cropped-indivisib-1.jpgdi Daniela Brogi

[La prima rassegna dalla settantatreesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica si può leggere qui].

È il caso di ammetterlo: non abbiamo fatto una grande impressione al pubblico internazionale di Venezia 73 che magari aveva pensato di aggiornare la propria idea dell’immaginario italiano, già così pieno di stereotipi, rigenerandolo a partire dalle tre opere portate in Concorso, vale a dire Piuma, Questi giorni e Spira Mirabilis. Nei primi due film la gioventù è rappresentata come sinonimo di un atteggiamento velleitario, espressione di un io svuotato di prospettiva, che avanza per inerzia, in un eterno presente bloccato dentro storie inconsistenti che vengono risolte con il pathos, senza mai un respiro diverso, e spesso anche senza originalità: né di dialoghi, né di sceneggiatura.

In Piuma le trovate visive (che ci sono, in questo film pieno d’acqua) non bastano a riscattare il film dall’estetica de I ragazzi del muretto. Il film, diretto da Roan Johnson, narra la storia di Ferro e Cate, due diciottenni romani travolti dall’esame di maturità, da una gravidanza imprevista e dai preparativi di un viaggio in Marocco con i compagni di scuola. Non si fa che urlare in questa capitale d’Italia ristretta a un cantuccio di mondo dove tutti si vogliono bene litigando in romanesco e in toscano, con il risultato generale di una gran cagnara mai portata oltre gli orizzonti bozzettistici dell’esperienza famigliare:

Si ride molto, si è detto, ed è abbastanza vero, ma da qui a avvicinare Piuma alla grande tradizione della commedia all’italiana ce ne corre, non fosse altro che per l’assoluta mancanza di quello sguardo da vere carogne dei capolavori di Germi e di tutti gli altri. Ferro, il protagonista di Piuma, per dire, a un certo punto ha messo incinta, oltre che la sua ragazza, anche la badante del nonno: Dino Risi mai l’avrebbe fatta abortire, spontaneamente per giunta, garantendo così il lieto fine rassicurante.

Il fatto è che bisogna avere il coraggio di dirlo senza girarci troppo attorno: le opere italiane (quante!) piene di “coatti” che hanno diritto di espressione cinematografica solo perché gridano in romanesco hanno fatto il loro tempo. Sono esperimenti ingenui di pasolinismo, questi lavori, se non sono sostenuti da una sceneggiatura e da uno sguardo d’insieme capaci di assicurare tenuta al soggetto. Se non hanno il coraggio del rigore, tanto più necessario quanto piu il tema è disordinato – come succedeva, ad esempio, in Non essere cattivo; o se non sviluppano un’idea originale (Lo chiamavano Jeeg Robot), rimangono trattamenti, spesso sgangherati, che si parlano addosso, senza vie d’uscita, intrappolati dentro la borgata eletta a maniera; come un po’ accade anche a un altro film italiano Il più grande sogno, di Michele Vannucci, presentato nella sezione Orizzonti: il film mette in scena la storia vera di Mirko, che interpreta se stesso, cioè un ex carcerato che cerca di ricostruirsi una vita “pulita”, lavorando in una Comunità di Quartiere di cui diventa presidente:

Mescolare realtà e finzione è difficilissimo: quanto più un’opera sa creare realtà, non solo al cinema, tanto più, di solito, c’è stata attenzione, cura per il linguaggio. Usare una macchina da presa a spalla, correndo dietro ai protagonisti, o accumulare un primo piano dopo l’altro non è, di per sé, garanzia di appartenenza risolta allo stile del pedinamento di ispirazione zavattiniana, perché invece può diventare una faticosa sorta di stalking.

