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di Daniela Brogi

È come se entrassimo in un’altra dimensione: nella luce grigia di un crepuscolo mattutino, su una riva desolata, tre donne sbarcano da un gommone. Sono persone malvissute: la stanchezza dei movimenti, la fatica dei corpi e il loro abbigliamento lasciano immaginare una lunga notte passata a prostituirsi. Portati dalla macchina da presa, che scivola dietro di loro, seguiamo le tre figure, e al termine di questo breve tragitto la spiaggia diventa una sorta di cerniera tra due mondi: da un lato c’è il mondo esterno, con il mare da cui sono arrivate le tre donne, buttate fuori come degli scarti, delle conchiglie spolpate espulse dalla corrente; e dall’altro lato c’è una specie di mondo a parte, interno, separato da una soglia, ossia da una porta che dà su un cortile: lo oltrepassiamo, per trovarci, con un movimento vertiginoso di macchina che produce uno sbalzo temporale e spaziale, dentro la camera di due ragazze gemelle che stanno per alzarsi. Indivisibili comincia così: con una specie di doppio attacco che suggerisce immediatamente l’impressione di una realtà sdoppiata, e di un cerchio magico che separa ciò che è dentro da ciò che è fuori. La presenza in scena di Viola e Dasy ha inizio, e si concluderà, dentro l’incanto di questo abbraccio fisico e simbolico. A partire dal loro risveglio, la storia non smetterà mai di avvolgerle (anche nei rarissimi momenti in cui sono assenti, la loro scomparsa sarà il centro dell’azione); fino a pochi minuti dalla fine saranno sempre inquadrate insieme, “azzeccate” l’una all’altra, nella vita come nel film, attirandoci a loro come a un magnete. Siamo al loro fianco, come se aderissimo a una calamita emotiva, e ci rimarremo per due ore.

Le protagoniste di Indivisibili sono Angela e Marianna Fontana, due esordienti che avrebbero potuto vincere la Coppa Volpi, a Venezia, per la miglior interpretazione femminile. Nella finzione del film, che è ambientato a Castel Volturno – in provincia di Caserta – sono due gemelle siamesi usate, fin da piccole, come fenomeni da baraccone, esseri deformati che portano fortuna, come vuole la superstizione popolare. Cantano ai ricevimenti, per le prime comunioni, ai compleanni, ai matrimoni, alle feste patronali, e con le loro esibizioni mantengono tutta la famiglia. Ma, a un certo punto, alla vigilia della maggiore età, scoprono che potrebbero fare l’operazione per essere divise. (Tra l’altro, è interessante osservare che una delle serie tv più belle degli ultimi tempi, The Knick, nel sesto episodio della seconda stagione conteneva una storia identica). La possibilità di separarsi rompe non solo l’equilibrio familiare (il padre, un tipo balordo che fa da manager alle figlie è contrario), ma, soprattutto, porta a un punto di crisi il legame simbiotico tra le due ragazze:

 

Evocando l’immaginario legato ai riti di separazione e di crescita, Indivisibili riattiva, al tempo stesso, una delle metafore più perturbanti del femminile: l’archetipo delle gemelle:

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Diane Arbus, Identical Twins, Roselle, New Jersey, 1967

2

Shining (Stanley Kubrick, 1980)

3

The Knick (Season 2, Episode 7, 2015)

4

Indivisibili (Edoardo De Angelis, 2016)

Tra l’altro, Indivisibili riprende esplicitamente, come indica il riuso dei medesimi nomi, la storia delle gemelle siamesi Daisy e Violet Hilton (1908-1969), che recitarono in Freaks (Tod Browning, 1932), e in vari altri film ispirati alle loro vicende. (Al 2013 risale il documentario Bound by Flesh):

5

6

Freaks (Todd Browning, 1932)

Ma queste riprese sono una traccia e basta. Il film di De Angelis (sceneggiato da Nicola Guaglianone, Barbara Petronio, De Angelis) è un’opera riuscita perché mette in scena, trattandoli in maniera nuova e originale, almeno tre aspetti. Del primo abbiamo parlato sino ad ora: il doppio femminile. In maniera differente, mi pare, da film e autori che usano la diversità (nani, personaggi da circo, figure caricaturali) come significato, come nucleo dell’opera (Freaks), in Indivisibili la diversità lavora, più che altro, come significante – proseguendo, in tal senso, la lezione di La donna scimmia (1964), un film via via ricordato da Invisibili, persino nel nome del suo regista ripreso per il nome di un personaggio: Marco Ferreri. La diversità non è contenuto ma, in un certo senso, contenitore di una realtà che è spesso grottesca, caricaturale, eppure non vuole essere eccezionale, e in quanto tale separata, lontana da noi, ma, al contrario, diventa familiare, produce empatia, quasi che, in un certo senso, parlasse di tutti. Perché?

