Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Una sommessa difesa del liceo classico

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cropped-Terza_C_1966_67-1.jpgdi Claudio Giunta

[Questo articolo è uscito sul «Sole 24ore»]

Finite le scuole medie, una cara amica si sentì fare dal padre questo discorso: «Tu sei libera, puoi fare quello che ti pare, scegliere la scuola che vuoi. Dunque scegli: Tasso o Mamiani?». Il Tasso e il Mamiani sono due celebri licei classici di Roma, una volta andava così. Anche adesso, trent’anni dopo, va così, almeno per la mia amica (che si è laureata in Storia, non in Ingegneria), che non imporrà niente, si capisce, ai suoi figli, ma sarà lieta se vorranno anche loro scegliere, liberamente, tra il Tasso e il Mamiani; e va così anche per me (che mi sono laureato in Lettere, non in Ingegneria), che non imporrei niente ai miei figli, ma sarei lieto se anche loro, come me, decidessero di passare qualche anno della loro vita in compagnia dell’Eneide, degli aoristi, del locativo e di Baruch Spinoza.

Buttarla sul personale, parlando di scelte scolastiche, è la prima cosa da fare, perché si tratta sempre di preferenze, inclinazioni personali, si tratta di scelte di vita, e pretendere di guardare dall’alto, da un punto di vista che si presume oggettivo, queste scelte di vita, e dire cos’è meglio e cos’è peggio non per sé o i propri figli ma in generale è ridicolo prima che sbagliato.

Ciò premesso, è chiaro che i casi personali sono infiniti, e che un assetto all’istruzione bisogna darlo e si dà (che cosa insegnare a scuola? Come organizzare i curriculum? Quali discipline privilegiare e quali no?), quindi è del tutto legittimo domandarsi, per esempio, e lo si sta facendo in queste settimane, che destino può e deve toccare al liceo classico. Nei trent’anni che sono passati dal mio ingresso al liceo classico, infatti, il mondo è cambiato, forse più ancora di quanto fosse cambiato nei sessant’anni che separavano i miei anni Ottanta dalla riforma Gentile. Cambiamenti strutturali, nel modo in cui viviamo, comunichiamo, ci spostiamo; e cambiamenti culturali, in parte conseguenza di quelli strutturali, e che hanno intaccato quel complesso di idee e valori che sono il fondamento della pedagogia del liceo classico. Umanesimo/tecnologia, lingue morte/vive, tradizione/innovazione, conoscenza/competenza, teoria/pratica – tutti i termini sui quali il mondo di ieri metteva un segno più, i primi di ciascuna coppia, adesso hanno un segno meno: non che il mondo di oggi li snobbi del tutto, questo non si può dire, ma preferisce i secondi.

Conseguenza pratica: se nel mondo di appena ieri frequentare il liceo classico era il modo migliore per cominciare a farsi strada nella vita, oggi molti pensano che non sia più così, e le iscrizioni al classico calano, rischiano di prosciugarsi. In un libro aureo e dimenticato, Scuola sotto inchiesta, Guido Calogero osservava: «Abbiamo ancora tutti moltissimo da trarre, dalla frequentazione della saggezza e della bellezza antica. Perché dunque pensare di volerci togliere l’uso di questo formidabile strumento di vita?». Semplice: perché (parlano sempre i molti, s’intende) ogni ora in più dedicata al latino e al greco è un’ora in meno dedicata all’inglese e all’informatica, che come strumenti per la vita odierna sono decisamente più utili.

E che importa – commenta qualcuno – la crisi del liceo classico? È calato anche il numero di quelli che tirano di scherma, e il mondo ha continuato a girare. Osservazione sciocca, perché, dato che viviamo in Italia e non in Congo, liquidare il liceo classico significa anche liquidare, col latino e il greco, un pezzo sostanziale della nostra storia e della nostra cultura: l’una e l’altra anche economicamente molto produttive, dato che i turisti non vengono a trovarci soltanto per il mare e la cucina. Dunque la cosa importa, non solo a livello individuale, ed è bene che se ne discuta, e la parola difesa (‘difesa del liceo classico’), che ai liberali può suonare stridula, si adopera invece con pieno diritto. Tutto sta a intendersi sui modi.

