Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Aleph d’erba verde. Appunti su tennis e letteratura

| 3 commenti

cropped-109.jpgdi Andrea Cortellessa

[Il torneo di Wimbledon è arrivato alle semifinali e alle finali. In questa occasione «Origami» – supplemento del giovedì de «La Stampa» – ha dedicato il suo numero 34 al tennis e in particolare a Roger Federer, intervistato da Stefano Semeraro. Dal fascicolo speciale ripubblichiamo, in una versione allungata e modificata, l’articolo di Andrea Cortellessa].

Per entrare in celeste tangenza con la letteratura, il tennis non ha dovuto certo aspettare il successo di un libro sopravvalutato come Open di Andre Agassi. Molto rari, per non dire inesistenti, i libri scritti (o dettati) da ex-tennisti che non siano, anche, dei pre-libri (cioè privi di quell’alito celeste). L’esprit delle geometrie di Andre in campo – per non parlare del serve-and-volley dell’ultraterreno John Mc Enroe, a sua volta deludente autobiografo – irreparabilmente latita dalle sue pagine. Neppure le memorie dello «scriba» Gianni Clerici raggiungono l’ispirazione – non dico dei suoi gesti bianchi sul rosso, cui non ho avuto il privilegio di assistere – ma neppure dei più felici tra i suoi articoli. L’ha chiamata, l’autore, «bio-eterografia»: intuendo che la sua postura da suiveur gli nega l’insight da narratore autentico che in altri libri, meno coinvolti, davvero non gli è mancato. Nel suo libro sfilano mille personaggi memorabili – da Mario Soldati a Bud Collins, da Ernest Hemingway a Nicola Pietrangeli – ma ne manca uno: quello col nome in copertina.

Sarò schematico. Distinguo i testi sul tennis (per dirla con Gérard Genette) costitutivamente letterari – romanzi e racconti di scrittori, cioè, che usino il tennis come metafora o sfondo – da quelli sul tennis che lo sono condizionalmente: cronache saggi e memoirs, cioè, legati a concrete situazioni di gioco, e che però senza aver l’aria di cercarla, quella celeste tangenza, la conseguono eccome. In entrambi i campi il tempo – lo stesso che ha mutato, con racchette e allenamenti, le condizioni di gioco – non è passato invano. Se fra gli scrittori sul tennis ci sono un prima e un dopo David Foster Wallace, nel tennis che diventa scrittura ci sono un prima e un dopo John McPhee.  

            Nella letteratura tennistica Foster Wallace ha introdotto (prima che nel celebrato ritratto di Roger Federer, nel Tennis come esperienza religiosa, nelle strepitose pagine su un carneade ATP dal cognome ingombrante, Michael Joyce, in Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più) l’ekphrasis del gioco. E dunque il gioco stesso. Prima di lui quella del tennis era solo una metafora (penso alle Forze in campo di Franco Cordelli o all’oggi dimenticato Tennis di Bruno Fonzi; è una parola-simbolo pure nell’altro libro italiano con questo titolo, quello ancora più introvabile di Laura Pugno e Giulio Mozzi) o, più spesso, un fondale evocativo. Così nel libro più intriso di «atmosfera» tennistica, Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani.

In questi testi il tennis è, appunto, solo un’atmosfera. Più precisamente, l’aura di un privilegio sociale: quella dei tempi in cui a giocare erano solo i giovin signori di ottima famiglia. È così, in positivo, in un insospettabile Robert Musil: che, rievocando il club al Prater, in un mirabile quanto raro testo del 1931, evoca tutta la Vienna d’antan. È così in un sorprendente racconto di Mario Soldati, La palla da tennis (che colla sua partita fra spettri anticipa quella in Blow-up di Michelangelo Antonioni). Ma è così pure in negativo: nell’ambientazione gelida, obitoriale, del giovanile Delitto al circolo del tennis di Alberto Moravia. O in chi ancora oggi (dopo che negli anni Settanta il tennis s’è fatto, invece, sport di massa) guardi a quello stereotipo da escluso, da paria: è il caso di Fulvio Abbate che, unico fra gli autori italiani raccolti nel volume Smash da poco uscito, esterni il suo odio per il tennis e «ciò che antropologicamente rappresenta» (impagabile qualche tempo fa la protesta di un perfetto rappresentante, di quel mondo, nei confronti di un consimile sfogo da parte del Michele Mari di Rondini sul filo).

