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Quattro poesie di James Merrill tradotte da Damiano Abeni e Moira Egan

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il 5 maggio 2015.

James Merrill (New York, 3 marzo 1926 – Tucson 6 febbraio 1995) è tra i maggiori poeti statunitensi del Novecento. Da The Black Swan (1946) a A Scattering of Salts (1995) ha pubblicato dodici raccolte di poesia, oltre al monumentale poema tripartito The Changing Light at Sandover (1982). Ha anche pubblicato due lavori teatrali, due romanzi, un libro di saggi e una notevole autobiografia, A Different Person (1993). Nel corso degli anni ha ricevuto numerosi prestigiosi premi quali due National Book Award, il Bollingen Prize, il Pulitzer per la poesia, e il primo Bobbitt Prize della Library of Congress. Attualmente la traduzione italiana delle sue poesie più importanti è parte del progetto grazie al quale Moira Egan e Damiano Abeni hanno ricevuto una Fellowship della James Merrill House a Stonington.

James Merrill si trasferì nella casa al 107 di Water Street nel Borough di Stonington nel 1955 e la elesse a residenza privilegiata tra le altre che possedeva a New York, Atene e Key West. L’appartamento al secondo piano è stato teatro delle sedute spiritiche che hanno portato alla composizione de The Changing Light at Sandover, e ad esso è dedicata l’apertura del secondo canto del primo libro della trilogia (The Book of Ephraim):

Background: la sala da pranzo a Stonington.
Pareti con finitura opaca color “fiamma” (faceta
sfumatura, ora anguria ora pelle bruciata dal sole).
Sopra, una cupola di fine secolo che sfoggia
ghirlande e gigli di stagno bianco
in palpabile rilievo a lume di candela.

Le poesie qui presentate fanno parte della terza raccolta di Merrill, Water Street (1962), e sono state scritte tra l’autunno del 1959 e la primavera del 1960. “In affitto”, ad esempio, appare per la prima volta, in stesura pressoché definitiva, in una lettera a Irma Brandeis del 5 aprile 1960. Secondo Stephen Yenser, autore di uno dei libri di maggior rilievo su Merrill (The Consuming Myth, 1987), “Water Street è il primo libro che ci dimostra che Merrill scriverà poesie sempre migliori”.

“Da un taccuino”, ancora secondo Yenser, “indica la direzione che l’opera di Merrill sta prendendo. Apre con una strofa che evoca sia il ‘vide papier que la blancheur défend’ di Mallarmé che la gratitudine di Valéry per il ‘vers donné’”, in cui la parola chiave – per l’intero libro – è “candore”, che nei suoi diversi significati indica l’impegno del poeta sia nel senso dell’elaborazione dello spazio bianco verso un ideale di bellezza che in quello della franchezza, come esposizione e ricerca della verità.

“Prisma” inizia facendo ancora riferimento a “una suite di stanze” in cui abita da poco, uno spazio-scrittura che va definendosi man mano che viene scritto.

“Angelo” è la più chiara delle poesie in questa piccola scelta e, con la figurina protagonista che punta un dito verso la finestra e uno verso il pianoforte, esplicita il tema della relazione tra il fare arte e il vivere nel mondo, già alla base della poesia precedente. Inoltre, ci fornisce un’altra visione sul processo della scrittura: “le frasi ancora grumose, incoerenti” mostrano il microcosmo caotico che precede la creazione, l’interconnessione tra ciò che è incompiuto e ciò che tende a essere compiuto.

“In affitto” chiude il volume che si era aperto con un pezzo (“An Urban Convalescence”) in cui il poeta ristabilitosi da una malattia esce per una passeggiata e assiste alla demolizione di un edificio a New York, e completa la transizione del poeta a Stonington – in cui viene trovata una nuova casa, una nuova vita, e un nuovo modo di fare arte. La poesia si apre ricordando il 1946 – anno di pubblicazione della prima raccolta poetica merrilliana – e ripercorrendo immagini passate si chiude al 107 di Water Street, utilizzando il tempo presente, rare strofe pentastiche con rime irregolari e una semplicità e raffinatezza di dizione disarmante. Nella domesticità della chiusa sta tutto l’impegno del poeta ad accogliere il mondo nella sua opera come nella sua casa.