Intanto: è chiaro che il classico non è e non sarà più la scuola dell’élite, il vertice del triangolo alla cui base stanno le scuole professionali, i tecnici eccetera, o, come purtroppo ancora leggo in giro, il liceo d’eccellenza (uno non fa il classico proprio per imparare ad astenersi da parole del genere?). È e sarà un liceo come gli altri, ma calibrato su quei giovani che, per un pezzo della loro vita o per tutta, vogliono imparare molte cose sul passato e leggere molti libri che non hanno alcuna evidente utilità pratica. Può sembrare una cattiva notizia a quelli che vaneggiano della speciale apertura mentale conferita dallo studio del latino, o della Grande Bellezza che si dischiude solo ai classicisti, o di Zuckerberg che ha inventato Facebook perché ha letto l’Eneide. Ma non è necessariamente un brutta notizia. Un tempo si faceva il classico perché quella era la scuola di chi andava a comandare, o di chi ci provava: il latino e il greco erano una metonimia: averli studiati voleva dire appartenere a un piccolo club di privilegiati (quelli che l’irriflessività di alcuni tra i fautori del liceo classico scambia per ‘migliori’: ma se il fulcro della riforma Gentile fossero stati gli istituti tecnici è chiaro che i ‘migliori’, in quanto privilegiati, sarebbero stati i ragionieri). Adesso è e sarà la scuola di quelli che hanno un reale, non metonimico interesse per quelle discipline. Che il numero degli iscritti cali mi pare a questo punto inevitabile, e forse persino auspicabile. Le strade d’accesso all’élite si sono moltiplicate e diversificate, ed è bene che chi ha altri interessi li soddisfi attraverso altri indirizzi di studio. Questo dovrà forse avere qualche riflesso anche sulla prassi scolastica. Quando andavo a scuola io le bocciature fioccavano sin dalla quarta ginnasio perché, più che insegnare il latino e il greco, bisognava scremare chi era ‘da liceo classico’ e chi non lo era. Adesso servirà, se non davvero più gentilezza, più pazienza, e applicazione anche con i non predestinati.

Questa scuola di non-élite conserverà il suo solido impianto umanistico, ma non potrà non adeguarsi ai tempi. Di fatto, mi pare che lo abbia già fatto e lo stia facendo: integrando al curriculum ore di scienze, portando la lingua straniera fino alla quinta, dando la possibilità a chi vuole di studiarne una seconda. Una buona preparazione umanistica e scientifica insieme non è una chimera, tant’è vero che molti ottimi scienziati hanno fatto il classico, specializzandosi poi all’università. Ricordo questo fatto ovvio solo perché mi pare invece che nel dibattito affiori ogni tanto una retorica scientista piuttosto rozza, e simmetrica a quella umanista: come se la scuola dovesse formare dei piccoli ingegneri o dei piccoli informatici, e tutto il tempo passato a far altro fosse tempo speso invano. Ma il liceo cura la formazione, non la professionalizzazione, e la formazione deve fondarsi su un novero di discipline ragionevolmente ampio, salvo produrre dei monomaniaci.

            Come fare spazio, al classico, alle nuove discipline (e alle nuove esigenze di vita: è ovvio che oggi lo sport ha un’importanza molto più grande di quella che aveva ai miei tempi, e chi lo pratica dev’essere incoraggiato a farlo)? Aumentare il monte ore? Non sarebbe uno scandalo, salvo però diminuire la quantità dei compiti a casa, lavorando di più in classe insieme all’insegnante (mentre mi pare prevalga ancora un approccio ‘universitario’, di fiduciosa delega allo studente, che non funziona più nemmeno all’università, e che insomma fa la fortuna del CEPU). Sacrificare qualche ora di greco, latino o italiano alle nuove discipline? La sola ipotesi sembra blasfema, dato che già con le ore a disposizione (gite e scioperi ed elezioni e feste nazionali aiutando) non si riesce mai a finire il programma. Ma qui allora, perché l’ipotesi non sia blasfema, il discorso deve prendere una piega diversa e riguardare non l’impianto disciplinare del liceo classico bensì i suoi contenuti.

