cropped-prova-cover-10-high_web.jpgdi Goffredo Parise

[Trent’anni fa, il 31 agosto 1986, moriva Goffredo Parise. Tra le diverse iniziative per ricordarlo (anche editoriali, come la riproposta da Neri Pozza del Ragazzo morto e le comete o quella, prossima da Adelphi per le cure di Domenico Scarpa, degli Americani a Vicenza) si segnala, appena uscito da Marcos y Marcos (pp. 544, € 28), il numero monografico di «Riga» curato da Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa. Come d’abitudine la rivista presenta numerosi scritti dell’autore, inediti (come il romanzo incompiuto La politica (Trotto leggero), l’intero carteggio con Italo Calvino, o un frammento dal viaggio negli Stati Uniti del 1961) e dispersi (come i tre «sillabari» della rubrica del «Corriere della Sera» restati esclusi dalle sillogi del 1972 e del 1982, e una serie di reportage mai raccolti in volume), un’ampia antologia della critica (impressionante la serie degli scrittori, amici o rivali: da Montale a Zanzotto, da Piovene a Pasolini, da Moravia alla Ginzburg, da Sanguineti ad Arbasino, da Ceronetti a Cordelli, da La Capria a Magrelli), e diciassette saggi scritti per l’occasione e disposti – com’è abitudine, per «Riga» – in forma di “sillabario”: da Capote a Spettri. Completano il numero gli omaggi di Andrea Bajani, Giuseppe Montesano e Vitaliano Trevisan, e una galleria dei ritratti fatti negli anni, al compagno di vita, da Giosetta Fioroni (in occasione del festival di Mantova, il prossimo 7 settembre, s’inaugura alla galleria Corraini la mostra Fioroni-Parise, Lettere d’amore). Da «Riga» estraiamo due frammenti significativi dai reportage parigini, con una nota scritta appositamente per Le parole e le cose da Andrea Cortellessa]

 

Allah ci guarda dalla torre Eiffel

Parigi 7 aprile [1955]

Mi sono preso tempo fa la briga di fare una piccola in­chiesta sui nord-africani a Parigi (algerini, marocchini) e mi son reso conto immedia­tamente quale gatta da pela­re si sian presi i francesi con questa specie di impor­tazione coloniale; e in quali legittime preoccupazioni si trovino questi disgraziati da­tori di lavoro parigini, tro­vandosi davanti ogni giorno uno di questi curiosi tipi, con un grosso fagotto sotto il braccio e magari qualche mo­glie alle calcagna.

Una sera ho voluto visitare io stesso il quartiere arabo: visitare, è una parola, sareb­be molto meglio dire pene­trare. Erano le nove, c’era buio, pioveva, lo chauffeur del tassì mi conduceva di pessima voglia, verso quella estrema banlieue di Parigi che si chiama Genevilliers, sbagliando più volte strada e brontolando contro la piog­gia che cadeva fitta.

Genevilliers è una specie di grande paese, per lo più costituito di enormi fabbri­che di prodotti chimici, fan­tomatiche costruzioni che si alzano oltre gli argini della Senna in un groviglio di gru, argani e fumaioli. Inoltra­tomi da solo in questo labi­rinto, limitato da altissimi muri ciechi, dove la pioggia scendeva insieme con le sco­rie degli sfiatatoi e gli acidi dei comignoli, son riuscito, credo grazie a un mio fiuto particolare, a trovare la rue Paul-Vaillant-Couturier. È una di quelle vie strette e su­dicie della banlieue parigina, segnata da muri di mattoni o da steccati. Dall’alto, co­me filtranti dal cielo carico di pioggia, spiragli di luce az­zurrina illuminavano appena la strada; la fabbrica da cui uscivano quelle luci era av­volta nel buio, ma doveva es­sere altissima. Si vedevano solo i bagliori del neon, e questi, ad un certo momen­to, con mio immenso stupo­re, illuminarono la facciata di uno strano palazzo more­sco, bianchissimo, dalle cui finestre a trifora, ornate di colonnine a tortiglione, fil­trava una luce rosso-viola.

Un silenzio profondo, te­tro, regnava tutto intorno, appena solcato da una voce tremula e lentissima che si snodava in una nenia inter­minabile. Mi trovavo in pie­no quartiere arabo, e scen­dendo dal tassì (che volò via senza perder tempo) mi di­ressi verso quella nenia. Un portone di fattezze orientali mi si parò dinanzi: in alto, sulla facciata, stava scritto in francese e in arabo: Foyer musulman.

