cropped-Beppe_Grillo-e1346315633785.jpgdi Marco Maurizi

[In passato LPLC ha pubblicato interventi molto critici nei confronti del Movimento Cinque Stelle. È probabile che lo faccia anche in futuro. Proprio per questo ci sembra interessante ospitare un punto di vista diverso e argomentato su un partito che rappresenta un fenomeno radicalmente nuovo nella vita politica italiana (gm)]

Oltre le reazioni epidermiche e le analisi generiche e consolatorie

La recente vittoria alle amministrative di Roma e Torino del M5S necessita di una riflessione attenta sulla natura del movimento creato da Grillo e ciò che esso rappresenta nel panorama politico italiano. Non si può liquidare con una scrollata di spalle un fenomeno che catalizza il 40% del voto operaio e raggiunge percentuali del 70% in quartieri popolari, raccogliendo l’adesione di una fetta importante di popolo della sinistra: da dirigenti FIOM ad attivisti No TAV. Purtroppo per anni, invece di tentare un’analisi seria, sine ira et studio, del movimento, militanti ed elettori hanno pensato di poter semplicemente catalogare il fenomeno in concetti preconfezionati, dedicandogli battutine sarcastiche ed altri esorcismi assortiti[1]. Al riparo della propria superiorità intellettuale e culturale, il “populismo” diventa la comoda categoria entro cui racchiudere tutto ciò che non viene compreso e che pertanto spaventa, sigillandolo là in attesa che tempi migliori siano propizi a scenari politici più graditi. E tuttavia elettori e classi sociali non aspettano i nostri tempi e se mai un tempo nostro ci sarà, potrà nascere solo dall’attiva preparazione con cui ne predisponiamo la maturazione.

Così, ad ogni tornata elettorale il voto per il M5S diventa un grosso problema di coscienza per chi a sinistra vorrebbe trovare una propria rappresentanza politica e se non trova (più) una forza adeguatamente rappresentativa delle proprie istanze, fa fatica a dare il proprio contributo all’affermarsi elettorale di un movimento “anti-sistema” che sente come ambiguo, forse “di destra”, se non addirittura “pericoloso” per la democrazia. Questo dubbio assale ovviamente non chi si colloca nell’area del PD, né tantomeno chi si accontenta dell’identificazione rituale e consolatoria con micro-formazioni politiche di estrema sinistra che raggiungono lo 0,1%. Quindi il testo che segue non riguarda costoro ma coloro che al di fuori del recinto del PD vorrebbero una trasformazione, magari una rottura in senso progressivo del sistema italiano e sono abbastanza lungimiranti da sapere che ciò può avvenire solo in progresso di tempo e con il concorso di aggregazioni di forze sociali e politiche diverse. Il presente contributo cerca di capire, in modo ragionato e senza banalizzazioni, cosa è, cosa non è, cosa può e cosa non può fare il M5S in una prospettiva di questo tipo. Cercherò prima di analizzare gli aspetti del movimento che solitamente vengono criticati e che, a mio parere, vengono criticati in modo superficiale, erroneo e contraddittorio per poi passare ad una disamina di quelli che mi sembrano essere invece i suoi reali limiti. Solo a partire da qui mi pare si possa trarne una visione generale adeguata di ciò che sta accadendo nella politica italiana, degli scenari che si aprono e delle possibilità efficaci di intervento.

Anzitutto occorre sgomberare il campo da equivoci e semplificazioni giornalistiche. Iniziando dalla fatidica questione che angoscia molti elettori e militanti di sinistra: il M5S è un movimento di “destra”? La domanda, come vedremo, è mal posta e tradisce in genere una mentalità idealistica e passiva che vede il processo elettorale e i meccanismi rappresentativi come unica o principale arena in cui si gioca lo scontro politico. Ma per il momento attestiamoci su un’analisi delle caratteristiche intrinseche del movimento per darne una collocazione, per quanto superficiale e parziale, nella geografia delle forze politiche attualmente in campo. È infatti abbastanza discutibile il tentativo di definire in generale cosa voglia dire un termine altrettanto generico come “destra” (a parte il fatto che ciò necessiterebbe di lunghe e complesse analisi storico-politiche che non è questo il luogo di intraprendere[2]). Possiamo tuttavia scegliere la strada breve, per quanto rozza, di prendere le posizioni che i partiti dichiaratamente di destra propongono e confrontarle con le posizioni del M5S. Apparirà così chiaro che nessuno dei tre ceppi della destra italiana (quello liberale-liberista, quello cattolico e quello fascista) possono essere considerati matrice del M5S e accomunati ad esso nei metodi, nei linguaggi e nei contenuti. Per quanto spesso generico e privo di indicazioni operative, infatti, il programma del M5S sembra essere costruito appositamente per smentire questi apparentamenti: non ha una matrice liberista, non ha una matrice nazionalista, né cattolica. Questo significa che il M5S deve essere collocato, almeno in maniera provvisoria, nell’alveo della “sinistra”? Stesso errore di prima: domanda e categoria troppo generiche. Per capire la matrice di provenienza del M5S e soprattutto la funzione politica che potrebbe svolgere occorre fare prima una riflessione sulla natura del tutto peculiare della destra e della sinistra italiane e collocarne il sorgere dentro una prospettiva storica che fornisca gli elementi essenziali alla sua analisi teorico-politica.

Law & Order vs. antiberlusconismo

Destra è categoria troppo astratta, soprattutto in Italia. Non solo infatti i partiti della destra italiana (da Alfano a Casa Pound) non sono omogenei tra di loro ma non possiamo dimenticare la presenza dell’anomalia berlusconiana che ha reso la destra italiana sensibilmente diversa dalle destre “classiche” europee e non. Ciò ha significato anche, per esempio, che la lotta a quell’anomalia ha qualificato il linguaggio e le priorità di gran parte dell’opposizione antiberlusconiana, contribuendo quindi a distorcere in parte il campo della sinistra stessa: non è un caso che il M5S ricavi dal proprio viscerale antiberlusconismo sia (a) la propria provenienza storica dall’ambito dell’opposizione di sinistra quanto (b) alcuni dei tratti che lo qualificano come “destrorso”.

(a) Il movimento nasce infatti attorno al blog di Grillo come polo di opposizione al berlusconismo ma si trasforma progressivamente in antagonista del PD mano a mano che cresce la consapevolezza che la sinistra PDS-DS-PD non ha sempre contrastato in modo reale o sufficientemente duro il PDL (quando non è stato addirittura colluso con il suo presunto avversario); spesso si dimentica che Grillo ha provato a candidarsi alla carica di segretario del PD[3], una mossa che, seppure in parte studiata per mettere in imbarazzo il partito fondato da Veltroni, non può essere semplicemente derubricata a “provocazione” ma si è qualificato come tentativo di entrismo del suo allora embrionale movimento in un partito che si proponeva come democraticamente aperto alla “cittadinanza”; allo stesso tempo si dimentica che Grillo ha presentato i punti del suo programma al premier Prodi in un incontro ufficiale[4], cercando di trovare ascolto alle proprie istanze; infine, per un breve periodo ci fu un avvicinamento tra Nichi Vendola[5] e il blog di Grillo prima che gli accordi tra SEL e il PD e gli scandali che ne seguirono facessero crollare totalmente questa ipotesi di apparentamento. Grillo ha fondato il proprio movimento solo quando non è riuscito a trovare una sponda in nessuna delle opposizioni al berlusconismo di allora.

(b) E così, mentre realizzava la sciagurata profezia di Fassino (“faccia un partito e si faccia votare”) Grillo ha continuato a fare l’antiberlusconiano a oltranza portando in dote al movimento alcuni dei temi che paradossalmente lo fanno puzzare di destra: la difesa senza se e senza ma della “legalità”, con tutto il corollario di linguaggio “manettaro” (incluso il rifiuto delle amnistie ecc.) e di simpatia per le forze dell’ordine[6] ma anche qui senza dimenticare la battaglia del M5S per il “numero identificativo”[7]. Sono temi di destra? Sì e no. Lo sono, ma non per i motivi che solitamente additano quelli di sinistra spaventati dal M5S. La difesa della legalità non è affatto in sé un tema destrorso, né tanto meno “fascista”, tanto è vero che è stato il cavallo di battaglia del PCI nella quarantennale lotta all’affarismo della DC: “il regime della forchetta”, “l’onestà contro la corruzione” erano slogan coniati da chi vantava la propria diversità radicale (politica e morale) rispetto a chi amministrava la cosa pubblica come cosa sua[8]. E nel momento in cui, in prosecuzione ideale con la Tangentopoli degli anni ’90, si lotta contro il regime berlusconiano che ha impedito la transizione ad una Seconda Repubblica instaurando un ancor più antidemocratico intreccio di politica, affari e contiguità con le mafie, quelle parole di legalità assumono un senso specifico e non possono e non devono essere confuse con le destrorse tirate forcaiole piccolo-borghesi solitamente lanciate contro la micro-criminalità. Se si confronta, ad es., il programma della Lega troviamo che il tema “legalità” è strettamente associato a quello dell’immigrazione nella classica deriva securitaria che trasforma la predazione dei ceti subalterni a opera delle classi dominanti in lotta tra poveri:

  1. Incremento della lotta per la legalità, per il contrasto ai fenomeni della immigrazione clandestina, della criminalità predatoria.[9]

Nel caso del M5S al contrario il tema della legalità è esplicitamente volto a contrastare lo strapotere delle élite e l’impunità dei colletti bianchi. Se si confonde il piano della legalità securitaria con quello della lotta alla corruzione si genera una confusione di piani che puntando sull’omonimia (“legalità” dice la Lega, “legalità” dice il M5S) non solo non rende giustizia alle posizioni critiche del M5S contro il Law & Order leghista[10] ma inevitabilmente fa mancare anche il vero punto di debolezza del discorso pentastellato.

Piuttosto, l’immaginario legalitario del M5S indica un forte limite del suo potenziale anti-sistema e un possibile scivolamento a destra nella misura in cui sopravvaluta il potere del diritto rispetto alle dinamiche economiche e finisce per considerare “neutri” apparati dello Stato (dalla magistratura alle forze dell’ordine) che invece lavorano all’interno di un sistema iniquo che concorrono a rinsaldare. Ma deve essere chiaro che questa lettura è al di fuori della portata anche di molti elettori di sinistra che accusano il M5S di essere di destra per motivi totalmente sbagliati o inesistenti, senza accorgersi di essere loro stessi “di destra” quando difendono gli ordinamenti dello Stato in un regime capitalistico di cui non comprendono l’occulta funzione politica di difesa dell’esistente.

Veniamo allora alle altre possibili idee “di destra” del M5S. Esse riguardano soprattutto: (a) il superamento dell’opposizione destra/sinistra (e il problema della pregiudiziale antifascista), (b) il tema dell’immigrazione, (c) quello dei diritti civili e (d) la struttura verticistica e autoritaria del movimento. Anche in questo caso si tratta di argomenti inesistenti, contraddittori o mal posti.

I diversi sensi del post-ideologico

(a) Conosciamo la teoria: quando un movimento politico dice di non essere “né di destra, né di sinistra” di solito è di destra. Tendenzialmente vero, ma non assolutamente e, soprattutto, non in modo univoco. Senza scomodare aree dell’antagonismo anarchico che non si riconoscono nella distinzione Destra/Sinistra, basta pensare che di partiti “post-ideologici” la storia politica recente d’Italia è piena: dalla Lega e Forza Italia del ‘94, al PD veltroniano. Anche qui è il contesto storico-politico che dà il senso specifico al rifiuto del M5S di collocarsi all’interno di quella opposizione poiché è del tutto evidente che non è possibile dire che Lega, FI, PD e M5S siano post-ideologici nello stesso senso e con le stesse conseguenze politiche.

Inoltre, l’affermazione del M5S circa il “superamento” dell’opposizione D/S ha almeno due significati distinti: uno forte e uno debole che spesso si confondono o variano a seconda di come e da chi quell’affermazione viene ripetuta. Nel senso “forte” significa che in assoluto quell’opposizione ha perso di significato. Ora, il M5S è senz’altro vicino alla destra quando, seguendo questo senso forte del superamento dell’opposizione D/S, afferma che le ideologie del ‘900 sono morte[11]; ma non perché, come solitamente fanno i discorsi alla Costanzo Preve, vorrebbe far confluire movimenti fascisti debitamente “ripuliti” nell’alveo dell’antimperialismo: il M5S, infatti, non si colloca ideologicamente agli estremi dello spettro politico bensì vorrebbe trovare una collocazione post-ideologica al di là dell’opposizione tra socialismo e liberismo. Purtroppo però l’ideologia liberista, lungi dall’essere morta, è più viva che mai e influenza costantemente le nostre vite anche quando non ce ne accorgiamo: dunque dichiarare morta essa e la sua controparte socialista significa, in reltà, privarsi degli strumenti necessari per comprendere come realmente funziona il capitale globale e le strategie necessarie a combatterlo (su questo torneremo alla fine del presente intervento).

C’è però da dire che il significato che più spesso viene dato al superamento dell’opposizione D/S è quello “debole”: ovvero che in Italia quella distinzione è servita solo a permettere l’alternanza di élite politiche che in modo più o meno mascherato hanno gestito il potere in modo congiunto. Si tratta quindi di rifiutare tatticamente e strategicamente ogni apparentamento e commistione con quei partiti o quelle aree politiche che hanno partecipato in modo diretto e indiretto a quella spartizione di potere. Intesa in questo senso, la posizione del M5S non solo è molto furba ed elettoralmente redditizia[12], ma è anche ragionevolmente comprensibile. Non bisogna cedere al meccanismo ideologico messo in campo dal PD, ovvero un uso del termine “sinistra” secondo una declinazione liberal (difesa dei diritti civili) che finisce per oscurare posizioni economicamente distruttive degli spazi di libertà e dei diritti dei lavoratori. Da questo punto di vista, infatti, il PD si trova in un campo molto più omogeneo a quello della Lega o di FI che non a quello del M5S.

Un fascismo 2.0?

L’uso reiterato del termine “fascismo” a partire dagli anni ‘70 per etichettare fenomeni totalmente diversi tra loro per composizione sociale e obiettivi economico-politici ha finito per logorare l’espressione facendole perdere il portato critico che dovrebbe contraddistinguerla. Diciamo che oggi in sostanza si usa il termine ondeggiando tra (1) tutto ciò che si richiama esplicitamente al fascismo storico, (2) ne ricalca implicitamente il modello, oppure (3) in senso vago, pasoliniano/reichiano, come una sorta di modalità antropologica, una specie di “malattia” identitaria dell’anima. Prescindendo da quest’ultimo senso, il peggiore perché si presta ad ogni abuso (ivi incluso definire “fascismo rosso” i movimenti di sinistra quando serve a screditarne la radicalità), rimangono i primi due casi.

Ora è chiaro che né Grillo, né il M5S hanno nulla a che fare col fascismo storico. Perché così fosse, dovrebbero poter essere ricondotti alle caratteristiche tipiche di quel fenomeno: il ribellismo antiparlamentare della classe media, la violenza anti-socialista in chiave nazionalista e l’appoggio interessato del padronato; nessuna di queste tre caratteristiche può essere attribuita ad un movimento il cui ribellismo inneggia alla democrazia partecipata e al parlamentarismo, in cui l’attacco (non-violento) ai partiti come il PD, che da tempo hanno abdicato alla vocazione “socialista”, viene condotta proprio a causa del loro tradimento degli interessi dei lavoratori e che, infine, viene visto con forte sospetto da Confindustria & soci[13].

Qualcuno ha poi voluto vedere nella struttura “fluida” del movimento un modo per asservire una massa di cittadini inermi al leader carismatico in una forma di totalitarismo 2.0 e nelle polemiche via web dei “grillini” una nuova forma di “squadrismo” telematico. Si tratta, occorre riconoscerlo, di colossali sciocchezze. Il presunto “modello” fascista di nuovo conio che il M5S dovrebbe rappresentare viene costruito secondo criteri scelti a caso e quasi sempre legati a mere percezioni soggettive (soprattutto costruite sulla base di impressioni ricevute tramite i social network). Anche la famigerata “mistica” del capo è un tratto assolutamente da ridimensionare. A prescindere dal narcisismo e dalle tendenze autoritarie cui difficilmente si sfugge quando si assume un ruolo decisionale così importante, la leadership viene praticata da Grillo in modo ironico e auto-ironico, spiazzando quella meccanica degli affetti che sta al cuore di ogni identificazione regressiva col capo tipica del fascismo; per convincersene, basta vedere i risultati delle consultazioni interne al movimento in cui la maggioranza degli iscritti ha scelto di togliere il riferimento al suo nome dal simbolo e chiede al comico genovese di farsi da parte.

Rimane, certo, quel linguaggio dell’onestà che infarcisce la comunicazione interna/esterna del M5S a qualificarlo in senso piccolo-borghese e identitario e, dunque, potenzialmente fascistoide: laddove, infatti, viene predicata una “purezza” del “noi” contro un “loro”, identificato come capro espiatorio, “corrotto”, si entra dentro una logica sacrificale e intrinsecamente violenta. Se questo è vero, si dimenticano però le due caratteristiche fondamentali del M5S che fungono da antidoto a questa deriva: 1) il movimento è costruito strutturalmente per abolire quella opposizione perché il “loro” non costituisce un soggetto identificabile una volta per sempre ma è semplicemente l’effetto sclerotizzante di un rapporto di potere in cui alcuni cittadini divengono politici di professione in contiguità con centri di potere economico; 2) di conseguenza, il “loro” non costituisce un soggetto oppresso e discriminato ma oppressore e discriminante! Chi si adonta perché Grillo dice che il M5S costringerà i suoi oppositori a diventare delle “brave persone”[14], dovrebbe comprendere che non si sta parlando di progettare una società totalitaria in cui tutti si comportano allo stesso modo, ma molto banalmente dal fatto che un’elite politico-economica abituata a vivere di privilegi sulle spalle degli altri verrà costretta a non farlo più.

