cropped-scudetto-1982-83-11.jpgdi Filippo D’Angelo

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 6 dicembre 2015].

È necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo da non desiderare, per parte nostra, la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto.
Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali

Fra le molte, mai troppe partite viste allo stadio seguendo il Genoa, quella che mi è rimasta più impressa è uno squallido pareggio del campionato 1982-1983, consumato contro il Torino al Luigi Ferraris, nel mese di gennaio, quando nel capoluogo ligure spira un vento freddo e umido che ingracilisce le ossa.

Genova era una città di quasi ottocentomila abitanti (oggi ne ha meno di seicentomila). L’industria pesante dava segni di cedimento, ma l’Italsider e l’Italimpianti non erano ancora state svendute ai privati; il porto restava paralizzato dal monopolio della Compagnia Unica; le Brigate Rosse continuavano a terrorizzare esponenti marginali della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. Lo stadio della città poteva contenere sino a sessantamila spettatori (oggi, poco più di trentamila), senza contare quelli appostati sui balconi delle palazzine svettanti a est del terreno di gioco, fra i quali, immancabile ospite di amici, Padre R., il prete “buliccio” dell’Istituto Arecco, la scuola di gesuiti che allora frequentavo, uomo di genuina bontà, promotore e arbitro del campionato calcistico tra classi, la cui sola debolezza era verificare con mano, negli spogliatoi, che i bambini avessero bene infilato la maglietta nei calzoncini, scatenando una ridda di lazzi e risatine.

Insomma, il 30 gennaio del 1983, andava tutto bene, o quasi. Genova era una città moderna, aspra e conflittuale, piena di tossici, travet, chierici, puttane, imprenditori, commercianti, operai, travestiti, avvocati, terroristi, mamme, bambini e maniaci sessuali. Una città, a suo modo, straripante di vita. Nel giro di pochi anni finì tutto in malora: i tossici e i chierici morirono, i commercianti e le puttane chiusero bottega, gli operai e i travet vennero licenziati, gli imprenditori fallirono, i terroristi e gli avvocati persero la loro causa, le mamme e i maniaci sessuali smisero di fare o di farsi i bambini.

Col senno di poi, l’unico di cui dispongo, mio cruccio e compiacimento postumo, questa catastrofe mi sembra essere stata annunciata dall’autogol di Claudio Testoni, detto “Ruspa”, al trentesimo minuto del secondo tempo di Genoa-Torino. Un gesto la cui ferocia impercettibile può ambire alla controversa dignità di presagio.

L’immagine documentale rimastaci oggi di quel gesto è, formalmente, di qualità infima, come naturale per un evento non votato alla riproduzione digitale infinita: un brevissimo spezzone di Domenica Sprint (e non aggiungo altro, per non indulgere alla disdicevole poetica del vintage, appannaggio dei cretini). Il contenuto, di quell’immagine, è invece di qualità estetica – ma non solo: etica e, sia detto per una volta senza ironia, ontologica – sublime (0:10):

Un giocatore del Torino crossa in direzione dell’aerea di rigore genoana dall’estrema sinistra del terreno di gioco, Testoni, terzino destro, accenna con le spalle e il capo un movimento di ripulsa del pallone verso il fondo del campo, ma, in una frazione di secondo, quel movimento subisce un’inversione di rotta, seguendo uno scatto innaturale degli arti, come fosse manovrato da un demone capriccioso: la testa del difensore si trasforma in un cefalo bifronte e insacca la sfera in rete.

Testoni, peraltro valente giocatore, non era nuovo a gesti del genere. Giocò nel Genoa centottantatré partite e segnò cinque o sei gol, nessuno dei quali nella porta avversaria. Ma, in occasione di quel pareggio contro il Torino, la sua propensione all’autorete mostrò l’inequivocabile marchio di un destino. Ciò che Testoni, col suo proditorio colpo di testa, volle dirci, e ancora ribadisce grazie all’eterno ritorno di Youtube, è una verità a suo tempo intuita dal giovane Leopardi nei versi dedicati A un vincitore nel pallone: «Nostra vita a che val? Solo a spregiarla». Vincitori? Vinti? La vita è un ineluttabile pareggio, e quando occorre rammentarselo, una porzione di sé è sempre pronta a compiere il sacrificio necessario.

Nella sua perfezione di puro segno negativo, l’autogol è fenomeno sportivo proprio soltanto del calcio e dell’hockey su ghiaccio. Le altre discipline ispirate al principio finale della sfera in rete – la pallamano e la pallanuoto – non conoscono, salvo trascurabili eccezioni, questa metafora del suicidio (l’hockey su prato l’ha bandita dal proprio orizzonte figurale nel 2013: per regolamento, i gol marcati nella propria porta non sono ormai considerati validi). Ma il calcio e l’hockey su ghiaccio, invece di trarne spirituale fierezza, tendono a rimuovere questo gesto dal loro sistema di valori: se, in caso di deviazione da parte di un difensore, il gol è assegnato all’attaccante avversario autore del tiro, gli autogol autentici, come quello di Testoni in favore del Torino, non vengono attribuiti a nessuno; sprofondano nella nebbia di un vuoto normativo, condannati a restare atti anonimi in cerca d’autore.

Talvolta la pratica di questo gesto diviene una forma consapevole, e collettiva, di resistenza, come l’anno scorso in Indonesia, quando due squadre qualificate ai play-off della seconda divisione, il Pss Sleman e il Psis Semarang, gareggiarono a chi avrebbe marcato più autogol per evitare di scontrarsi in finale contro il Pusumania Borneo, club affiliato alla mafia locale (finì tre a due, entrambe le squadre furono squalificate per comportamento antisportivo, il Pusumania Borneo fu promosso in prima divisione). Ma, simili anomalie a parte, l’autogol rimane un atto sovranamente individualistico, traduzione delle tante, minime o massime sfide che ogni essere umano desidera infliggersi contro qualsiasi speranza di vittoria: tradire la persona amata, spingere il proprio corpo oltre i suoi limiti, contrariare i cari e blandire i nemici, sconfessare a un tempo stesso il proprio punto di provenienza e di approdo. L’autogol, insomma, come sinonimo della sola libertà possibile: una libertà individuale condizionata dal negativo.

Nella Mesoamerica precolombiana veniva praticato un complesso e liturgico gioco della palla. Alcuni fra i siti archeologici più rilevanti delle civiltà olmeca, maya, tolteca, zapoteca o azteca conservano vestigia dei terreni consacrati a tale ludo cerimoniale, le cui regole, ad oggi non del tutto note, variarono a seconda delle epoche e delle aree geografiche. Si presume che la finalità del gioco fosse far passare la palla attraverso monumentali anelli di pietra, senza mai toccarla né coi piedi né con le mani, ma solo coi gomiti, i fianchi, i ginocchi o i glutei. Ciò che si sa per certo, è che la palla, di caucciù, materia sacra per le popolazioni mesoamericane, rappresentava il sole, di cui si volevano figurare ritualmente i supposti movimenti celesti. Si ignora invece se ad essere decapitati alla fine di ogni partita fossero i vinti o i vincitori.

[Immagine: Genoa 1982-83].

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