E non si può non notare che, non appena il poeta si trova “in questa nuova stanza, / la mia, con le mie cose e i miei pensieri”, compare la prima menzione della “mutevole luce” che nel 1982 darà il titolo a The Changing Light at Sandover, forse la più grande poesia di tutto il ‘900.

Ci è francamente impossibile, almeno nel momento in cui le proviamo, descrivere le sensazioni suscitate dal vivere in questa casa, trovarcisi così assolutamente “a proprio agio”; sedersi al “tavolo di vetro-latte” dove “The Changing Light” è diventata poesia, o nella “Inner Room”, l’eremitaggio del poeta nascosto dietro la porta-libreria che accoglie i libri di viaggio; stringere il prisma di cristallo che dal davanzale di una finestra esposta a ponente proietta minuscoli arcobaleni su pavimento e pareti, sulla cupola di stagno bianco; cercare il piccolo angelo, di cui non c’è traccia, forse visione che preannunciava gli angeli maggiori della trilogia; strimpellare lo Steinway su cui Merrill provava la sarabanda di Satie…

Ringraziamo The Literary Estate of James Merrill presso la Washington University di St. Louis, Missouri, detentrice del copyright dell’opera merrilliana, e Stephen Yenser e J.D. McClatchy, esecutori letterari dell’autore, per il supporto fornito e per il permesso di pubblicare i testi e le traduzioni; e la James Merrill House di Stonington, Connecticut, per la preziosa opportunità concessaci.

DA UN TACCUINO

Il biancore vicino e distante.
Il freddo, la quiete…
Una prima parola è d’impasse
alla tormenta, passa
fuori nel fresco
candore. Non chiedi più niente.

Ogni passo anche mai intrapreso
porta in avanti, pur se
in cerchi sempre
più stretti, più stretti.
La vertigine
ti sostiene. E ora senza peso

plani sullo stagno ghiacciato,
calzato d’acciaio, a inseguire
il suo ovale senza sogni
con loop e spirali
finché (il tuo volto
luminoso e chino, coperto, svuotato

di ogni bisogno che tu conosca
cosa si nascondeva, cosa chiamava,
saggezza o errore,
sotto quello specchio)
la pagina che scarabocchiavi
si volta. Un giorno nuovo. Neve fresca.

FROM A NOTEBOOK

The whiteness near and far.
The cold, the hush. . . .
A first word stops
The blizzard, steps
Out into fresh
Candor. You ask no more.

Each never taken stride
Leads onward, though
In circles ever
Smaller, smaller.
The vertigo
Upholds you. And now to glide

Across the frozen pond,
Steelshod, to chase
Its dreamless oval
With loop and spiral
Until (your face
Downshining, lidded, drained

Of any need to know
What hid, what called,
Wisdom or error,
Beneath that mirror)
The page you scrawled
Turns. A new day. Fresh snow.

