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Labour Calling. Corbyn e la crisi della sinistra inglese

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di Alessandro Brizzi

Il referendum inglese del 23 giugno ha provocato un vero e proprio terremoto dentro e fuori il paese, come previsto. Borse in caduta libera, dimissioni di Cameron, atti razzisti e xenofobi, scontri al Parlamento europeo. I conservatori, dopo il gran rifiuto di Johnson di farsi carico, all’interno del partito, delle responsabilità e delle istanze del Leave, si preparano a una sfida interna che, salvo intoppi, dovrebbe consegnare la guida del Regno Unito all’austera Theresa May.

Fin qui, pur nel naturale sconcerto di fronte al risultato del voto, non ci sono troppe sorprese. Si sapeva che il contraccolpo a livello finanziario sarebbe stato decisamente grave, almeno nei primi tempi; che, nonostante le dichiarazioni, la permanenza di Cameron in caso di vittoria del Leave sarebbe stata insostenibile; ancora, che la retorica mistificante e divisiva di Farage e dei suoi avrebbe canalizzato i peggiori impulsi della società inglese, con gravi conseguenze, anche di lungo periodo, sul dibattito pubblico. Quello che era meno prevedibile è che, all’indomani del referendum, i parlamentari del Labour decidessero di mettere in discussione la leadership di Jeremy Corbyn e di aprire una crisi dagli sviluppi potenzialmente disastrosi.

In realtà, se si guarda al comportamento del Parliamentary Labour Party fin dall’elezione del nuovo segretario, si comprende il carattere preordinato di questo colpo di mano. Nonostante la forza del mandato popolare di Corbyn (ovvero quasi il 60% dei voti alle primarie), gran parte dei parlamentari non ha mai accettato la sua piattaforma politica, basata su un ritorno ai valori originari del Labour, sul pacifismo e sulla lotta contro l’austerità. Il momento rivelatore della divisione interna è stato nel dicembre del 2015, quando quasi settanta deputati hanno votato insieme ai conservatori a favore dell’intervento in Siria proposto dal governo Cameron. A sostenere la loro posizione in Parlamento fu nientemeno che il segretario agli Esteri del governo ombra laburista, Hilary Benn. In seguito, dopo le elezioni amministrative di maggio – il cui dato più rilevante è stata l’ascesa dello Scottish National Party a danno della sinistra e la riconquista di Londra da parte del volto moderato del Labour, incarnato da Sadiq Khan –, la guida di Corbyn è stata nuovamente criticata [1].

Insomma, una divisione era già presente e gli oppositori del segretario attendevano solo l’occasione giusta per la resa dei conti. Va ricordato che tra questi non figurano solo i cosiddetti blairites, la destra del partito, ma anche un nucleo consistente di deputati non necessariamente legati all’ex premier, ma giunti alla Camera nella temperie blairiana; in più, parte della sinistra, a cui qualcuno ha ascritto lo stesso Hilary Benn, anche solo in virtù del nobile retaggio – essendo stato suo padre, Tony Benn, alla guida dell’anima hard left del Labour. Non a caso, la crisi ha avuto inizio da una telefonata dello stesso Benn a Corbyn, nella quale il primo ha detto chiaramente che, visti i risultati del referendum, diversi membri del partito non avevano più fiducia nella leadership del segretario. Il quale, naturalmente, ha risposto defenestrando Benn e accogliendo la cascata di dimissioni dal governo ombra che ne è seguita.