Discorso a parte merita la questione della pregiudiziale antifascista. Video e foto più o meno taroccate sono servite negli anni a creare il mito del Grillo fascista, amico dell’estrema destra ecc.[15] Tutti i casi eclatanti di contiguità tra M5S e fascismo che hanno riempito le pagine dei giornali sono riconducibili a due fattori: (a) l’analfabetismo politico del leader e degli eletti; (b) gli errori di comunicazione della prima fase “estemporanea” e improvvisativa del movimento. Gettandosi nell’agone politico senza alcuna preparazione e cautela Grillo e i suoi hanno toccato nei loro discorsi con colpevole leggerezza l’argomento “fascismo” prestando il fianco alle ovvie schermaglie degli oppositori politici e alle campagne strumentalizzanti che la grande stampa padronale e filogovernativa ha ovviamente imbastito con facilità. Grillo non ha mai suggerito apparentamenti o vicinanze di alcun tipo con una minoranza di violenti e xenofobi[16], né la Lombardi ha mai preteso “riabilitare” il regime mussoliniano (peraltro all’interno di un discorso che voleva essere un goffo tentativo di presa di distanze da Casa Pound![17]). Sarebbe sciocco oltre che suicida se l’avessero mai fatto. Non solo Grillo[18] ma altri esponenti[19] e gruppi locali[20] del movimento hanno più volte affermato di essere personalmente antifascisti con profondo rammarico dei fascisti stessi, pronti a iscriverli d’ufficio nell’albo degli appartenenti al complotto giudiaco-massonico[21]. Non è un caso che più nessuno “scivolone” di questo tipo è stato registrato in tempi recenti, in cui la comunicazione del movimento ha affinato le sue armi, e che addirittura Virginia Raggi abbia potuto incalzare la Meloni sul suo “passato fascista” durante un dibattito televiso[22].

(b) Questo ci porta direttamente al tema dell’immigrazione che tanti sospetti ha suscitato negli ambienti di sinistra. Ovviamente l’adesione ad un eurogruppo comune con l’orrendo Ukip di Nigel Farage non è stato d’aiuto. A nulla è servito ribadire che si trattava di un’alleanza tecnica necessaria a formare un gruppo al Parlamento europeo per poter contare qualcosa nelle commissioni e che in tema di nazionalismo e liberismo il M5S avrebbe sempre avuto le mani libere per votare in modo difforme[23]. Il pragmatismo di Grillo in questo frangente ha fatto storcere il naso a non pochi simpatizzanti, seppure è vero che l’alleanza con i Verdi, caldeggiata da molti, rappresentava un’opzione non meno scomoda, tante sono le divergenze con un gruppo politico ormai fortemente compromesso con le tecnocrazie europee. Anche se Grillo ha fortemente sottovalutato il potenziale xenofobo dell’Ukip e di Farage è vero che le stesse posizioni ufficiali del M5S sul tema immigrazione possono risultare ambigue: si vedano, ad es., le proposte presentate dal M5S al Senato per affrontare “l’emergenza migranti” e in particolar modo il punto 4 e il punto 7 che non possono non suonare come campanelli d’allarme a chi sia abituato a sentire i discorsi standard della destra razzista:

  1. Istituzione di punti di richiesta d’asilo, finanziati dall’Unione Europea, anche al di fuori del territorio europeo
  1. Concessione di beni e servizi per le famiglie italiane in difficoltà per evitare tensioni tra italiani e migranti.

La prima, se non suona come una versione riveduta e corretta del famigerato “aiutiamoli a casa loro”, malcela un atteggiamento che seppure interessato al destino dei migranti finisce per considerarli un “problema” che andrebbe affrontato e risolto al di fuori dei nostri confini; la seconda sembra pericolosamente vicina alle parole d’ordine della destra fascistoide: “prima gli italiani”. Se il punto 4 è una maldestra concessione alle più ingenue rappresentazioni dell’uomo della strada (secondo cui sarebbe possibile istituire comodi centri di richiesta d’asilo in zone di guerra e direzionare comodamente da casa gli imponenti flussi migratori generati dalla crisi in Medio Oriente), il secondo sembra avere una funzione strategica consapevole che non è agevole derubricare a puro e semplice razzismo (almeno non nelle intenzioni, anche se negli effetti lo è). Basta vedere come, in contrasto con l’atteggiamento troppo aperto del blog di Grillo su Orban, il gruppo europeo pentastellato abbia preso una posizione netta contro il razzismo e la costruzione di muri in Ungheria e in Austria[24].

Grillo e Casaleggio hanno infatti esplicitamente sostenuto l’inconciliabilità tra il M5S e i movimenti xeonofobi, la capacità del M5S di intercettare una domanda di cambiamento che potrebbe far crescere il consenso dell’estrema destra per convogliarla verso una proposta di cambiamento democratica, solidale e partecipata:

Beppe Grillo: Con la crisi le ideologie son pronte per tornare. Anche il nazismo e il fascismo non scompaiono mai. Io ne sento l’odore da lontano ed è questo il momento del loro grande ritorno. Quando ci sono pesanti crisi economiche e politiche, la gente rispolvera le parole d’ordine più facili e comprensibili, è sempre stato così. Oggi se uno dice “basta con gli immigrati” ha un seguito immediato. In Francia c’è Le Pen, la destra razzista avanza in Finlandia e non parliamo dell’Ungheria, dove al governo c’è la destra conservatrice e la destra estrema alle ultime elezioni è diventata il terzo partito proponendo leggi contro gli ebrei. Stanno nascendo in Europa delle destre violentissime che fanno leva sui sentimenti e sui luoghi comuni più irrazionali: l’immigrato che arriva e ti ruba il posto di lavoro oppore “il pane è nostro e ce lo dividiamo tra noi”. La gente esasperata pensa così.

Gianroberto Casaleggio: In Grecia c’è Albadorata, che opera un doppio registro, uno è quello aggressivo che si appoggia a una retorica nazista e antiparlamentare, l’altro invece è di tipo patriottico, sociale,demagogico.

Beppe Grillo: Si sono le solite leve. Questo è un momento pericoloso, andiamo verso il disordine sociale, non perchè saremo tutti più poveri o perchè dovremo diminuire in consumi e cambiare stile di vita ma perchè in questo cambiamento si inseriranno forze antidemocratiche e liberticide. Non bisogna lasciare possibili spiragli a queste forze. Molti nostri avversari non capiscono che il Movimento 5 Stelle è un argine democratico contro questi gruppi, se non ci fossimo noi avrebbero senz’altro più spazio[25].

Il fatto che alle elezioni politiche del 2013 il M5S sia riuscito in effetti ad intercettare quell’elettorato è un fatto[26], così come è un fatto che il declino dei suoi consensi nei primi mesi del governo Letta abbia coinciso con l’ascesa di Salvini, mettendo purtroppo l’anomalia italiana di una destra xenofoba marginale e non in crescita in linea con il resto d’Europa[27]. L’elettore xeonofobo non trova infatti conforto nel discorso conciliante del M5S, che si ammanta di solidarietà e tenta di disinnescare l’odio verso il diverso con misure che si vogliono indirizzate a rendere possibile una “ragionevole” convivenza. Per quanto questo “calcolo” possa infastidire e se ne possano criticare le ingiuste conseguenze, identificarlo tout court con il discorso leghista significa, di nuovo, mescolare le carte e offrire una sponda alla sinistra istituzionale, avvallandone la narrazione ideologica e interessata. Si veda, a conferma di ciò, anche la recente polemica del sito Il Primato Nazionale contro la Raggi e il suo programma sull’immigrazione e i campi rom a Roma considerato troppo moderato e indistinguibile dal discorso standard dei partiti della sinistra tradizionale[28]. Ritorneremo su questa contraddizione più avanti parlando delle possibile “derive” destrorse del M5S.

Pragmatismo o omofobia?

E veniamo all’altro nodo della discordia: (c) quanto pesa l’elettorato di destra sulle scelte della dirigenza M5S in tema di diritti civili, unioni gay ecc.? Perché non c’è una posizione chiara in proposito? La risposta standard a questa domanda è facile facile: “il M5S non vuole scontentare nessun elettore”. Ma è sbagliata. Anzitutto perché, in effetti, degli elettori vengono di fatto scontentati e non si capisce perché il M5S dovrebbe puntare alla conquista di voti “omofobi” a scapito dei voti della parte maggioritaria dell’elettorato che, come noto, è a favore delle unioni civili. I critici del M5S non comprendono, infatti, che la posizione interlocutoria del movimento su questi temi è dovuta a due fattori uno strutturale, interno, l’altro contingente, esterno.

Il primo è legato al fatto che non gli elettori ma parte della stessa base degli attivisti e degli eletti del M5S non ha idee definite e univoche in termini di tematiche lgbtq (come è d’altronde lecito quando si tratta di questioni a sfondo etico, per loro natura politicamente trasversali). Quando il gruppo consiliare di Roma votò per l’adesione del M5S al Gay Pride[29], ad es., la decisione fu da alcuni contestata come divisiva rispetto alla base del movimento in quanto le posizioni ufficiali di Grillo[30] e degli iscritti al M5S[31] a favore delle unioni civili differivano dalla piattaforma rappresentata dal Gay Pride in tema di maternità surrogata e adozione[32] temi su cui, come noto, non c’è alcuna unanimità nemmeno nella sinistra moderata e radicale.

Questo contrasto interno, strutturale, si scontra con un problema esterno e contingente che riguarda l’attuale fase politica: ovvero la gestione autoritaria del parlamento da parte della composita maggioranza a guida PD. Il M5S, come noto, ha dato la propria iniziale disponibilità ad un percorso parlamentare che portasse all’approvazione della legge sulle unioni civili ma non è stato disposto a condividere un iter che soffocasse il dibattito sulla medesima tramite l’espediente del “canguro”. I gruppi lgbtq hanno accusato i M5S di miopia per non aver votato quella legge ma è pur vero che, al netto dei tatticismi per mettere in difficoltà il governo, il rispetto del ruolo e della funzione del parlamento rappresenta uno dei principi cui il M5S non ha mai derogato. Da allora la comunità lgbtq ha spesso polemizzato con il M5S accusandolo di scarsa attenzione al tema dell’omofobia. La questione è reale ma le animose polemiche che sono seguite (ad es. nel caso delle elezioni amministrative romane) lasciano il tempo che trovano: parte di quel mondo che ora contesta il M5S (le Luxuria e le Concia), è del tutto organico al ceto politico elitario e parassitario con cui il M5S non vuole, e giustamente, avere nulla a che fare. Inoltre, anche qui giustizia vuole che si marchi sempre la differenza tra un movimento che lascia libertà di coscienza ai suoi membri e la destra macista e orgogliosamente omofoba.

Uno vale uno…ma con juicio: dai meet-up al Direttorio

Ma ciò che probabilmente lascia più dubbiosi e infastiditi gli elettori di sinistra è (d) l’aspetto verticistico di un movimento che si vorrebbe radicalmente democratico e che invece vive ancora e sempre sotto l’egida del suo ideatore e fondatore. In particolar modo, l’accusa agli eletti del movimento di essere “eterodiretti” si sposa spesso con l’accusa di incoerenza anche nelle scelte quotidiane, con frequenti cambi di direzione che non sembrano spiegarsi se non a seguito di capricciose direttive “calate dall’alto” (caso emblematico proprio il dietrofront sulla legge Cirinnà). Ma anche in questo caso la ricostruzione non restituisce in modo adeguato la complessità della situazione. Prima di affrontare questo tema specifico per collocarlo nella giusta angolatura occorre, però, spendere due parole sulla reale struttura del movimento al di là della semplificazione che lo vuole una semplice appendice della volontà del suo creatore.

            L’immagine di un movimento di “burattini” scelti e gestiti dall’alto è priva di fondamento perché irrealistica e smentita dai fatti[33]. Chi ha avuto modo di seguire la genesi e l’affermazione del movimento di Grillo è rimasto senz’altro colpito dalla quasi totale incapacità di gran parte della sinistra tradizionale di comprenderne i punti di forza e, al tempo stesso, di concentrarsi su punti di debolezza marginali quando non addirittura immaginari. Ne abbiamo già parlato e ci torneremo. È però importante sottolineare che l’aspetto che più di ogni altro sembra sfuggire all’analisi della sinistra italiana è che il M5S non è nato in un giorno e non è nato dal cilindro di Grillo. Chi non ne conosce la storia difficilmente ne valuta correttamente il significato politico.

Il blog di Grillo si afferma nei primi anni del nuovo millennio come centro di aggregazione di idee che hanno come assi portanti (a) l’ecologismo, (b) la democrazia digitale e (c) la lotta alla corruzione/berlusconismo. Grillo non è ovviamente l’ideatore di nessuna delle idee che trovano spazio sul suo blog, né tantomeno dell’uso che sta facendo del suo stesso blog (fa anzi autocritica rispetto alla posizione reazionaria nei confronti dell’informatica da lui difesa durante i suoi spettacoli degli anni ‘90); si limita a farsi portavoce di esperienze che ritiene a torto o a ragione “innovative” e che delineano scenari possibili di uso delle risorse energetiche, di esperienze di buona amministrazione che partono dal territorio, talvolta denunciando abusi e ingiustizie. Dal mondo virtuale il blog inizia a farsi veicolo di incontri reali in cui si vengono sempre più definendo i tratti di una posizione politica sui generis che approfondisce e sistematizza quei tre punti di ispirazione ed elabora proposte di cambiamento legislativo: in particolare, rispetto al punto (c) l’ipotesi che si fa strada è quella di rendere tecnicamente impossibile la costituzione di un’élite politico-affaristica scollata dall’elettorato (no condannati in parlamento, limite di due legislature, vincolo di mandato ecc.). Qui nasce il primo significato dello slogan “uno vale uno”: nessun cittadino deve più sottostare al volere eteronomo di una “casta” di politici di professione.

L’opposizione cittadini/politici da sempre oggetto di critica da parte degli altri partiti nasce in realtà dall’esigenza di contrastare il potere di tali élite e di impedirne la ricostituzione. Si può certo criticare l’idea massimalista di cancellare ogni corpo intermedio tra governo e cittadini, ma non certo banalizzandola come una sorta di “mitologia” del cittadino buono: il punto non è che i cittadini sono “meglio” dei politici, il punto è che se la burocratizzazione e autonomizzazione del ceto politico peggiora la gestione della macchina statale e amministrativa facilitando corruzione e sprechi e distorcendo fatalmente il rapporto tra elettori ed eletti in senso clientelare o comunque passivizzante, si dovrebbe cercare di impedire tali fenomeni di degenerazione alla radice. Ora ciò che rende questa prospettiva problematica non è il suo aspetto “tecnico” (l’esperienza della democrazia partecipata e sottoposta a vincolo di mandato della Comune parigina poggiava anche, necessariamente, su meccanismi di controllo) bensì il fatto che tale aspetto tecnico non si unisca ad un’adeguata trasformazione socio-economica in senso egualitario della società: i meccanismi di controllo non possono fermare i fenomeni corruttivi e degenerativi della democrazia formale se ad essa non si associa una parallela trasformazione sociale che introduca la democrazia materiale, economica, cosa che travalica le intenzioni del M5S proprio a causa della sua impostazione post-ideologica (anche su questo torneremo nell’ultima parte di questo intervento).

Il secondo significato dello slogan “uno vale uno” è altrettanto problematico poiché dovrebbe descrivere la natura intimamente democratica del movimento stesso che nasce come una specie di versione italiana del Partito dei Pirati e poi si trasforma presto in qualcos’altro. Vediamo come nasce questa idea e quali sono i suoi limiti. Parallelamente ai tentativi di “dialogo” con l’opposizione antiberlusconiana (principalmente Italia dei Valori, ma, come abbiamo visto, anche il PD e SEL) iniziano a costituirsi i primi nuclei locali di una struttura che lentamente ma inesorabilmente si attiva sul territorio: prima gli “amici di Beppe Grillo” e le liste civiche “certificate”, i meetup e infine, dopo l’esperienza dei V-Day e dei relativi referendum popolari, la costituzione del M5S. Viene elaborato un non-statuto e un programma del movimento. La democrazia digitale, questa la differenza centrale con il Partito dei Pirati (che la praticano con ben altro rigore…), si sposa con la partecipazione dei cittadini in forme abbastanza tradizionali, tanto che, paradossalmente, il M5S sembra oggi l’unico soggetto politico in grado di ricalcare forme aggregative tipiche dei partiti di massa novecenteschi ormai estinti. Vincere 19 ballottaggi su 20 non è un caso. È un fatto che il M5S continua a presentarsi alle elezioni solo là dove si crea sul territorio una rappresentanza reale del suo programma e dunque solo là dove è possibile che le dinamiche aggregative impediscano o rendano meno frequente la possibilità di infiltrazioni da parte del vecchio ceto politico.

Se questo è vero, se cioè c’è stato un grande fermento di base che ha sancito l’escalation politica del M5S, è anche vero che mano a mano che il movimento entra nelle istituzioni (prima locali, poi nazionali) il rapporto con gli attivisti si fa sempre più complicato e sembra sempre più risentire dell’influsso spersonalizzante del rapporto elettore/eletto. A ciò si aggiungano le critiche della base alla “tutela” del movimento da parte di Grillo e Casaleggio che non mancano e non possono essere minimizzate: dall’intromissione nelle scelte degli eletti, all’uso poco trasparente e funzionale della piattaforma web su cui gli iscritti votano le decisioni, al modo non sempre lineare con cui viene dato seguito alle decisioni prese. Tuttavia, una serie di considerazioni si impongono.

