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Il mito del Liceo Classico

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cropped-iscrizione-latina-sulla-parete-roma-italia-56150369.jpgdi Mauro Piras

Ai miei studenti passati, del Classico, e a quelli presenti, del Professionale.

Da anni si parla di crisi del Liceo Classico. Questa estate, la discussione è stata aperta da una serie di articoli sul Sole 24 Ore. Ma la cosa non è così recente: qualche tempo fa si è tenuto a Torino un “Processo al Liceo Classico”, e a ogni pubblicazione dei dati sulle iscrizioni alle superiori si lamenta il calo di iscritti a questo indirizzo. Il tema ormai è diventato un luogo comune, dominato da facili contrapposizioni: il valore “non negoziabile” della tradizione greco-latina esaltato contro chi ne condanna impietosamente l’inutilità. Si cade nello schema umanisti vs scienziati, cultura vs economia ecc. Così la discussione è ben poco utile. Qualche passo avanti importante è stato fatto con gli interventi di Claudio Giunta, Massimo Fusillo e Mariangela Caprara (ma è da segnalare anche un intervento di Francesco Rocchi del 2014), che hanno portato il dibattito su un tono più “medio” o tecnico, iniziando ad affrontare i problemi reali.

Confesso che il tema mi appassiona poco. Appartiene, insieme alla “crisi della cultura umanistica” e al “ruolo degli intellettuali”, a quel genere di problemi che provocano in me solo l’abbassamento delle palpebre. Però l’intervento di Nicola Gardini e altri dello stesso tenore (Mastrocola, Tonelli), così come il retorico appello in favore del Ginnasio-Liceo (!) consegnato in questi giorni a Giannini e Mattarella, mi hanno profondamente irritato. Una irritazione non solo cognitiva (gli argomenti, come è stato detto da Fusillo e da Giunta, sono piuttosto banali), ma anche morale, lo ammetto. Perché morale? Non tanto per ragioni generiche di questo tipo: i problemi veri della scuola italiana sono altri, come la crisi degli Istituti Professionali, l’alta dispersione scolastica, il basso livello generale delle competenze ecc. Insomma, non solo perché sappiamo che i problemi riguardano la massa di quelli che non lo fanno, il Classico. Ma per qualcosa di più radicale: gli argomenti portati a favore di questo Liceo sono di un classismo indecente, e portano alla luce la struttura profonda, appunto classista, della nostra scuola Secondaria di secondo grado.

1.

Andiamo per ordine. Intanto, partiamo da qualche dato per capire la portata di questa “crisi del Liceo Classico” (da adesso: LC; tutti i dati citati di seguito sono reperibili qui). Il calo di iscritti c’è, se si prendono le serie di dati confrontabili, cioè quelle dal 2009 a oggi. Nel 2009-10 gli iscritti al LC erano il 7,7% del totale degli iscritti alla Secondaria di secondo grado (pubblica, cioè statale e paritaria insieme); oggi sono il 6%. Il calo è avvenuto soprattutto negli anni dal 2010 al 2013: gli iscritti del 2010-11 erano scesi al 6,9%, sono risaliti leggermente al 7,1 % nel 2011-12, per poi scendere al 6,6% nel 2012-13 e al 6,1% nel 2013-14. Dal 2013-14 a oggi si aggirano sempre intorno al 6% (2014-15: 6%; 2015-16: 5,8%; 2016-17: 6%). C’è quindi un calo a partire dal 2010, cioè dal primo anno di applicazione della riforma Gelmini. Ma non un calo del 40% in cinque anni, come scrisse La Repubblica un anno fa, confrontando solo i dati assoluti degli iscritti al LC, e non tenendo conto del fatto che nel frattempo è calato notevolmente anche il numero totale di iscritti nella Secondaria di secondo grado (sempre statale più paritaria), per ragioni demografiche: da 653.093 a 518.631 allievi.

