoi ex compagni “troschi”. Anzi, magari approfondendo potrebbe venir fuori anche di peggio.
    Provenendo io pure da quelle esperienze e essendo io pure impegnato in un bilancio di vita o di pezzi di vita (compresi gli anni Settanta), ho il sospetto che molti di quella generazione abbiano dato una lettura “vitalistica” delle loro esperienze di allora un po’ perché erano già portati in quella direzione un po’ per la rimozione (niente affatto semplice o liberatoria) della *politica*. Non a caso il personaggio/Bordini ne parla come un “incubo”. Per me gli incubi vanno interrogati ancor più dei “sogni”.
    E poi per dirla tutta, anch’io parlo “male” dei miei ex compagni, ma non perché la politica li avrebbe resi per forza di cose troppo tetri, mortuari ecc, come dice Bordini, ma per scelte politiche che non seppero o vollero fare. Per essere stati – ma politicamente! – “rivoluzionari timidi”.

  9. Mi corre l’obbligo di dire che l’interlocutore “X” dell’ultimo post di Ennio Abate, sono io.

  10. Dato che le parole sono parole, io non mi sono prefisso di parlare male dei miei ex compagni, ma solo di me stesso.

  11. «Dato che le parole sono parole, io non mi sono prefisso di parlare male dei miei ex compagni, ma solo di me stesso». (Bordini)

    Non per accanimento ma solo per continuare, se possibile, a ragionare e sempre riferendomi a questo stralcio del romanzo, rileggo e sottolineo questi passaggi:

    «Diventammo improvvisamente tutti Vecchi, tutti coi capelli bianchi e una divisa da Reduce con i nastrini sulla giacca a vento
    … nessuno si accorse che la cosa stava smobilitando… nessuno se ne accorse perché lo rivestirono subito con un cappottino di vecchio rivoluzionario, gli misero in mano un fucile e una stella rossa sul berretto, cercando di esorcizzarlo… i maledetti questa volta si erano moltiplicati come topi… molti con ossessioni paranoiche che davano la colpa ora all’uno o all’altro se il giocattolo si era sfasciato… ripiegamento che provocava ire e rivolte e sussulti nelle file dei troschi velenosi e più sanguigni, e stranamente non nei vecchi, ma nei Nuovi, perché i vecchi erano ormai adagiati in un Sonno mortale… il profondo senso di morte che in definitiva ha sempre caratterizzato il trosco, questo portarsi sempre la morte addosso, la morte di trotsky, movimento nato nel sangue… la maggior parte dei troschi, dicevo, adoperò tutte le sue residue energie per esorcizzare la catastrofe dovuta alla distruzione della stanza dei Giochi… animali ormai divenuti notturni ed assuefattisi all’oscurità sorpresi dalla luce che vanno a rintanarsi in qualche altro posto per continuare le antiche abitudini… tanfo di morte che c’era là dentro… In quel periodo sentivo in genere i compagni, tutti i compagni […] come degli ostacoli. Non più come esseri umani… avevano consumato tutta la loro vita così, zitelli, guardando all’interno, con un’ingenua gioia tutta rivolta a fatti interni di partito, pieni di ingenuo entusiasmo, e pieni di una sottile tristezza e di una sottile angoscia….».

    Ora anche un lettore non prevenuto ( ammesso che io lo sia) dovrà riconoscere che : 1. l’autore parlerà anche ”male” (avevo già in un precedente commento virgolettato) di sé ma anche dei compagni con cui è stato; 2. non è che parli “male” di sé (del proprio passato di “trosco”) e indirettamente “male” anche degli altri, ma *proprio* degli altri ( e i passi che ho selezionato, lo dimostrano) e distinguendosi come figura in fondo positiva rispetto a loro; 3. l’animalizzazione («animali ormai divenuti nottirni..») e la disumanizzazione («In quel periodo sentivo in genere i compagni, tutti i compagni […] come degli ostacoli. Non più come esseri umani») è attribuita esclusivamente agli altri (gli ex compagni) e mai a se stesso. Non le pare?

    Comunque, non è che per me sia proibito parlar male (anche senza virgolette) di sé e di altri o anche soltanto degli altri. Che poi in sostanza significa esercitare la funzione indispensabile della *critica*. E’ che a me pare sbagliato, come ho detto nei commenti precedenti, parlar male (=criticare) la politica in nome della vita, essendo le due dimensioni inseparabili. Non esiste una vita tutta buona contro una politica tutta cattiva. Forse il termine ‘biopolitica’ renderebbe meglio qual è il problema che il “rivoluzionario timido” faticosamente e confusamente affronta: la ricerca – direi – di un altra politica o biopolitica, di un altro io/noi.

  12. Non mi piacciono i grilli parlanti. Soprattutto quelli che parlano di un libro senza averlo letto.
    Lei cita i pezzi che le fa comodo citare, omettendone altri, e pretende di valutare un libro da un brano di cinque pagine. Questo non è né onesto né intelligente.

  13. Lei si sbaglia. Fin da subito ho detto che valutavo *esclusivamente* quanto letto nel brano qui pubblicato: “al di là della battuta e basandomi soltanto di quanto qui ho letto” ripromettendomi di considerare l’intero romanzo, sul quale dunque non mi sono pronunciato, in altra occasione: “Ho letto di recente «Storia di un comunista» di A. Negri e «La rancura» di R. Luperini. Aggiungerò il suo libro”. (Ennio Abate 13 giugno 2016 a 23:09).
    Ho fatto poi un collage di alcuni pezzi dello stralcio perché mi paiono una prova di quanto sostengo. Se ne avessi omessi altri che li smentiscano, me li indichi.
    Infine non capisco dove stia la mia disonestà o mancanza d’intelligenza e neppure perché solo a questo punto e improvvisamente le appaio “grillo parlante”.
    Se vuol chiudere il confronto, non c’è bisogno di insultare.

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