Il fatto è che quelle due gemelle sono indivisibili ma non sono identiche, e qui sta la loro forza simbolica, narrativa, emotiva: una è più simbiotica, per così dire, l’altra invece è quella che vorrebbe staccarsi («Voglio viaggiare! Voglio ballare! Voglio fare l’amore!»). Attenzione però, perché questa differenza lavora in maniera dinamica, nel corso del film, per cui, a un certo punto della vicenda, sarà la gemella meno vivace a salvare l’altra, e viceversa, in una girandola di scambi e di spinte e controspinte tra desiderio di separazione e desiderio di fusione che formano il nucleo più magnetico e misterioso del film, perché sembrano comporre e mettere in immagine il famoso passaggio di Jung per cui ogni donna contiene in sé la propria madre e la propria figlia – tant’è vero che, e non potrebbe essere diversamente, il personaggio della madre (intensamente interpretato da Antonia Truppo) resta sullo sfondo, ai margini del cerchio magico in cui Dasy e Viola impersonano di continuo, e alternativamente, una funzione materna e una funzione filiale orientata – e qui sta la vertigine – sul proprio doppio.

Un secondo aspetto originale del film riguarda la costruzione dello sguardo sulle periferie, e sul famigerato sud degradato. Siamo a Castel Volturno, nella Terra dei Fuochi, nelle zone già raccontate in parte da Perez, il film precedente di De Angelis. Indivisibili racconta le storie di disperazione sprigionate da questi luoghi risemantizzando lo spazio, anche in senso caricaturale, per liberarlo dal pregiudizio per cui i luoghi più decentrati sarebbero zone, per così dire, premoderne, e quasi quasi pittoresche, caratteristiche – quante narrazioni del sud, e non soltanto, sguazzano ancora in questi clichés. Ma questi posti fetenti, questi non luoghi, al contrario, sono, in molti casi, aree che anziché vivere innocentemente ai bordi della modernità, esprimono, invece, tutte le contraddizioni della postmodernità – come già aveva raccontato Garrone in Reality (2012). Questo, anche questo, è il Sud, ed è lì che alcune delle narrazioni italiane più interessanti stanno andando a cercare storie capaci di raccontare mondi interi. C’è il rischio di esagerare, soprattutto dopo l’ondata della serie tv Gomorra, eppure vale la pena di guardare a questi racconti di genere, alla loro forza narrativa, come pure al loro successo, con meno supponenza. Soltanto a Castel Volturno – ha raccontato De Angelis in un’intervista, per spiegare la vicenda del prete/sciamano colluso con la camorra che vuole trasformare le gemelle siamesi nelle icone di un falso miracolo da dare in pasto ai disperati – ci sono settanta chiese pentecostali, nelle villette della Domiziana ci sono personaggi locali che fanno proseliti tra i nigeriani, li battezzano nelle piscine. Questi immigrati, in fuga dalla fame e dalla guerra, sono afflitti dal vizio grave della speranza, e nell’anima sono così assetati da risultare terreno fertile per soggetti che invece hanno intenzione di sfruttarla, la loro condizione.

Indivisibili è un film originale anche perché è ben realizzato. È un’opera che ha saputo creare un equilibrio non facile tra la lingua (con un uso non folkloristico ma espressivo del dialetto), la sceneggiatura, le scenografie, il respiro dei suoni (e dei “tracchi”), e la colonna sonora di Enzo Avitabile, che non fa decoro, ma entra nelle immagini, affiancandole, come Dasy e Viola, in un abbraccio infinito.

[Indivisibili, Edoardo De Angelis, 2016 (dbr)]

 

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