Bussai alla porta più vol­te, ma nessuno venne ad aprirmi: intanto la pioggia seguitava a cadere, e curioso era quel fatalismo che mi spingeva a starmene passi­vamente sotto quel portone, ad attendere come in un so­gno ch’esso si aprisse; co­me se, per virtù stessa del­l’atmosfera di là da quel portone si spalancasse la via dell’Oriente, e mi attendes­sero un bel caldo e una not­te stellata.

Bussai ancora e alla fi­ne vennero ad aprirmi. Era un francese, ringraziando Iddio, con il quale potei spiegarmi. Sapevo che que­sti arabi parlano il francese assai male; molti di essi, do­po anni di permanenza a Parigi, non sanno una parola della lingua del paese. Il francese, ch’era, venuto ad aprirmi e che risultò essere il guardiano di questo foyer musulman, mi fece entrare e mi accompagnò a vedere i locali. Intorno giravano, guardandomi in silenzio coi lunghi occhi oleosi colmi di curiosità e di diffidenza, al­cuni di questi arabi, infa­gottati nei luridi burnus; chi scalzo, chi provvisto di quel­le ciabatte marocchine ap­puntite e a colori vivaci. Uno di essi mi si avvicinò rivolgendomi la parola in una lingua che non credo fosse né araba né di questo mondo… e infatti era mu­to. Il guardiano mi spiegò ch’era un tale a cui, nel suo paese, avevano tagliato la lingua.

La nenia che avevo udito da fuori intanto si avvici­nava, la si poteva udire sempre più chiaramente finché scoprii il cantore. Un gruppo di arabi gli stava attorno e al nostro arri­vo, dopo un attimo di silen­zio carico di curiosità e di domande inespresse, essi at­taccarono l’accompagnamento con un battere di mani sommesso ed estremamente ritmico.

«Stanno recitando le lo­ro preghiere» mi spiegò il guardiano «quelli che non trovano da lavorare non fan­no altro».

Erano tutti musulmani, naturalmente non apparte­nenti alla setta religiosa dei Foukaras, che è la setta ca­peggiata, in Marocco, dal pascià Ben Yussef. In ogni caso gli appartenenti a que­sta setta non sarebbero am­messi né in Francia né al foyer musulman con i tem­pi che corrono. Cercai di fa­re alcune domande ad uno di costoro che mi stavano accanto guardandomi atten­tamente, ma egli non rispose. «Alcuni, rari, sanno par­lare benissimo il francese ma non vogliono compro­mettersi» mi disse il por­tiere. «Devono pure in qualche modo, assicurando o fingendo fedeltà alla Francia, conservare il letto al foyer, almeno per quel mese che spetta loro di diritto».

 

Qui, come in tutti gli al­tri centri di raccolta per emigrati nordafricani, orga­nizzati dalla Prefettura del­la Senna, a Boulogne, a Nanterre e a Parigi, non so­no ammessi che dei lavora­tori regolarmente iscritti al­le liste; per settanta franchi al giorno essi hanno diritto a un letto, in uno dei dormi­tori del foyer, a due o tre coperte, possono usufruire inoltre del gas e dell’elettricità.

Ma il tragico è che vi pos­sono restare soltanto un me­se. Se allo scadere dei tren­ta giorni non hanno trovato un lavoro vengono messi sul­la strada, con il loro burnus e i loro tamburelli. E dal momento che voglia di lavo­rare questa gente ne ha piut­tosto poca, un enorme nu­mero di essi si trova sulla strada o comunque costretto al rimpatrio, ad ogni mese. A sentir loro sono operai specializzati; hanno uno stra­ordinario senso della digni­tà e, quando vien loro propo­sto qualche lavoro, stanno a pensarci sopra, un poco an­che per via della lingua, scuo­tono il capo e impiegano mol­to tempo a decidere.

Mi si racconta che a Montreuil, presso uno dei tanti uffici di collocamento per personale arabo, Monsieur Solbès, che è il direttore, ha la pazienza, quando ci sono richieste, non solo di annunciarle, ma addirittura di spiegare nella sua sostanza che cosa è un determinato lavoro.

Ad esempio egli annuncia: cercasi un falegname, un aggiustatore, un montatore, tornitore… e poi spiega: fa­legname è quello che lavora il legno, lo taglia con la se­ga, lo pialla… tornitore è quello… e giù la spiegazione. Naturalmente M. Solbès è perfino costretto a dare que­sti ragguagli con molto tat­to, per non offendere la su­scettibilità degli arabi che si definiscono “operai specia­lizzati”.