A Roma è ambientato anche il film scritto diretto e interpretato da Kim Rossi Stuart, Tommaso, dove tornano le urla in romanesco, e dove si mette in scena una storia che sconcerta per il beato stato di scollamento e di anacronismo, in termini di immaginario, rispetto a molti altri film internazionali passati in concorso. E così, mentre abbiamo visto Une vie (Stephane Brizé), tratto dal romanzo omonimo di Maupassant e tra i più favoriti per il Leone d’Oro, dove si parla, non solo ma anche, di un destino femminile inteso come zona di decisioni sempre prese da altri; o Brimstone dell’olandese Martin Koolhoven, che con risultati traballanti racconta una sorta di epopea western al femminile; insomma, e in breve, mentre la gran parte dei film (non italiani) di Venezia 73, anche in maniera molto diversa, ci hanno parlato di una grammatica dei generi e delle identità decisamente più ambigua e interessante, perché meno schiacciata da certe ansie di virilità passate di moda ormai dovunque, ecco che Kim Rossi Stuart sceglie di raccontarci la crisi del contemporaneo urlando, alla maniera di Nanni Moretti, le sue incapacità a conquistare le ragazze, e mandando avanti un lavoro che simula di rovesciare, attraverso una posticcia messa in posa autoironica, una grammatica del narcisismo completamente confermata dalla struttura del film: dal linguaggio, dalla scelta dei personaggi, dalle soluzioni di messa in scena:

Chi non aveva molto di nuovo da dire ha parlato o gridato anche troppo; chi invece aveva da dire cose importanti, perché la sua opera ha costruito un’autorialità solida, forse è rimasto anche troppo dietro ai fatti (come Francesco Munzi, nel film di montaggio Assalto al cielo, strutturato in tre capitoli che svolgono, facendo scorrere i materiali di repertorio, le vicende dal Sessantotto al Settantasette).

Come l’opera fuori concorso L’estate addosso, in cui Muccino racconta dei personaggi di vent’anni come se fossimo alla fine degli anni Ottanta, Questi giorni, di Giuseppe Piccioni, il secondo film italiano in Concorso, mette in scena quattro ragazze raccontandone le solitudini, la fatica di non oltrepassare le proprie prigioni, svolgendo motivi chiave dell’opera di Piccioni. Ma il fatto è che stavolta, diversamente da altri bei film, a rimanere fuori dal mondo non è solo il soggetto raccontato, ma la sceneggiatura: con scambi di battute, o situazioni, come l’intrigo tra le amiche della protagonista e il fratello prete, che sembrano ormai troppo datate, inattuali, forse anche ingenerose, in senso creativo, per raccontare la gioventù contemporanea.

Questa circostanza però non è un dato assoluto, perché bastava uscire dal panorama del Concorso – dove intanto il terzo film, Spira mirabilis (Massimo D’Anolfi – Martina Parenti), abbatte il problema della possibilità di narrare azzerandolo direttamente, in un’opera che è una lunga ed estenuata messa in scena visiva e sonora (il lavoro sul suono, e sul silenzio, effettivamente è straordinario) attorno al tema dell’immortalità. Spira mirabilis, come dice il nome, è un’opera-artefatto – dove si riprendono anche materiali del bel lavoro L’infinita fabbrica del Duomo (2015) – e che chiede, potremmo anche dire pretende, di essere ammirato e basta:

Ma, come si diceva, uscendo dall’edificio costruito dalle opere in concorso, per passare alle altre sezioni, ecco che il cinema italiano offre sorprese importanti, nonché la capacità di narrare l’adolescenza e la gioventù mettendo in immagine storie più vitali. Così, nella sezione della Settimana della Critica, è passato Era ieri, il corto di una delle nuove autrici italiane più interessanti, Valentina Pedicini (molto bello il suo Dal profondo, 2013). Era ieri capovolge subito le prospettive, anche tecnicamente, con l’immagine iniziale di un panorama marino a testa in giù, e lavorando sulle identità di genere come dispositivo violento della crescita:

