cropped-cropped-cropped-Got-talent-world-stage-2.jpg[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è apparso il 21 aprile 2015].

di Federico Bertoni

Qualche giorno fa ricevo un messaggio indirizzato a tutti i dipendenti e agli studenti dell’Università di Bologna, e da quanto capisco anche a un indirizzario di contatti molto più ampio (l’ufficio marketing di Unibo adora i grandi numeri, spiattellati su siti e brochure: 3.000 docenti e ricercatori; 8.000 convenzioni con aziende e istituzioni; 15.000 laureati all’anno; 500.000 laureati negli ultimi trent’anni, praticamente una città…). Il mittente si chiama “ReUniOn”. L’oggetto: “Il primo raduno mondiale dei laureati dell’Alma Mater”. In calce al messaggio il marchio dell’evento, contatti Facebook e Twitter, poi il logo dell’Università di Bologna: “Alma Mater Studiorum A.D. 1088”. Non mi avventuro in polemiche sui risvolti economici del progetto, anche se una kermesse che costerà centinaia di migliaia di euro è uno strano modo per celebrare anni trascorsi a piangere sulla contrazione dei finanziamenti all’università pubblica (meno servizi, meno personale, meno borse di studio, meno progetti di ricerca ecc.). Mi limito a immaginare gli autorevoli membri del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo che approvano un piano di fattibilità crivellato di target, format, fundraising e via dicendo. Ma per ora mi interessano soprattutto gli aspetti comunicativi e – diciamo così – estetici della questione.

Innanzitutto, ReUniOn è giovane e dinamica (forse è un’amica di Matteo Renzi, ospite d’onore all’inaugurazione dell’anno accademico). E infatti mi dà subito del tu: “Il 19, 20 e 21 giugno a Bologna c’è un appuntamento che non puoi perdere: ReUniOn, il primo raduno mondiale dei laureati dell’Università di Bologna. L’Alma Mater festeggia con tre giorni di incontri, dibattiti, musica e spettacoli nelle piazze della città. Iscriviti e rimani informato:http://www.reunion.unibo.it”.

Di media e tv non capisco granché, ma negli ultimi tempi ho intuito (ho pur sempre due figli adolescenti) che qualcosa è cambiato: il modello egemone non è più il reality ma il talent show. ReUniOn lo sa: “Vuoi diventare protagonista? Puoi farlo in tanti modi: Se la tua passione è la musica, ReuniONmusic è il palcoscenico per te! ReuniONmusic è l’evento aperto a docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti dell’Ateneo di oggi e di ieri che praticano la musica a livello amatoriale di qualità e desiderano esibirsi dal vivo, in gruppo o singolarmente. Candidati per suonare o cantare in piazza, nei giorni dell’evento: www.reunion.unibo.it/reunionmusic/ (Leggi il regolamento ed inviaci la tua candidatura compilando il modulo di iscrizione entro il 20 aprile)”.

Il bello è che c’è speranza per tutti: un quarto d’ora di celebrità non si nega a nessuno. Se non sai cantare o suonare c’è l’ultima spiaggia dello storytelling, con quell’esibizione narcisistica del sé che invade ogni anfratto della nostra cultura e che offre un risarcimento compulsivo alla perdita di valore dell’esperienza individuale e collettiva: “Vuoi raccontare la tua storia partita proprio dalla laurea all’Università di Bologna? candidati come Speaker:http://www.reunion.unibo.it/candidati/ Se custodisci immagini degli anni universitari, della città, delle feste, del tempo passato a studiare da solo o in compagnia, partecipa al Contest Fotografico e aiutaci a ricostruire una storia che cambia, ma non invecchia mai! www.reunion.unibo.it/contest-fotografico/”.