Uno di questi con cui mi son trovato a parlare mi dis­se che tra qualche giorno sa­rebbe scaduta la sua perma­nenza a uno dei foyers. Se non avesse trovato lavoro, se ne sarebbe dovuto anda­re. Era stranamente tran­quillo; come sorretto da un fatalismo fanatico egli mi disse: «Tant’ pis, tanto peggio, se non trovo lavoro questa settimana, mi mette­rò ad offendere un poliziotto. Ciò mi permetterà di passa­re qualche giorno tranquil­lo in prigione…»

Il Consiglio Generale del­le innumerevoli associazioni per l’amicizia nord-africana accorda 114 milioni all’anno per assistenza agli emigrati. Occorrerebbero miliardi. E intanto Parigi si trova sotto l’assedio di un muto esercito di gente che non può non essere nemica finché trova l’ospitalità ridotta a trenta giorni: presso di loro l’ospi­talità è sacra.

Il problema di questi emi­grati è di un’importanza fondamentale, stando come le cose stanno in Marocco. I ferri vanno arroventandosi e Parigi cova in seno i fu­turi ribelli senza accorgerse­ne. Ma Parigi crede di con­quistare questa gente dallo sguardo impenetrabile co­struendo per loro dei foyers musulmans, con tanto di so­vrastrutture moresche, in mezzo alle fabbriche e agli sfiatatoi degli acidi. Mi do­mando fino a che punto Pa­rigi è convinta del fascino e della gloire che sbandiera ai quattro venti nel mondo, per commettere questa sorta di ingenuità.

Una notte per Parigi con i “blousons noirs”

 

Parigi 27 novembre [1959]

La prima impressione è di cani San Bernardo, di quelli ammaestrati per i selvaggi, con la fiaschetta di Arquebuse legata al collo: gli stessi occhi buoni e umili, il pelo folto, riccio, unto; cani con basette o con una vaga ombra di morbidissimi baffetti appena nati sopra il grosso labbro superiore, gonfio, nerastro, tutto screpolato come dai geloni. E la divisa che dà loro il nome è una giubba di pelle nera come se ne trovano a migliaia sotto le tende dei mercati di Clignancourt. Non si riesce a immaginare come questi cagnoni timidissimi, quasi senza parole (ogni tanto, raramente, parlano tra loro con una sorta di mugugno, si urtano, oppure assaliti da smanie disperate ed improvvise si danno a rapidissime prove di forza con colpi di judo o saltelli e finte da boxeurs) possano aver terrorizzato Parigi e tutta la Francia al punto che, questa estate, i giornali non parlavano quasi d’altro. Eppure al nome di blousons noirs, vecchiette inermi e fi­danzati impiegatizi (le vitti­me) si sentono rizzare i capel­li, muoiono di paura e solo a vedere una giubba nera in un bar, corrono a chiudersi nelle toilettes.

Per conto mio, ripeto che la impressione è di cani buonis­simi; randagi, sporchi, ma dol­ci cani. Compaiono nelle ore notturne sui boulevards sbu­cando, due tre per volta, da vie laterali, dai caffè appena chiusi: come quei cagnetti bianchi e neri o bianchi a macchie rosse, o bianchi e marron, chi col cimurro, chi con la coda mozza, chi con un orecchio smangiucchiato da una brutta avventura con lupi e boxer borghesi che scivolano fuori dagli angoli delle contra­de alla domenica pomeriggio, quando tutti sono al cinema e c’è mezza pioggia in giro, mez­za nebbia e un brutto freddo umido; sbucano dagli angoli, si incontrano, annusano qua e là, fanno gli indifferenti ma la solitudine è tanta, il padro­ne non c’è o non esiste, gio­cano un po’ con un barattolo, poi annusano un’altra volta e alzano la gambetta contro una colonna sempre con l’aria in­differente di chi sta bene an­che da solo; ma poiché la stra­da è deserta, è domenica, non c’è un ragazzaccio che li fac­cia ammattire con sassi e pe­date, non sanno cosa fare e allora si mettono insieme.

Passano le ore, rincorrono altri barattoli e presi da inte­ressi improvvisi e sempre nuo­vi, con entusiasmo inaudito percorrono angoli e angoli per chilometri. Il gruppo diventa una muta, ai cagnetti si ag­giungono i cagnoni e i cani disgraziati da Dio e dalla sven­tura, come quelli a tre zampe, i monchi, gli storpi, i ciechi, i vecchissimi con gli occhi co­perti dalle cateratte, altri ca­ni reduci da brutte avventure in campagna, con tre baratto­li appesi dietro, ma non im­porta niente, sempre avanti verso una vita migliore, il mi­raggio di glorie, di un harem di cagnette borghesi, barboncine, volpine profumatissime…

Viene la sera, arriva la not­te, qualcuno fa a tempo a fi­nir sotto una automobile, nel gran silenzio di tutti gli altri che guardano da dietro gli angoli, con occhi da re­quiem æternam, la muta epico-domenicale si sperde di nuo­vo in gruppetti, poi anche i gruppi si assottigliano e i ca­gnetti uno alla volta, si sepa­rano, col loro barattolino, fa­cendo finta di niente, annu­sando, pieni di fame: al pri­mo bidone di immondizie si cacciano dentro, raspano, mangiucchiano quello che tro­vano, sbadigliano con un fi­schietto e un poco alla volta, tutti arrotolati, si addormen­tano.