*

PRISMA

un fermacarte

Avendo di recente preso residenza
in una suite di stanze
senza vento, compatte e soleggiate, alloggio
ideale per l’ipofisi di Euclide
se non per un “gentiluomo scapolo (referenziato)”,
ti sei abituato alle giocose scomodità,
i pavimenti che ti scivolano da sotto alla rinfusa,
pareti invisibili erette mentre muovi
un passo, lasciandoti deforme per il resto del giorno,
come un cucchiaio in acqua; anche quel piombare improvviso
di colore insensato dall’angolo alla pagina,
che come niente consuma quest’ultima
giù giù fino alla tua firma,
dopo di che non c’è niente da fare se non ritirarsi,
leccandosi la ferita, nel… nel…
Guarda: (In precedenza
si sarebbe potuto dire dove si stava guardando,
dentro o fuori. Ma adesso è quasi…)… Guarda,
questo hai sognato:
fondersi in fuochi presi in prestito, affogare
in profondità inesistenti. Avresti voluto
far riposare le ossa in un cofanetto di vellutino rossiccio,
sonnecchiando per far passare il vecchio vaudeville, di mente e oggetto,
poco prevedendo il loro effetto su di te,
quegli insaziati attori dagli occhi di daga
che dalla prima falsa intuizione
fino al più recente tradimento delle prospettive,
cristallo, atomo ipnotico,
ti hanno trattenuto rapito, la prova, il figlio
non voluto da nessuno dei due. Di tanto in tanto
è dato vedere chiaramente. Là
c’è quello che resta di te, un corpo
dalla barba incolta, buttato sul sofà. Macchie d’uovo
si incrostano attorno alla bocca, il fumo ancora
sale tra le dita o dalle narici.
Gli occhi deflettono le stelle attraverso anni di lacune.
La tua agitazione in momenti del genere
è fin troppo umana. Tu e le stelle
sembrate entrambi in via d’estinzione, ciascuno
completamente alla mercé dell’altro. Eppure la gemma
orbita nello spazio, la visione si allontana.
Un valzer inespressivo luccica nella casa degli specchi grande come un cece.
Il giorno sta spezzando il cuore di un altro.

PRISM

a paperweight

Having lately taken up residence
In a suite of chambers
Windless, compact and sunny, ideal
Lodging for the pituitary gland of Euclid
If not for a “single gentleman (references),”
You have grown used to the playful inconveniences,
The floors that slide from under you helter-skelter,
Invisible walls put up in mid-
Stride, leaving you warped for the rest of the day,
A spoon in water; also that pounce
Of wild color from corner to page,
Straightway consuming the latter
Down to your very signature,
After which there is nothing to do but retire,
Licking the burn, into — into —
Look: (Heretofore
One could have said where one was looking,
In or out. But now it almost — ) Look,
You dreamed of this:
To fuse in borrowed fires, to drown
In depths that were not there. You meant
To rest your bones in a maroon plush box,
Doze the old vaudeville out, of mind and object,
Little foreseeing their effect on you,
Those dagger-eyed insatiate performers
Who from the first false insight
To the most recent betrayal of outlook,
Crystal, hypnotic atom,
Have held you rapt, the proof, the child
Wanted by neither. Now and then
It is given to see clearly. There
Is what remains of you, a body
Unshaven, flung on the sofa. Stains of egg
Harden about the mouth, smoke still
Rises between fingers or from nostrils.
The eyes deflect the stars through years of vacancy.
Your agitation at such moments
Is all too human. You and the stars
Seem both endangered, each
At the other’s utter mercy. Yet the gem
Revolves in space, the vision shuttles off.
A toneless waltz glints through the pea-sized funhouse.
The day is breaking someone else’s heart.

*

ANGELO

Sopra la mia scrivania, ronzante e borioso,
(anche se appena più grande di un colibrì)
in vesti finemente intessute, scuola di Van Eyck,
aleggia un visitatore palesemente angelico.
Punta l’indice alla finestra
verso il vuoto cristallino, le vaporose
esalazioni dalle case e dalla gente che corre a casa
via dal sole freddo che martella il mare,
mentre con l’altra mano
indica il pianoforte
dove la Sarabanda numero 1 è aperta
al passaggio che non saprò mai padroneggiare
ma che ha già, senza alcuno sforzo, padroneggiato me.
Apre la bocca come per dire, o per cantare:
“Tra il mondo che Dio ha creato
e questa musica di Satie,
scorti solo attraverso uno schermo, ma completi,
radiosi e voluti,
che esigono lode, esigono resa,
come fai a startene seduto davanti al tuo taccuino?
Cosa credi di fare?”
Invece non dice niente—saggiamente: potrei elencare
qualche pecca del mondo di Dio, o di quello di Satie; del resto
come ha acquisito la sua predilezione per Satie?
Un po’ per provocarlo, torno a concentrarmi sulla pagina,
le frasi ancora grumose, incoerenti.
Il minuscolo angelo scuote la testa.
Non c’è sorriso sul suo volto tondo, imberbe.
Non vuole che nemmeno questi pochi versi vengano scritti.

