cropped-media_13.jpgdi Daniele Balicco

Ieri l’Assemblea capitolina ha deciso di ritirare la candidatura della città di Roma per la corsa alle Olimpiadi del 2024. La motivazione principale del rifiuto, avanzata dalla sindaca del M5s Virginia Raggi, deriva dalla mole di sovra-costi che la manifestazione, una volta terminata, trascinerebbe con sé. Poco importa che quasi la metà dei finanziamenti, se le città avesse vinto, sarebbe stata sostenuta dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO); e poco importa che l’altra metà sarebbe stata coperta attraverso un investimento diretto dello Stato. Roma – si dice – ha un debito pubblico “mostruoso”. La nuova amministrazione non vuole lasciare in eredità, alle generazioni future, un debito ancora più alto. “Saremmo degli irresponsabili”.

La scelta di ritirare la candidatura di Roma dalla corsa per le Olimpiadi 2024 potrebbe sembrare un fatto di cronaca fra i tanti. Merita invece un’attenzione particolare per almeno due ragioni. La prima è politica e riguarda un preoccupante cortocircuito ideologico, di cui il M5s è persuasore permanente. La seconda è invece simbolica e ci parla del destino della Capitale d’Italia.

Partiamo dalla discussione sul dossier per la candidatura della città di Roma alle Olimpiadi del 2024. Il progetto – targato Malagò, Montezemolo (e Renzi) – era contestabile per mille ragioni. Nel metodo, per la scelta originaria di non coinvolgere in alcun modo il comune di Roma nell’elaborazione del dossier (sembra incredibile, ma è andata proprio così). Nel merito, perché imponeva di impegnare più di 800 milioni, dei finanziamenti previsti, nell’area di Tor Vergata, non prevedendo in realtà nuove opere infrastrutturali di rilievo, in una città ormai al collasso perché quasi del tutto priva di un moderno sistemo di trasporto pubblico intermodale.

Pochi ricordano che la giunta Marino si oppose a questo progetto fallimentare. Giovanni Caudo, probabilmente il miglior assessore all’urbanistica della Capitale da decenni, preparò un dossier alternativo: se fosse stato approvato, le Olimpiadi avrebbero lasciato in eredità alla città un enorme parco fluviale a Nord, la chiusura dell’anello ferroviario, la trasformazione in una linea metropolitana di quella scandalosa ferrovia interna che da piazzale Flaminio porta a Saxa Rubra e da lì a Viterbo; e, infine, la trasformazione del villaggio olimpico, realizzato non a Tor Vergata, ma a ridosso del parco fluviale, in una nuova “città della giustizia”. Si sarebbe così liberato il quartiere Prati dal suo storico sovraffollamento di tribunali, apparati giudiziari dello Stato e studi notarili. Il CONI non volle nemmeno prendere in considerazione il progetto che fu presentato nel giugno del 2015. La giunta Marino fu fatta cadere a forza, come molti ricordano, pochi mesi dopo, verosimilmente anche per la sua esplicita contrarietà al dossier Malagò/Montezemolo/Renzi.

Virginia Raggi aveva dunque molte ragioni per opporsi a Roma2024. Di metodo e di merito. Inoltre, stanti gli attuali rapporti di forza nella Capitale, avrebbe anche potuto imporre un dossier alternativo. Non l’ha fatto. Ha scelto di ritirare la candidatura – apparentemente – per una ragione ideologica: l’eccessivo debito pubblico. Problema spinoso, complicato e che richiede almeno un minimo di competenze di politica economica, per essere compreso. (sul tema si veda il bell’articolo dell’economista Daniele Tori che abbiamo pubblicato qui). Virginia Raggi, ma è una posizione credo generalizzabile all’intero M5s, tende a identificare debito pubblico con mala amministrazione e sprechi. Si ignora, o si finge di ignorare, che la spesa pubblica, in un periodo di recessione come quello che stiamo attraversando, può anche trasformarsi in una potente leva anticiclica. Ben inteso: questo non significa che il debito pubblico sia di per sé un bene e che la spesa non debba essere razionalizzata e qualificata. Per restare al caso italiano, troppi restano ancora gli sprechi, troppe le follie. Ma la crescita del debito pubblico, come sa qualsiasi studente al primo anno di economia e commercio, solo in minima parte deriva da mala amministrazione. Quello che pericolosamente sfugge a questa posizione ragionieristica è la natura politica del debito.