Così, come i cani, questi ra­gazzi, teppisti, teddyboys, blousons noirs. Hanno tutti un nomignolo, come Bibi, Cou-cou, Bebert, Lapin i più gio­vani; Lupo, Canaille, Moroco, quelli di poco più anziani, più grossi con i baffi.

Molti sono nord-africani, o misti. Abitano dappertutto, alla periferia di Parigi, a Lilas, a Balard, a Genevilliers e nel quartiere arabo del centro, a Barbes. Ma dove abitano, come abitano e con chi abitano è difficile saperlo; quando riescono a racimolare un po’ di soldi si rintanano in tre o quattro in una stanzuccia di albergo a cinquecento franchi per notte nei pressi dell’Odeon. Non hanno ritrovi particolari, punti della città dove si riuniscono, perché le riunioni sono occasionali e canine come ho già spiegato.

Ne conobbi uno al Café Bo­naparte, un certo Bitz; sedici anni, figlio di una francese e di un marocchino. Conosciuto lui ne conobbi cento. Non ci fu molto da fare: si offre una birra e, come quando si getta un osso a un cane, ne arrivano altri tre che ciondo­lavano fuori del bar. Chissà perché Bitz pareva attirarli tutti, coi suoi gesti da “drit­to”, i capelli tinti malamente di biondo (gli chiesi perché si era tinto i capelli ed egli mi rispose seccato che no, non erano tinti, che sua madre, francese, era bionda), le ma­ni in tasca, lo sguardo sem­pre in movimento, preso da frenetici e istancabili interes­si per tutto.

I suoi occhi, come del resto quelli dei suoi amici esprime­vano una avidità costante e mai sazia: il mio vestito, il mio pullover, le mie scarpe, la mia cravatta in pochi mi­nuti non ebbero per loro più segreti. Bitz insistette per ave­re il mio pullover in regalo; immediata gelosia degli altri tre che attaccarono subito a ringhiare in arabo. Per farli finire io promisi a tutti e quat­tro per il giorno seguente: lo avrei dato al primo che avrei trovato al Bonaparte. Con questa promessa li conquistai ed essi vollero portarmi con loro per tutta la notte, per non perdermi d’occhio.

Fu un tour inaudito.

Cominciarono col trascinarmi in un caffè dove si entusiasmarono subito per le esibizione di un giovane negro del Sudan che si divertiva a sollevare sedie e tavoli coi denti. Ma il gioco durò pochissimo e l’entusiasmo si spense nel giro di pochi minuti. Disperato per la brevità del successo, Alì prese subito a litigare con un ragazzo altissimo e biondo dal viso foruncoloso che non aveva abbastanza apprezzato giochi di for­za. Brevissimo scontro in cui Alì ebbe la meglio; non con­tento e sollecitato dagli sguar­di di richiesta degli altri fece del giovane biondo ciò che aveva fatto, di tavole e sedie: cominciò a sollevarlo su due mani, su una mano, portan­dolo a spasso per il bar e fuo­ri. Il biondo non soltanto su­biva, ma si prestava, per quel che gli era possibile, a rende­re più emozionanti le esibi­zioni di Alì.

Lo spettacolo richiamò una diecina di altri ragazzi che applaudirono rendendo Alì co­sì felice da rimettere al suolo il biondino, e compensarlo con un lungo e languido cha-cha-cha danzato strettissimo al suono del juke-box. Finito il ballo Alì, entusiasta del suo numero, pagò da bere a tutti i presenti e propose di anda­re alle Halles.

A questo punto cominciò la camminata. Il gruppo era già di quindici o venti, Alì e il biondino in testa (un capo arabo ribelle e il suo scudiero) gli altri dietro. Tutti alla Sen­na: Alì proponeva una gara di nuoto. Altri si aggiunsero per la strada; un piccolo francese un poco rosso, minuscolo e tutto nero, con due lunghe ba­sette a punta, ciondolante e solitario, si unì al gruppo, ma stando in disparte. Arrivati al Pont des Arts, silenzioso e immusonito come quando s’era attaccato, si spogliò rapida­mente e si gettò in acqua prima che cominciassero le di­scussioni e le scommesse.