È lecito chiedersi per quale motivo Corbyn meriti la deposizione, secondo Benn e secondo i 172 parlamentari che gli hanno negato la fiducia il 28 giugno. In realtà le ragioni si sovrappongono; la principale, però, è che ai vertici del partito non si sia fatto abbastanza a favore del Remain. Poco importa se il Labour è stato di fatto la forza politica trainante del voto per la permanenza nell’Unione; poco importa se i suoi membri hanno votato per due terzi a favore del Remain e per un terzo a favore del Leave, esattamente come i nazionalisti scozzesi di Nicola Sturgeon, divenuta l’eroina dell’opinione pubblica europeista. Bastano le critiche rivolte nel passato da Corbyn all’Unione Europea e il rifiuto di condividere la campagna con i conservatori favorevoli al Remain, gli stessi responsabili di quelle politiche di austerità in salsa inglese – o Osbornomics, dal nome del cancelliere di Cameron – che il fronte del Leave ha attribuito, con un discreto successo, ai vincoli europei [2]. In più, il «Guardian», da sempre poco tenero con Corbyn, ha confezionato uno scoop secondo il quale, nel labor limae del documento finale del Labour a favore del Remain, si possono trovare le tracce di un vero e proprio sabotaggio orchestrato dal segretario e dal suo braccio destro, John McDonnell. Se si aggiungono le illazioni del deputato Chris Bryant, secondo cui Corbyn avrebbe votato Leave, i pianti dei parlamentari laburisti nella drammatica seduta del 28 giugno, il susseguirsi di editoriali dei giornali di sinistra che paventano l’ineleggibilità di un vecchio radicale e gli chiedono un passo indietro, gli articoli della stampa di destra che paragonano il disordine del giardino di casa Corbyn alla sua mentalità (sic), ci sono tutti gli ingredienti per un dramma teatrale della sinistra, facile a vendersi sul «Sun» ma poco utile a capire le reali motivazioni di questa frattura e la posta in gioco di questa sfida [3].

La domanda di fondo deve rimanere la seguente: chi vuole rappresentare la sinistra? Con quali mezzi e con quali prospettive? La risposta dei membri del Labour, con l’elezione di Corbyn, è stata chiara: la sinistra deve tornare a rappresentare prima di tutto quello che rimane della working class e, in generale, i ceti meno tutelati e più esposti alla crisi e alle politiche di austerità. Non a caso, tra i partiti socialdemocratici europei, solo i laburisti si sono fatti portavoce di una critica radicale alle politiche economiche neoliberiste. Lo dimostra il fatto che il cancelliere del governo ombra, John McDonnell, nell’elaborazione del programma di opposizione, si sia avvalso dei consigli di economisti come Joseph Stiglitz e Thomas Piketty. Il problema delle disuguaglianze viene quindi portato al centro del dibattito pubblico, in una prospettiva autenticamente socialdemocratica. Ed è un discorso che funziona, anche perché si salda efficacemente alle lotte reali dei lavoratori e degli studenti, come quelle contro l’aumento delle rette dell’università e per la difesa del National Health System. Non a caso, il successo di Corbyn è dovuto non solo al deciso appoggio dei sindacati – che ora minacciano di «punire» i parlamentari ribelli nei loro collegi [4] –, ma anche all’entusiasmo della «generazione post-crisi» (altro che Erasmus…) che, nel ciclo di lotte e manifestazioni del 2010-2011, ha preteso un cambiamento radicale nella gestione della crisi economica.

È dunque opportuno chiedersi a che cosa miri l’opposizione parlamentare nel suo colpo di mano. Il «Guardian» prova a dare voce a queste istanze di cambiamento, in realtà piuttosto confuse e slegate tra di loro. Il comune denominatore è la volontà di vincere le eventuali elezioni anticipate; Corbyn e i suoi, secondo molti opinionisti liberal, non ci riuscirebbero mai: serve perciò un new Labour [5]. Per chi conosca un minimo le trasformazioni strutturali della sinistra negli anni ’90, e abbia in mente la celebre massima sulla dialettica «tragedia-farsa» nella storia, è sconvolgente che si ripresentino così spudoratamente istanze riformiste e centriste, senza aggiungere molto agli argomenti già esposti ai tempi da Blair e Clinton. New democrats, new Labour sono oggi contenitori così vuoti, dopo il fallimento storico contro cui si sono disintegrati, che la prospettiva di un loro recupero dovrebbe apparire più improbabile della rivalutazione dell’economia di piano sovietica.