Nella discussione (semplifico) pro o contro la traduzione dalle lingue classiche io sto molto decisamente coi pro. Si cominci a tradurre, imparando il rigore, la precisione, la logica, la buona lingua e il resto (le idee sul mondo antico, i miti, l’antropologia eccetera) verrà di riflesso. Salvo errore, però, negli ultimi tre anni di liceo il tempo dedicato a leggere e tradurre i testi si riduce molto per lasciare spazio alla storia della letteratura. Vale per il greco e il latino e vale, con le differenze del caso, per l’italiano. Ebbene, è qui – su questa enciclopedia che va da Livio Andronico a Claudiano, da Esiodo a Nonno di Panopoli, dai trovatori a Zanzotto – che a mio avviso bisogna sfrondare, potare. L’obiettivo non è insegnare la genealogia, che impareranno, in pochi, all’università, ma il gusto e la capacità della lettura, capacità che la gran parte dei diplomati al classico, dopo tre anni di ‘autori’, non ha: provate a fargli leggere non dico Cicerone ma la lapide di un cimitero. Non c’è da abolire la storia, ma neppure da farne un feticcio; e c’è da abolire il mito della completezza, e i programmi sesquipedali pieni di nomi e di chiacchiere attorno ai nomi.

Infine, adeguarsi ai tempi significa anche non ignorare il tempo presente. Gli studi classici nacquero e prosperarono in un mondo in cui l’offerta di novità culturali era scarsa e omogenea, un mondo nel quale esisteva un nesso di quasi naturale continuità con il mondo antico: i miti e gli eroi dell’epica tenevano nelle menti il posto che oggi è occupato dai personaggi dei film. Questo nesso non esiste più, questa famigliarità si è dissolta. Allo stesso tempo, l’offerta di novità culturali (libri, film, canzoni, giochi) si è dilatata all’infinito: sono ovunque e sono, spesso, meravigliose, e capaci di parlare a un adolescente con un’immediatezza che nessun classico può avere. Spalancare loro le porte significherebbe aumentare la confusione in un’età in cui serve invece soprattutto ordine; ma escluderle da un’istruzione che si definisce ‘umanistica’ è sbagliato, perché rischia di produrre dei mostriciattoli antipatici e reazionari, e patetiche torri d’avorio. Non si tratta di attualizzare i classici, sollecitando a collegamenti spericolati; si tratta di insegnare agli studenti a conoscere e a interessarsi anche a questo mondo, dato che è quello in cui devono vivere. Che una scuola in cui si insegnano cose vecchie di duemila anni trasmetta un’idea museale della cultura è perfettamente normale, e va benissimo; ma qualche correttivo sembra opportuno.

[Immagine: Terza liceo, 1966-67]