Bisognerebbe ricordare al direttorio del M5s, che la crisi economica che ancora ci soffoca, è iniziata negli USA nel 2007 come crisi del debito privato; e che nel suo rimbalzo europeo è stata politicamente trasformata in una crisi del debito pubblico. Questo capovolgimento dovrebbe essere noto e, almeno a grandi linee, intellegibile a chiunque voglia fare politica seriamente oggi in Europa. Perché se si conosce il perimetro falso entro il quale siamo stati costretti, si possono identificare nemici e alleati. E qui, invece, arriva il paradosso. In Italia si forma un enorme movimento di protesta di massa, il M5s, per molti aspetti innovativo ed interessante, che però genera da subito al suo interno un vero e proprio mostro ideologico. Rivendicando buon senso e ragionevolezza, vengono inconsapevolmente propagandate dai suoi rappresentanti pubblici posizioni sostenute dalla destra economica: su tutte, l’equazione debito pubblico/sprechi/fallimento dello Stato. Non a caso, proprio sulla questione Olimpiadi, il politico più citato dai rappresentanti del M5s è stato Mario Monti. Si realizza così un incubo da cui sarà difficile uscire. Un’austerity auto-imposta; in termini clinici, un’inquietante identificazione con l’aggressore.

L’Italia ha un disperato bisogno di politiche economiche anti-cicliche, vale a dire di investimenti pubblici massicci e mirati. Nell’attuale gabbia dei vincoli europei, organizzare le Olimpiadi può trasformarsi in un escamotage per fare un po’ di spesa pubblica qualificata. Se ben governate, con le Olimpiadi avremo la rinascita di Barcellona, di Torino e di East London. Se andrà male, invece, ci toccherà l’incubo di Atene. La differenza sta tutta qui; nella qualità del progetto di trasformazione urbana proposto e, soprattutto, della classe dirigente che lo realizza.

Con il no tutto ideologico di Virginia Raggi, Roma perde per l’ennesima volta un’occasione storica per riprogettare se stessa. Molto probabilmente, resterà, ancora per anni, una capitale non sovrana e sotto-finanziata (solo da tre anni Roma riceve un piccolo finanziamento speciale per svolgere le funzioni di rappresentanza di città capitale; mentre Parigi riceve ogni anno dallo Stato francese 1 miliardo di euro). Certo, il problema – si dice – è che la città ha in realtà un debito pubblico “mostruoso” di oltre 12 miliardi di euro. Una città fallita su cui ormai non si può far niente. Pochi sono però, fra i commentatori che ripetono questo mantra, quelli che ricordano che il debito pubblico di Roma è più basso, se diviso per numero di abitanti, di quello di Torino; e perfino di una città oggi particolarmente cool come Milano (entrambe rilanciate, tra l’altro, grazie a Olimpiadi ed Expo, per cui entrambe si sono indebitate). Se si confronta poi il debito pubblico di Roma con quello di altre capitali europee, magari con la “virtuosa” Berlino, si scopre addirittura che quello di Roma è un debito relativamente piccolo, visto che la capitale tedesca viaggia allegramente sopra i 60 miliardi di debito. C’è qualcosa che non torna in questo accanimento generale. Qualcosa di più profondo, che andrebbe decifrato. E che riguarda la nostra identità pubblica. Del resto, è dai tempi della Lega di Bossi che non infuria contro questa città/simbolo un sentimento così diffuso di insofferenza e di repulsione. Forse le Olimpiadi, se ben governate, avrebbero potuto rilanciare Roma come metropoli internazionale e, soprattutto, come capitale d’Italia. Non lo sapremo mai. Quello che è invece facile prevedere è il prossimo futuro massacro che la città patirà direttamente sulla sua pelle. Per effetto di un consequenziale ed infantile regolamento di conti fra bande belligeranti. Par tibi Roma nihil.

[Immagine: Marcello Piacentini, Pier Luigi Nervi, Palazzo dello Sport per le Olimpiadi del 1960, Roma (gm).]

 

 

 

 

 

 

13 thoughts on “Quer pasticciaccio brutto delle Olimpiadi a Roma

  1. Articolo misterioso, che in ogni rigo successivo contraddisce il rigo precedente. Sarebbe poi interessante capire come lo strapotere del Coni, che fece cadere Marino, poteva essere bloccato, se non con un secco no. Altro discorso sarebbe stato se bisognava riprogettare tutto daccapo, ma non è così. Sull’ideologismo che blocca i cinque stelle si può anche convenire, se non fosse fratello delle prevenzioni dell’ autore e della sua voglia di dare una lezioncina, tutta discutibile, sull’economia e sulla spesa pubblica. Meravigliosa questa perla. “’Italia ha un disperato bisogno di politiche economiche anti-cicliche, vale a dire di investimenti pubblici massicci e mirati. Nell’attuale gabbia dei vincoli europei, organizzare le Olimpiadi può trasformarsi in un escamotage per fare un po’ di spesa pubblica qualificata.” Questo Coni? Questo governo? Ma per cortesia…

  2. @ Roberto

    Non credo che la posizione che esprimo nell’articolo sia “misteriosa” e “contraddittoria”.
    La questione è in sé complicata, non contraddittoria.