1) Il successo politico del 2013 fu, confessa Grillo, del tutto inaspettato e colse impreparato il M5S[34]: ci si immaginava un ingresso in parlamento da opposizione per farsi le ossa e ci si trovò in poco tempo a dover decidere se contribuire o no alla formazione di un governo. I primi convulsi mesi del movimento come realtà parlamentare furono caratterizzati da approssimazione, improvvisazione e gaffe di ogni tipo; assieme al rigore, forse eccessivo, con cui il M5S affrontò il tema delle alleanze, dei rimborsi spese, delle presenze televisive, delle numerose espulsioni che seguirono queste prime fasi della legislatura, l’inesperienza della compagine parlamentare del M5S produsse il tracollo di elettori che si registrò alle europee successive. Uno dei primi motivi che portò il M5S a ridurre di molto la pretesa di far valere “l’uno vale uno” sta anche qui. Mandati allo sbaraglio, senza formazione, senza direttive, senza una strategia comunicativa e parlamentare, i parlamentari del M5S semplicemente davano l’impressione di essere ciò che erano: un gruppo di persone scelte in modo più o meno casuale che doveva affrontare la “fossa dei leoni” parlamentare e televisiva senza avere imparato ad identificare i pericoli e ad evitarli e senza avere ancora imparato come trasformare in proposte di legge le generiche affermazioni contenute nel proprio programma elettorale. Serrare le righe, uniformare la comunicazione, cercare i volti più presentabili e le personalità più spendibili comunicativamente divenne una necessità di sopravvivenza. Tutto ciò ha reso il M5S progressivamente più credibile a livello comunicativo di massa, ha permesso di combattere il caos informativo e “bucare” la cortina di ostilità dei media calibrando una strategia che battesse fortemente (quasi ossessivamente) su alcune parole d’ordine ma ha prodotto due risultati negativi: (a) la stereotipizzazione e omogeneizzazione del linguaggio e dei temi trattati (della serie: meglio ripetere ad nauseam che non si prendono rimborsi elettorali che dover smentire i deliri del fricchettone di turno sulle scie chimiche), (b) l’emergere di uno strato di attivisti ed eletti maggiormente credibile per un pubblico televisivo medio, il che tende a mettere in secondo piano figure sociali “deboli”, speso sguaiate e incontrollabili (dall’operaio al cassaintegrato allo studente) in favore di altre figure emergenti più borghesi e “rassicuranti” (avvocati, piccoli imprenditori ecc.).

2) Alcune personalità più “telegeniche” (Di Maio, Di Battista ecc.) andarono a formare il cosiddetto “Direttorio”, cioè un gruppo di parlamentari che avrebbe dovuto sostituire Grillo e Casaleggio nella direzione del movimento. Come noto a questa decisione si arrivò dopo la batosta elettorale delle europee che consacrò Renzi Presidente del Consiglio e sancì uno stop improvviso all’ascesa elettorale del M5S. Il leader, sempre più criticato, decise di farsi da parte dalla scena mediatica dopo aver lasciato a un gruppo di parlamentari il compito di “guidare” il movimento. Se ciò venne salutato come un passo avanti nella storia del M5S, da più parti si sottolineò il paradosso di un movimento che si vuole radicalmente democratico e che ha però bisogno di una continua tutela sui propri iscritti. Ma potrebbe essere altrimenti? Sarebbe davvero possibile, come sostengono alcuni, emancipare totalmente il M5S dalla tutela di cui è oggetto per consegnarlo interamente ai cittadini e alle loro libere decisioni come predica il suo statuto? La risposta, per quanto dura a sentirsi, non può che essere: no. Senza una figura di “garanzia” o, se si vuole, un supervisore di ciò che accade ai vari livelli dell’organizzazione del M5S sarebbe facilissimo da parte di agenti politici ed economici esterni infiltrarlo, scombinarlo, dividerlo e alla fine distruggerlo. Proprio in quanto, come si è visto, non ci sono pregiudiziali politiche all’adesione al movimento, se Grillo o il Direttorio non si preoccupassero di fare da filtro e raccordo tra l’adesione dei cittadini sul territorio, le scelte degli eletti ai vari livelli e la politica nazionale, regnerebbe presto il caos e le spinte centrifughe più o meno eterodirette. Chi non riconosce questo, semplicemente sottovaluta la posta in gioco, l’entità e la virulenza delle forze in campo e la notevole complessità di gestione di un apparato liquido quanto si vuole ma sempre più partecipato e strutturato.

Il mito della “competenza”

L’imporsi a livello mediatico nazionale di tanti illustri sconosciuti è stato uno dei tratti più criticati del M5S, l’aspetto dove più velenosa si è impuntata un’ironia saccente e piuttosto scontata. Eppure quello della “competenza” è a sua volta un mito che andrebbe rivisto criticamente. La Taverna non è certo la cuoca di Lenin, ma l’apprendistato che il M5S ha iniziato a fare nelle istituzioni riprende un’idea che un tempo non era così estranea alla storia della sinistra:

Non siamo degli utopisti. Sappiamo che una cuoca o un manovale qualunque non sono in grado di partecipare subito all’amministrazione dello Stato. In questo siamo d’accordo con i cadetti, con la Bresckovskaia, con Tsereteli. Ma ci differenziamo da questi cittadini in quanto esigiamo la rottura immediata con il pregiudizio che solo dei funzionari ricchi o provenienti da famiglia ricca possano governare lo Stato, adempiere il lavoro corrente, giornaliero di amministrazione. Noi esigiamo che gli operai e i soldati coscienti facciano il tirocinio nell’amministrazione dello Stato e che questo studio sia iniziato subito o, in altre parole, che si cominci subito a far partecipare tutti i lavoratori, tutti i poveri a tale tirocinio […] Certo, ai primi passi di questo nuovo apparato, gli errori saranno inevitabili. Forse che i contadini, passando dalla servitù della gleba alla libertà, cominciando a gestire i loro affari da soli, non commisero degli errori? Vi è forse altra via all’infuori della pratica, all’infuori di un’immediata autoamministrazione del popolo, per insegnare al popolo ad amministrarsi da sé e ad evitare gli errori? L’essenziale è oggi di rompere completamente con il pregiudizio degli intellettuali borghesi per cui lo Stato non può essere amministrato se non da funzionari speciali i quali, per la loro posizione sociale, siano interamente dipendenti dal capitale[35].

Perché Lenin scriveva queste parole? Ma perché, contrariamente a quanto ritiene la sinistra borghese, non esiste tecnica “neutrale” di amministrazione della cosa pubblica. Ogni tecnica è declinazione di un interesse particolare, ogni modalità di gestione dello Stato è piegata a obiettivi determinati e serve la realizzazione di certi scopi. Se ciò è vero, la competenza di cui il ceto politico mena vanto è in realtà solo il segno della sua cooptazione permanente nelle logiche di potere all’ombra del capitale.

Chiunque entra nella macchina amministrativa senza essere stato prima addestrato ai suoi meccanismi corporativi ha il gigantesco problema di dover imparare a gestirla. Ora qui il problema è che i cosiddetti “professionisti” della politica sono persone che conoscono benissimo questa macchina, tanto bene che ne fanno un uso geloso ed esclusivo, escludente cioè le classi subalterne, rese oggetto inerte della loro azione. E ogni volta che si realizza un cambiamento politico radicale, chi lascia quella macchina ride sotto i baffi perché sa che i nuovi arrivati dovranno affrontare difficoltà enormi e che questo garantisce loro quell’aura di “rispettabilità” e “competenza” che i nuovi arrivati non hanno. Ma è il serpente che si mangia la coda. Non esiste passaggio di consegne indolore se la rottura nella continuità del ceto politico è radicale. La mancanza di conoscenza dell’apparato burocratico è una triste necessità, inevitabile conseguenza del desiderio attivo delle classi dirigenti di tenere fuori dalla porta gli amministrati.

A ciò si aggiunga che la tanto sbandierata cultura e competenza dell’attuale ceto politico è roba da far ridere i polli. I “professionisti” della politica sono in genere, e quasi senza eccezione, ad un livello culturale penoso. Non solo. Essi solitamente non amministrano direttamente i dicasteri e gli assessorati ma delegano a loro volta persone scelte solitamente secondo criteri tutt’altro che meritocratici e di competenza. Il personale politico è “competente” se mette al lavoro persone competenti nei diversi settori dell’amministrazione, dunque ponendo la conoscenza tecnica specifica al servizio di un progetto politico determinato. E sicuramente un punto a favore del M5S è che può operare queste scelte del personale tecnico senza vincoli politici e affaristici che sono stata la causa principale della malagestione della cosa pubblica finora.

Ciò non significa che il M5S non soffra di un difetto congenito di incompetenza che tuttavia non è incompetenza amministrativa ma politica. Ciò di cui la gran parte degli attivisti e degli eletti del M5S è a digiuno è una solida cultura politica di base che permetta loro di comprendere la natura dei conflitti sociali: mancando ad essi la preparazione in grado di fornire le chiavi interpretative di tali conflitti e il modo della loro gestione politica (non amministrativa), essi sono costretti ad improvvisare il senso e la prospettiva del percorso che stanno facendo attraverso le istituzioni, e non sempre ci riescono in modo soddisfacente.

Va tuttavia anche notato – di nuovo a suo merito – che il M5S ha reintrodotto la dimensione collettiva e anonima nell’agire politico dopo anni di personalismo esasperato. Proprio a ragione della limitazione preventiva del loro mandato, infatti, gli eletti del M5S non possono costituirsi come ceto burocratico staccato dal resto della cittadinanza e non posso quindi per definizione, nonostante la notorietà che può arridere loro nell’immediato, aspirare ad un ruolo privilegiato all’interno del movimento. Per questo i nomi che balzano alla ribalta dei media hanno talvolta le sembianze e la consistenza di uno spot per il movimento, figure concretissime e quotidiane, ma anche diafane e impermanenti che prestano la propria faccia ad una collegialità che da tempo non sembra più avere spazio nella politica italiana. Ragione per cui discettare sulla competenza del candidato X o del candidato Y è operazione che lascia il tempo che trova. Così come criticare gli illegalissimi “contratti” che Grillo fa firmare ai propri eletti e che altro non sono se non tentativi più o meno simbolici di riaffermare attraverso il vincolo di mandato la centralità del movimento sulle scelte dei singoli membri. Uno vale uno solo se vale nessuno in quanto uno.

Una spinta propulsiva (populista)

Nonostante le criticità che abbiamo sottolineato finora e altre che aggiungeremo nella conclusione, il M5S rappresenta per molti, soprattutto per chi non si è lasciato ingannare da analisi sommarie, un elemento innovatore e, almeno in parte, progressivo nella politica italiana. Perché? Perché costituisce un fattore di destabilizzazione dell’attuale sistema politico-economico lungo due direttrici fondamentali: (1) dal punto di vista formale della rappresentanza e (2) da quello materiale delle politiche sociali.

(1) Il programma del M5S, lungi dall’essere una generica “mitologia” del cittadino, svolge una funzione progressiva nell’attuale dinamica di gerarchizzazione selvaggia delle democrazie occidentali: il suo attacco diretto all’autonomizzazione della sfera politica mira a disarticolare il potere dei ceti dirigenti attraverso la fuidificazione e il ricambio organico tra elettori ed eletti; mira ad attaccare i conflitti di interesse e i fenomeni corruttivi ad essi legati; a rendere più snello e trasparente il rapporto tra i cittadini e le comunità locali e le istituzioni. È la conditio sine qua non di un cambiamento degli assetti di potere ma non è e non può rappresentare come tale questo cambiamento.

(2) Un simile cambiamento necessita infatti di una parallela trasformazione economica. Nel programma del M5S la natura in parte velleitaria, in parte limitata di tale trasformazione non deve però far sottovalutare ciò che indica una reale volontà di rottura con le politiche liberiste, l’accaparramento e la distruzione dei beni pubblici, l’impunità delle aristocrazie finanziarie e manageriali, la precarizzazione del mercato del lavoro. Non è un caso che laddove il M5S riesce a radicarsi sul territorio interfacci necessariamente i movimenti di opposizione sociale e che questi lo vedano come un interlocutore, se non ideale, sicuramente maggiormente capace di garantire un dialogo aperto alle loro istanze.

Chi nega questo dato di fatto semplicemente non è (più) in grado di leggere la realtà, i rapporti di potere in cui siamo presi, le dinamiche di lungo periodo che hanno costretto all’angolo le istanze di cambiamento sociale. È del tutto ovvio che il M5S non rappresenti l’optimum della rappresentanza politica di tali istanze. Ma è altrettanto miope non vedere che esso offre loro molto più di una generica rappresentanza: attacca direttamente strutture di potere che soffocano quelle istanze e dunque contribuisce, almeno indirettamente, alla liberazione del loro potenziale trasformativo.

È il caso di chiarire che il M5S svolge questa funzione non nonostante ma grazie al suo “populismo”: perché apre uno spazio che si immagina di poter riempire di contenuti. Il ricorso al termine “populismo” ha riempito le bocche di giornalisti e analisti ma a sproposito. Esso indica tanto un metodo quanto degli obiettivi. Populista è una relazione tra leader e massa in cui il primo ha la capacità di catalizzare il malcontento della seconda veicolandolo verso una critica che appare però vaga nei contenuti. Il M5S è senz’altro populista in questo senso, seppure occorre sottolineare che la vaghezza dei suoi obiettivi riguarda non l’oggetto della sua critica distruttiva – che è invece ben determinato – quanto la modalità della sua sostituzione. In altre parole, il M5S è abilissimo nel catalizzare l’insoddisfazione dei suoi iscritti ed elettori nei confronti delle politiche dei governi precedenti, identificando anche le fattispecie legislative che intende abolire (nel programma del 2013, ad. es., la legge Biagi o la legge Gelmini); è rimasto però spesso debitore di un adeguato programma di atti legislativi che dovrebbero sostituirle, anche se questo aspetto tende a diventare meno vero man mano che gli eletti al parlamento prendono confidenza con le procedure legislative.

Dalla rappresentanza alla lotta

Di fronte al vuoto di rappresentanza delle istanze sociali più radicali, molti a sinistra negano che il M5S possa costituire una sponda politica utile, talvolta la vedono come un pericolo. Si tratta di uno, anzi di due errori oggettivi di valutazione politica.

Il primo riguarda la considerazione secondo cui appoggiando il M5S si “blocca” la nascita di soggetti politici più radicali e adeguatamente rappresentativi della lotta al capitalismo. La considerazione sarebbe corretta se esistesse un progetto realmente condiviso, partecipato e organizzato sul territorio delle classi subalterne (sul modello originario di Syriza o Podemos). Ma non esiste nulla di tutto questo, solo l’eterno riciclo di classi dirigenti trombate e la diaspora dei micro-partiti settari; in tale circostanza, mentre la lotta di classe delle elite al potere morde senza pietà e inanella in pochi mesi più vittorie di quanto sia riuscita a fare in ventanni di berlusconismo (vedi abolizione dell’art. 18) non deve scandalizzare se il M5S ovviamente profitta di tale vuoto di rappresentanza facendosi in parte espressione di quelle esigenze (ad es., con la sua opposizione frontale al jobs act). I processi rappresentativi delle dinamiche di classe non sono arrestabili e trovano sempre modo di esprimersi, se non al meglio, certo al meno peggio. Lasciar perpetrare indisturbate le politiche classiste del governo perché il M5S non ostenta un pedigree di sinistra “autentica” è un atto politicamente suicida. Inoltre, volendo prendere per buone le premesse del ragionamento, è semmai vero il contrario: con un M5S stabilmente al 25% all’opposizione è molto più difficile che si realizzi qualcosa alla sua sinistra.

Il secondo errore riguarda poi la deriva passivizzante che caratterizza questo tipo di atteggiamenti. Laddove si sceglie il non-voto o il voto irrilevante perché non ci si fida del M5S al governo (della città o del paese) si tradisce una visione meramente elettoralistica dei processi sociali. L’astensione potrebbe infatti avere un senso nella misura in cui si stesse realizzando una dinamica di trasformazione sociale in altri luoghi che non la cabina elettorale, in cui lo scontro fosse canalizzato da un soggetto o da più soggetti sul territorio, nei luoghi di lavoro, in forme materiali, attive che si spingono al di là della rappresentanza parlamentare. A prescindere dalla praticabilità o meno di questo tipo di opzioni (fenomeni come Occupy Wall Street e Indignados non sembrano precedenti promettenti), si tratterebbe di scenari che potrebbero, al limite giustificare il disinteresse per l’alternativa PD o M5S al governo. Non solo, tuttavia, non si dà nulla di tutto questo, ma anche in tal caso si tratterebbe di scegliere l’interlocutore migliore o, se si vuole, il nemico migliore contro cui organizzare l’opposizione sociale. Le lotte sociali non iniziano e non finiscono nella cabina elettorale ma qui si decidono gli assetti di potere, il quadro generale in cui esse dovranno articolarsi. Chi rifiuta il M5S perché non lo “rappresenta”, immagina che la politica si esaurisca nel trovare qualcuno che pensi e parli per lui all’interno delle istituzioni. E da questa posizione idealistica e passiva discende la conseguenza funesta per cui si lascia che siano le classi dominanti a decidere e organizzare il quadro in cui le lotte dovranno organizzarsi.