Niente di tutto ciò in DFW. Che possedeva tutti i devices tecnici per rendere a parole quest’arte in movimento (un altro insospettabile come J.M. Coetzee confessa, a Paul Auster, che guardare la televisione è sempre una perdita di tempo, tranne quando si contempla Federer «come un’opera d’arte»): proprio come faceva Roberto Longhi coi pittori dell’Officina ferrarese (quel Longhi che, ricorda Clerici, un giorno per gioco arbitrò due scambi tra lui e il suo discepolo Bassani…). Sintomatico della postura stilistica di Giorgio Falco che questa descrizione lenticolare, ossessiva, non si applichi al gioco del suo eroe, Vitas Gerulaitis, bensì a un suo tic: un «fuori scena» come l’altrettanto ossessivo suo cambiare il grip della propria racchetta.

Se Foster Wallace è stato il primo a mettere il gioco dentro alla scrittura, John McPhee nel tennis ha introdotto il mondo fuori dal campo. Nello straordinario testo del 1969, Livelli di gioco, la semifinale agli U.S. Open dell’anno precedente (che oppone Arthur Ashe – primo tennista nero mai giunto a quel livello – all’ovviamente wasp Clark Graebner) si fa, con tutta evidenza, un segno dei tempi: davvero un pezzo di storia (anche se, mi ha confidato una volta Clerici, di tennis in effetti McPhee non capiva granché). Come Foster Wallace, il guru del «New Yorker» vanta innumerevoli tentativi d’imitazione: è il caso di Marshall John Fisher, autore di un pletorico ma irresistibile libro sulla semifinale di Coppa Davis 1937, fra gli Stati Uniti di Don Budge e la Germania del leggendario Barone Von Cramm (il quale, perseguitato per la sua omosessualità, in quella partita si giocava la libertà minacciatagli – e poi, dopo la sconfitta, davvero revocatagli – dai nazisti). Ed è anche il caso, recentissimo, di Dario Cresto-Dina: che, nelle memorie dei moschettieri Panatta Barazzutti Bertolucci e Zugarelli, e del loro testardo coach Pietrangeli, rievoca una altrettanto memorabile finale di Davis, quella giocata nel Cile di Pinochet nel 1976, contro le pressioni di mezzo parlamento e tutta la stampa. È forse questa la vittoria sportiva più dimenticata di sempre (la Rai disdegnò gli incontri, e le riprese cilene sono finite distrutte in un incendio…), mentre la scelta di giocare il doppio colla maglietta roja, da parte di Panatta e Bertolucci, dovremmo serbarla come quanto più assomigli, nella nostra memoria sportiva, alla tangenza sfiorata fra Jesse Owens e Adolf Hitler, alle Olimpiadi berlinesi del ’36 (quelle invece immortalate da Leni Riefenstahl).

Solo McPhee, però, sa unire al respiro storico quanto appare (e non è) il suo contrario: la descrittività intensificata dei momenti-chiave. Quelli per cui, in Smash, Guido Maria Brera (per chi non lo sapesse, è lui il modello principale del personaggio di Tommaso Aricò, in Resistere non serve a niente di Walter Siti) scomoda l’Amleto che dice, atto V scena 2, «The interim’s mine». Quanto dire, insomma, «il momento della scelta». È vero anche per altri sport, ma in nessuno come nel tennis: non tutti i punti contano nella stessa misura, e dunque può capitare che tutto un mondo si concentri in uno solo di essi. Il tempo allora si sospende, lo spazio precipita su se stesso. È il momento delle sliding doors: che Woody Allen ha messo a fuoco, in Match Point, colla pallina che danza sul net prima di cadere in uno dei due campi.

Ed è proprio questo a fare del tennis letteratura, e arte, prima ancora che qualcuno lo scriva, o lo riprenda: la metafisica concentrazione del tempo – del tempo storico e collettivo insieme a quello biografico degli individui – in uno spazio astratto, regolato da simmetrie trascendentali. In quei momenti celesti il campo da tennis è come l’Aleph di Borges: uno spazio separato nel quale convergono tutti gli altri spazi, tutti gli altri tempi. Davvero, come dice Falco, dentro quella piccola sfera volante c’è «un volume grande e vuoto, distante e indifferente a noi e a se stesso, l’universo».

  