Non si vedeva nulla, nuota­va lento e quasi sommerso nelle buie acque della Sen­na, pensando a chissà che co­sa, sempre immusonito, con lo stesso cipiglio tornò a riva e si rivestì senza parlare. Pau­sa di silenzio e rumore di una folla di suole sul Pont des Arts, pensieri di vaga ammi­razione nei cervelli e improv­visa fame che diede fiato al­la voce di Alì per una sequela di imprecazioni.

Cammina e cammina il grup­po ingigantiva: si vedevano sbucare da certe viuzze, tre o quattro magre figure dalle giacche e i capelli lucidi si profilavano nella prima neb­bia notturna in fondo a un viale deserto. Si avvicinavano, curiosavano, trovavano amici di altre serate come questa, qualche finta di pugilato, stret­te di mano da uomini d’affari, si attaccavano. Alle Halles il bar stava chiudendo ma ria­prì per quieto vivere e il gros­so patron col grembiule nero fino ai piedi si precipitò a pre­parare panini per tutti, aiuta­to da un garzone pieno di son­no.

Tutti mangiarono, poi rimangiarono, poi mangiarono un’altra volta finché Bitz, che fino a quel momento era rima­sto nell’anonimo, oscurato pri­ma da Alì, poi dal moretto nuotatore, uscì annunciando che lui andava a Pigalle. Do­veva essere una grande trova­ta piena di imprevisti perché lo abbracciarono e portando con sé ognuno il proprio bic­chiere lo seguirono. Alì e altri due rimasero per pagare, si udì un gran fracasso di sara­cinesche e vetri rotti, tutti si misero a correre; poi, un po­co alla volta, visto che non capitava nessuno, la marcia riprese regolare, in silenzio. I bicchieri furono allineati in mezzo alla strada, a beneficio della prima automobile.

Ci vollero due ore di marcia per arrivare a Pigalle, i bar erano già chiusi, ma fu inva­so un localino di spogliarello affondato in una cantina. L’annunciatore, un vecchio gras­so e cascante con tondi occhiali che si definì professore di musica intimando rispetto, fu costretto a uno spettacolo di streap-tease mentre la porta d’entrata e il telefono erano sorvegliati. Il professore di musica rivelò una pinguedine tale da far impazzire dalle ri­sa anche due delle ragazze dello spettacolo fermate da Bitz proprio sull’uscita. Fu portato in trionfo seminudo fin sulla piazza e lì abbando­nato sussultante e con gli oc­chiali rotti.

Altre tre ore e mezzo di marcia fino ai sobborghi, in vista di Genevilliers. Era ca­lata una nebbia leggera e un chiarore che non era quello dell’alba ma che sorgeva dal­le acciaierie e dalle ferriere di là dalla Senna, illuminava di riverberi rossastri una va­sta zona di campi gibbosi con pozze d’acqua e cosparsi di de­triti di ferro, oltre gli argini fino al limitare del quartiere di Genevilliers.

Il cielo era cupo, infuocato e pesante per il fumo delle ci­miniere e in fondo, all’orizzon­te, all’altra estremità del vil­laggio, la guglia bianca d’una moschea lo trafiggeva simile a un miraggio di missile in partenza. Nell’oscurità, vicinissima alle ferriere, e simile a un muro di cinta si allungava tutta una fascia di baracche costruite con lamiere e detriti di ferro. Alcune dovevano es­sere abitate, molte altre vuo­te e cadenti.

Bitz e gli altri ragazzi s’erano disseminati tra le gobbe della vasta landa e sorgevano appena da quella fascia di nebbia solforosa che cammi­nava lenta in direzione del­l’argine per traboccare poi nel fiume: si vedevano le loro te­ste muoversi rapide, le brac­cia far segnali, voci rauche e lo sciacquio dei piedi nelle pozze. Non riuscivo a immagi­nare dove mi avessero condot­to, né cosa stessero facendo. Giravo a caso e lentamente, attento a dove mettevo i pie­di, tra le baracche vuote e senza tetto, nell’interno, dove scovavo al lume dei riverberi una vecchia stufa fatta con un bidone, sedie di ferro, ca­tini, tutti corrosi dall’ossido che scendeva come nebbia dal cielo.

A un certo punto udii la vo­ce bassa e rauca del moretto nuotatore che mi chiamava da vicino: Italien, italien… e lo vidi avvicinarsi, zoppetto, con la testa bassa ciondolan­te, le mani in tasca. Stavo per chiedere perché si era finiti in quella melma di polvere di ferro, ma non lo chiesi veden­do che avevano preparato un grande falò con stracci, pezzi di legno, arbusti e nafta. Lo accesero soffregandosi le ma­ni, dandosi spintoni, con mossette di lotta, e i loro occhi di cagnetti, anche quelli si acce­sero a mano a mano che la fiamma si innalzava come un grande spettacolo mai visto. Cavarono dalle tasche i resti dei panini, mangiucchiarono, il moretto nuotatore si rosic­chiava le unghie scrupolosa­mente.