È semplicistico dire, come è stato detto, che la causa di questo calo è la riforma Gelmini. È difficile fare un confronto con gli anni precedenti, perché i dati anteriori al 2009 sono presentati dal Miur in modo diverso, e richiederebbero una lunga elaborazione. Tuttavia, negli anni dal 2004-05 al 2007-08 ci fu un boom di iscritti al Classico, che arrivarono quasi al 10% del totale (negli anni precedenti non era così, ci si aggirava intorno all’8%), ma un primo calo al 7,7% avviene già, come abbiamo visto, nel 2009, quando la riforma Gelmini non si applicava ancora alle superiori. Inoltre, va ricordato anche che questa riforma ha toccato i Licei Classici molto meno di tutte le altre scuole superiori. Infine, ma è la cosa più importante: gli anni 2009 e 2010 sono quelli in cui la crisi economica ha iniziato a colpire duramente l’Italia, e questo può essere stato un fattore determinante nello scoraggiare le iscrizioni al Classico (negli ultimi anni, a causa della crisi, c’è stato anche un calo di iscritti all’Università, come sappiamo; è probabile sia diventato più difficile per i gruppi sociali più svantaggiati la scelta di percorsi formativi di alto livello, che richiedono grandi investimenti di risorse in tempo e denaro).

Un’ultima notazione sui numeri. La flessione di iscritti al LC, che c’è, non corrisponde a una “crisi dei licei”. Infatti, dal 2010 a oggi la percentuale di iscritti ai licei (di ogni tipo) sul totale degli iscritti alle superiori è passata dal 46,2% al 52%. Il calo ha colpito quindi di più gli istituti, Tecnici e Professionali, e soprattutto questi ultimi: quest’anno l’aumento di iscritti ai licei è identico al calo di iscritti ai Professionali, mentre i Tecnici restano invariati. Nel complesso i Professionali hanno perso 4,1 punti percentuali dal 2012-13 a oggi (da 21,6 a 17,5 del totale). Insomma, sono in atto trasformazioni generali più ampie della cosiddetta “crisi del LC”.

2.

I dati ci dicono quindi che una flessione del LC c’è, ma non è particolarmente grave. Ci dicono più in generale che in tutto il sistema delle scuole superiori è in atto un cambiamento profondo, nelle scelte degli studenti. È quindi necessaria una riflessione sul LC, certo, ma nel contesto di una riflessione più generale sulla Secondaria di secondo grado. Invece il dibattito centrato solo sul Classico ha assunto i toni di una perorazione unilaterale a suo favore, oppure di un attacco altrettanto unilaterale.

La prima, come ho detto, ha un sapore classista. Mi spiego. L’argomento principe, in fondo, è: solo la tradizione della cultura classico-umanistica “forma l’uomo in modo completo”. L’obiezione ovvia, che molti hanno formulato, è allora: quindi, nei percorsi in cui non si studia quella tradizione “non si forma l’uomo”. E si può aggiungere (sulla base di una serie argomenti correlati, che fanno parte della vulgata a favore del Liceo Classico): non si formano lo spirito critico, la creatività, l’intelligenza scientifica. Quindi, nelle scuole in cui non si studiano le lingue classiche non si forma l’uomo, né tutto il resto.

Messa così, l’obiezione è semplicistica, e provocatoria. Eppure, il disagio morale nasce dalla sensazione che il sistema scolastico italiano è organizzato proprio secondo questo principio, e che continuare ad alimentare la retorica del Liceo Classico, della traduzione dal greco e dal latino come base essenziale per formare le vere competenze intellettuali di una persona, continua a rafforzarne l’iniquità.

Il sistema infatti, all’origine, è fondato sull’idea che la formazione “completa” e “generale” viene data dal Liceo Classico, mentre le altre scuole secondarie sono pensate “per differenza”, fino ad arrivare alla formazione tecnica, destinata a chi non ha diritto, per principio, di accedere a quella cultura. La formazione completa veniva data dal LC perché il suo compito reale era “selezionare la classe dirigente”, all’interno di una élite alto-borghese, i cui confini erano ben delimitati dall’appartenenza di classe. Questa classe sociale, tra Sette e Ottocento, si è formata culturalmente intorno alla centralità della tradizione classica. Le competenze tecniche necessarie alle diverse funzioni sociali di questa classe erano il frutto di una formazione successiva. La formazione liceale doveva “marcare l’appartenenza”, e collocare correttamente i suoi allievi nella “società colta”, i cui esponenti avrebbero poi assunto le cariche pubbliche e i ruoli professionali più importanti. Di conseguenza, gli altri indirizzi servivano a formare quadri tecnici intermedi e inferiori che non facevano parte di quella classe sociale né di quella cultura, per principio. Quindi, effettivamente, negli altri ordini di scuola superiore, non si dava la formazione generale, non si formava l’uomo.