A riveder le stelle (rosse)

Con questo non si intendono ovviamente sottovalutare i limiti che anche il M5S ha e necessariamente mostrerà nel momento in cui si dovrà decidere realmente dell’esito di quelle lotte. Seguendo la falsariga della distinzione sopra abbozzata tra l’aspetto formale e materiale della sua spinta al cambiamento, potremmo individuare i limiti strutturali del M5S come segue.

In primo luogo, la sua struttura precaria, il “caos organizzato” che lo caratterizza, tenuto insieme dalla partecipazione dal basso e dalla governance di Grillo e del Direttorio non sembra destinata a reggere a lungo. È probabile che mano a mano che il M5S si avvicina alla gestione del potere tenderà ad irrigidirsi in una struttura-partito tradizionale e rischierà di implodere o di scindersi: cosa faranno, ad es., i suoi leader attuali nel momento in cui esauriranno, come da programma, il mandato che li vuole eleggibili solo per due legislature? È questo il motivo per cui la tutela di Grillo sul movimento rappresenta, paradossalmente, una garanzia che il M5S non perda l’originaria spinta anarcoide e destabilizzante. Per chi vede il M5S non come rappresentanza “piena” ed esauriente delle lotte sociali ma come ariete di una possibile rottura del circolo vizioso tra partiti di governo e gruppi finanziari, l’attuale carattere di “scheggia impazzita” del M5S è molto più promettente, la sua natura intimamente contraddittoria è molto più utile in prospettiva che non la sua trasformazione nell’ennesimo partito stile IDV al 10-15%.

In secondo luogo, gli evidenti limiti del M5S nelle sue analisi economico-politiche non potranno che accelerarne la trasformazione, seppure in una direzione che non è possibile prevedere ora. Abbiamo già detto come il M5S inquadri la sua “rivoluzione” all’interno degli assetti giuridici ed economici attuali; la decrescita e il reddito di cittadinanza non rappresentano una rottura del capitalismo ma si pongono come opzioni al suo interno. Esse esprimono sì una contraddizione ma una contraddizione interna alla prospettiva del movimento, contraddizione che non potrà che esplodere nella misura in cui il M5S dovesse trovarsi a gestire un’economia capitalistica nella gabbia di ferro delle leggi del mercato globale e delle istituzioni europee che di essa si fanno garanti. La fissazione reazionaria per il sostegno alla piccola impresa, alla produzione locale che affiancano le richieste del M5S a difesa del lavoro non potrà che acuire le contraddizioni del programma di governo. Solo a quel punto l’attacco del M5S alle involuzioni burocratiche e consociative dei sindacati potrà assumere un significato chiaro e univoco. Si dovrà infatti fare una chiara scelta di campo tra capitale e lavoro, perché inevitabilmente si avrà o il sostegno di una mobilitazione generale dei lavoratori o ci si troverà a doverne reprimere il dissenso in piazza. Che esso non possa però trasformarsi in una forza così apertamente reazionaria senza scindersi od implodere perdendo dunque parte della sua base militante ed elettorale è dovuto al fatto che almeno un terzo di tale base si riconosce nell’area della sinistra e non sarebbe evidentemente disposta ad accettare tale trasformazione. Contrariamente a quanto paventato da chi non comprende la natura del M5S, se esso scivolasse inequivocabilmente a destra perderebbe una cospicua fetta di votanti e militanti sul territorio: un’emorragia che lo condannerebbe in breve tempo all’irrilevanza.

Sia in un caso che nell’altro saranno i conflitti endemici dell’economia a dirimere le ambiguità del programma del M5S. Chi pretende di sapere già ora in che direzione e come tali ambiguità verranno sciolte non ha capito nulla della struttura composita del movimento e sottovaluta la dialettica che sottende i rapporti tra movimenti che esprimono il conflitto sociale e i corpi aggregativi più o meno estemporanei che veicolano la rappresentanza politica.

 


 

[1] Uno dei tipici tic della sinistra presa di sorpresa dal M5S è quello di definire i suoi aderenti e leader alternativamente “idioti” e “astuti”, e la “bestia” grillina al tempo stesso un’ameba incapace di ragione e un felino abile e manipolatore. Una circostanza su cui riflettere.

[2] Analisi, si spera, possibilmente più serie ad es. della nota pubblicata da Wu Ming in riferimento alle elezioni politiche del 2013 dall’accattivante, quanto fuorviante, titolo Consigli per riconoscere la destra sotto qualunque maschera e che rappresenta proprio il tipo di commento generico e auto-rassicurante dietro cui si trincera la sinistra intellettuale incapace di leggere i cambiamenti sociali e politici in corso: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11977 Più recentemente il PCdL ha tentato un’analisi forse ancora più impietosa e che, a fronte di alcune osservazioni critiche che condividiamo e che qui riproporremo, si presenta nel complesso sfocata e fuori misura. Cfr. Il Movimento 5 Stelle: un movimento reazionario di massa, http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5064

[3] Repubblica, Pd, Grillo annuncia: “Prendo la tessera”. Ma il Pd dice no: “Non ha i requisiti”, 13 luglio 2009

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/politica/partito-democratico-30/grillo-fassino/grillo-fassino.html

[4] Grillo da Prodi: «È il nostro dipendente», Corriere della sera, 08 giugno 2006, http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/06_Giugno/08/grillo.html

[5] L’acqua pubblica di Nichi Vendola, intervista a N. Vendola sul blog di B. Grillo, gennaio 2010: http://www.beppegrillo.it/2010/01/lacqua_pubblica_di_nichi_vendola.html

[6] La Polizia sei tu, sul Blog di Grillo, 14 Set 2014:

http://www.beppegrillo.it/2014/09/la_polizia_sei_tu.html

[7] Subito il numero identificativo per le Forze dell’Ordine!, sul Blog di Grillo, 07.01.14:

http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamento/2014/01/subito-il-numero-identificativo-per-le-forze-dellordine.html

[8] Attorno al tema della legalità della giunta De Magistris ad es. si è realizzato l’unico esperimento riuscito di aggregazione di partiti e movimenti a sinistra del PD.

[9] Programma della Lega Nord per le elezioni politiche del 2013:http://www.prov-como.leganord.org/news/63-programma-lega-nord-elezioni-politiche-2013

[10] DDL Criminalità, M5S: “Proposta pericolosa e incostituzionale. Cosí la Liguria diventa il far west”, in Liguria 24, 07 giugno 2016: http://www.liguria24.it/2016/06/07/ddl-criminalita-m5s-proposta-pericolosa-e-incostituzionale-cosi-la-liguria-diventa-il-far-west/7978/

[11]B. Grillo, Il M5S non è nè di destra nè di sinistra,11 Gennaio 2013

http://www.beppegrillo.it/2013/01/il_m5s_non_e_di_destra_ne_di_sinistra/index.html

[12] Almeno finora, seppure la posizione intransigente del movimento su questo punto ha significato subito dopo le elezioni del 2013 un’emorragia di voti che è ancora lungi dall’essere rientrata

[13]Squinzi (Confindustria): «Ricette economiche Grillo ridurrebbero l’Italia a paese agreste e bucolico», Tempi.it, 6 marzo 2013, http://www.tempi.it/squinzi-confindustria-ricette-economiche-grillo-ridurrebbero-litalia-a-paese-agreste-e-bucolico#.V2qVSI9OLIU

[14] Beppe Grillo dopo i ballottaggi: siamo pronti a governare, Sky Tg 24, 20 giugno 2016:

http://tg24.sky.it/tg24/politica/2016/06/20/elezioni-2016-beppe-grillo-esulta-.html

[15] L’ultimo stratagemma in ordine di tempo è tentare di spacciare le dichiarazioni di Salvini o di Meloni sulle indicazioni di voto per il M5S in un possibile ballottaggio con il PD per degli apparentamenti reali o delle vicinanze politiche. Si tratta in realtà di scaltri, quanto patetici, tentativi da parte di chi intende intascarsi a costo zero una sconfitta del PD. E il subitaneo voltafaccia della Meloni, che descrive successivamente il balottaggio PD-M5S a Roma, come un ballottaggio “tra due sinistre” dovrebbe chiarire abbastanza quanta confusione regna quando si usano in modo superficiale e interessato le etichette “destra” e “sinistra”.

[16] Basta vedere il video integrale della famigerata chiacchierata davanti al Viminale con dei furbetti di Casa Pound per capire il maldestro discorso di Grillo: alla domanda interessata “quelli di Casa Pound vogliono sapere se sei antifascista” Grillo risponde che è una domanda “senza senso”, perché “è come chiedere ‘sei razzista o antirazzista? sei pro o contro la guerra?”. La verità su Grillo e casa pound al Viminale, https://www.youtube.com/watch?v=96sYnHtcWUQ

[17] M5S: La nuova capogruppo Lombardi rivalutava il fascismo “buono”, Il Fatto quotidiano, 4/3/2013: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/04/m5s-ecco-chi-sono-capigruppo-alla-camera-e-al-senato/519774/

[18] Grillo: “Vengo da una famiglia socialista, sono antifascista, di cosa stiamo parlando?”, Il Fatto quotidiano, 29/01/2013. In che senso dunque Grillo potè dichiarare a cuor leggero la mostruosità che l’antifascismo “non lo riguarda” e che non avrebbe impedito a esponenti di Casa Pound di unirsi al movimento? Vediamo il senso del ragionamento e l’eventuale pericolosità di questa posizione. La logica, per quanto ingenua, è chiara: da un lato, il M5S accoglie i cittadini, tutti, in un orizzonte post-politico in cui ciò che conta non sono le appartenenze (vissute come meccanismi sistemici di “irretimento” dei cittadini e degli elettori al gioco dell’alternanza tra opzioni fasulle) bensì i contenuti e i programmi. Dunque non esiste alcuna pregiudiziale per iscriversi al movimento perché tutti sono cittadini a prescindere dalla provenienza politica; allo stesso tempo, però, e questo è il punto dirimente, non si può essere parte del movimento se non se ne sottoscrivono i metodi e gli obiettivi (art. 5 del non-statuto del M5S: “L’adesione al MoVimento non prevede formalità maggiori rispetto alla registrazione ad un normale sito Internet. Il MoVimento è aperto ai cittadini italiani maggiorenni che non facciano parte, all’atto della richiesta di adesione, di partiti politici o di associazioni aventi oggetto o finalità in contrasto con quelli sopra descritti”, c.vo mio). Ed è chiaro che un progetto di democrazia partecipata, di azione non-violenta, di difesa della Costituzione nata dalla Resistenza, di fatto esclude che i fascisti possano far parte come “fascisti”, cioè violenti e intolleranti, del movimento. In sostanza, il M5S ritiene di avere al proprio interno, nel proprio statuto e nelle proprie pratiche, l’argine contro qualsiasi possibile contaminazione col fascismo.

[19] A Nogarin la tessera dell’associazione partigiani, Il Tirreno, 23/07/2014: http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2014/07/23/news/a-nogarin-la-tessera-dell-associazione-partigiani-1.9644553

[20] M5S Milano: il M5S è antifascista: http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/milano/2014/04/il-m5s-e-antifascista.html

[21]5 Stelle sempre più antifascisti, su Il primato nazionale.it, http://www.ilprimatonazionale.it/politica/5-stelle-sempre-piu-antifascisti-espulsa-consigliere-contestava-25-aprile-44358/

[22] Confronto Sky, 31 maggio 2016: https://www.youtube.com/watch?v=e4d2c21cIZU

[23] P. Becchi, In Europa per contare qualcosa, Beppegrillo.it, 1 Giugno 2014: http://www.beppegrillo.it/2014/06/in_europa_per_contare_qualcosa.html

[24] L’Ungheria alza il muro anti-immigrati, Beppe Grillo.it, 7/7/2015:

http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamentoeuropeo/2015/07/lungheria-alza-il-mu.html

L’italia non è il campo profughi d’Europa, Beppe Grillo.it, 26/04/16:

http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamentoeuropeo/2016/04/litalia-non-e-il-cam.html

[25] D. Fo – B. Grillo – G. Casaleggio, Il grillo canta sempre al tramonto, Chiarelettere, 2013, p. 151.

[26] Cfr. ad es. N. Maggini, Il bacino elettorale del M5s: caratteristiche socio-politiche e atteggiamenti tra continuità e mutamento: “si dichiara di ‘sinistra’ (valori da 0 a 4 in una scala 0-10) il 36,7% degli elettori del M5s contro il 19,1% della componente di ‘destra’ (valori da 6 a 10)”.

http://cise.luiss.it/cise/2014/12/12/il-bacino-elettorale-del-m5s-caratteristiche-socio-politiche-e-atteggiamenti-tra-continuita-e-mutamento/

[27] E. Gualmini, Il voto di protesta lascia Grillo, La Stampa, 12/11/2014:

http://www.lastampa.it/2014/11/12/cultura/il-voto-di-protesta-lascia-grillo-yGlTPEBnjysNx9WF5sF9PN/premium.html

[28] D. Di Stefano, Ma lo avete letto il programma della Raggi sull’immigrazione?, 8 giugno 2016

http://www.ilprimatonazionale.it/politica/programma-raggi-immigrazione-46038/

[29] Il M5S Roma aderisce al Gay Pride, Beppe Grillo.it, 14 giugno 2015: http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/roma/2015/06/il-m5s-aderisce-al-gay-pride.html

[30] B. Grillo, Nozze gay, Beppe Grillo.it, 15 Lug 2012: http://www.beppegrillo.it/2012/07/nozze_gay.html

[31] Consultazione online M5S:

http://www.beppegrillo.it/2014/10/consultazione_online_su_unioni_civili_e_convivenze.html

[32] Roma Pride 2015: documento politico

http://www.romapride.it/2015/roma-pride-2015-liberiamoci/

[33] Consutando, ad es., lo storico delle votazioni del M5S in parlamento (http://parlamento17.openpolis.it/) è possibile constatare come i parlamentari pentastellati, senza eccezione, abbiano spesso votato in modo difforme dal proprio gruppo, esattamente come gli altri partiti.

[34] M5S, Grillo: “Nel 2013 non eravamo pronti, abbiamo imbarcato chiunque”, Il Fatto Quotidiano, 31 agosto 2015: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/31/m5s-grillo-nel-2013-non-eravamo-pronti-abbiamo-imbarcato-chiunque/1996790/

[35] Lenin, Riusciranno i bolscevichi a mantenere il potere statale?, http://www.nuovopci.it/classic/lenin/riusbols.html

[Immagine: Beppe Grillo]

53 thoughts on “Cos’è il M5S, cosa può e cosa non può fare nella situazione politica italiana

  1. E’ molto difficile parlare delle idee del M5S perché gli stessi adepti non ne hanno di chiare, rinviano continuamente a prossime consultazioni tra i “saggi” del popolo del web senza prendersi responsabilità in prima persona. Ci sono idee vaghe e sempre futuribili. Ora Giachetti piaccia o non piaccia sarebbe stato un sindaco, non so quanto adeguato ma riconoscibile… Raggi non è neanche un sindaco o sindaca o sindachessa ma una marionetta nelle mani di un anonimo popolo web che prende decisioni al posto suo. Se qualcosa va storto vorrei sapere almeno con chi essere arrabbiato… è troppo comodo non prendere decisioni in prima persona in un ruolo cosi importante. Gente senza personalità.

  2. Condivido quasi ogni parola di questo testo, davvero eccellente. Un breve saggio che finalmente mostra il funzionamento della categoria politica di populismo per quello che è davvero: un meccanismo di difesa psicologico (e non politico) proprio di chi aspira ad essere parte di una elite, vera o presunta che sia, poco importa. E la realtà nel frattempo si vendica. (Consiglio la lettura di un testo recente di Leonardo Paggi sul rapporto fra populismo e sinistra italiana recente: http://temi.repubblica.it/micromega-online/crisi-sociale-e-rinascita-della-politica-nel-successo-del-m5s/#.V2wCBFv1xK0.facebook)

    Non nascondo che ho sempre guardato con molto interesse al M5S; ciò che davvero mi preoccupa di questa forma di ribellione civile (perché in fondo tutta orientata ad organizzare una buona amministrazione pubblica) è l’ingenua lettura politica del capitalismo contemporaneo. La più preoccupante di tutte è l’equazione debito pubblico / sprechi / crisi morale (da cui deriva ossessione per onestà come virtù politica e sostegno incondizionato a piccola e media impresa). Questo, secondo me, è il nodo politico che va sciolto. Su questo tema andrebbe coordinata una vera e propria contro-propaganda di economisti e intellettuali politici. Sul rapporto fra Stato e mercato internazionale da un lato; e fra Stato, moneta e Unione Europea dall’altro. Invece di storcere il naso di fronte a quella che si configura come una vera e propria ribellione civile di massa, bisognerebbe iniziare a ragionare su come politicizzarla. C’è, di nuovo, tanto lavoro “gramsciano” da fare….

  3. Articolo sicuramente utile. Però, date le premesse, sembra assolutamente inevitabile che al primo tentativo di darsi una direzione davvero chiara e di muoversi sulle lunghe distanze i Cinquestelle debbano esplodere. Noto una frase interessante: “gli illegalissimi “contratti” che Grillo fa firmare ai propri eletti”. Anche per l’autore dell’articolo, evidentemente, i rappresentanti Cinquestelle sono, gira e rigira, “proprietà” di Beppe Grillo: non è ovviamente detto che lo restino (e le loro scelte divergenti rispetto a quelle del Capo, giustamente sottolineate nell’articolo, lo dimostrano) ma temo che il vizio d’origine sia duro da superare.