A turno, quando il fuoco ac­cennava a calare, si perdeva­no nella nebbia ferruginosa alla ricerca di stracci e legni, uno arrivò con un cane. E co­sì, senza far caso al tempo e al freddo perché si era tutti attorno al gran fuoco avven­turoso, si addormentarono se­duti su sassi, le guance rosse dal calore del fuoco appoggia­te alle manone infantili: nes­suno si accorse che non era più notte, le nubi rosse delle acciaierie svaporavano nel pri­mo chiarore, il tremebondo ca­ne (che era anche strabico) diede segni di ottimismo e di joie de vivre e corse in­contro alla prima bicicletta.

 

Goffredo Parise inviato nelle banlieues di Parigi

 

Andrea Cortellessa

 

Nelle sue diverse vite, per Parise, Parigi rimase sempre una stella polare. (Non è un caso che a questo rapporto privilegiato Ilaria Crotti abbia potuto dedicare un’intera monografia, Goffredo Parise reporter a Parigi, Padova, Il Poligrafo, 2002; sua pure la voce Parigi nel “sillabario” saggistico che mette capo al fascicolo 36 di «Riga», alla quale rinvio.) Com’è tipico in fondo dei provinciali, e degli sradicati, Parigi era (e forse resta) un polo d’attrazione per il mito della civilisation: in quanto tale, sede ideale di quello che Soffici, nella generazione precedente, aveva chiamato il Salto vitale che, di un giovane senz’arte né parte, può fare un uomo. Sintomatico però che l’attenzione più acuminata Parise la riservi, viceversa, a quelle che Crotti definisce le «ombre» proiettate dalla «città della luce». In particolare – col senno di poi – non si può mancare di notare, fra i ben tredici pezzi del primo dei tre reportage parigini, quello pubblicato il 7-8 aprile 1955 sul «Corriere d’informazione», Allah ci guarda dalla torre Eiffel; e, fra i tre del primo “ritorno” parigino, quello pubblicato sullo stesso giornale diretto da Mario Missiroli, il 27-28 marzo 1959, col titolo Una notte per Parigi con i “blousons noir” (carattere molto diverso avrà il secondo “ritorno” pubblico, il viaggio fatto in compagnia di Giosetta Fioroni e Omaira Rorato nell’autunno-inverno 1984, e testimoniato da sette articoli pubblicati sul «Corriere della Sera»).

            I primi passi del Parise reporter, ancora novizio della professione cui l’aveva istradato il padre adottivo Osvaldo, direttore del «Giornale di Vicenza», sono abbondantemente “protetti”: in questo parigino del ’55, che si può considerare il suo primo grande “viaggio”, così come nelle visite in Israele nel 1959 o in Russia nel ’60. Ben lontani insomma, a quest’altezza, gli affanni, e gli estri, delle pagine di Guerre politiche e dintorni (quando Parise rivelerà una persino nichilistica attitudine «da “inviato” e anche da chiamato in causa», per dirla con una folgorante pagina di Zanzotto, consapevolmente mettendo a rischio la propria esistenza nelle «piste nere» della realtà, con le sue «continue incursioni nei luoghi eruttivi, nei punti di emergenza dell’orrore nel mondo», ogni volta abbagliando per l’intensità della sua «sensazione-laser nel vero»). Eppure non si può mancare di notare l’indulgere divertito e quasi morboso, di questo Parise – ad ogni buon conto installatosi in un osservatorio laterale, un albergo fatiscente dalle parti di St. Lazare dal nome “salgariano”, il Grand Hôtel des Iles su Sud –, sulle pieghe più periferiche, in tutti i sensi, della Città. Periferie in senso geografico, intanto (ancor oggi il porto fluviale di Gennevilliers, o come scrive Parise «Genevilliers», si trova al margine nord-occidentale della Città); ma più in generale socialmente “periferici” sono, in questi due pezzi in particolare, gli ambienti e i personaggi che tanto attraggono Parise. È il tratto “picaresco” che riscontrava nella sua scrittura, fra i suoi primi critici, Giuseppe Prezzolini (il quale, senza averlo conosciuto di persona, intrattiene in questi anni un fitto carteggio col giovane scrittore): in quel notevole Scoperta di Parise, pubblicato all’indomani del successo del Prete bello, che figura ora fra i primi lemmi dell’antologia della critica di «Riga». Il picaro, scriveva Prezzolini, «non conosce che i lati più poveri e più tristi della società; senza educazione se non quella a sue spese dal contatto con la dura realtà quotidiana», e «trascorre la sua esistenza in margine alla legge e alla morale».