Ovviamente, il sistema, che aveva queste caratteristiche di fondo nella Legge Casati del 1859 e nella Riforma Gentile del 1923, è cambiato molto. Ma l’insistenza sulla centralità del LC e un mancato ripensamento generale degli altri indirizzi hanno portato a mantenere invariata, sotterraneamente, questa struttura di fondo. Nel complesso, tutti i licei, a partire dallo Scientifico, sono nati per “derivazione” o per “sottrazione” dal Classico: togli il greco, togli un po’ di latino, togli un po’ di filosofia, togli un po’ di storia; aggiungi alcune discipline di indirizzo, e il gioco è fatto. Anche la presenza del latino in tutti gli indirizzi liceali risponde a questa logica: se si tratta di licei, l’idea originaria (la centralità della formazione classica) deve restare, per quanto sbiadita, quindi in tutti i licei si deve imparare a tradurre dal latino, anche se questo non ha un rapporto diretto con il tipo di formazione che si cerca in quella scuola. Solo in due “opzioni” liceali introdotte dalla riforma Gelmini non c’è il latino: il Liceo Scientifico opzione Scienze applicate, e il Liceo delle Scienze Umane opzione Economico-sociale. Si vede bene che l’eccezione conferma la regola, cioè il pregiudizio “umanistico”: si tratta di due opzioni pensate come “tecniche”, “applicative”, quindi possono anche privarsi del latino. Infine, un altro segno evidente del permanere di questo modello è l’incertezza dei Tecnici e dei Professionali sui “saperi fondamentali”: certo, Italiano e Storia, ma per esempio le ore di Storia non sono molte; e si parte dall’assunto che in fondo, in queste scuole, queste materie sono un po’ le cenerentole, tanto quello che conta è la formazione specifica. Il crollo delle competenze in Italiano “sotto la linea dei licei” conferma questo quadro.

Dal primato “inconscio” del LC deriva anche la separazione troppo rigida tra biennio e triennio, che si presenta in tutte le scuole e ricalca quella tra ginnasio e liceo (che derivava, come è noto, dalla separazione originaria tra ginnasio e avviamento, dopo le elementari, quindi da una chiara radice classista). E ancora: l’idea che il LC debba essere la scuola “dell’eccellenza”, mentre gli altri indirizzi sono ordinati gerarchicamente “a scendere”, per grado di serietà, difficoltà e qualità.

3.

Tutto questo non regge più, perché sono saltati i presupposti sociali che rendevano possibile quello schema. Da qui deriva la crisi del LC: è la crisi del primato di una scuola che aveva la funzione di selezionare la classe dirigente e di confermare il dominio di una classe sociale. Il calo di iscritti come le difficoltà didattiche interne al LC sono la reazione tardiva di un sistema scolastico inadeguato a cambiamenti della società avviati almeno dagli anni Settanta. Schematicamente: 1) la società non è più quella liberale ottocentesca, gerarchica, ma una società di massa e democratica; 2) i principi democratici ci impongono di pensare che “la formazione generale dell’uomo” non passa per la traduzione dalle lingue classiche, altrimenti ne formeremmo ben pochi, di uomini, e ci impone di rendere inclusiva ogni tipo di scuola, persino il LC; 3) il Classico non forma più la classe dirigente, perché è una scuola accessibile a tutti, perché all’università si entra con qualsiasi diploma, e perché la classe dirigente si forma in tanti altri modi, ormai, non provenendo più soltanto dall’élite alto-borghese; 4) gli studenti del Classico, come molti altri, non hanno i “presupposti naturali” di quella cultura, che invece prima assimilavano in famiglia (quindi anche se erano scarsi erano sempre “del Classico”), e perciò hanno difficoltà simili a tutti gli altri; quando non le hanno, è perché vengono da ambienti sociali particolarmente avvantaggiati sul piano culturale (professori universitari, giornalisti, professionisti colti); 5) un paese moderno ha bisogno di una scuola superiore che formi correttamente tutti i profili, e non bene quelli “alti” e male gli altri.