ANGEL

Above my desk, whirring and self-important
(Though not much larger than a hummingbird)
In finely woven robes, school of Van Eyck,
Hovers an evidently angelic visitor.
He points one index finger out the window
At winter snatching to its heart,
To crystal vacancy, the misty
Exhalations of houses and of people running home
From the cold sun pounding on the sea ;
While with the other hand
He indicates the piano
Where the Sarabande No. 1 lies open
At a passage I shall never master
But which has already, and effortlessly, mastered me.
He drops his jaw as if to say, or sing,
“Between the world God made
And this music of Satie,
Each glimpsed through veils, but whole,
Radiant and willed,
Demanding praise, demanding surrender,
How can you sit there with your notebook ?
What do you think you are doing?”
However he says nothing — wisely : I could mention
Flaws in God’s world, or Satie’s ; and for that matter
How did he come by his taste for Satie ?
Half to tease him, I turn back to my page,
Its phrases thus far clotted, unconnected.
The tiny angel shakes his head.
There is no smile on his round, hairless face.
He does not want even these few lines written.

*

IN AFFITTO

per David Jackson

Qualcosa nella luce di questo pomeriggio di marzo
ricorda quel primo, abbacinante,
del 1946. Sedevo estatico
con i miei vestiti vecchi nella prima di diverse
stanze ammobiliate, capo inclinato in attesa di quel suono
che si riconosce solo quando lo si sente.
Neve nuova ovattava la via, intonsa
per lasciare più bianca e più radiosa
la radiosa pagina bianca girata nella notte.

Una matita gialla a mezz’aria
continuava ad appuntare numeri inconsueti,
con il 9 e il 6 che formavano uno stereoscopio
attraverso il quale cogliere il Reale
Inverno all’Antica della frase del padrone di casa,
attraverso il quale le noiose ideés reçues
di rovere, velluto, uncinetto, e anche le immagini
di neonati sulla credenza, pregio e significato descrittomi
doviziosamente dal principio, potevano essere sondate
in cerca di segni che non avrei riconosciuto finché non li avrei visti.

Ma gli oggetti, innocenti
(come tutti un tempo siamo stati) della svalutazione annua,
più li guardavo e più si facevano vacui,
languivano sotto una luminosa vestaglia scozzese
gettata su di noi da telai, montanti gemelli
e dalle diseguali vetrate oblunghe
di finestre e controfinestre. Queste,
lavate in tutta furia e lasciate ad asciugare non lustrate,
proiettavano sulla parete più interna
gli spettri della tormenta, come ciottoli sott’acqua.

E in verità, da dentro, increspature
di calore avevano visibilmente cominciato a portare in su e via
i bouquet e le ghirlande di un quarto di secolo.
Lasciali andare, che li volevo a fare?
Era ora di cambiare quella carta da parati!
Friabile, itterica nella rinnovata radiosità
era tempo di lasciare veleggiare via l’ultima ghirlanda
sopra ai morti, di spazzare i fiori. Il ballo
era finito, s’era fatta luce; gli uomini sembravano stanchi
e impacciati nelle loro uniformi.
Io sedevo, con il capo arrovesciato, e con le macchie secche
di luce sulle guance, ho proposto
questo baratto alla—diciamo, alla fonte di luce
che concessimi alcuni altri anni
(sette o dieci o, sembrava fin troppo, quindici)
da trascorrere in amore, in un paese non in guerra,
io avrei dato in cambio
tutto ciò che avevo. Tutto? Una traccia di sole
mi sorse in gola. Firmammo il contratto.

Non mi sono nemmeno accorto che il tempo è scaduto.

