Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Di fronte a un io diviso. Christopher Bollas, la psicoanalisi, la schizofrenia

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di Francesca Borrelli

[Questo articolo è uscito su «il manifesto»]

Tutti i grandi filosofi, e tra questi gli psicoanalisti che meritano di venirvi inclusi, manifestano una sorta di distacco dall’eredità nella quale si sono a loro tempo formati, e questo distacco è in effetti una forma di costruttiva insoddisfazione per il già dato, una rispettosa venatura di dissenso che segnerà i loro scritti come una impronta generativa. È chiara, nel loro pensiero, una revisione del rapporto tra volontà, autorità e uso della ragione, una sorta di ribellione illuministica a quello stato di minorità che consiste nell’abdicare alla propria capacità di ragionamento sostituendole una supposta autorità esterna.

Smaccata e inequivocabile, la subalternità di molti adepti alle varie scuole di turno, assume negli psicoanalisti espressioni a volte imbarazzanti, forse perché la fede si rende necessaria laddove il dogma sfugge alla comprensione (da qui il calco del verbo lacaniano da parte dei suoi allievi, di solito più confusi dell’originale, fatte salve le dovute eccezioni, per esempio il Recalcati interprete di Lacan). Tanto più dunque è rincuorante l’assertività (negli psicoanalisti sempre attraversata da una coloratura affettiva) di un individuo pensante che, grato alle proprie fonti, le alimenta, le discute e le rinnova alla luce della sua esperienza, e della felicità o del dolore che il confronto con altre menti gli ha procurato: figura esemplare di questo preambolo, Christopher Bollas ha dimostrato con molti dei suoi testi di essere uno dei più grandi psicoanalisti dell’ultimo secolo.

Non a caso, sebbene la esibisca meno di André Green – altro grande protagonista della psicoanalisi morto nel 2012, che ha destinato tanti saggi a argomenti letterari – anche in Bollas è evidente la prospettiva umanistica, giustificata non solo dai suoi studi – ha scritto la tesi di dottorato su Herman Melville – ma da una concezione dell’uomo che problematizza il disagio psichico dei singoli proiettandolo su uno sfondo antropologico che mette in risalto il prolungato infantilismo della nostra specie, il disorientamento dell’animale umano di fronte alla mancanza di una nicchia ambientale che lo preveda, la sua esposizione a un profluvio di stimoli non correlati a comportamenti biologicamente vantaggiosi, e dunque il suo incarnare un compito rivolto a garantire le condizioni della propria sopravvivenza, un compito a sé medesimo, sempre esposto al fallimento.

Fin dall’inizio del suo interesse per la sofferenza mentale, Bollas cominciò a lavorare con bambini autistici, i più impossibilitati a tradurre in parola la loro patologia psichica, e con giovanissimi schizofrenici, i veri protagonisti del suo ultimo libro, appena pubblicato da Cortina, Se il sole esplode. L’enigma della schizofrenia (traduzione di Paola Merlin Baretter, pp. 184, euro 21.00), dove racconta, a partire dalla sua esperienza clinica, le più ricorrenti strategie che questi giovani pazienti elaborano per tenere a bada la loro angoscia, affannandosi a costruire un mondo pecrcepito attraverso i sensi e non mediato dalla mente.

Quasi sempre l’esordio della schizofrenia avviene nell’adolescenza, quando qualcosa di cruciale impedisce il transito dall’infanzia all’età adulta, ciò che rende fondamentale, a volte salvifico, trovare ascolto in un terapeuta disposto a una lunga, paziente accoglienza: esattamente l’opposto di quanto si verifica nella stragrande maggioranza dei casi, dove l’isolamento e altri interventi disumanizzanti favoriscono lo sprofondamento nella psicosi, dalla quale sarà difficile, poi, rimergere. Eppure, la terapia fondata sulla parola, incoraggiando la ricapitolazione di quanto è avvenuto nel recente passato del paziente, ripristina in lui l’egemonia narrativa dell’Io, e funzionando da collante per le parti del Sé scisse, lo aiuta a ricomporre il suo scompenso psicotico. Nel denunciare la fretta di sbarazzarsi dei sintomi schizofrenici trasferendoli sui farmaci, Bollas parla di «incarcerazione psicotropa», identificando nella medicalizzazione vigente una minaccia alla dimensione umana, se è vero che per molti aspetti sintomo e persona sono tutt’uno. «Di fatto – scrive – l’idea che i disturbi mentali possano essere risolti tramite un intervento neurologico è un errore categoriale ridicolo quanto lo è confondere un programma radiofonico con la radio stessa».

Fra i vari luoghi nei quali Bollas ha lavorato, l’Istituto di Neuropsichiatria dell’Università di Roma, dove per vent’anni ha supervisionato casi presi in carico da bravissimi terapeuti, torna nei suoi ricordi come «il migliore ospedale psichiatrico per bambini che abbia mai visto», un paradigma della buona psichiatria, ora in stato di drammatica disfunzionalità. In compenso, da quando le teorie cognitiviste sono penetrate nel senso comune, generazioni di giovani psichiatri allo sbando, allenati a ignorare la ricorsività intrinseca di giochi linguistici che, se interpretati, potrebbero aiutare sensibilmente molti di questi pazienti, semplicemente scambiano la mente per il cervello e dunque proiettano l’esistenza del senso fuori dall’orizzonte dei loro interventi.