  4. Trovo sbalorditivo che un testo di approfondimento sulla natura del Movimento 5 stelle menzioni solo di passaggio, liquidando la questione, il fatto che un pubblico ufficiale come il sindaco sia vincolato a un contratto di natura privata prima che al mandato affidatogli dagli elettori. Sinceramente mi pare ben più di una questione simbolica. Non vedo poi nessun approfondimento sul ruolo della Casaleggio e Associati.
    @ daniele balicco: mi dispiace ma anche far finta che il populismo non esista è un meccanismo di difesa psicologica. Non so tu come chiami quello che Ukip – che siede nello stesso gruppo dei 5 Stelle nell’Europarlamento – e una parte dei conservatori britannici hanno fatto nella campagna referendaria nel Regno Unito (che vedo che interessa molto qui sulle Parole e le cose…), manipolando l’elettorato più fragile e montandone le spinte xenofobe e razziste.

  5. L’analisi del M5S fatta dai Wu Ming mi sembra liquidata in fretta, in nota, giusto con qualche epiteto, una frase tranchante e un apparato di link (intenzionalmente?) lacunoso. La posizione del “tifare rivolta dentro il M5S” (premere sulle contraddizioni per acuirle e fare chiarezza) espressa nel 2013 mi sembra argomentata e articolata e contiene spunti ancora validi:
    http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12038
    Non mi sembra dica cose molto lontane (e con tre anni e passa di anticipo) dal «non si piange sulla città coloniale» di Dinamo Press:
    http://www.dinamopress.it/news/ce-chi-piange-sulla-citta-coloniale

  6. La questione del “contratto” non credo che possa avere uno spazio maggiore di quello che gli ho dedicato. Ammesso che abbia un valore legale, e probabilmente non ce l’ha, non incide in nessun modo specifico sui rapporti tra elettori, eletti e movimento (non più di quanto non abbiano fatto finora le maglie molto strette che il M5S impone ai suoi iscritti ed eletti); è un goffo tentativo di mostrare agli elettori garanzie di tenuta di un vincolo che è parte integrante del programma del M5S e che in assenza di norme sul vincolo di mandato ovviamente non può avere nessun valore. Fanno degli eletti delle “proprietà” di Grillo? Ovviamente no. Ne condizionano l’operato? Ovviamente sì. E’ un bene? Mi pare di aver argomentato in modo stringato ma spero efficace che sì è un bene. A meno di non voler cedere proprio a quell’ideologia della democrazia assoluta dal basso che è una delle parti più ingenue e illusorie del programma del M5S. :)
    Il ruolo della Casaleggio è incluso nel discorso sulla leadership e sulla tutela del movimento dall’alto: gli ho dato ampio spazio e soprattutto l’ho posto nel contesto delle dinamiche complessive interne ed esterne al movimento. Perché solo così gli si dà un significato politico. Non capisco perché dovrebbe meritare un approfondimento a parte a meno di non riesumare i fumosi discorsi sul “misterioso” Casaleggio e la sua Spectre che agisce nell’ombra per non si sa bene quali fini. Anche qui, questo tipo di critiche le ho sempre trovate molto “grilline” :)

  7. Grazie per «il tipo di commento generico e auto-rassicurante dietro cui si trincera la sinistra intellettuale incapace di leggere i cambiamenti sociali e politici». Fo umilmente notare, però, che quanto espresso nella penultima lassa di questo testo di Maurizi è, con parole diverse, quel che scrivevo io nel febbraio 2013 al punto 7 di «Perché tifiamo rivolta nel Movimento 5 Stelle».
    http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12038

    Non solo: già il precedente e “poco serio” intervento-al-volo linkato da Maurizi nella nota 2 si concludeva così:

    «Può un movimento nato come diversivo diventare un movimento radicale che punta a questioni cruciali e dirimenti e divide il “noi” dal “loro” lungo le giuste linee di frattura?
    Perché accada, deve prima accadere altro. Deve verificarsi un Evento che introduca una discontinuità, una spaccatura (o più spaccature) dentro quel movimento. In parole povere: il grillismo dovrebbe sfuggire alla “cattura” di Grillo. Finora non è successo, ed è difficile che succeda ora. Ma non impossibile. Noi come sempre, “tifiamo rivolta”. Anche dentro il Movimento 5 stelle.»

    Evidentemente, segnalare certe contraddizioni e prendere certe posizioni nel 2013 era poco serio e autorassicurante. Serissimo, invece, e fuori dalla comfort zone, farlo nel 2016.

  8. @ cristina savettieri

    Cara Cristina, il populismo è una categoria politica che ha una lunga storia; io lo leggo attraverso questa storia politica di lungo periodo (dai Russi a Roosvelet e oltre) e non attraverso il senso che tu attribuisci a questo concetto, che è quello imposto dalla propaganda mediatica a qualsiasi contestazione anti-sistemica, caso strano proprio a partire dalla caduta dell’URSS (ti consiglio un bellissimo saggio di Marco D’Eramo pubblicato qualche anno fa sulla New Left Review proprio sulla distorsione non innocua di questo concetto). La tesi di fondo dell’articolo di D’Eramo legge il populismo come categoria proiettiva. Parla, insomma, molto più di chi la usa (impropriamente, distorcendone la storia) di ciò che vorrebbe definire, visto che nessuno dei movimenti “populisti” si auto-definisce così. Tradisce, insomma, un senso di appartenenza ad una elite (vero o presunta o immaginaria o libidica poco importa) minacciata. Sbaglierò, ma è una tesi che mi convince.

    Per formazione e deformazione teorica, cerco di non giudicare la realtà attraverso categorie morali (il povero elettorato fragile e manipolabile) ma le ragione economiche e politiche che portano quell’elettorato a non votare (come la maggior parte dei giovani britannici sotto i 30 anni) o a votare uscita (attenzione: non dall’Europa) dall’Unione Europea. Anche su questo ti consiglio un bell’articolo, appena pubblicato su Gli Stati Generali di Mario Amoroso (http://www.glistatigenerali.com/istituzioni-ue/abbiamo-sbagliato-lanalisi-su-brexit-e-giovani-anche-loro-sono-responsabili/) che finisce così:

    “Piuttosto che disperarci perché sono stati sconfitti i giovani che possono viaggiare nel fine settimana per visitare tre capitali e tornare a casa la domenica a mangiare fish and chips, oltre a dovercela prendere con quelli di loro (troppi) che non sono andati a votare, dovremmo iniziare a riflettere su un modello economico europeo che permette solo a una risicatissima parte di quei giovani di andare dove gli pare e quando vogliono. Un modello che ha alimentato quel risentimento che emerge in maniera sempre più evidente tra i fattori decisivi del Leave.”

  9. P.S. … e pur una vocina nella mia testa non smette di chiedersi… come si fa a dare dell’ignorante (livello culturale addirittura “penoso”) ai politici professionisti e poi scrivere “condiTio sine qua non” ?

  10. @ Le parole e le cose
    conditio-onis in latino significa condimento.
    La locuzione riportata è linguisticamente errata, come “i pro e i contro” (l’Accademia della Crusca ne specifica l’uso non la giustezza), e non mi stupirei di ascoltarla tra le chiacchiere da bar ma non su un articolo di un dotto filosofo che dà dell’ignorante a un’intera categoria sparando un po’ nel mucchio.

  11. Che venga pubblicato un post in difesa del M5S il lunedì dopo la vittoria del referendum Brexit mi sta bene. Come ogni altro blog, anche questo blog ha il diritto di fare le sue scelte politiche.

    Chiedo però a Daniele Balicco di evitare di riportare battute inutili come quella di Mario Amoroso. Chiedo un minimo di rispetto per i 3 milioni di cittadine e cittadini europei il cui diritto di residenza e lavoro in UK è a rischio. E chiedo rispetto per le cittadine e cittadini del Regno Unito il cui diritto di risiedere e lavorare nella UE è a rischio – tra questi ci sono molte delle mie studentesse e dei mie studenti.

    Persino chi ha votato Leave, persino Boris Johson e Farage si rendono conto che si tratta di una situazione difficile, perciò pregherei di evitare di fare battute.

  12. @gabriele

    Oltre che a Marco Maurizi, lei sta dando dell’ignorante all’Accademica della Crusca, a Sabatini-Coletti, Devoto-Oli, agli autori del VOLIT e a Giacomo Leopardi. Giusto per chiarire.

  13. @ Daniele Balicco

    C’è modello economico può assicurare a tutti di andare dove gli pare e quando gli pare?

    Questo modello per caso impedisce ai giovani che non hanno votato di viaggiare low cost?

    Se non hanno votato perché un articolo che si oppone a un sondaggio spacciato come verità iscrive il non voto in una categoria di comportamento di opposizione, di persone risentite e sconfitte dalla globalizzazione addirittura? Se non hanno votato come fate a sapere che semplicemente non gliene frega nulla e stanno bene così?

  14. @ daniele balicco
    Caro Daniele, mi dispiace molto che tu identifichi la posizione che esprimo come manipolata dalla propaganda mediatica. Non condivido quello che scrivi, parli di élite che proiettano ma avresti dovuto vedere con i tuoi occhi come è montata l’ondata razzista grazie alle bugie di Farage e Johnson. Vuoi forse dirmi che il razzismo è una forma giustificata di protesta politica? Che la più ampia e radicata comunità di immigrati europei nel Regno Unito, quella polacca, sia diventata il capro espiatorio di tutti mali non è populismo becero? E poi di cosa stiamo parlando? Giovani che visitano tre capitali europee in un weekend? Ma che film avete visto? Inoltre quando scrivo ‘elettorato fragile’ non sto affatto evocando una categoria morale, intendo dire materialmente fragile, cioè con una salute fisica scarsa, impossibilità di accedere a un’istruzione superiore decente, qualità della nutrizione pessima, case sotto ogni immaginabile standard abitativo. Io non ho ancora una lettura chiara di quello che sta succedendo, in questo momento solo un doloroso senso di incertezza per quello che aspetta noi immigrati. Ma quella che tu proponi citando l’articolo da Gli Stati Generali non è un’analisi, è una boutade. La lettura che tiene conto solo del parametro di classe, per cui i perdenti della globalizzazione hanno votato Leave e i vincenti cosmopoliti Remain giustifica solo un aspetto del voto, non spiega affatto il voto in Scozia e in Irlanda del Nord (che tutto è tranne che una regione abitata da vincenti della globalizzazione) ed elide dal quadro un elemento decisivo: che è il ritorno a un nazionalismo identitario e xenofobo che in Inghilterra ha galvanizzato quell’elettorato fragile.
    Chiedo scusa a Marco Maurizi per l’off topic rispetto all’argomento del suo post.

  15. Analisi interessante, ponderata e, direi, equanime non soltanto del movimento, ma, soprattutto, del modo d’intendere i rapporti tra la politica e i problemi che essa si trova ad affrontare. E ciò è detto da chi si è sempre trovato più a sinistra della sinistra più estrema.
    La tendenza suicida della sinistra cui si fa cenno negli ultimi paragrafi non è, secondo me, soltanto una tendenza momentanea effettivamente riscontrabile, bensì, almeno per ciò che concerne la (si fa per dire) sinistra italiana, una vera e propria malattia mortale di essa. Chi sa perché, infatti, la sinistra italiana ha, praticamente dalla sua fondazione e irrimediabilmente a partire dal ’48, optato per una marginalizzazione politica in nome di una presunta purezza d’intenti. Abbiamo così il paradosso per cui essa poteva anche prendere il 30% alle elezioni di quarant’anni fa, ma, nonostante ciò, non contare nulla a livello politico. Al giorno d’oggi, poi, questa tendenza è diventata addirittura ridicola (se pur ci fosse da ridere): meglio condannarsi ad un’ulteriore marginalizzazione votando partitini inesistenti nella realtà (a meno che qualcuno non voglia sostenere che l’uno virgola sia una percentuale che possa cambiare le cose), oppure adeguarsi passivamente alla realtà esistente, sostenendo un partito (il PD! ripeto: il PD!) che non ha, peraltro, mai avuto in mente (!) di modificarla, sperando che, in qualche modo, chissà come, questa realtà possa un giorno modificarsi da sé; insomma, per tutta questa gente, meglio fare ciò che riconoscere ad altre forze politiche (in questo caso il Movimento 5 Stelle) la capacità (sia pure in nuce) e, che più conta, la possibilità effettiva (data ovviamente dalla forza elettorale) per tentare di modificarla. O, per lo meno, per tentare di opporvisi.

  16. complimenti a Cristina S. – e risalire a quelli che fan sì che il ‘popolo bue’ rimanga tale e si voti sempre meno? –
    l’Italia divenendo ‘onesta’ non risolverebbe forse i suoi problemi visto il ‘capitale’ turistico/culturale che si ritrova?

  17. Modesto parere.

    Il M5* evita accuratamente di prendere posizione sul clivage dello scontro politico principale di oggi, UE sì/no.

    Dice la vuole riformarla dall’interno (bella battuta, peccato che sia vecchia: la dicevano anche per l’URSS).

    Di conseguenza, il fatto che sia di destra o di sinistra, fascista o antifascista, è secondario e tutto sommato irrilevante, nel senso che “va fuori tema”. Come nell’apologo di Noventa: Notte, un tizio cerca qualcosa sotto un lampione. “Che hai perso?” “Le chiavi di casa.” “Le hai perse lì?” “No, ma qui c’è luce.”

    Per ora l’idea è furba, e paga elettoralmente perchè distribuisce Lexotan a un elettorato al quale tutte le istanze autorevoli [sic] ripetono a nastro che uscendo dalla UE si entra subito nel più profondo girone dell’inferno, dove si diventa poveri, razzisti, fascisti, maleducati, malvestiti, vecchi, con l’alito pesante e una forfora come se nevicasse.

    Ma quanto più si acutizzerà lo scontro (e si acutizzerà, oh se si acutizzerà), tanto meno pagherà, anche elettoralmente, la scelta di non scegliere tra un campo e l’altro. V. anche la mezza figura di Podemos, altri artisti dell’elusione (politica, non fiscale: per quella nessuno batte Junker).

  18. @ alessiobaldini

    Caro Alessio (ti conosco da più di vent’anni quindi se permetti non ti chiamerò per nome e cognome) la parte finale dell’articolo che ho postato non è in alcun modo irrispettoso rispetto alla condizione difficile di quanti da immigrati vivono in UK ora. L’articolo semplicemente mostra come l’analisi del voto giovanile confuti l’idea centrale su cui tutta la stampa italiana ha battuto in questi giorni : voto dei vecchi contro i giovani. Punto. E si chiede la ragione di questa mislettura (cioè oscurare un’astensione giovanile con punte del 70% sotto i 25 anni). Che tutto questo venga letto come mancanza di rispetto “verso 3 milioni di lavoratori immigrati in UK” mi sembra un giudizio che manca di rispetto all’intelligenza di chi l’ha postato. Così come il tono scocciato di commento sul contenuto di questo saggio: perché invece di lamentarsi non si propongono lavori, articoli, saggi? E poi: LPLC non è una testata giornalistica, ma un blog di approfondimento. Ma non spetta a me difendere la scelta di pubblicare oggi questo articolo.

    @ Cristina Savettieri. Cara Cristina non so davvero che dire. Forse mi sono spiegato male. Non ho dubbi che la destra nazionalistica inglese sia pericolosa; così come non mi sorprende la trasformazione dell’immigrato in un facile capro espiatorio. Purtroppo il degrado politico e sociale della cultura europea è sotto gli occhi di tutti, da almeno due decenni. Il punto è un altro. Chi ha prodotto questa condizione? Come si dice nel mercato a San Lorenzo a Roma, il pesce puzza a partire dalla testa. Non arricciamo il naso davanti alle forze anti sistema che avanzano ovunque. Cerchiamo di capire le ragioni di una ribellione che può anche assumere forme disastrose. Solo dopo aver fatto questo prima necessaria ricognizione potremo puntare la poca lucidità politica che ci resta a capire come le elite che governano follemente questa Europa siano responsabili del disastro che è sotto gli occhi di tutti, Brexit e sue conseguenze sociali compresa.

    Noto, infine, che tutto questo ha a che fare con il contenuto del bel saggio di Marco Maurizi, se qualcuno degli intervenuti avesse avuto la voglia e la cortesia di leggere e di discutere, nel merito.

  19. @Wu Ming

    Mi scuso con Wu Ming perché la nota in cui lo liquido è, in effetti, riletta a mente fredda, abbastanza odiosa: certe volte la penna colpisce più duro di quanto vorrebbe. Confermo però il contenuto di ciò che ho scritto, ovvero il mio totale dissenso rispetto alle sue analisi del M5S, mentre non ho problema a spostare l’acidità del commento non su di lui, bensì sui suoi lettori e sostenitori. Perchè l’effetto netto di quei suoi testi e della loro circolazione sul web e tra gli elettori di sinistra è stato proprio quello di fissare i loro peggiori luoghi comuni, confermandoli nella propria presunta superiorità intellettuale, comodamente sospesi in un’eroico, quanto inconsistente, limbo politico al di fuori dell’asse PD-M5S, “critici” in egual misura di entrambi. Ogni volta che inziava un tentativo di riflessione politica sulla natura del M5S arrivava immancabilmente il lavoretto bello e pronto di Wu Ming a tacitare ogni dubbio: è destra, è cripto-fascismo, è la difesa del sistema, è la “causa” della mancanza di movimenti più radicali ecc. ecc. E il fatto che Wu Ming sostenga di essere stato frainteso quando le sue parole vengono interpretate in quel modo è la dimostrazione lampante che nella sua analisi c’è qualcosa che non va. Perché a me quelle analisi hanno sempre fatto un effetto di confusione dovuta non alla mancanza di chiarezza ma dall’applicare in modo troppo rigido alcuni concetti (ad es. dx e sx) laddove quell’applicazione necessiterebbe di essere problematizzata e, al contrario, di sguazzare nel vago ed essere estremamente imprecisi laddove invece servirebbe più attenzione al dettaglio (ad es. nell’uso di categorie come “liberismo” e “anarco-capitalismo”, per tacere della retorica filosofica che si condensa in termini come “cattura” o “orizzonte di discorso”). Ovviamente non ho la pretesa di essere stato più preciso e di aver allargato le maglie del discorso dove era necessario: semplicemente, lo spero. Ma di questo saranno i lettori a giudicare.