Tutti questi cambiamenti non sono “la marea dell’incultura e del mercato (o del neoliberismo)” che sta sommergendo la vera cultura, i veri valori e la vera umanità. Sono le trasformazioni prodotte dalla differenziazione sociale, dalla società di massa e dalla democrazia. Bisogna farci i conti, e costruire un profilo di formazione secondaria di secondo grado sensato. Per fare questo dovremmo abbandonare il primato del LC e della tradizione classico-umanistica sette-ottocentesca, e pensare un nuovo ideale di “formazione generale”. Propongo per concludere alcune idee in questo senso.

Primo: la “cultura umanistica”, quella che “forma l’uomo in generale”, deve essere sviluppata in ogni ordine di scuola, non solo nei Licei, e senza fallire miseramente nei Tecnici e Professionali. Essa è costituita da: Italiano, Storia, Matematica, Scienze. Questo è il “nucleo centrale”, non negoziabile, della cultura generale che bisogna coltivare. Questo nucleo andrebbe reso più aperto e solido: per esempio, collegare meglio la Letteratura Italiana a quelle greca e latina e alle letterature straniere, per qualsiasi scuola; rendere del tutto autonoma la Storia, oggi sempre in posizione subordinata rispetto ad altre materie, e ridotta a poche ore; rendere autonoma la Matematica da una parte, le Scienze naturali dall’altra (a partire dalle medie). Sarebbe anche il caso di iniziare a interrogarsi davvero sul biennio unificato, e su una radicale opzionalità nel triennio (o quello che sarà); o comunque allentare l’eccessiva specificità del biennio del Classico.

Secondo: promuovere una visione “disincantata” degli indirizzi delle superiori, Licei e non; ogni indirizzo deve servire a formare i profili che servono, non ad altro, non a confermare la superiorità sociale di una certa cultura o a parcheggiare, in basso, i “falliti” del sistema scolastico; il Classico formerà chi può tenere viva dall’interno la cultura classica, lo Scientifico chi ha competenze scientifiche teoriche ecc.; gli indirizzi esistenti (Scienze umane, i Tecnici, i Professionali ecc.) andrebbero esaminati con attenzione, per verificarne la solidità, cercando di costruirli in modo omogeneo attorno al “nucleo fondante”, su cui si innestano le discipline di indirizzo, cercando anche di sfoltire un eccesso di discipline e una irrealistica tendenza all’enciclopedismo.

Terzo: la didattica del LC va ripensata radicalmente, per uscire dalla ripetizione di modelli rigidi, ancora improntati a un forte enciclopedismo, spesso meccanico (che non favorisce affatto, come si dice, lo spirito critico); in particolare va ripensata quella del Greco e del Latino, partendo dall’idea che persino il LC deve essere inclusivo, e non deve usare l’apprendimento delle lingue antiche come strumento per selezionare una presunta “aristocrazia della cultura”.

Quarto: la traduzione dal latino andrebbe tolta da tutti gli altri indirizzi liceali; il Classico dovrebbe diventare l’indirizzo che ha il compito di preservare questa competenza, la formazione cioè di chi potrà portarla avanti, ma non è necessario che nelle altre scuole si traduca dal latino; nelle altre scuole, in funzione del “nucleo fondamentale”, è necessario che sia possibile, per tutti, accedere non solo alla letteratura italiana, ma anche alle letterature classiche, ovviamente in traduzione.

Infine: bisognerebbe mandare i migliori insegnanti (soprattutto di Italiano, Storia, Matematica e Scienze) nei Tecnici e nei Professionali, tramite una politica di incentivi, legando l’impegno a lavorare in queste scuole a progressioni di carriera e stipendiali.

(Firenze, 12 ottobre 2016)

[Immagine: iscrizione latina]

 

 

75 commenti

  1. Una cultura umanistica che non prevede la filosofia??? Il prof qui ha toppato.

  2. Bell’intervento. L’autore, però, ha dimenticato il liceo artistico che, nei suoi vari indirizzi (architettura e ambiente, arti figurative ecc.) è tra le opzioni liceali senza latino. Un’altra osservazione: c’è stato un periodo “aureo” degli istituti professionali, ossia gli anni ’90. Qualcuno ricorda il Progetto 92? Chi ha qualche annetto sulle spalle percepisce il declino della scuola italiana anche in questi arretramenti, di cui l’esaltazione acritica e, appunto, classista, di un certo tipo di conoscenza è solo un aspetto.