8 commenti

  1. Tante domande

    Intervengo su alcune osservazioni di Claudio Giunta.
    “Buttarla sul personale, parlando di scelte scolastiche, è la prima cosa da fare, perché si tratta sempre di preferenze, inclinazioni personali, si tratta di scelte di vita, e pretendere di guardare dall’alto, da un punto di vista che si presume oggettivo, queste scelte di vita, e dire cos’è meglio e cos’è peggio non per sé o i propri figli ma in generale è ridicolo prima che sbagliato”.
    Questa premessa non mi sembra pienamente condivisibile. Forse bisognerebbe coltivare un più saggio strabismo, in bilico fra la propria esperienza ma ben attenti alla realtà dei propri figli (nel caso mio, nipoti), della propria città (non tutte le scuole sono uguali) e anche memori del contesto delle nostre trascorse esperienze.
    Per esempio, il mio liceo classico (Imola, anni 1962-67) formava ottimi esperti di latino e greco (all’uscita potei superare senza alcuno sforzo l’esame di ingresso completo di traduzione all’impronta dal latino e dal greco della Scuola Normale di Pisa), ma dei 30 iscritti in quarta ne sopravvivevano la metà in quinta ginnasio: la selezione era implacabile non tanto sulla base del merito, quanto sul terrorismo psicologico di alcuni insegnanti (cui era ben più difficile resistere, quando non si avevano a disposizione insegnanti privati o una famiglia-bene), piazzati al ginnasio come cerberi per smistare chi poteva continuare e chi no. I figli di contadini o di modesta estrazione sociale, salvo poche auree eccezioni, venivano indirizzati ad altre issues scolastiche. Era dunque una scuola pensata per selezionare un’elite essenzialmente di censo: anche se già allora non mancavano diverse famiglie di professionisti che indirizzavano i figli al liceo scientifico, forse perché in Romagna la tradizione delle scuole tecniche (prima ancora della riforma Gentile) era stata molto efficace e di alto livello.
    “se nel mondo di appena ieri frequentare il liceo classico era il modo migliore per cominciare a farsi strada nella vita, oggi molti pensano che non sia più così, e le iscrizioni al classico calano, rischiano di prosciugarsi.”
    Giunta è eufemistico: perché non dire che a lungo il liceo classico è stato a priori la culla della nostra classe dirigente, tanto che ad esso venivano costretti (“Tasso o Mamiani?”) anche ragazzi che non avevano alcuna propensione per tali studi; e che, forti di questa convinzione, gli insegnanti e le famiglie e gli studenti del classico si beavano di una pretesa superiorità di partenza, con una boria compiaciuta? E contribuivano a perpetuare un sottile disprezzo per quella che, levianamente, continuo a designare come formazione scientifica? E una classe dirigente avvocatesca e parolaia? Che “uno faccia il classico proprio per imparare ad astenersi da parole come liceo d’eccellenza” penso che sia una illusione di Giunta, anche se sicuramente, il liceo classico non è più ambito come una volta, da quando per esempio i test all’ingresso della facoltà di medicina hanno evidenziato le carenze nelle conoscenze scientifica.
    “Umanesimo/tecnologia, lingue morte/vive, tradizione/innovazione, conoscenza/competenza, teoria/pratica – tutti i termini sui quali il mondo di ieri metteva un segno più, i primi di ciascuna coppia, adesso hanno un segno meno: non che il mondo di oggi li snobbi del tutto, questo non si può dire, ma preferisce i secondi.”
    Forse le antinomie andrebbero completate. Per esempio, nel liceo classico tradizionale umanesimo spesso si contrapponeva (e forse si contrappone) a formazione scientifica: le carenze in matematica e in scienze e in fisica venivano (vengono) tollerate, il presupposto implicito era che la vera formazione è quella umanistica; tant’è vero che non sempre lo scritto di matematica viene considerato o addirittura praticato( rimane spesso valida la rampogna di Primo Levi: “Non perdonerò mai alla mia professoressa di italiano la sua convinzione che le matematiche e le scienze e la chimica non fossero materie formative”).L’opposizione creata da Giunta, latino e greco vs inglese e informatica, è poi un po’ capziosa: perché non dire: meno greco (visto che il latino è ampiamente studiato anche allo scientifico) vs più matematica, più fisica e scienze? O anche più dire più disegno e storia dell’arte (al classico, un’ora alla settimana e niente disegno?) E non disprezzerei tanto la pratica, nel binomia teoria/pratica: se per esempio venisse dato più spazio al laboratorio di scienze, di chimica, il metodo pratico sperimentale sarebbe, secondo lui, così poco raccomandabile? La manualità deve essere caricata di un segno così negativo?
    Sui rimedi che egli propone alla crisi di iscrizioni, si può anche essere d’accordo, suggerendo però che non è semplice introdurre o potenziare altre materie senza alleggerire il peso delle tradizionali, e a volte incontrare la contrarietà di molti docenti.
    Ci sono licei classici, come il Galvani di Bologna, che grazie a una sapiente politica di riorganizzazione e di offerte formative, aperte all’Europa e alla modernità, si reggono benissimo, anzi moltiplicano gli iscritti. Studiandone le caratteristiche, certamente vedremmo realizzati tanti dei suggerimenti di Giunta, su cui ampiamente concordo.
    Teniamo conto però che una riorganizzazione degli studi (compreso un tempo scuola che comprenda anche il pomeriggio) andrebbe estesa a tutti i licei: anche al linguistico, in cui il latino è stato assurdamente relegato dalla riforma Gelmini ai primi due anni soli: con l’assurdo che l’unico corso di studi in cui la conoscenza del latino è veramente immediatamente utile (intendo anche sul piano pratico) non lo annovera. Nessuno si preoccupa di questa anomalia?

    Paola Raspadori, insegnante in pensione

  2. “ Domenica 24 maggio 2009 – Quando le ho fatto i complimenti per la sua snella figura – l’avevo guardata mentre si allontanava, dunque l’avevo guardata, significativamente, da dietro -, lei mi ha risposto con un « vecchio detto »: « Dietro liceo, davanti museo ». Io ne ho dedotto una serie di cose: che io non conosco i vecchi detti, soprattutto quelli che mi concernono; che c’è invece chi li conosce, e li conosce fino dai tempi del liceo; che al liceo succede tutto quello che continuerà a succedere poi; che fra il liceo e il museo c’è una relazione strettissima; che dietro a un museo c’è sempre un liceo; che se uno lo bocciano alla maturità è perché non l’ha capito e forse non lo capirà mai. “.