    Mi spiace se la mia assoluta distanza dai testi di Wu Ming non traspaia. A me sembra lampante. Io contesto la sua definizione e il suo uso delle categorie di dx e sx (che, ammesso e non concesso si possano definire in generale, sicuramente non possono essere ridotte a “schemi mentali” in cui il conflitto viene riconosciuto oppure cancellato dalla realtà sociale; nè tantomeno penso che, anche ammettendo che l’idea di “neutralità” sia caratteristica della dx, questa possa essere sic et simpliciter applicata al discorso del M5S; l’opposizione cittadini/politici, onestà/corruzione, non è formale-statica ed è praticata in modo partigiano, come effetto di una determinata gestione del potere economico ecc.); contesto si possa affermare che “il grillismo [è] fondamentalmente un’ideologia e un racconto del mondo di destra”; contensto che abbia senso l’atteggiamento secondo cui il M5S è “un’alternativa da provare”, perché si tratta piuttosto di ragionare sul frame più favorevole alle lotte sociali, al di fuori dell’idea di sposare le tesi del M5S o di limitarsi a vedere cosa farà al governo; contesto che abbia senso parlare del “grillismo” come un “discorso” (ammetto umilmente di non sapere dare un senso politicamente razionale all’uso di questo linguaggio, ma è un mio limite) e in particolare come un “discorso diversivo” che sarebbe stato causa o con-causa o quel che si vuole dell’assenza di movimenti di massa tipo Indignados, Syriza o Podemos (ma, di grazia, dove sarebbe il ceto politico di sinistra che ha mai tentato seriamente di metter su esperimenti politici di questo genere?); contesto che Grillo abbia “messo il cappello” ai movimenti o se ne sia addirittura appropriato, la relazione è molto più complessa e aperta e in divenire di così: ma immagino che vedere agitare la bandiera No Tav piuttosto che quella 5S in diretta tv durante i risultati del ballottaggio di Torino abbia a che fare con la famigerata “cattura” e sia qualcosa di immancabilmente negativo per movimenti che vengono solitamente criminalizzati a reti unificate…; contesto la sottovalutazione del “berlusconismo”, la sua derubricazione a mero effetto del neoliberismo; contesto la distinzione nel M5S tra base e vertice, elettori e capo politico nel tentativo di distinguere il buono dal cattivo: per me il M5S è l’interazione (temporaneamnete) virtuosa tra questi due elementi e a rischio di sembrare stalinista penso che la manina (in)visibile di Grillo, al netto delle tante cazzate perpetrate, sia stata provvidenziale per tenere in piedi il M5S e averlo portato dove è ora; infine contesto che la questione sia aspettare di vedere “dove andrà” il M5S perché penso che la sua possibile evoluzione/involuzione non dipenda affatto dalla sua ideologia di partenza (che è piuttosto vaga per ospitare elementi contrapposti) bensì dalla situazione in cui il M5S si troverà (se ci si troverà) a gestire le contraddizioni economiche e del ruolo che in quel frangente svolgeranno le lotte sociali: se esse troveranno lì una sponda o un argine. Solo allora anche le contraddizioni della sua struttura interna assumeranno un significato preciso: ma anche qui non mi sogno minimamente di assegnare a priori e in modo un ruolo propulsivo o reazionario al suo vertice o alla sua base. Anche perché non so cosa voglia dire “tifare rivolta”. :)

  20. Intervento interessante e utile, grazie per la pubblicazione. Però, paradossalmente, difende il M5S meno di quanto esso si merita. L’analisi infatti giudica il movimento in modo piuttosto “paternalistico”, a partire da un punto di vista che presume di disporre già degli strumenti critici e politici per il rovesciamento del capitalismo (in certi passaggi mi sembrava di leggere le granitiche certezze di “Lotta comunista”). Quindi intende metterlo a contribuzione “per la causa”, mostrando i limiti che “la teoria” già conosce.
    In realtà il M5S ha fatto di più. Non a caso ha tolto molto elettorato al Pd, ecco perché la cosa interessa molto anche il Pd, e non solo chi sta alla sua sinistra. Il M5S infatti ha messo in moto forze democratiche e partecipative, a partire dall’esigenza di “farla finita” con questa classe politica (renzismo compreso), realmente radicate nella società com’è oggi, che non hanno bisogno di pensare al “rovesciamento del sistema”. Il M5S è “antisistema”, come ho scritto una settimana fa, nel senso che si oppone alle élite politico-sociali dominanti e al sistema rappresentativo democratico-liberale, ma non nel senso che per funzionare deve sognare un altro ordinamento sociale. Quindi, in questo, è più forte della rappresentazione datane qui. E anche la sua proposta di politica economica ha un radicamento sociale reale, che non potrebbe mai avere una sinistra antisistema anticapitalista che attacca il carattere “reazionario” delle piccole imprese ecc. Su questo terreno, tanto la politica economica 5S quanto la gestione economica democratico-liberale sono inadeguate, ma la prima raccoglie realmente il malcontento nei confronti della seconda, cosa invece impossibile per le “prospettive rivoluzionarie”.
    Il problema è che le aspirazioni antisistema “tradizionali”, quelle che animano questo articolo e cioè la tradizione socialista classica (più o meno rivisitata), non hanno spazio elettorale; e al massimo possono pensare di “allearsi” con il M5S (come è successo a Torino certamente, ma sono pochi voti). Invece il M5S è un movimento antisistema nuovo, che non ha bisogno di farsi mettere il cappello da quelle tradizioni più o meno socialiste e rivoluzionarie.
    Interessanti le notazioni sul populismo: la politica di questa fase della modernità o “civilizza” il populismo o ne è divorata. Gli eventi politici di questa settimana lo dimostrano. Una ragione del successo dei grillini è che in parte lo civilizzano.

  21. Né nell’articolo né nei commenti compaiono – in maniera significativa ed argomentata – le categorie di Ecologia e di Internet da declinare a vari livelli e senza le quali non è possibile – a nessun livello – capire il M5S.

    La sistematica – ed avvilente all’inverosimile – incomprensione del M5S è dovuta alla situazione paradossale per cui il nostro mondo produce Ecologia ed Internet (o il M5S) ma non li Pensa adeguatamente. Finché non ci sarà questo Pensiero non ci sarà Giustizia (minima) (ed almeno umana o “sapiens”).

    Non capire il M5S – o renderlo impossibile: ed è ancora tutto da discutere se il M5S sia stato o possa essere all’altezza dei propri ideali – è la causa e l’effetto dell’incomprensione (o non utilizzazione adeguata) di Internet ed Ecologia.

  22. Il tono probabilmente è paternalistico ma non vorrei che questo mio errore di esposizione facesse sfuggire il nodo della questione anche perché a differenza dei proclami gruppettari degli anni ’70, io non parlo a nome di nessun soggetto politico, nè difendo una teoria “vera” rispetto a quella degli altri. Molto più semplicemente constato che l’aver decretato il superamento dell’opposizione tra liberalismo e socialismo non fa magicamente sparire l’orizzonte economico e politico in cui viviamo. Non prendere posizione su questo è il grande limite del M5S. Con il che non affermo affatto che esso dovrebbe “schierarsi” a fianco di gruppi politici di “sinistra”. Lungi da me. A me della distinzione destra/sinistra e dei “valori” (o “schemi mentali”) di dx e sx frega poco e nulla; quello che mi interessa è la contraddizione Capitale/Lavoro che era ed è ancora centrale nel sistema politico globale. Rispetto a questa contraddizione le altre contraddizioni su cui lavorano i 5S (casta/cittadini, crescita/decrescita, democrazia diretta/rappresentativa) sono derivate, secondarie. Sono importanti, certo, ma sono effetto di una contraddizione che sta a monte: dunque Ecologia ed Internet non sono soluzioni ma solo altri nomi, meno precisi, meno diretti, del problema. Non penso perciò sia possibile risolvere i problemi denunciati dal M5S se non si affronta la contraddizione Capitale/Lavoro. Questo e solo questo è il nodo irrisolto tra liberalismo/socialismo che il M5S pensa di essersi lasciato alle spalle e che invece si troverà di nuovo, fatalmente, di fronte quando certi nodi verranno al pettine.

  23. @ Marco Maurizi

    Ho apprezzato la sua analisi del M5S soprattutto nelle parti più problematiche. C’è bisogno, infatti, di far pulizia dei pregiudizi più banali e rozzi; e lei va in una direzione che a me pare giusta.
    Un rilievo/domanda però mi sento di farle. Quando scrive: « quello che mi interessa è la contraddizione Capitale/Lavoro che era ed è ancora centrale nel sistema politico globale» fa un’affermazione di fede soggettiva come ricercatore? O, avendo ragionato sul contorto, contradditorio e sempre più minoritario dibattito sulla “crisi del marxismo”, ha messo da parte (“superato”) le posizioni più dubbiose o contrarie a questo suo punto fermo, considerando intatta e pienamente valida la prospettiva socialista? E dall’alto di quella tradizione misura i limiti del M5S, come sottilmente Piras le rimprovera?

  24. Grazie, un’analisi indubbiamente interessante. Continua a persuadermi poco il M5S, ma almeno qui c’è un’analisi che aiuta a stabilire degli ambiti di discussione, prima di ogni liquidazione preventiva, che ormai dovremmo smettere di fare anche noi che la facevamo.
    Questo da lettore che non ha competenze sufficienti per entrare nel dibattito.

    Però una cosa voglio dirla, pure se non c’entra. Propongo, per Pasolini, una distinzione lessicale del tipo marxiano / marxista: pasoliniano / pasolinista.
    Spesso le distinzioni “pasoliniste” sono politicamente apodittiche e non analitiche.
    Ma quando Pasolini parlava di Fascismo e Potere parlava da intellettuale, non da politologo. Si fa un torto a Pasolini a voler leggere i suoi testi come se appartenessero al genere delle analisi politiche. Lui diceva altro. E faremmo ancora bene a leggerlo e ascoltarlo, secondo le regole però del genere letterario che si era scelto.

  25. Il risultato delle recenti elezioni amministrative e il successo del Movimento 5 Stelle a Roma e a Torino ripropongono la questione dell’analisi della natura e della funzione di questo movimento. È allora opportuno chiarire, innanzitutto, che i successi del Movimento 5 Stelle sono da attribuire in gran parte, come afferma anche Marco Maurizi, agli errori politici della sinistra a causa dell’organica incapacità, che è ormai lo ‘shibbolet’ di quest’ultima, nel costruire una proposta strategica alternativa al Pd sia sul piano programmatico sia su quello elettorale. È così accaduto che, in mancanza di una vera alternativa, si è aperto un vasto spazio per le false alternative. Pertanto, nel mentre si approfondisce la crisi (non solo di un ceto ma) di un intero sistema politico, una parte crescente dell’elettorato ha finito col polarizzarsi sui “grillini”, i quali, dal canto loro, stanno capitalizzando i consensi tipici di un movimento qualunquista, piccolo-borghese e interclassista, non privo di tratti reazionari. In questo senso, è appena il caso di sottolineare che il sistema non esprime soltanto i partiti di governo, ma crea altresì le proprie opposizioni.

    Vale allora la pena di ricordare, come fa giustamente lo stesso Maurizi, che la collocazione alternativa al Pd è stata imposta a Grillo da Bersani e soci, poiché Grillo avrebbe voluto presentarsi alle primarie del Pd, ma gli fu impedito. Del resto, la collocazione endosistemica del Movimento 5 Stelle (e qui dissento nettamente da Maurizi) risulta del tutto evidente non appena ci si prende la briga di analizzare (sommariamente poiché il programma stesso è sommario) le sue rivendicazioni. Il programma di Grillo, in effetti, non diverge, per l’essenziale, da quello del Pd, essendo del tutto compatibile col sistema capitalistico. In effetti, se si va a vedere oltre la facciata demagogica, comune a tutti i movimenti populistici (dalla Lega Nord a Di Pietro e da questo a Grillo), si scopre che, fatta eccezione per parole d’ordine quali legalità, pulizia ed ecologia, è difficile individuare un vero e proprio programma politico. Basti pensare che le politiche economiche e del lavoro sono quelle classicamente liberiste, neanche tanto temperate, giacché il Movimento 5 Stelle propone di liberalizzare totalmente il mercato dell’energia elettrica e delle ferrovie. Può essere utile, a questo proposito, per determinare l’esatta natura sociale del M5S rammentare un episodio rivelatore del modo in cui questo movimento persegue il consenso e la rappresentanza di certi settori del mondo imprenditoriale. Ricordiamo infatti che, qualche anno fa, Roberto Casaleggio, fondatore di questa formazione politica e ospite di riguardo del sinedrio ultracapitalistico di Cernobbio, dove fu oggetto della benevola attenzione di Mario Monti, il Casaleggio, dicevamo, incontrò a Milano una rappresentanza padronale di piccoli e medi imprenditori guidata da Arturo Artom, industriale di primo piano, coordinatore del consorzio di imprese Confapri (un acronimo che riassume la denominazione quanto mai pomposa e pretenziosa di “Conferenza permanente di esperti delle Attività Produttive Italiane per un Rinascimento italiano”) ed aperto sostenitore del M5S. Lo scopo dell’incontro fu quello di illustrare ai rappresentanti di questo settore del capitalismo italiano i pregi e l’appetibilità del programma economico messo a punto dal M5S. Un programma economico che vale alcune decine di miliardi di euro, giacché prevede l’abolizione dell’Irap (34 miliardi), l’abolizione dell’Imu sui capannoni (3 o 4 miliardi) e, come se non bastassero quelli or ora citati, ulteriori provvedimenti di “abbattimento della pressione fiscale” sulle imprese. Orbene, la prima cosa da osservare è che questo programma non è alternativo, ma identico o complementare a quello del governo presieduto da Matteo Renzi e a quelli dei governi che lo hanno preceduto (da Prodi a Berlusconi, da Monti a Letta). La riduzione dell’Irap è sempre stata una costante sia delle richieste della Confindustria sia della gestione governativa; la novità è che il M5S, nel suo ardore antioperaio e filo-padronale, la radicalizza portandola alle estreme conseguenze. L’abolizione dell’Irap significa infatti la cancellazione dei 34 miliardi di euro che oggi finanziano ciò che resta della sanità pubblica dopo i tagli brutali inferti a questo fondamentale settore dei servizi sociali dai governi prima ricordati. Se poi si domanda quale sia la copertura finanziaria di questo provvedimento, il M5S risponde nei seguenti termini: “Chiusura delle aziende improduttive e in crisi” e abbattimento dell’occupazione nel settore pubblico e nei servizi, accompagnati, per non più di due anni, da un “salario di cittadinanza” di 600 euro: questa è la proposta strategica che il M5S ha confezionato per i lavoratori pubblici e privati. Non può quindi sorprendere che vi siano settori padronali interessati a questa offerta avanzata da un partito che non nasconde le proprie ambizioni di governo. Quella che, quindi, merita di essere rilevata è l’identità del progetto di Casaleggio con quello a suo tempo perseguito dalla Lega Nord: creare, cioè, un blocco sociale avente come proprio asse strategico la piccola e media impresa. Non a caso, con la presa di posizione favorevole alle cosiddette ‘macroregioni’ lo stesso Grillo ha chiaramente esternato la sua continuità e contiguità con il progetto reazionario e secessionista della Lega Nord, di cui si prefigge di raccogliere il testimone.

    Ciò di cui occorre prendere nota, tralasciando per il momento il problema della sua credibilità o del suo velleitarismo, è allora il progetto che caratterizza il M5S: dare vita, nel quadro di una crisi economica mondiale che vede la progressiva emarginazione di vasti settori dell’apparato industriale italiano dal mercato mondiale e di una crisi storica di egemonia delle classi dirigenti che vede l’inarrestabile sgretolamento degli apparati politici e istituzionali, ad una repubblica antioperaia e antipopolare fondata sulla centralità e sulla intangibilità del profitto capitalistico. Un progetto che ricorda molto da vicino il periodo più nefasto che abbia conosciuto il nostro paese nel secolo scorso. Riguardo alle politiche del lavoro, inoltre, non vi è una proposta che vada oltre il sussidio di disoccupazione garantito e la rimozione degli incentivi statali per le aziende che provocano un non meglio specificato “danno sociale”. E fin qui siamo nell’àmbito delle politiche riformiste che puntano a superare la crisi di questo sistema putrido attraverso la “socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti”. Grillo e il suo movimento sognano, infatti, un ‘capitalismo umano’ e democratico, rispettoso della legalità e della trasparenza. Nondimeno, sfugge a siffatti apologeti del ‘capitalismo umano’, fra i quali mi sembra sia da annoverare anche l’autore dell’articolo qui proposto, un piccolo particolare, tutt’altro che trascurabile: le leggi sono al servizio del potere economico e, nel quadro della crisi del capitalismo, la logica del massimo profitto, sia che passi attraverso la cementificazione (avversata dai grillini) sia che passi attraverso la “concorrenza” nel mercato dei trasporti ferroviari (sostenuta invece dai grillini), è destinata ad imporsi in modo sempre più brutale e porta ineluttabilmente a risparmiare sui sistemi di sicurezza e sui costi di manutenzione per rendere le tariffe più competitive.