Non voglio farla troppo lunga, ma il caso mi sembra esemplare di dinamiche più ampie, processi storici probabilmente irreversibili. E al primo moto di ilarità suscitato dal messaggio sono subentrati altri sentimenti, e altri pensieri: fastidio, sarcasmo, stupore, vergogna, malinconia. Poi ovviamente una domanda: ma perché la più antica università del mondo occidentale decide di organizzare questa rimpatriata postmoderna, una via di mezzo tra il raduno degli alpini e il talent show? Semplice velleità autocelebrativa? Operazione d’immagine? Impresa economica concertata con gli enti locali? Bisogno di uscire dai polverosi recessi del sapere per scendere nelle piazze e assomigliare finalmente alla “realtà”? Oppure l’eventizzazione del laureato Unibo è la naturale forma di espressione di un’azienda che promuove e commercializza i suoi prodotti, con tanto di ricaduta economica “sul territorio”?

Ora, da almeno dieci anni ci dicono che il postmoderno è una fase conclusa e un progetto culturale fallito, con il suo corredo opprimente (che in origine era invece liberatorio) di disimpegno, ironia scettica e chiusura autoreferenziale in un mondo prigioniero del linguaggio. Ed è vero che molte pratiche culturali contemporanee pretendono di aggredire il mondo senza sconti e rivendicano una postura etica e politica completamente nuova. Ma come si può sostenere e praticare il “ritorno alla realtà” in un mondo che produce una sistematica commistione tra vero e falso, dove è la tecnologia, come ha scritto DeLillo, che “fa avverare la realtà”, un mondo tanto appassionato del reale quanto incapace di cogliere (ed eventualmente decostruire) lo statuto proprio di miti e finzioni? Non sarà solo un comprensibile ma velleitario wishful thinking? Non cadremo di nuovo nei tranelli mimetici di un organismo astuto e darwiniano, che muta alcune forme superficiali per adattarsi alle circostanze?

Mi sbaglierò, vorrei tanto sbagliarmi, ma temo che il postmoderno sia vivo e lotti insieme a noi. Non basta certoGomorra o la caparbietà intellettuale di tanti artisti e scrittori per disinnescare un sistema socio-economico che ingloba e metabolizza tutto. Di qui due possibili logiche culturali: a) Quella circolare e apocalittica, erede di tipiche lagnanze moderniste: la cultura è mercificata: introietta e riproduce i meccanismi di funzionamento della realtà, che è a sua volta un costrutto culturale, il prodotto di una transazione simbolica in cui l’ideologia dominante (ovvero l’unica rimasta: il mercato) stabilisce i confini, lo statuto, la funzione e il valore di ciò che è “reale”; b) Quella spietata e claustrofobica, illustrata lucidamente da Fredric Jameson in Postmodernism: la merce stessa è diventata cultura: non si danno punti di esteriorità, non possiamo collocarci fuori rispetto al sistema, perché il tardo capitalismo ha annullato qualunque distinzione tra struttura e sovrastruttura, e dunque l’ideologia è la forma stessa della realtà, l’unico modo in cui la realtà diventa pensabile ed esperibile. L’emblema visivo citato da Jameson è la scarpa-piede di Magritte: “La ‘cultura’, nel senso di ciò che aderisce troppo alla pelle dell’economia perché lo si possa strappare ed esaminare separatamente, è essa stessa uno sviluppo postmoderno non diversamente dalla scarpa-piede di Magritte”.

Proviamo allora ad applicare il dilemma a una delle massime istituzioni culturali delle società democratiche. Di fronte alla crisi multipla che l’ha investita (economica, etica, politica, di funzione storica e legittimazione culturale), l’università sembra reagire in forma mimetica, con una variante su larga scala della sindrome di Stoccolma: cerca di assomigliare (perfino di affezionarsi) al sistema stesso che la distrugge. Si trasforma in una consumer-oriented corporation soggetta a forme di valutazione e accreditamento molto più simili a quelle delle agenzie di rating che a quelle di una comunità scientifica. E i risultati sono già spaventosamente tangibili a pochi anni dalla legge Gelmini: l’organizzazione sempre più verticista e tecnocratica, in cui gli spazi di dissenso (o anche di banale dialettica democratica) vengono sistematicamente neutralizzati; il crescente potere di rettori-tecnocrati senza slancio politico, intenti solo ad amministrare, a raccogliere fondi o a inseguire le classifiche internazionali; i tempi dell’insegnamento sempre più frenetici, impacchettati nelle ore-credito e nei semestri; la formazione degli studenti come prodotto e non come processo, secondo un modello di “professionalizzazione” e di spendibilità immediata delle conoscenze; l’eclissi dell’idea stessa su cui si fondava l’università tradizionale, cioè la cultura, e la sua sostituzione con il termine-ombrello eccellenza, segno vuoto senza referente, simulacro di un’idea senza contenuto.