Me ne rendo conto però oggi, in questa nuova stanza,
la mia, con le mie cose e i miei pensieri, la vista
di tetti, chiome d’alberi, le pareti nude.
Una luce mutevole s’abbuia, muta
in sedia dorata da salone da ballo una sedia
destinata a rompersi sotto il peso del prossimo venuto.
Lascio che la luce muti anche me.
Il corpo che ha vissuto lungo quel tempo
con l’amore bastevole e la pace relativa
di quegli anni brevi, adesso non è mio.
Lo si potrebbe chiamare anima?
Sa, ad ogni modo,
che quando la luce muore e la campana rintocca
il suo reduce più scarno si alzerà di fronte
a compagni non riconosciuti
ubriachi e giovani di nuovo e togati di mutevoli
rossori; e musica s’alzerà

con la mazza dal puntale d’osso che batte rapida, fievole,
dalle strade di sotto, dalle mie depressioni…

dal campanello che squilla.
Con un piede addormentato, saltello
per far entrare gli amici. Battono
i piedi per scrollare via
l’ultima neve di primavera—speriamo che lo sia.

Uno ha portato un vaso di viole;
il secondo del vino; il migliore,
la sua mano aperta, vuota! Nella stanza adesso
come un lampione splende il sole.
Metto i fiori dove mi servono di più

e poi, senza chiedere perché sono venuti,
invito gli ospiti a mettersi seduti.
Se finalmente sono diventato
un anfitrione, lo sono di poco più del mio passato.
Possano gli altri trovarcisi a proprio agio.

A TENANCY

for David Jackson

Something in the light of this March afternoon
Recalls that first and dazzling one
Of 1946. I sat elated
In my old clothes, in the first of several
Furnished rooms, head cocked for the kind of sound
That is recognized only when heard.
A fresh snowfall muffled the road, unplowed
To leave blanker and brighter
The bright, blank page turned overnight.

A yellow pencil in midair
Kept sketching unfamiliar numerals,
The 9 and 6 forming a stereoscope
Through which to seize the Real
Old-Fashioned Winter of my landlord’s phrase,
Through which the ponderous idées reçues
Of oak, velour, crochet, also the mantel’s
Baby figures, value told me
In some detail at the outset, might be plumbed
For signs I should not know until I saw them.

But the objects, innocent
(As we all once were) of annual depreciation,
The more I looked grew shallower,
Pined under a luminous plaid robe
Thrown over us by the twin mullions, sashes,
And unequal oblong panes
Of windows and storm windows. These,
Washed in a rage, then left to dry unpolished,
Projected onto the inmost wall
Ghosts of the storm, like pebbles under water.

And indeed, from within, ripples
Of heat had begun visibly bearing up and away
The bouquets and wreathes of a quarter century.
Let them go, what did I want with them?
It was time to change that wallpaper!
Brittle, sallow in the new radiance,
Time to set the last wreath floating out
Above the dead, to sweep up flowers. The dance
Had ended, it was light; the men looked tired
And awkward in their uniforms.
I sat, head thrown back, and with the dried stains
Of light on my own cheeks, proposed
This bargain with – say with the source of light:
That given a few years more
(Seven or ten or, what seemed vast, fifteen)
To spend in love, in a country not at war,
I would give in return
All I had. All? A little sun
Rose in my throat. The lease was drawn.

I did not even feel the time expire.

I feel it though, today, in this new room,
Mine, with my things and thoughts, a view
Of housetops, treetops, the walls bare.
A changing light is deepening, is changing
To a gilt ballroom chair a chair
Bound to break under someone before long.
I let the light change also me.
The body that lived through that day
And the sufficient love and relative peace
Of those short years, is now not mine.
Would it be called a soul?
It knows, at any rate,
That when the light dies and the bell rings
Its leaner veteran will rise to face
Partners not recognized
Until drunk young again and gowned in changing
Flushes ; and strains will rise,
The bone-tipped baton beating, rapid, faint,
From the street below, from my depressions –

From the doorbell which rings.
One foot asleep, I hop
To let my three friends in. They stamp
Themselves free of the spring’s
Last snow – or so we hope.

One has brought violets in a pot ;
The second, wine ; the best,
His open, empty hand. Now in the room
The sun is shining like a lamp.
I put the flowers where I need them most

And then, not asking why they come,
Invite the visitors to sit.
If I am host at last
It is of little more than my own past.
May others be at home in it.

[Immagine: Damiano Abeni e Moira Egan, 107 Water Street, Stonington, CT].

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