    La Raggi poteva dire un NO secco, entrando nel merito e nel metodo. Non lo ha fatto. Ha preferito tirare fuori la solita storia del debito pubblico, che non c’entra niente. E infatti ora chiede lo stesso stanziamento, senza i giochi. E il debito, verrebbe da dirle? Con un progetto alternativo avrebbe potuto costringere il CONI a dire no. Sarebbe stata una mossa politica interessante, non crede? Insomma, la partita era tutta da giocare. Invece la scena a cui abbiamo assistito è stata di un livello miserrimo. Non ho nessuna prevenzione contro il M5s. Ho fatto pubblicare su questo blog un bell’articolo di Marco Maurizi sulla natura del movimento. Mi spaventa molto però l’ideologismo cieco, che nel caso delle Olimpiadi, in modo sì “misterioso” ha vinto su tutto.

  3. Non so come si possa fare a definire questo articolo “misterioso”. mi sembra chiarissimo anche per un non esperto di politica economica come il sottoscritto.

  4. Concordo con l’articolo; di una chiarezza cristallina.
    Il fatto è che siamo divisi, da secoli, in fazioni e ogni fazione a sua volta è divisa al suo interno. Ecco che ragionare intorno a un problema in termini oggettivi diventa quasi impossibile. E la mente perde lucidità o meglio, obiettività, così nessuno si offende e restiamo ognuno abbarbicato alle proprie convinzioni anche quando l’evidenza mostra il contrario.
    Ritengo m5s un fenomeno figlio del suo tempo che molto difficilmente potrà portare il paese fuori dal guano in cui si trova. Ma spero ardentemente e ogni giorno che il mio sia un pregiudizio che sarà smentito dai fatti.

  5. Para=prepara, predisponi

    Par=eguale

    Niente è uguale a te, Roma.

    (viceversa…lapsus meraviglioso)

    Roma, nulla per te prepari.

  6. Il “M5s tende a identificare debito pubblico con mala amministrazione e sprechi. Si ignora, o si finge di ignorare, che la spesa pubblica, in un periodo di recessione come quello che stiamo attraversando, può anche trasformarsi in una potente leva anticiclica”.
    “L’Italia ha un disperato bisogno di politiche economiche anti-cicliche, vale a dire di investimenti pubblici massicci e mirati”.
    E’ questo il punto dirimente, a mio avviso, dell’intero articolo. Le “politiche economiche anticicliche”, fattibili quando l’Italia aveva la sua moneta nazionale, sono appunto quelle che, dinanzi a uno shock esterno come la crisi del 2007, potrebbero aiutare il paese ad uscire dalla stagnazione e dalla recessione. Invece, grazie ai vincoli europei e alla conseguente politica di austerity economica, i nostrani ministri dell’economia o presidenti del Consiglio fanno esattamente il contrario di quello che insegnavano agi studenti nei loro corsi universitari, visto che tutti provengono dalle università. Questo vuol dire che le loro scelte sono in primis politiche, e di obbedienza ai diktat europei: hanno preferito (e continuano a preferire) la distruzione della domanda interna per ribilanciare i conti con l’estero, anziché spendere a deficit facendo investimenti. Giustissimo poi dire che il debito pubblico è nato privato e solo in seguito si è trasformato in pubblico, è una evidenza che perfino il vicepresidente della BCE, Victor Constancio, ha ammesso in una sua relazione. La spesa pubblica, se un paese è dotato di una moneta propria e se Banca centrale e Ministero dell’economia non hanno “divorziato” (come purtroppo è successo da noi nel 1981 con Ciampi e Andreatta, e come è successo in tutti i paesi dell’Eurozona prima della nascita dell’euro), mai può mandare in default un paese a sovranità monetaria. Infine c’è un altro fattore da considerare, ossia il cosiddetto moltiplicatore keynesiano. Se un paese taglia, poniamo, un euro della sua spesa pubblica, il Pil si ridurrà non già di un euro, ma di un euro e qualcosa, a seconda appunto del moltiplicatore. Caso esemplare: la Grecia. Imponendo tagli drastici alla spesa pubblica greca, il FMI ha sottostimato (volutamente) questo moltiplicatore, creando i disastri sociali che ha creato, salvo poi, recentemente, ammettere candidamente che si è sbagliato. Questa politica dei diktat e degli ajustes strutturali (che in soldoni significa distruzione del welfare e delle politiche sociali di uno Stato) s’è già vista all’opera, da parte del FMI e della BM, in America Latina negli anni ’80, e ora s’è trasferita a casa nostra, nel sud Europa.