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Sempre nella Settimana della critica, anche Le ultime cose, di Irene Dionisio – che arriva al cinema di finzione dal documentarismo – usa l’ambiguità di genere per raccontare la gioventù, le sue illusioni, intanto che riattiva il mondo di possibilità narrative che possono svilupparsi attorno agli spazi e all’umanità che compone il mondo di un Banco dei Pegni. È ambientato a Torino, come Ghetto, il corto di Rossella Schillaci presentato nelle due sezioni di MigrArti, dove appare (finalmente) uno dei volti italiani più presenti, eppure più celati, della gioventù, vale a dire quello del migrante, con la storia di Jacob, che vive in un quartiere periferico, dove di giorno, insieme al suo gruppo “Ghetto PSA”, scrive canzoni e fa musica, mentre di notte fa l’educatore in un centro per richiedenti asilo – Jacob parla tre lingue. Ghetto è un piccolo lavoro onesto di una regista che da tempo sa trovare un equilibrio tra distanza e empatia – il segreto del cinema documentario – come non troppi lavori in Italia sanno fare: proprio da questa incertezza tra distanza e empatia, difatti, consegue un’ambiguità, sia di tema che di sguardi, che permane, ad esempio, in Liberami, il film documentario di Federica Di Giacomo (presentato nella sezione Orizzonti), dedicato al mondo che gravita attorno a un prete esorcista palermitano; dal primo all’ultimo momento di Liberami lo spettatore è confermato in una posizione di assoluta e pacificata superiorità rispetto al mondo ridicolmente miserabile, al punto che anche parlare di cinema documentario per certi aspetti fa problema.

È alla fine di questa rassegna, ma avrebbe meritato di partecipare al Concorso: il film Indivisibili, di Edoardo De Angelis (il regista di Perez, 2014). Le protagoniste di Indivisibili – presentato nella sezione “Giornate degli Autori” – sono due gemelle, Angela e Marianna Fontana, due esordienti che avrebbero potuto vincere la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile. Nella finzione del film, che è ambientato nei litorali di Castel Volturno – in provincia di Caserta – sono due gemelle siamesi, Viola e Dasy, usate, fin da piccole, come fenomeni da baraccone. Cantando alle cerimonie e con le loro esibizioni mantengono tutta la famiglia. Ma a un certo punto scoprono che potrebbero fare l’operazione per essere divise. (Tra l’altro, è interessante osservare che una delle serie tv più belle degli ultimi tempi, The Knick, nel sesto episodio della seconda stagione conteneva una storia identica). La possibilità di separarsi rompe non solo l’equilibrio familiare (il padre, un tipo balordo che fa da manager alle figlie è contrario) ma, soprattutto, porta a un punto di crisi il legame simbiotico tra le due ragazze:

Indivisibili è un film bello e potente: per l’interpretazione delle due protagoniste, per l’uso che il regista fa dei luoghi (in senso teatrale), come pure del dialetto campano, usato come significante pieno invece che come vezzo folkloristico; per la costruzione del suono, e la colonna sonora di Enzo Avitabile.

Parleremo ancora di questo film – la distribuzione in sala è prevista per il 29 settembre – che ha una tessitura simbolica molto intensa, perché da un lato evoca, attraverso il legame simbiotico tra le due siamesi, l’immaginario legato ai riti di separazione e di crescita, come ha spiegato lo stesso De Angelis. Al tempo stesso, quelle due donne identiche, “azzeccate”, che si rispecchiano l’una nell’altra e affrontano, traumaticamente la fantasia della separazione, riattivano tutto un sistema metaforico strettamente legato ai miti dell’identità femminile – guardando il film, per esempio, ho pensato anche al ciclo de L’amica geniale (e ai saggi molto belli che sta scrivendo Tiziana de Rogatis su Elena Ferrante).

Appena esce al cinema, riprendiamo il discorso.

[Edoardo De Angelis, Indivisibili, 2016 (dbr)]

1 thought on “Il cinema italiano a Venezia 73

  1. Bellissimo articolo preciso e di rara lucidità. Brava Daniela Brogi nel cogliere e smascherare gli aspetti narcisistici e folkloristici e ripetitivi di un certo nostro cinema: svogliatamente e con qualche pregiudizio la scelta del film da vedere cade su titoli italiani. Mi dispiace che abbia concluso citando la Ferrante che detesto per ragioni analoghe a quelle che lei imputa al cinema italiano.

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