La battaglia interna al Partito laburista, però, merita di essere seguita anche in un’ottica transnazionale. In occidente, infatti, sembra essersi prodotta una frattura tra i paesi anglosassoni e quelli dell’Europa continentale. Nei primi, ancora legati a un sistema bipartitico, la sinistra è stata capace di assorbire le istanze di protesta provenienti dalla società scossa dalla crisi, e in particolare dai giovani, proponendo programmi che, pure con tutte le considerevoli differenze, ruotano intorno alla tutela e all’espansione dei diritti dei lavoratori, alla sanità pubblica, all’opposizione alla guerra, ma anche – e questo è rilevante se si tratta degli Stati Uniti e del Regno Unito – alla difesa dei diritti del popolo palestinese. Corbyn e Sanders sono – occorre ripeterlo – personaggi provenienti da tradizioni profondamente diverse. E tuttavia, sarebbe limitante non cercare di individuare alcuni caratteri comuni, tra cui uno che potrebbe sembrare poco rilevante, ma che è rivelatore della natura della leadership che i due propongono. Anziani, defilati, sicuramente poco appetibili sul piano mediatico, Corbyn e Sanders hanno acceso gli entusiasmi di molti elettori disillusi, spesso disposti a seguire questi personaggi «onesti» al di là delle vicissitudini partitiche [6]. Eppure, questa immensa fiducia nella persona del leader sembrerebbe tradita da proclami come «Not me, us» (motto della campagna di Sanders) o da dichiarazioni come quelle di Corbyn, che all’apice della crisi con il PLP, di fronte a migliaia di sostenitori fuori dal Parlamento ha dichiarato di essere stato eletto «to redistribute wealth and power». È probabile che sia proprio questa la chiave del loro successo, che ha consentito al primo di tentare la scalata al Partito democratico, rimodellando i temi del dibattito pubblico statunitense intorno al problema della disuguaglianza economica, e al secondo di riconsegnare il partito a coloro che più ne avevano bisogno.

Ad essere fallimentare, divisiva e antistorica è l’idea di gran parte dell’intellettualità liberal e di venditori di sogni centristi, secondo cui gli obiettivi della sinistra devono essere definiti a partire dalla necessità della vittoria, della stabilità e della competenza. Paul Krugman, sulle colonne del «New York Times», ha più volte rimproverato gli elettori di Sanders, tacciandoli di ignoranza e velleitarismo [7]. Allo stesso modo, le élite del Partito laburista hanno deciso di rifiutare, fin dall’insediamento di Jeremy Corbyn, un forte mandato popolare, ritenendo di essere i soli capaci di proporre un progetto politico vincente. Finora hanno invece dimostrato opportunismo e cecità ideologica, tanto da rischiare una precoce spaccatura nello stesso fronte anti-Corbyn. È evidente che la loro più grande debolezza è costituita dall’accettazione di un discorso letteralmente neoliberale, secondo cui la politica è l’arena della competenza e della responsabilità, più che della rappresentanza genuina degli interessi dei gruppi sociali. Questo discorso poteva valere prima della crisi economica, per dare una prospettiva storica di lungo periodo all’alleanza tra i ceti medi e le classi popolari e saldarla in un orizzonte post-ideologico. Oggi, però, le contraddizioni di questo discorso sono terribilmente evidenti: un numero sempre maggiore di cittadini è espulso dalla partecipazione politica, i ceti medi si stanno erodendo, la gestione della crisi economica sta conducendo a una polarizzazione sociale sempre più netta. La sinistra socialdemocratica deve tornare a interrogarsi su chi rappresenta e come, sul suo rapporto con le lotte sociali e sulla sua storia, anche la più recente – pena l’oblio.

Note

[1] «The Guardian», 6 maggio 2016, http://www.theguardian.com/politics/2016/may/06/jeremy-corbyn-election-night-results-analysis-labour-sadiq-khan

[2] Per una confutazione più approfondita degli argomenti contro la leadership di Corbyn, vedi «Jacobin», 28 giugno 2016, https://www.jacobinmag.com/2016/06/jeremy-corbyn-labour-brexit-cameron-leadership-momentum-coup/

[3] Sul giardino di Corbyn, si veda «The Telegraph», 29 giugno 2016, http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/29/jeremy-corbyns-overgrown-garden-reflects-the-man-himself-alan-ti/ e, per uno delle diverse richieste di dimissioni pubblicate sul «Guardian», si veda quella di Phil Wilson, 26 giugno 2016, https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/jun/26/corbyn-must-resign-inadequate-leader-betrayal

[4] Si veda l’articolo del segretario generale di Unite the Union, Len McCluskey, sul «Guardian» del 26 giugno 2016, https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/jun/26/labour-mutineers-betraying-national-interest

[5] «The Guardian», 3 luglio 2016, https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/jul/02/labour-party-leadership-under-jeremy-corbyn-failing-to-provide-opposition

[6] Si veda l’articolo di una giovane attivista del Labour, sul «Guardian» del 3 luglio 2016, https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/jul/02/jeremy-corbyn-leader-electable-labour

[7] «The New York Times», 8 aprile 2016, http://www.nytimes.com/2016/04/08/opinion/sanders-over-the-edge.html?_r=0

[Immagine: Jeremy Corbyn]

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