  3. Non sono d’accordo sul fatto che negli ultimi trent’anni i cambiamenti sarebbero stati più profondi e significativi che nei trenta precedenti. La più radicale trasformazione che l’Occidente e, in particolare il nostro paese (la mutazione antropologica di cui parlava prima) è avvenuta nel corso dei “trente glorieuses”, come dicono i francesi, ossia nel periodo che va dal 1945 al 1975. Oggi come oggi, in realtà, siamo fermi in una sorta di “eterni” anni ’80, in cui l’unica evoluzione significativa è quella tecnologica, che permette di amplificare, di moltiplicare e disseminare fino alla perversione istanze e istinti invariati. Chi ha iniziato il liceo classico negli anni 80, tra l’altro, forse non mette a fuoco quanto quel modello di scuola fosse stato molto criticato nel decennio precedente, che tutto questo prestigio la scuola borghese per eccellenza non l’aveva affatto. Erano gli anni della battaglia contro il voto, contro i libri di testo. Imperversavano mode quali l’insiemistica, il disprezzo per l’ortografia e la grammatica (quest’ultimo termine non si poteva neppure più usare). Lassismo e permissivismo non sono certo la presunta prerogativa dei nostri giorni. Certo, con gli anni ’80 quella temperie divenne uno sbiadito ricordo… e lo è rimasto. Non sono contro nè favorevole al liceo classico. Propongo solo degli spunti di riflessione.

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  5. Grazie Claudio per questo intervento, che finalmente rimette ordine con lucidità in un dibattito in realtà surreale. Leggere ancora, come è successo in alcuni articoli pubblicati sul Sole 24 Ore, che la formazione classico-umanistica, e quindi la traduzione dal latino e dal greco, sono indispensabili per la “formare pienamente l’uomo” e per alimentare la mentalità scientifica, implica queste due cose (“modus tollens”): 1) che nelle scuole in cui non si fanno queste cose non si formano uomini; 2) che senza il liceo classico non si produce scienza. Argomenti coerentemente omogenei con lo schema classista che presiede a quel ragionamento (“il liceo classico forma la classe dirigente”), ma che continuano a mantenere una parte degli intellettuali italiani e il nostro sistema scolastico fuori dalla modernità.

  6. sono insegnante al Classico. Al dirà di tutto…. non è un po’ strano che al classico ormai vengono quasi esclusivamente le femmine? Vorrà dire qualcosa?

  7. Sarebbe interessante una riflessione anche sul metodo. Che si approfondisca la sfera umanistica piuttosto che la scientifica molto a mio avviso si deve lavorare per orientare i nostri studenti alla riflessione critica, all’indispensabile selezione delle fonti (perché semplicemente vietare il copia incolla dalla rete e non piuttosto facilitare l’orientamento fra le immense opportunità conoscitive e informative che offre?) al lavoro di gruppo su seri obiettivi dati (capacità così essenziale in qualsiasi contesto lavorativo e così poco esercitata). Per non parlare del lasciare spazio alla creatività, all’espressione delle potenzialità individuali, al meticciamento delle discipline, di come superare una valutazione insensata che ti dice solo quanto non sai piuttosto che quali sono i tuoi punti di forza e come migliorare…. Il problema attuale del classico (e lo dico in base alla mia esperienza personale di ex liceale convintissima e di mamma – un po’delusa- di un neodiplomato alla stessa scuola) e’ che e’ rimasta proprio la “stessa” scuola, con gli stessi metodi di insegnamento antiquati, in un contesto ormai profondamente cambiato. In sintesi la questione non e’ se ha senso continuare ad affrontare la cultura classica (per me lo ha, e non solo per motivi di gusto ma perché funzionale a molte professioni moderne) ma come si fa a farlo in modo avvincente, utile, adeguato a bisogni e ritmi profondamente mutati.

  8. Mai la difesa del privilegio, che so essere la vera intenzione della scrittura di Giunta, è passata per parole così piacevoli alla lettura. Ci sono momenti significativi di questo articolo dove originalità e libertà dell’espressione fanno il gioco di un’autentica, disinvolta quanto acutamente celata perfidia.

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