Nota

Open, scritto – o meglio dettato, a J.R. Moehringer – da Andre Agassi, e pubblicato nel 2009, (complice Alessandro Baricco) è stato forse in assoluto, da noi, il “caso” del 2011 (traduzione di Giuliana Lupi, Einaudi Stile Libero). Peggio, in ogni caso (e lo dico davvero a denti stretti), Sul serio. La mia storia, scritto da John McEnroe con James Kaplan (traduzione di Valentina Ricci, Piemme 2014). L’autobiografia di Gianni Clerici, storica firma prima del «Giorno» e ora di «Repubblica», nonché massimo telecronista tennistico di sempre, è Quello del tennis. Storia della mia vita e di uomini più noti di me (Mondadori 2015). Il suo libro più bello resta però quella che, sul tema, è la vera Bibbia: 500 anni di tennis (opera del 1974 più volte aggiornata e ristampata da Mondadori, l’ultima volta nel 2013). A proposito di letterarietà costitutiva e letterarietà condizionale, seguo il metodo di Gérard Genette, Finzione e dizione, opera del 1991 tradotta da Sergio Atzeni per Pratiche nel 1994. Di David Foster Wallace sono citati Il tennis come esperienza religiosa (1996-2006, traduzione di Giovanna Granato, Einaudi Stile Libero 2012) e Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) (1997, traduzioni di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Martina Testa, minimum fax 1999 e 2011). Le forze in campo è il secondo romanzo di Franco Cordelli (Garzanti 1979; ora BUR 2010). Fuori commercio tanto Tennis di Bruno Fonzi (Einaudi 1973) che Tennis, prosimetro a quattro mani di Laura Pugno e Giulio Mozzi (Nuova Editrice Magenta 2001). Il testo di Robert Musil, Quando papà imparava il tennis, uscito nel 1931 sulla rivista «Der Querschnitt», nel 2013 è stato proposto da Henry Beyle, nella traduzione di Andrea Casalegno. Le opere di Giorgio Bassani vengono riproposte da Feltrinelli: del 2012 è il tascabile del Giardino dei Finzi-Contini (originariamente pubblicato da Einaudi nel 1962). Il ventenne Moravia pubblicò Delitto al circolo del tennis su «900», la rivista di Massimo Bontempelli, nel settembre del 1928; raccolto una prima volta, nel 1935, nel volume La bella vita, entrò poi a far parte, nel ’49, de L’amore coniugale e altri racconti (si legge ora nel I volume dell’edizione delle Opere diretta da Enzo Siciliano, a cura di Francesca Serra, Bompiani 2000). La palla da tennis figura nelle Storie di spettri pubblicate da Mario Soldati da Mondadori nel 1961 (ce n’è un Oscar del 2010, con un’introduzione di Giacomo Jori). Smash. 15 racconti di tennis (di Sandro Veronesi, Elena Stancanelli, Sergio Claudio Perroni, Valeria Parrella, Edoardo Nesi, Marco Missiroli, Carmen Llera Moravia, Matteo Garrone & Edoardo Albinati, Giorgio Falco, Mauro Covacich, Leonardo Colombati, Matteo Codignola, Guido Maria Brera, Mario Andreose e Fulvio Abbate) è appena uscito da La Nave di Teseo. Di Paul Auster e J.M. Coetzee è citato Qui e ora. Lettere 2008-2011 (2011, traduzione di Massimo Bocchiola e Maria Baiocchi, Einaudi 2014). Livelli di gioco, il reportage da Forest Hills 1968, è incluso in John McPhee, Tennis, a cura di Matteo Codignola (Adelphi 2013). Di Marshall John Fisher è citato Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi (2009, traduzione di Paolo Cognetti e Federica Bonfanti, 66thand2nd 2013). Di Dario Cresto-Dina, presso lo stesso 66thand2nd, è fresco di stampa Sei chiodi storti. Santiago, 1976. La Davis italiana. I film citati sono tutti molto famosi: Olympia di Leni Riefenstahl, 1938; Blow-up di Michelangelo Antonioni, 1966; Match Point di Woody Allen, 2005 (ma il film che – seppur in un a parte – meglio ha colto il tempo metafisico del tennis è Strangers on a train di Alfred Hitchcock, del 1951; in italiano noto come Delitto per delitto oppure L’altro uomo). Una nota-postilla-palinodia al pezzo del 2010 su Foster Wallace, qui linkato: il resistere, resistere, resistere di Francesco Saverio Borrelli naturalmente non viene da Michele Mari, ma dal discorso pronunciato da Vittorio Emanuele Orlando, in Parlamento, all’indomani di Caporetto (ma da questa stessa fonte verosimilmente Mari avrà mutuato la forma della clausola di Tu, sanguinosa infanzia). L’ho saputo dopo aver scritto il pezzo, ma ciò malgrado continua a sembrarmi il finale che ci voleva: a contrappasso di Rondini sul filo, naturalmente.

[Immagine: Roger Federer]

 

3 commenti

  1. “ Martedì 27 ottobre 1998 – « Aggrediti / tennisti / di sinistra » («La Repubblica», 12-13 marzo 1978) [*] [*] Premio per il miglior titolo degli anni Settanta. « E degli Ottanta? » Anche « E dei Novanta? » Ancora non si sa. “.

  2. mai avrei pensato che cortellessa scrivesse “l’insight”, giustamente censita fra le parole orrende di vincenzo ostuni

  3. In Strangers on a train se puo vedere Pancho Gonzales

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