            Di sicuro in questa inclinazione parisiana c’è molta memoria personale: dei primi anni a Vicenza quando – fallita la fabbrica di biciclette di famiglia, e prima del matrimonio con Osvaldo Parise, nel ’37 –, colla madre Ida Bertoli e il nonno Antonio Marchetti, Parise aveva vissuto nel sottoportico di un vecchio palazzo patrizio. Un ambiente realmente povero (che nelle sue prime uscite da scrittore Parise tenderà a descrivere anche in forme estremizzate), guardato però dall’esterno, da ragazzo «solo e custoditissimo» qual era (e si definirà a posteriori, in un’intervista del ’66) il piccolo Edo: con una certa dose di quel voyeurismo, insieme divertito e orripilato, che ritroveremo appunto nello sguardo del reporter a venire. Nel secondo pezzo, quello del ’59 sollecitato s’immagina anche da allarmistiche notizie di cronaca, si nota il gusto provocatorio col quale – al pubblico borghese del quotidiano – Parise riporta “in minore”, e con esibito divertimento, la piccola epopea della traversata nottambula della Città after hours: riducendo i temuti “marginali” con cagnone al seguito – schietti predecessori dei punkabbestia contemporanei – a umorose figurine da varietà.

            Ma, sempre ragionando col senno di poi, non si può mancare di notare l’acutezza dell’osservazione in coda al primo pezzo, quello del ’55: quando, a proposito del foyer musulman di Gennevilliers, Parise osserva che «Parigi cova in seno i fu­turi ribelli senza accorgerse­ne». È una profezia, a quell’altezza davvero straordinaria, di quanto si verificherà nelle banlieues – previa radicalizzazione identitario-religiosa, all’indomani dei fatti iraniani e afghani – a partire dal 1981 e, clamorosamente, nel 2005 (per non parlare della situazione attuale). In questo pezzo circola infatti assai meno divertimento che nel successivo e, al di là del “colore” giornalistico, si avverte un senso di allarme, e insieme di accorata partecipazione, per le condizioni di degrado e di abbandono nelle quali versano gli immigrati maghrebini. Siamo ben al di qua del politically correct, si capisce, ma se Parise avesse fatto in tempo a conoscerlo c’è da scommettere che sarebbe stato anche più sprezzante, nei confronti della scarsa «voglia di lavo­rare» di «questa gente», e più sarcastico sulla loro ricorrente qualifica come «operai specializzati».

            L’attenzione per il mondo arabo, in ogni caso, non verrà mai meno. Del 1977 è il viaggio in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi, in compagnia di Alberto Moravia e del regista Gianni Barcelloni, che fruttò un documentario per la Rai e quattro articoli usciti sul «Corriere della Sera» (ora ripresi a loro volta su «Riga»): nei quali Parise descrive la commistione affascinante (e in qualche caso, di nuovo, respingente) di un sostrato atemporale, fiabesco, e di un’iperaccessoriata modernità, maldigerita e vulnerante. Un «miraggio moderno», capace di «affascinare non meno di un miraggio classico»: dove l’emiro di Dubai può dire, nell’ambito della stessa frase, che «la nostra cultura è la fede in Dio» ma anche che «noi faremo nel deserto e con la nostra ricchezza un piccolo Paese sul modello dell’America». Tipico esempio di quella globalizzazione della quale (senza ovviamente chiamarla così) nei suoi articoli di quegli anni Parise è stato nella nostra cultura, subito dopo Pasolini ma di lui assai più analiticamente, il primo interprete critico. La «grazia naturale» degli arabi, in ogni caso osservata da Parise nel ’77 (peculiare, e antitetico a quello occidentale, il loro senso del tempo – sostiene, anticipando certe considerazioni di Celati sulla vita quotidiana in Africa), e l’ammirazione da lui confessata per la religiosità, da loro osservata con obbligo che definisce «igienico» (in contrasto colla società secolarizzata da cui proviene, e della quale è in tal senso un perfetto rappresentante), sono però solo un ricordo quando, di lì a pochi mesi, le notizie dall’Oriente cominciano a mutare di segno. (In questi casi – è bene ricordare – così come nei “ritorni” in Vietnam e nel Sud Est asiatico successivi al 1970 – sui quali mi soffermo nel saggio Guerre, pubblicato su «Riga» – Parise non torna fisicamente sui luoghi di cui parla, commentando sulle pagine del quotidiano le notizie d’agenzia: ancorché sulla base delle forti impronte lasciate nella sua memoria dai viaggi precedenti.)