    Infine, in tema di politiche sociali, il Movimento 5 Stelle, pur denunciando giustamente il progressivo trasferimento di risorse dai servizi pubblici e dal Servizio Sanitario Nazionale verso i soggetti privati, non indica chiaramente una soluzione né nella riappropriazione pubblica dei servizi appaltati a cooperative ‘rosse’ o cielline né tantomeno nel blocco dei finanziamenti alla sanità privata, e si limita a chiedere quanto le politiche socio-sanitarie regionali già prevedono, ovvero la gratuità di alcune cure essenziali e ticket proporzionati al reddito per quelle non essenziali. Infine, la proposta di abolire il valore legale del titolo di studio, tipica della destra liberista, colloca organicamente in questo campo il movimento di Grillo e taglia alla radice i sogni di coloro che, a sinistra, coltivano patetiche illusioni sulla reale natura di questa formazione politica. La natura reazionaria del grillismo, malamente dissimulata dalla retorica populista e neo-qualunquista, emerge una volta di più alla luce del sole.

    In conclusione, il grillismo, successivamente (o anche assieme) al leghismo, al berlusconismo e al dipietrismo, non solo è l’ennesima maschera di quella farsa italiana del populismo che, avvalendosi delle doti istrioniche e dell’intuito politico di un ex comico, intercetta in tal modo il rifiuto di massa di un sistema politico-istituzionale che gira a vuoto, ma è anche l’ultima espressione, in ordine di tempo, di un aggravamento della crisi politica italiana. Di un aggravamento, non del superamento, poiché abbiamo a che fare con un movimento che, come si è visto a Parma e a Livorno, si pone sotto il segno del gattopardismo (“cambiare tutto perché nulla cambi”) ed offre una stampella (ma, per certi versi, anche un fucile) al capitalismo in crisi.

  26. @Daniele Lo Vetere

    giusta osservazione. Pasolini ha sicuramente ancora cose da dire, il “pasolinismo” molto meno.

  27. L’articolo è molto lungo, praticamente un saggio, perché ho dovuto argomentare per diverse pagine in modo analitico a difesa del M5S contro le pseudo-critiche che si sono accumulate in questi anni e giustificare le premesse della parte finale (in cui formulo la mia critica). Ho giustificato così le conclusioni che traggo, conclusioni che, secondo me, dovrebbe trarre chiunque sia interessato ad un superamento del capitalismo che ampli gli spazi di democrazia attraverso un concorso di forze che si collocano a sinistra del PD (quindi, come dico all’inizio, non mi aspetto che condivida questo testo e le sue conclusioni nè chi milita nel PD, nè le micro-formazioni settarie di estrema sinistra). Quindi ho dato assolutamente per scontata la centralità della contraddizione capitale/lavoro, se avessi dovuto argomentare anche questo avrei scritto un libro…
    Non nego che ci siano altri conflitti endogeni ed esogeni, particolari e globali, alcuni strutturali, altri meno, alcuni antidiluviani (il patriarcato), altri recenti (la crisi ecologica) ecc. E ci sono anche conflitti, come quelli geopolitici, che non sono probabilmente affrontabili in una prospettiva politica razionale.
    Ma continuo a credere, con Marx (non con i marxisti…), che la contraddizione capitale/lavoro dia una chiave di lettura insostituibile per capire il presente. Non è fede o forse sì una banale fede empirica dovuta al fatto che ogni volta che questa chiave di lettura viene ignorata si ricade in concezioni socio-politiche più rozze, spacciate per novità che non sono. Inoltre, ogni volta che ciò accade, stranamente, ad avvantaggiarsene è il capitale che sembra essere molto contento di sparire dalla scena ed essere sostituito da altri concetti apparentemente più “concreti” (i potenti, i ricchi, i massoni, la Germania, l’Europa ecc.). Ecco, sarei molto contento se la contraddizione capitale/lavoro non avesse questa centralità, anzi se non ci fosse proprio. Ma stranamente i diritti dei lavoratori continuano a venir compressi dalla fine degli anni ’70 mentrei profitti levitano esponenzialmente e ogni volta che si sente la parola “riforma” stranamente sappiamo quali tasche verranno alleggerite. Se ci fossero fatti che potessero smentire questa banale fede empirica sarei ben disposto a cambiare idea!

  28. @Eros Barone

    Il suo intervento è composto di due parti. Da un lato ribadisce, assieme a Wu Ming e PCL, la natura “liberista” delle politiche del M5S senza darne alcuna prova. Ah sì una la dà, il famoso report di un incontro segreto tra Casaleggio e padroni addirittura citando tra virgolette parole di Casaleggio che è possibile verificare su….siti del PCL! Fonte incredibilmente attendibile. D’altro canto, se si va a leggere le proposte del M5S su energia e ferrovia e Irap si scopre esattamente il contrario: opposizione alla privatizzazione di FS (http://www.movimento5stelle.it/parlamento/2015/12/ferrovie-dello-stato-il-regalo-di-natale-del-governo-agli-amici.html), piano energetico in cui non si fa menzione di liberalizzaione (http://www.movimento5stelle.it/parlamento/PROGRAMMA%20ENERGETICO%20M5SOK.pdf) – forse lei confonde la cancellazione dell’obbligo per i privati che hanno impianti fotovoltaici di vendere ad Enel con la tesi della liberalizzazione del mercato dell’energia, mentre di abolizione dell’Irap (http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0011170.pdf) si parla solo per le imprese con meno di 10 dipendenti (tra l’altro considerate “virtuose” proprio perché hanno mantenuto alti i livelli occupazionali nonostante la crisi a differenza della grandi imprese).

    La seconda parte della sua risposta è dedicata all’interessante esercizio di oppormi come sapienti osservazioni critiche cose che ho detto io stesso. Ovvero le generiche accuse di difendere un “capitalismo dal volto umano”. Tutta l’ultima parte del mio articolo – che lei probabilmente ha letto svogliatamente – vuole proprio negare la possibilità di un “capitalismo dal volto umano” e rintraccia in questo il forte limite del M5S. Per farlo non c’è bisogno di inventarsi misteriosi “piani segreti” della Casaleggio & co., basta leggere quello che scrivono e dicono gli attivisti del M5S.

    Purtroppo anche qui vedo che i critici del grillismo non riescono a non diventare grillini quando si tratta di difendere una posizione per partito preso senza confrontarsi con la complessità del reale. O forse è un caso da manuale di identificazione con l’aggressore. Chiederemo ad Anna Freud.
    Cordialità.

  29. @ Marco Maurizi

    Ma non era Lei che parlava della centralità della contraddizione capitale-lavoro, oggetto, per usare la Sua curiosa espressione, di “una fede empirica”? Forse appartiene anche Lei, insieme con l’impagabile Mario Tronti, alla categoria dei “marxisti ratzingeriani”? Per quanto riguarda il mio caso personale, Le assicuro che non sono un complottista, altrimenti dovrei considerare la Sua replica una provocazione delle “forze oscure della reazione in agguato”… Si rilegga il programma del M5S e rifletta, senza interpellare Anna Freud (?), sul contenuto squisitamente e schiettamente liberista della abolizione del valore legale del titolo di studio. E’ evidente, come dimostra anche la richiesta dell’abolizione dell’IRAP, che il M5S è un movimento che esprime e riflette il processo di proletarizzazione della piccola borghesia e, entro certi limiti, la contraddizione tra il grande capitale monopolistico e il piccolo capitale. In tal senso, è giusto per il movimento di classe utilizzare le contraddizioni che si manifestano (ad es., sulla questione della fuoriuscita dalla UE) tra la base di massa e la base sociale del M5S, senza però fare alcuna concessione all’ideologia ‘nuovista’ e piccolo-borghese che permea il M5S e che fa di esso una forza non solo potenzialmente, ma anche effettivamente antiproletaria. Altrimenti, il rischio che Lei corre è quello di ridursi, continuando ad evocare la centralità della contraddizione capitale-lavoro, ad un rappresentante ideologico dei ceti medi frustrati e incolleriti dalla crisi economica e sociale.

  30. Provo a riscrivere qui una mia replica a Maurizi non comparsa finora malgrado la mia segnalazione alla redazione di LPLC:

    “Ecco, sarei molto contento se la contraddizione capitale/lavoro non avesse questa centralità, anzi se non ci fosse proprio” (Maurizi)

    Forse parliamo di due centralità diverse.
    Io intendevo la centralità capitale/lavoro (= il conflitto tra capitale e lavoro) nella visione di Marx con tutto quello che essa comportava: centralità di alcune figure sociali (borghesia, proletariato), dello scontro per il controllo dei mezzi di produzione, della lotta di classe (rispetto a quella fra Stati o nazioni), della ipotesi di una società socialista e poi comunista.
    Lei – mi pare – la riduce solo alla compressione dei diritti dei lavoratori. E quindi ad una loro riaffermazione o ripresa, che potrebbe riequilibrare i salari rispetto ai profitti, cosa che in parte minima si può verificare anche in un sistema capitalistico.
    Nel pensiero di Marx quella centralità era in prospettiva il motore della costruzione di un altro tipo di società (di civiltà). E le chiedevo se lei ritiene ancora valida tale prospettiva (socialista). Essendoci tra gli stessi studiosi di Marx – ecco perché avevo tirato in ballo il dibattito sulla “crisi del marxismo” e le chiedevo se lei l’avesse approfondito – chi oggi ritiene tale ipotesi del tutto smentita dagli sviluppi della storia novecentesca.

  31. Concordo con l’analisi di Maurizi,
    è riuscito a condurre una analisi di parte ma molto approfondita e dialettica, problematica, senza paradigmi interpretativi semplificatori e narrativi.
    Lo ringrazio anche per i suoi commenti, specie quelli in risposta a Wu Ming la cui analisi del 2013, purtroppo molto pubblicizzata ha contribuito alla sclerotizzazione del dibattito intellettuale (a sinistra) verso il m5S. Semplicemente non era una analisi ma un’accozzaglia di stereotipi veterocomunisti, o di veterosinistra, volti a sostenere un paradigma interpretativo ideologico obsoleto che va a ricercare solo conferme nel confronto con la realtà del M5S, risolvendo quindi ogni complessità e contraddizione in modo univoco. Grillo sostiene il sistema? Detto da chi ha sostenuto il sistema imprenditoriale-editoriale berlusconiano teorizzando la famosa lotta dall’interno… Non mi aspetto che da questa posizione si possa capire come la stessa organizzazione del M5S sia non anti ma al di fuori del sistema. Non mi aspetto si possa capire come l’analisi di Maurizi si muova su un piano radicalmente diverso (e molto più alto)

  32. @Eros Barone

    Velocemente:

    Ho fatto due osservazioni ironiche che non erano chiare, mi scuso:

    “Fede empirica” era una risposta a chi mi chiedeva perché “credo” nella contraddizione capitale-lavoro, cioè perché nonostante si cerchi di mascherarla in ogni modo, il dato di fatto (empirico) che la condizione dei lavoratori peggiori dalla fine degli anni ’70 in poi non può essere negata: dunque “credo” che esista ancora.

    Anna Freud ha reso famoso il concetto di “identificazione con l’aggressore”, ecco perché la citavo.

    *******
    E veniamo alle cose serie:

    Lei non fornisce fonti ufficiali del M5S per identificare il “liberismo” della sua visione economico-politica, ma si basa su un report e presunte indiscrezioni di un incontro “segreto” tra Casaleggio e alcuni imprenditori riportato da una sola fonte replicata mille volte sulla rete. Questo, per quanto mi riguarda, è complottismo “grillino” della peggior specie. Anche perché parte delle cose che lei dice (e che dico anche io) si trovano nel programma e nelle dichiarzioni ufficiali del M5S. Solo che lì non le troverà mai nella forma volutamente esagerata e distorta che lei vorrebbe dargli per giustificare il suo giudizio tranchant sul M5S che, infatti, non è giustificabile. Perché banalizza e confonde tutto, laddove invece occorrerebbe essere più specifici.

    Al di fuori della sua fonte “segreta”, le uniche due cose che riesce a citarmi e che economicamente puzzano “di liberismo” sono l’abolizione dell’Irap e l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Nessuna delle due, ovviamente, trova riscontro nelle modalità da lei presentate, come un programma organico in funzione padronale e “anti-proletaria”. Ma dovrebbe come minimo impegnarsi a leggere quello che fanno e propongono ai vari livelli gli eletti del M5S per farsi un’idea meno “complottistica” e “aprioristica”. Vedrebbe allora, per es., che l’abolizione del valore legale del titolo di studio non solo trova una forte opposizione anche DENTRO il M5S, ma non costituisce affatto una priorità di azione degli eletti M5S nelle richieste di riforma della scuola (anzi, non le sarà difficile verificare che nella lotta contro la “Buona Scuola” renziana il M5S è stato, assieme a pochi altri, stabilmente al fianco dei docenti nelle aule parlamentari e sul territorio). Di più: l’interpretazione ultra-liberista che lei vorrebbe dare a quel nodo del programma M5S non solo non trova riscontro ma è addirittura contraddetta frontalmente dalle posizioni ufficiali del M5S CONTRO la scuola privata.

    Ciò detto, io non ho affatto bisogno che lei venga a dirmi che nel M5S (progamma e personale politico) sono presenti elementi ideologici che attengono ad una visione piccolo-borghese. Tutto il discorso sul sostegno alla piccola e media impresa e al made in Italy è citato da me nell’articolo come elemento che necessariamente crea ambiguità rispetto al conflitto di classe. L’idea del M5S di tenere insieme aspirazioni della borghesia perdente nello scontro col capitale globale e ceti salariati subalterni non potrà che infrangersi con la dura realtà dei fatti. Questo l’ho detto io stesso. E pertanto non ho mai invitato a sposare in modo acritico le posizioni, il programma o i candidati del M5S. O a credere alla loro “rivoluzione” o al “nuovismo”. Ho fatto un’analisi più articolata della situazione generale, delle forze in campo e dei suoi possibili esiti. Se lei, a fronte di ciò, intende negare che il M5S in questo momento e per il prevedibile futuro possa fornire un quadro istituzionale più favorevole alle lotte sociali rispetto al governo del PD renziano, vuol dire che sta semplicemente facendo il gioco dell’establishment capitalistico, non vedendo quali sono le sue reali linee di debolezza. Il classico, vetusto gioco del massimalismo di cui si fa pagare il prezzo ai lavoratori.

  33. @Ennio Abate

    Anche io ho avuto problemia postare una replica, infatti quella che è stata pubblicata è la più breve e meno centrata, ne avevo scritta un’altra più lunga in cui avevo invece capito (a ritardo) il nodo della questione da lei posta…purtroppo è andato perduto nell’etere :D Ci riprovo qui sotto:

    Sì io parlo della centralità capitale/lavoro nel senso di Marx (per come lo leggo io ovviamente…), quindi assolutamente NON nel senso di uno scontro che si possa conciliare (dunque non mera “compressione dei diritti dei lavoratori”) ma appunto solo di una contraddizione che va risolta, cioè superata. E non è possibile superarla se non si cancella il potere del capitale come comando sul lavoro altrui (con tutto ciò che ne consegue: mezzi di produzione, potere politico, rapporti internazionali ecc.). Ora, è del tutto evidente, come lei sottoliena, che il dibattito marxista ha letto, riletto, rivoltato questo assunto in mille modi anche contraddittori. E che le formazioni politiche che si ispirano direttamente o indirettamente a Marx hanno provato a metterlo in pratica in modi altrettanto diversi.
    Ora, io non intendo nè pretendo risolvere questa questione che per me non è una questione dottrinaria (anche se ho approfondito a modo mio la cosa, potrei citare i miei autori preferiti: Adorno, Lukács, Bensaïd, Žižek ecc. ma non mi interessa in questo frangente). La cosa che mi preme è un’altra ed è più squisitamente pragmatica, di politica quotidiana. Oggi “sinistra” è termine abusato e logoro, perché attorno e accanto a quella contraddizione se ne sono poste altre, altrettanto legittime (dalla questione del patriarcato a quelle ecologiste) che tuttavia rischiano di offuscare la prima. E io penso che sia un elemento che aiuta a fare chiarezza che si ponga nuovamente attenzione a quella contraddizione perché è dirimente: non si capisce nulla di quello che accade se non si pone mente ai due elementi evidenziati da Marx (e che, a discapito di ogni critica successiva, mi pare reggano ancora): 1) la spaccatura sociale decisiva che si riverbera in vari modi a livello politico è quella tra chi favorisce e vive del processo di autovalorizzazione del capitale e coloro che ne dipendono come forza-lavoro (in tutte le sue forme); 2) il processo di autovalorizzazione non si arresta mai anche se conosce crisi di assestamento e riorganizzazione.
    Ora, quando la socialdemocrazia europea si fregia dell’etichetta di “sinistra” perché difende – contro la destra liberista, cattolica e fascista – l’allargamento dei “diritti civili” ma poi viene a patti col capitale, si trasforma in una forza reazionaria che gestisce l’esistente impedendo l’esplosione del conflitto sociale ma favorendo “in ultima istanza” sempre gli interessi delle classi dominanti. Rispetto a questo, a fronte di una crisi del modello sociale europeo (che è oggi crisi delle istituzioni stesse dell’UE), mi pare che si renda e si renderà sempre più ineludibile la questione del “da che parte stai” e del “che fare”? Banalmente parlando: l’esperienza greca dimostra che il sistema bancario non è un agente neutrale che governi popolari possono semplicemente ignorare (Stathis Kouvelakis, di Syriza, dice che Corbyn lo avvisò già nel 2015 che se non avessero avuto un “piano B” l’UE li avrebbe “schiacciati” utilizzando il sistema bancario). E’ in altri termini la forza stessa delle cose che spinge verso un superamento del capitalismo oggi. La risposta, per quanto vaga ed enigmatica appaia, mi pare non possa che essere ancora e sempre quella ipotizzata da Marx: l’autorganizzazione della produzione da parte dei lavoratori e il controllo democratico dei meccanismi di rappresentanza politica. Solo all’interno di questo quadro anche le altre contraddizioni possono trovare una soluzione “democratica” e “progressiva”. Mi pare ovvio che, considerando QUESTA la posizione marxiana (non marxista), tutte le “smentite” novecentesche di tale prospettiva non possano essere considerate realmente tali.