Tanto più preziosa, quindi, la testimonianza di Christopher Bollas, che nel corso della sua esperienza ha fra l’altro imparato quanto sia importante che il terapeuta si presti a farsi usare «come oggetto», lasciando libero il paziente di «installarsi» nella sua mente con i silenzi, con il pianto, con i vissuti emotivi riattivati nel ricordo delle sue prime esperienze di relazione. Influenzato principalmente da Winnicott, poi da Marion Milner, e da Masud Khan, Bollas non perde di vista la lezione di Lacan sull’importanza della parola, né la teoria classica che lo rimanda alla logica della sequenza narrativa seguita dai racconti degli analizzandi; e tuttavia, tiene sempre al centro della sua attenzione anche la parte della psiche ancorata al mondo non verbale, sia nei bambini che negli adulti, esponendosi a quella esperienza drammatica che consiste nel restare presi nell’idioma del paziente, tollerando di non sapersi orientare, di non sapere dire chi si sia, e dove nella mente dell’altro. Convivere con questa incertezza, dare valore alla propria capacità di perdersi nell’ambiente creato dal paziente, e dunque cedere il proprio senso di identità via via che la situazione clinica lo richiede, può essere un aiuto prezioso alla scoperta che l’analizzando fa di se stesso, mentre procede verso una coesione del senso di sé.

Per svolgere questo compito, l’analista deve riprendere la funzione trasformativa che ogni madre esercita nei confronti del suo bambino: mentre soddisfa i bisogni o li frustra, mentre attiva continui negoziati tra il mondo interno e quello esterno al bambino, la madre coincide non tanto con un oggetto esterno quanto con una trasformazione dell’essere del neonato, che intanto matura le capacità del suo Io, rendendosi capace di manipolare gli oggetti, di distinguerli, di ricordarli quando sono lontani, via via guadagnando l’approdo più significativo, quello al linguaggio. Ora, di fronte a una persona che chiede aiuto all’analisi, che sa di sapere qualcosa ma non l’ha ancora elaborata così da poterla pensare, l’analista dovrà funzionare da traccia mnestica, dovrà cioè riallacciarsi a quei ricordi che rimangono nell’Io anche se non sono cognitivamente registrati, per riprendere la funzione trasformativa della madre, là dove essa era stata disturbata o traumaticamente interrotta.

La struttura dell’Io – dice Bollas – «è una forma di memoria profonda». Alla sua organizzazione, alla sua grammatica, concorrono sia gli elementi ereditari che quelli ambientali, i processi istintuali insieme alle cure e alle regole che vengono dai genitori, in una dialettica costantemente rivolta alla realizzazione di un compromesso. Così, via via, l’esperienza di questi negoziati si trasforma in sapere, si iscrive nell’Io come una sua traccia costitutiva; ma questo non equivale a dire che il bambino sia del tutto capace di darsene una rappresentazione mentale, ovvero di pensarlo.

La lezione di Winnicott e quella di Freud sono determinanti, ma Bollas va oltre e formula un concetto, quello del «conosciuto non pensato», che dà notizie di qualcosa che neppure i sogni riportano, né le fantasie, sebbene possa permeare significativamente l’essere di una persona: la vita mentale, infatti, non si limita a quel che è traducibile nell’ordine del simbolico, ma accoglie esperienze profonde del Sé, che pur non avendo accesso a una rappresentazione psichica, vengono conservate e concorrono, così, a formare il senso della propria identità. Succede spesso – ricorda Bollas – che un bambino venga lasciato solo a confrontarsi con un problema per lui vitale, che esorbita le sue capacità di elaborazione. L’allontanamento di un genitore, per esempio, se supera il tempo in cui il piccolo è capace di conservarne l’immagine mentale, scatena uno stato di angosciosa confusione, che rompe il senso di continuità della propria esistenza. Il trauma subìto diventerà, allora, non tanto un passaggio nel corso della vita, ma un evento che la definisce.

Le parole di Winnicott informano, come una traccia segnaletica, il pensiero di Bollas, che su questa base si dispone a consegnare una nuova centralità a processi psichici che chiama «conservativi»: un bambino troppo piccolo per avere accesso a capacità di elaborazione, o all’esperienza del tempo come fattore potenzialmente risolutivo, vivrà ogni trauma come qualcosa che entra a fare parte costitutiva del suo senso identitario. Per quanto questi stati mentali siano preoccupanti, per quanto attivino processi insostenibili al pensiero, devono essere trattenuti – dal bambino prima e dall’adulto poi – allo scopo di «mantenere intatta la vita». E andranno, infatti, a formare un stato del Sé. Una delle finalità della alleanza terapeutica sarà dunque quella di fare emergere in superficie quel che già si sa, senza mai averlo potuto pensare. Mondi che a lungo sono sembrati imperscrutabili anche dalla psicoanalisi classica, si aprono se non altro a una provvisoria mappatura tra le pagine di Bollas, che testimonia la sua passione fornendo, in coda al suo libro, una bibliografia ragionata di radicale utilità.