  7. A me pare che come giustamente sottolineato dall’autore, i 5S sono prigionieri della questione ideologica dell’equilibrio di bilancio, e quindi vedono evasione e corruzione non come problemi di equità e quindi di etica sociale, ma come un problema economico.
    Tuttavia, apparentemente lo stesso autore non si rende conto di essere egli stesso prigioniero di un modello di sviluppo che individua come motore dell’attività economica i grandi eventi e la concentrazione di spese che li contraddistinguono. Tanto egli se ne mostra prigioniero che finisce per far coincidere impropriamente investimenti pubblici con questa specifica tipologia di spesa.
    Si dovrebbe in tutta evidenza far saltare i vincoli di bilancio dettati dalla UE, ed invece l’autore suggerisce di sottoporsi alle regole che permettono di sforare i famosi parametri soltanto in una serie di situazioni considerate eccezionali. Poichè solo così è possibile sforare, organizziamo i grandi eventi, prima quella boiata assoluta che è stata l’EXPO, ed ora un altro baraccone come quello in cui consistono ormai le Olimpiadi, dove l’aspetto sportivo è del tutto sparito. Se insomma perchè mamma mi permetta di comprare un nuovo paio di scarpe, andrò nel negozio che ella mi detta e comprerò il modello che ella sceglie per me.
    Soprattutto, questa logica non ha mai funzionato. Dove c’è una tale concentrazione di fondi, e dove i tempi sono sempre troppo ridotti, è inevitabile che la realizzazione venga affidata ad imprese che possiedono mezzi adeguati per fare presto. La realtà è che tali imprese sono le uniche che riescono ad ottenere i frutti dell’operazione, distribuendone poi in genere una certa quota a coloro che a loro si interfacciano a vario livello. Potyremmo perfino dire che sono imprese fatte per questo specifico scopo.
    La Raggi ha fatto un grande regalo ai romani, li ha liberati da questa indegna occasione di concentrazione in un tempo ed in un luogo ristretto di visitatori che non possono che tradursi in una serie di disagi per gli abitanti. Era scontato che il governo rispondesse picche alla richiesta del sindaco di godere comunque dei fondi, ma la richiesta era del tutto lecita ed anche logica. Tu mi dici che questi fondi serviranno anche per migliorare lo stato infrastrutturale di Roma, con il che stai dichiarando che di queste infrastrutture ci sia un grande bisogno, e quindi è conseguenziale che mi finanzi in ogni caso la loro realizzazione.
    Mi pare in definitiva che anche l’autore sia prigioniero della logica dominante di stampo liberista della progressive ed inarrestabile privatizzazione dello stato.
    Se fossimo un paese sovrano e ritenessimo che la nostra capitale ha bisogno della realizzazione di infrastrutture, che lo stato lo faccia anche in disavanzo, ma finiamola con questi eventi che poi nel caso di una città unica e famosa in tutto il mondo costituiscono una pubblicità negativa, perchè non vedo come una città così ricca di monumenti possa avere bisogno di altri motivi di interesse. Questi motivi di interesse sono in realtà conflittuali con la fama della città. Se si trattasse di qualcosa che riguardasse privati, sarebbe ovvio approfittare della sponsorizzazione da parte di privati da tutto il mondo, ma se si tratta di uno stato, ciò perde ogni senso, tranne che per la versione più estrema del liberalismo, a cui pare che ormai quasi tutti si siano adeguati.

  8. @Cattaneo

    a) Le olimpiadi le fanno tutti i paesi, terzo mondo incluso, a prescindere dalla situazione finanziaria di partenza.

    b) I ponti fantascientifici sugli stretti no.

    Questo accade perché evidentemente stiamo parlando di progetti assai diversi: l’uno che fa parte di una circostanza straordinaria, ma che rientra tuttavia nelle normali mansioni amministrative di una capitale; l’altro invece è un’operazione spudoratamente demagogica, la quale viene puntualmente tirata in ballo dal primo ministro di turno ogni volta che si trova in difficoltà.