  34. Maurizi, quelli che hanno provato a superare il capitalismo hanno semplicemente imposto con la violenza un altro capitalismo, di Stato. Tu come tutti i marxisti – è curioso come lo stesso Marx mettendo in guardia gli altri dal diventare marxisti lo sia diventato lo stesso -, anche se pensi di non esserlo, credi in questa idea, che poi come tutte le idee-previsioni non può essere smentita e quindi può essere creduta per sempre, per cui siamo sempre in vista del momento in cui succederà qualcosa, e magicamente i lavoratori si metteranno tutti d’accordo. Ma di fatto quello che proponi è passare da un capitalismo a un altro, perché impedire il profitto privato, stante che anche questa è una limitazione della libertà altrui, ma passiamoci sopra, significa comunque che il lavoro sarà imposto a tutti, e che qualcosa dovremmo produrre e che il nostro profitto sarà comunque limitato da quello altrui. Quindi il punto è come organizzare il lavoro, non certo il capitalismo. Se ci fai caso, ma per farci caso bisogna togliersi gli occhiali marxiani, quello che tu pensi abbia frenato il conflitto sociale non è la manovra reazionaria della social-democrazia, ma il fatto che il sistema di mercato regolato dalla democrazia funziona, le persone stanno bene, lavorano ancora tanto, troppo, ma non hanno alcuna intenzione di mettere a soqquadro l’ordine esistente, per arrivare poi dopo uno sbattimento immane a dover comunque lavorare per avere meno ricchezza di prima.

  35. @FF vs PPP

    Sarà sicuramente come dici. Io vengo dalla tradizione francofortese che il “capitalismo di Stato” l’ha addirittura teorizzato quando gli altri facevano ancora la ola alla Terza Internazionale quindi fai un po’ tu…

  36. @ Alessio Baldini , @ Cristina Savettieri

    Una lettura per voi.

    http://temi.repubblica.it/micromega-online/brexit-il-mondo-e-caduto-dalle-nuvole/

    “Isteria. Indignazione. Catastrofismo. “Lesa maestà”. La scomposta reazione mondiale all’esito del referendum britannico stupisce. Perché le avvisaglie erano molte. Eppure si continua a tuonare contro i populismi, dimenticando che è l’involuzione autoritaria della politica continentale ad aver spinto gli inglesi fuori dall’Unione. L’unico modo per superare la crisi dell’Europa non è criminalizzare la Brexit ma infondervi democrazia, abbandonando il dogma dell’austerità neoliberista.”

  37. Marco, non ho capito (davvero, non conosco la tradizione francofortese)

    l’ha teorizzato nel senso di proporlo?

  38. Caro Daniele, ti ringrazio per la segnalazione dell’articolo.

    Nessuna persona informata nega le gravi disfunzioni della UE, che sono dovute a una miscela complessa di fattori, fra cui vanno ricordati anche i nazionalismi europei contrapposti. Detto questo, vorrei aggiungere che non mi ha mai convinto la tesi che riduce quel progetto a una agenda neoliberista coperta da istituzioni e progetti di facciata che nasconderebbero il complotto dei mercati o della grande finanza. È una tesi che costringe chi la sostiene sia a rimuovere intere sfere della realtà sociale, sia a ricorrere a ipotesi sempre più astratte e inverificabili o a selezionare solo dati ed eventi che confermano quella tesi.

    E anche un evento circoscritto come il referendum britannico sull’appartenenza alla UE è il risultato di una rete di fattori e ha come conseguenze uno sciame di eventi di portata differente. Anzi, se c’è qualcosa che questo referendum dimostra è la complessa interazione fra sfere sociali distinte – è un voto la cui interpretazione richiede di tenere conto di fattori economici, sociali, culturali, identitari, storici, politici (di politica interna ed estera). Non ho le competenze per discutere di tutto questo e non è questo il luogo per farlo.

  39. Ringrazio Maurizi per il suo articolo che mi pare un utile contributo al dibattito sul M5S.
    Condivido tante cose dell’articolo, ma come è ovvio, mi soffermerò sui punti su cui dissento.

    Il punto centrale di dissenso è costituito dalla lettura che egli fa sulla base della dicotomia destra/sinistra, nel senso che mentre critica l’etichettatura del M5S, nei fatti sembra prendere molto sul serio tale dicotomia e la sua utilità nella politica contemporanea, per questa via quindi confermandola.
    A me pare invece che sia una dicotomia da abbandonare al più presto, perchè serve sotlanto a creare confuzione, ad inquinare nei fatti il dibattito politico.
    Vorrei intanto ricordare che i marxisti storicamente si riconoscono come componenti fondamentali della sinistra da circa cinquanta anni, che certo non costituiscono un lasso di tempo brevissimo, ma comunque limitato rispetto all’intera storia del movimento operaio ad egemonia marxista.
    L’autore che si dichiara marxista, sembra tuttavia non riuscire ad emanciparsi rispetto ad una visione ideologicamente egemone che ha costretto le spinte egualitarie a stare strettamente legate ad una spinta individualistica di tipo liberatario, che pure fa apertamente a pugni con l’impostazione tradizionalmente collettivistica del marxismo.
    La sinistra ha così assunto un carattere estremamente ambiguo, che si è nei fatti tradotto nella posticipazione ad un futuro indeterminato dei suoi elementi egualitari mai apertamente rinnegati, e nella pratica quotidiana dell’assecondamento pedissequo all’atomizzazione sociale propria dell’ideologia liberale.
    Nella pratica politica, sarebbe impossibile così distinguere un sostenitore della sinistra da un liberale, qualunque cosa quella persona creda soggettivamente di essere.
    Ciò quindi che non posso condividere è che Maurizi respinga le critiche al M5S partendo da un punto di vista che ritengo del tutto superato, e la cui permanenza porterà ancora chissà quanti guasti nella politica.
    Le mie critiche partono invece da un punto di vista in un certo senso opposto a quello da cui Maurizi si guarda.
    La mia critica riguarda quella che sembra essere il processo di sostanziale assimilazione del M5S alle altre forze politiche come traspare anche dallo stesso articolo.
    A me pare che la crisi in cui ci troviamo non è esclusivamente di natura economica, anzi non lo è neanche in forma prevalente, ma è una crisi epocale nel fatto di essere di natura ideologica.
    Il liberalismo, nel celebrare il suo trionfo, mostra la sua mostruosità e dovrebbe indicare a tutte le persone più sensibili la necessità del suo superamento che inevitabilmente, data la durata della sua egemonia e la sua pervasività a livello globale, non potrà avvenire se non attraverso un processo rivoluzionario, come suggerisce del resto la controrivoluzione in atto da parte del capitale globale.
    Ciò che è più preoccupante è oggi il divario tra l’oggettivo clima rivoluzionario e la totale mancanza di una coscienza soggettiva dell’attualità della rivoluzione, secondo la logica dogmatica che il capitale sarebbe imbattibile ed eterno, proprio in questi anni in cui un processo di vero e proprio suicidio è in corso da parte dello stesso capitale.
    Il rischio è appunto quello che il capitalismo imploda senza che si sia formata una classe dirigente alternativa e che quindi la caduta del capitalismo non sia dovuta ad un processo rivoluzionario consapevole, ma che si generino forme pericolosissime di vuoto di potere.

    Mi scuso se mi sono dilungato così tanto su un argomento che potrebbe essere considerato non pertinente al post proposto, ma ciò era indispensabile per argomentare perchè io rtienga che nessuna forza politica può indurre cambiamenti sociali significativi senza avere acquisito un consapevolezza soggettiva del proprio ruolo e dei propri obiettivi.
    La nascita del direttorio, il ruolo sempre più importante giocato da personaggi quali Di Maio, la tendenza ormai affermatasi temo definitivamente di praticare un tatticismo, che serva a minimizzare i cambiamenti proposti allo scopo scellerato di tranquillizzare i cittadini (basti per tutti la posizione sfuggente sull’unione europea), hanno già trasformato profondamente questo movimento, ma in senso opposto a quello desiderabile, anche se in maniera del tutto scontata per chi ne avesse analizzato le premesse fondative.
    Ciò che mi aspetto è che si vada a costituire un secondo PD, non identico al vero PD, ma comunque in accordo con le logiche tradizionali dell’asfittica politica italiana.

  40. @FF vs PPP

    nel senso che ha criticato il regime sovietico introducendo (insieme ad altri) il concetto di “capitalismo di stato”, ovvero una società che ha superato il capitalismo “privato” ma invece di realizzare una vera “democrazia del lavoro” ha semplicemente sostituito i capitalisti con un ceto di burocrati, senza quindi cancellare lo sfruttamento dei salariati.

  41. @Vincenzo Cucinotta

    grazie per l’apprezzamento. Per quanto riguarda le critiche sono in parte d’accordo con lei. Ma nella conclusione, non nelle premesse. Infatti, probabilmente dall’articolo non si evince ma nei commenti penso di averlo detto più volte: io non sono “marxista”, mi reputo “marxiano” che è un’altra cosa, ritengo cioè che alcune intuizioni di Marx, siano centrali ancora oggi. Ma questo non significa che io interpreti TUTTO in base a Marx e meno che mai che io consideri vera e attendibile la “tradizione marxista”. In secondo luogo e per conseguenza anche la differenza dx/sx per me è irrilevante, assolutamente secondaria rispetto al conflitto tra le classi che invece considero avere una valenza oggettiva, tanto è vero che misuro il potenziale politico del M5S nella sua capacità/incapacità di posizionarsi rispetto all’asse capitale/lavoro.
    Concordo invece pienamente sui suoi timori rispetto alla deriva “normalizzante” del M5S anche se sono sicuro che non avverrà per “apparentamento” con altre forze politiche: non penso che il M5S potrebbe fare alleanze senza scindersi o implodere; ma in realtà non servirà, perché già la sua attuale piega “moderata” gli potrebbe permettere di occupare lo spazio politico degli altri partiti e quindi di assolverne la funzione, pur governando da solo…

  42. Prova 3

    Visto che una mia replica a Marco Maurizi non compare provo a riscriverla e a rimandarla:

    @ Maurizi

    Non vorrei spingermi su questioni dottrinarie ma rimanere su quella «squisitamente pragmatica, di politica quotidiana» che le preme.
    E allora domando: dov’è che si vede oggi operante la contraddizione (tra capitale e lavoro) che lei considera «dirimente» e che una volta la “sinistra” pareva tenere in grande considerazione?
    A me non pare lo sia nello stesso modo in cui lo fu (o poteva esserlo) ai tempi di Marx . O come, negli anni Sessanta/Settanta del Novecento, parve potesse esserlo per molte menti (tra cui Panzieri, Tronti, Negri, Bologna, Althusser, Preve, La Grassa ecc., ad es.), che puntarono in vari modi a un “ritorno a Marx” più o meno innovativo o “scientifico”.
    Quelle costruzioni teoriche, se non fallite, si sono dimostrate insufficienti. E credo che anche per questo, al di là degli opportunismi e dei calcoli di piccolo cabotaggio, i più della ex-sinistra le abbiano abbandonate o addirittura le abbiano poi demonizzate per accucciarsi su posizioni socialdemocratiche, di sicuro subordinate alle teorie liberali e liberiste e ben più insufficienti nell’indicare prospettive valide per i lavoratori.
    C’è, insomma, un intoppo vero (pratico e teorico) finora irrisolto.

    Pur apprezzando perciò la sua volontà di uscire dai vecchi schemi e far pulizia di stereotipi anti-M5S, non condivido la sua convinzione che è «la forza stessa delle cose che spinge verso un superamento del capitalismo oggi».
    Non credo neppure che la critica ai limiti del M5S possa fondarsi – diciamolo con una formula – su un altro “ritorno a Marx” e appunto sulla validità (se non evidenza) del conflitto capitale/lavoro.

    L’esperienza greca (ma anche tutto quello che sta oscuramente ribollendo in Europa) prova il contrario: nella crisi «l’autorganizzazione della produzione da parte dei lavoratori e il controllo democratico dei meccanismi di rappresentanza politica» non hanno fatto passi avanti. Per non parlare della situazione di guerra permanente che incombe su tutte le scelte politiche. (Le «altre contraddizioni» al momento mi sembrano ancora più inerti e vaghe, se non prediche ecologiste e femministe all’interno del “sistema”).
    Né mi pare sia facile accantonare o dare per “superate” «tutte le “smentite” novecentesche» – le costruzioni del socialismo – ma anche -per onestà intellettuale – le attese della stessa « posizione marxiana (non marxista)».
    Desidererei essere smentito, ma siamo più al buio di quanto crediamo. O i miei occhi si sono appannati.

  43. Caro Ennio, la forza delle cose non spinge verso il superamento del capitalismo, come invece afferma Maurizi. A me pare invece che essa spinga per il crollo del capitalismo, che è un’eventualità di tutt’altro tipo, proprio perchè come tentavo di argomentare non c’è l’ipotesi di ricambio, tutti convinti che il capitalismo non potrà mai cadere, che è troppo forte, senza capire che cioò che osserviamo non è la sua forza, ma la sua violenza, la violenza appunto del gigante ferito che tenta con un colpo di coda di prolungare la propria agonia.
    Il capitalismo crolla proprio sul piano economico, vede la strategia lanciata alla fine degli anni settanta perdente su tutta la linea, ed apparentemente si è sparato tutte le cartucce che aveva.
    Anche lo scoppio di un conflitto generalizzato, che pure risolverebbe molti problemi di natura economica, non costituirebbe l’ennesima vita del capitalismo, ma la certificazione che esso può continuare ad esistere solo imponendo un conflitto mediamente ogni mezzo secolo: una volta vorrei essere ottimista e sperare che alal fine la gente si stanchi di doversi scannare periodicamente per garantire la sopravvivenza del capitalismo.

  44. Marco Maurizi.

    «E il fatto che Wu Ming sostenga di essere stato frainteso quando le sue parole vengono interpretate in quel modo è la dimostrazione lampante che nella sua analisi c’è qualcosa che non va»

    ehm, veramente no, a rigore non dimostra né lampa alcunché, a meno di non indulgere in paralogismi.

    Sempre a rigore, io nel post qui sopra non ho letto alcuna «interpretazione» delle mie parole. Solo epiteti più o meno perifrasati.

    Né sono intervenuto per «sostenere di essere stato frainteso», ma per rilevare – linkando perché chiunque potesse verificare – quella che non solo a me, all’osso, appare una risonanza tra ciò che avevo scritto nel 2013 e ciò che Maurizi ha scritto nel 2016.

    Maurizi sostiene che tale risonanza non c’è, Dio gliene scampi e liberi.

    La differenza tra il mio approccio e quello di Maurizi è che io, una volta letta la sua presa di distanza, non scriverei mai una frase così:

    «il fatto che Maurizi sostenga di essere stato frainteso quando le sue parole vengono interpretate in quel modo è la dimostrazione lampante che nella sua analisi c’è qualcosa che non va».

    Nel frattempo, a distanza di svariati mesi, a Roma non è che si veda granché di interessante. Ma questa è un’altra storia.

  45. Fai un po’ tu, se ancora oggi nel 2016 c’è gente che mi linka il tuo articolo in giro per il web dandolo come assodata dimostrazione della natura destroide-fascista del grullismo, di un finto movimento anti-sistema che in realtà serve solo a “catturare” i movimenti per spoliticizzarli e via delirando, beh si vede che i tuoi articoli non li leggono e si divertono a interpretarli a modo loro.

    La “risonanza” tra quello che scrivi tu e quello che scrivo io non c’è ma neanche lontanamente, penso di aver fornito sufficienti motivi sopra per marcare la distanza. Ma immagino saranno solo “paralogismi”. Ce ne faremo una ragione.

    Per quanto mi riguarda la tua ultima frase “a Roma non è che si veda granché di interessante”: posso pure essere d’accordo, ma io, come ho scritto nel pezzo, non mi aspetto nulla dal M5S se non l’interruzione momentanea dei meccanismi di riproduzione dell’élite politica e delle sue consolidate relazioni con i centri di potere liberisti. Il resto devono farlo i movimenti sociali eventualmente approfittando di questo momento di rottura e della dialettica tra piazza e palazzo che potrebbe esplodere dentro e fuori il M5S. Dire qualcosa più di questo non credo abbia molto senso. Ovviamente queste contraddizioni potrebbero esplodere solo a livello di governo politico, il governo locale, dal punto di vista di queste dinamiche, è poco significativo.

  46. A che punto siamo con «l’interruzione momentanea dei meccanismi di riproduzione dell’élite politica e delle sue consolidate relazioni con i centri di potere liberisti»?

  47. come Woody Allen con la psicanalisi
    “Ci vado da 15 anni ma mi sto stancando, gli do ancora un decennio e poi basta”

  48. Con questi polpettoni pieni di teorie di politichese i cittadini non gli rimane poi che votare m5s o altro. Con questi articoli cosi complessi senza poi nemmeno spiegare le soluzioni con degli esempi hanno distrutto la sinistra anzichè raffozzarla nella sua essenza.

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