Se dunque riprendiamo il dilemma precedente, prendendo spunto dalla nostra amica ReUniOn, possiamo chiederci: l’università tenta (più o meno goffamente) di imitare la “realtà” che vede intorno a sé, fuori dalle sue polverose mura, una realtà ampiamente plasmata dai media, dal marketing, dai mantra aziendalisti e dal poderoso grimaldello ermeneutico dello storytelling? Oppure non esiste né dentrofuori: l’università è parte integrante del sistema, perfettamente a suo agio in una grammatica culturale di segni senza referente, immateriali e infinitamente convertibili come il capitale, parole vuote che non rimandano a nulla e che si possono manipolare in base a interessi variabili –eccellenza, merito, valutazione, immagine, qualità, efficienza, internazionalizzazione

Ne trovo conferma in altro sintomo linguistico. Alcuni mesi fa è entrato in vigore il Codice Etico e di Comportamento dell’Università di Bologna, in cui si legge un controverso (ma poi neanche troppo: ormai tutto passa in cavalleria) Art. 15: “L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’Istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine. […] L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di mantenere un comportamento rispettoso delle libertà costituzionali, del prestigio e dell’immagine dell’Istituzione, anche nell’utilizzo dei ‘social media’”.

Anche qui non voglio scomodare gli aspetti giuridici e politici ­­– la libertà di espressione, la laicità delle istituzioni, l’arroganza del potere (alcuni giorni fa, per motivare un intervento censorio ai sensi dell’Art. 15, il Prorettore agli Studenti e alla Comunicazione Istituzionale, Roberto Nicoletti, ha dichiarato che in Italia “siamo in un paese cattolico”. Chissà in quale Costituzione l’avrà letto? O sarà un altro articolo del Codice Etico?). Mi limito alla forma, che basta e avanza, perché a volte non siamo noi a parlare ma è il linguaggio che ci parla, come diceva Heidegger. Gli estensori del Codice hanno scritto proprio così: “lederne l’immagine”: non tanto la reputazione, la dignità, al limite il buon nome, ma l’immagine, come se l’università (ribadisco) più antica del mondo occidentale fosse una soubrette costruita dalla società dello spettacolo, magari pronta a querelare i paparazzi per farsi un po’ di pubblicità (e qui non ho potuto fare a meno di pensare a una vecchia parodia di Valeria Marini). A questo punto mi chiedo se anche il mio articolo potrà essere considerato lesivo dell’immagine eccetera eccetera, e non mi resta che aspettare a piè fermo eventuali sanzioni disciplinari. Ma non sarà invece questa pagliacciata di ReUniOn a ledere la dignità – se non l’immagine – dell’istituzione a cui sono fiero di appartenere? Quasi quasi li denuncio al Magnifico Rettore.

 

[Immagine: The World’s Got Talent (gm)]

1 thought on “Unibo’s Got Talent. L’università nell’epoca del talent show

  1. “ 17 maggio 1994 – « Bologna – L’atroce scherzo è finito in tragedia. Mohamed Salf, il marocchino ferito da due operai italiani con un getto potentissimo di aria compressa, è morto ieri notte dopo un’operazione all’intestino e due giorni di agonia. Il getto d’aria a 15 atmosfere lanciato contro le natiche, gli aveva distrutto l’intestino e creato complicazioni polmonari. » (Dai giornali) “.

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