    Tutti i paesi vogliono fare le olimpiadi per il semplice motivo che tutti ambiscono a fare degli investimenti che servono a creare lavoro e a incrementare le proprie attività sul territorio: turismo, terziario, edilizia, così come a nutrire e pubblicizzare l’immagine del proprio paese.

    Un esempio che taglia la testa al toro:. Tokyo, nonostante Fukushima, farà le olimpiadi nel 2020. Perché? Perché il Giappone:

    1) non si trova nella sciagurata posizione, come la nostra, di dover scegliere tra rimettere a posto il proprio territorio distrutto da un maremoto, e un incidente nucleare, oppure fare le olimpiadi. Al contrario, può fare entrambe le cose, in quanto, prima di tutto, controlla le finanze pubbliche senza limiti esterni imposti da nessun organo soprannazionale anti-democratico, anti-italiano e anti-nazionale di nome Unione Europea.

    2) E, in secondo luogo, perché, anche se si fosse trovato in difficoltà economiche, le olimpiadi sarebbero state, di nuovo, un introito sicuro che, grazie a degli investimenti iniziali, avrebbero portato benefici economici alla propria città.

    Se esistono dei corrotti, allora, questi ultimi, quando vengono scoperti, è bene che siano arrestati. I corrotti ci saranno sempre, sia quando avremo più soldi, sia quando ce ne avremo di meno. I corrotti e i collusi cercheranno sempre di interferire con le attività economiche, e non esisterà MAI uno stato perfetto, l’istituzione perfetta che elimineranno questo problema.

    Per questo motivo servono la finanza, la polizia, e la magistratura.

    Viceversa, i sindaci, diversamente dalla finanza, la polizia, e la magistratura, servono ad amministrare una città, metterla in sicurezza e, al momento opportuno, fare degli investimenti per svilupparla.

    Non confondiamo:

    1) i sindaci con la forze dell’ordine

    2 non confondiamo piani economici strategici con le buffonate.

  9. Jacopo D’Alessio, come fa ad affermare che le olimpiadi le vogliono organizare tutti?
    La invito ad informarsi, si stanno sfilando tutti per il 2024.
    Ciò che poteva essere considerato un vantaggio qualche anno fa, oggi potrebbe essere considerato un danno, come tentavo di argomentare. Ricordo che la sola RAI ha dedicato praticamente la totalità della programmazione di tre canali alle olimpiadi di Rio, e se l’interesse è per lo spettacolo sportivo, bisogna allora starsene a casa davanti a un televisore.
    Naturalmente, la moda di andare nella città dove si svolgono le olimpiadi per assistervi non finirà di colpo, e durerà ancora per qualche edizione, ma sempre di meno perchè del tutto irrazionale. Non sono un indovino ma credo che dal 2028 sarà veramente difficoltoso individuare una città che vorrà ospitarle, magari dopo il fiasco che mi aspetto già per l’edizione di Tokyo, e difatti penso che i giapponesi stavolta abbiano sbagliato, come del resto hanno sbagliato tanti prima di loro.
    In genere, dopo lo svolgimento delle olimpiadi, ci si ritrova le città trasformate non secondo un piano coerente, ma sulla scorta delle necessità contingenti collegate all’evento, e senza coprire i costi delle opere realizzate e senza che tali opere siano da considerarsi obiettivamente utili, mi pare logico che sarà sempre più difficile fare di questi mastodontici eventi, e per quanto mi riguarda, lo riterrei un esito felice, non vedo l’ora che si smetta di considerare il carattere mastodontico come positivo a prescindere.

  10. “Jacopo D’Alessio, come fa ad affermare che le olimpiadi le vogliono organizzare tutti?”

    Perché io studio.

    RETE MMT “Il Giappone mostra i reali limiti della spesa pubblica (prima parte)”

    Autore: William Bill Mitchell – professore universitario di macro-economia della Charles Darwin, Australia.

    http://www.retemmt.it/giappone-mostra-reali-limiti-della-spesa-pubblica-parte/

    http://www.retemmt.it/giappone-mostra-reali-limiti-della-spesa-pubblica-seconda-parte/

    Gustavo Piga: sul moltiplicatore keynesiano

    https://keynesblog.com/2012/10/17/moltiplicatore-piga/

    Sergio Cesaratto, Università di Siena, macro-economia

    http://csepi.it/index.php/8-economia/79-lo-stato-spende-prima-poi-incassa-logica-fatti-finzioni

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