Il primo caso di cui lo psicoanalista inglese riferisce nel suo nuovo libro riguarda un bambino di nome Nick, che si presentò come «classicamente autistico», ma dopo alcuni anni cominciò a parlare; e mentre si schiudeva il suo «guscio» cresceva in lui l’aggressività indotta dal non sapere come mettersi in relazione con gli altri. Alle angosce di Nick, Bollas prestava lunghi tempi di ascolto, semplicemente accogliendole senza pretendere di interpretarle.

Nella seconda metà del XX secolo era pressoché scontato, in ambito psichiatrico, il fatto che si dovesse evitare categoricamente di chiedere a un paziente schizofrenico o maniaco-depressivo di associare liberamente i suoi pensieri, perché era anzi necessaro favorire in lui saldi ancoraggi alla realtà e puntellamenti delle sue difese, rinunciando a occuparsi dei significati inconsci nascosti nelle sue parole. Ma l’esperienza del lavoro con giovani schizofrenici, unita alla lezione di psicoanalisti tra i quali Harold Searles, Wilfred Bion, Herber Rosenfeld, Hanna Segal, convinsero Bollas del contrario, e l’entusiasmo manifestato da Nick quando partecipava al racconto di una storia gli suggerì che se un bambino psicotico era in grado di fargli capire come aiutarlo, favorendo nell’ascolto delle sue parole l’accesso a contenuti inconsci, una simile opportunità andava offerta anche a pazienti psicotici adulti.

Quasi tutti gli schizofrenici prima o poi sperimentano vocazioni animistiche: tendono a animare il mondo degli oggetti, e fra questi si muovono con cautela, temendo di risvegliarli. Inizialmente, le voci che sentono sembrano provenire da questo universo di oggetti inanimati, un albero, una roccia, un nascondiglio; ma con l’andare del tempo le voci, in genere, si scollegano dagli oggetti e si installano nelle mente. È dall’interno della mente che ora parlano: hanno origine da parti distinte del sé bambino, probabilmente in conseguenza del fatto che una qualche contingenza della sua vita lo ha costretto a respingere dalla sua psiche eventi troppo dolorosi per essere pensati. Dunque, questi accadimenti espulsi, che non rientrano perciò nella coscienza che egli ha della propria storia, quando si ripresentano sotto forma di voci, sembrano parlare dall’esterno. Accogliere e tributare di rispetto queste voci aiuta lo schizofrenico a riprendere possesso dei propri pensieri, e lui stesso – persona spesso evoluta e acculturata – finisce per trovare noiosa e prevedibile la ripetitività di questi che, a volte diventano veri e propri imperativi, finché a poco a poco non li destituisce di credibilità.

«Quando il sole è esploso», l’espressione che dà il titolo al libro, non è una metafora d’accatto inventata per smaltare di lirismo gli effetti di una tragedia psichica, ma è la risposta che un giovane venticinquenne diede a Bollas quando gli venne chiesto di descrivere come avesse percepito il cambiamento che si era verificato in lui quando qualcosa nella sua mente aveva cominciato a alterarsi. Diversamente da quanto accade in altre psicosi, la schizofrenia conosce quasi sempre momenti apocalittici, che cambiano la vita del soggetto per sempre e trasformano gli altri in potenziali nemici: perché inspiegabilmente non partecipano, anzi ostentano indifferenza, a quella minaccia che ha rischiato di annientarlo.

Diventando schizofrenica, una persona può trasformare le memorie del proprio passato in una sorta di narrazione mitologica, nella quale la propria famiglia, gli individui più vicini, la sua stessa infanzia si caricano di significati nascosti che solo lei può svelare: così, il peso del dolore può venire spostato dalle esperienze vissute a un nuovo grandioso mondo inventato, di cui solo lo schizofrenico possiede la chiave. Ma quando si verifica uno scompenso psicotico, il Sé perde la capacità di trasformare il passato in una narrazione, sia perché la mente schizofrenica smarrisce la possibilità di storicizzare e dunque di integrare le sue rappresentazioni mentali, sia perché diventa intollerabilmente dolorosa la frattura della relazione che il proprio Sé intratteneva con il passato, facendo avvertire quella relazione come per sempre perduta. Che tutto ciò possa venire «curato» avendo come riferimento gli ingranaggi del cervello e ignorando il senso profondo del dolore psichico dovrebbe essere materia per un teatro dell’assurdo; invece è prassi quotidiana.

[Immagine: Gordon Matta-Clark, Splitting (gm)].

Un commento

  1. Condivido appieno il punto di vista di Bollas.

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