Il 23 gennaio 1978 per esempio, nell’articolo Giulietta e Romeo giustiziati su una piazza araba, commenta sul «Corriere della Sera» un atroce fait divers: una principessa saudita e il marito giustiziati a Gedda perché la giovane aveva sposato un uomo estraneo alla famiglia reale: fucilata lei, decapitato con un colpo di scimitarra lui. Una notizia che pare uscire dritta dalle Mille e una notte, edulcora Parise: che si mostra però turbato dal senso di «proprietà assoluta e totale», nei confronti della donna, denotato dall’episodio da un punto di vista antropologico. È lo stesso aspetto che sottolinea in un altro articolo, sulla stessa sede il 10 marzo 1979, Appartengono all’uomo come vuole il Corano, nel quale fa esplicito ricorso ai suoi ricordi personali (tuttavia rivelando, rispetto ai quattro pezzi di due anni prima, aspetti in precedenza trascurati: con quella stessa attitudine auto-revisionistica, diciamo, che mostra l’accidentato percorso ideologico riguardo al «mito del Vietnam»): «agli occhi di un viaggiatore europeo» le donne appaiono «come lunghi o corti sacchi neri, avvolti in se stessi e semoventi mediante scarpe nere che spuntano dal fagotto. Quei sacchi o involti che lo scultore Christo ha, con così grande successo, esposto o allestito nel mondo intero in veste d’opera d’arte». Segno icastico, «quegli spettacolari fagotti deambulanti», dell’«oggetto di proprietà, un pacco, di cui era impossibile scorgere qualunque fattezza o volto o occhi o espressione individuale sotto quel cumulo di stracci neri e muti». Eppure, riflette Parise, al di là di questa esibizione quasi spettacolare, quanto è simile questo «comportamento suggerito dalla degenerazione delle regole religiose» a certi aspetti dell’antropologia italiana, specie meridionale? «Quei paesi nonostante abbiano molto forte il senso della società maschile (una società nepotista al massimo, dunque mafiosa) vivono, come noi, nella famiglia. La famiglia è il centro di tutto. Dalla famiglia si irradiano, appunto per mafia e nepotismo, tutti i possibili poteri e i nemici sono i nemici non dello stato, non della società ma i nemici della famiglia. Esattamente come in Italia. È chiaro che, in una struttura di tipo tribale come questa, e come quella italiana, non c’è né società, né stato». Non credo che Parise fosse a giorno del concetto di familismo amorale, introdotto dal sociologo Edward C. Banfield alla fine degli anni Cinquanta, ma è significativo del suo approccio alla storicità dei fenomeni che egli esplicitamente tenda a mettere in secondo piano la matrice religiosa, del dato osservato, per sottolinearne il sostrato antropologico: quello che gli consente, appunto, un’analogia abbastanza azzardata come questa.

Persino di fronte alla massima spettacolarità, del cambiamento di paradigma storico – quando in Iran, cioè, trionfa la rivoluzione fondamentalista guidata dall’ayatollah Khomeini –, nell’articolo Perché sventola la bandiera dell’Islam, sempre sul «Corriere» il 4 febbraio dello stesso ’79, insiste Parise che le impressionanti scene di massa riprese in video a Teheran, che parrebbero segni certi di una «caduta visione laica della vita», vanno lette piuttosto cogli strumenti degli «antropologi» (e magari, aggiunge provocatorio, degli «zoologi»: è il Parise “darwiniano militante” a parlare, si capisce). Il farnetico fondamentalista, la sospensione di milioni di iraniani in un’attesa che noi diremmo messianica – sostiene – non è che la conseguenza di quella che non è propriamente una società, bensì una «massa», sempre condizionata dai mezzi di comunicazione. E in questo senso, conclude, «tutto sommato facciamo parte anche noi di quelle masse e partecipiamo di quella “sospensione” attonita, di quella attesa di non più di pochi secondi così lontana, nella sua essenza, dai progetti e dagli strumenti della democrazia. E intan­to il branco sta fermo, o si agita, non perché sa e partecipa ma perché un punti­no rosso lo attrae in contemplazione o commozione, o un vecchio barbuto dagli occhi neri e forti lo agita. E tutto ciò è fuori, completamente fuori, non soltanto dai progetti ma anche dalla conoscenza di quelle élites politiche che si danno da fare e suppongono poter condurre il branco secondo programmi, leggi, piani di svilup­po eccetera».

Non è più il degrado economico e sociale, non è nemmeno il fondamentalismo religioso a contare. Sono queste, per Parise, ancora astrazioni – come quelle che, per lui, sempre guidano le illusioni dirigistiche e ideologiche delle «élites politiche». È l’animale uomo, solo e spaventato in mezzo al branco che lo trascina, ad affascinarlo – e a spaventarlo. Come quella strana bestia che guarda allo specchio, la mattina.

[Immagine: Goffredo Parise]

 

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