  3. bravo Mauro! (però anch’io dico: e la filosofia? un posticino non glielo diamo? magari ripensando al modo in cui viene insegnata oggi)

  4. Complimenti Mauro! Il miglior intervento sul liceo classico che sia mai stato scritto da un bel po’ di anni a questa parte.

    @Lauretta G. : secondo me la cultura umanistica di base dovrebbe prevedere non la filosofia con tutta la filastrocca di autori e idee del tipo “il principio di tutto è l’acqua” “l’essere è e il non essere non è”, “la monade non ha porte né finestre” e così via ma semmai una parte importantissima di essa e che incredibilmente ha pochissimo spazio nelle ore di filosofia dei licei di oggi: la logica, intesa non solo come scienza del ragionamento, delle deduzioni e induzioni, ma anche come teoria dell’argomentazione e del riconoscere ed evitare errori e fallacie nel ragionamento. Già me li immagino studenti nei futuri licei, tecnici e professionali che per esercizio trovano tutti gli errori di ragionamento in un articolo di Diego Fusaro o degli stessi “difensori del liceo classico” di cui leggiamo fin troppo le loro opinioni in queste settimane.

    Ciao

  5. Osservazioni sensate e documentate. Se si vuole davvero capire il senso del dibattito, bisogna soprattutto insistere sulla storia del liceo consapevolmente definito ‘classico’, sul retaggio della sua genesi sulla storia degli studi non solo scolastici ma anche universitari, sulla difesa ad oltranza del testo come strumento privilegiato di acquisizione della cultura antica da parte della categoria di specialisti del testo stesso. Il paradosso è che il dibattito intellettuale in fondo inizia con l’istituzione del ginnasio umanistico e dell’insegnamento universitario della filologia classica. Ma tra molte condivisibili osservazioni, non capisco bene perché il latino resti in fine la competenza da salvare (e il greco no, forse per il pregiudizio che sia più difficile?), anzi da ‘preservare’, e perché, se si ha esperienza di scuola, si insista nell’invocare una meritocrazia che distingua tra insegnanti ‘migliori’ e ‘peggiori’ – una meritocrazia basata su quali criteri? Ed i primi da ‘inviare, tramite incentivi’ come terapia d’urgenza nei Tecnici e nei Professionali. Qualsiasi concezione élitarista, che opera su graduatorie e criteri di valutazione, lì dove si apre la nebulosa su chi sia autorizzato a giudicare e con quali criteri, una concezione giustamente deprecata dall’autore per il concetto stesso di liceo ‘classico’, si è rivelata, nella storia, assai pericolosa – per usare un eufemismo.

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  7. Caro Mauro,
    inquadri bene il problema: il questione è globale, sociale e politica. E visto che politicamete la vediamo in termini molto diversi, sarò schietto.

    Io ho letto gli interventi sul classico che sono usciti qui su LPLC, perché lo seguo da anni, quello di Claudio e Mariangela perché li conosco e li apprezzo, ho letto quello di Gardini (generico, ma francamente mi pare che ora sia diventato il feticcio da distruggere) solo perché mi è finito sotto gli occhi su Facebook e ho perfettamente ignorato il processo torinese, l’appello, altri interventi.
    Anche a me il dibattito annoia, in quei termini, ma semplicemente perché lo prevedo già nel dettaglio: è ministra riscaldata (ma PER ME. Ci torno).

    Tu hai ragione su molti punti specifici, ma c’è un sottofondo politico che invece non mi torna. Su un paio di punti specifici invece sono in disaccordo. Comincio da questi.

    1) Biennio unificato: come diavolo si fa a conservare un liceo dove si arriva a tradurre dal greco e dal latino se non fai un biennio di classico? (e non ci dimentichiamo lo scientifico, dove, nonostante il quasi dimezzamento delle ore nel biennio, qualcosina riescono ancora a cavare, almeno mi pare di capire dai colleghi dello scientifico: anche se la botta si è sentita)

    2) Togliere la traduzione in tutti gli altri ordini: bene, facciamo allora la riserva indiana dei classicisti. Io insegno alle scienze umane. I ragazzi (le ragazze) in ingresso hanno curiosità per il latino (me lo scrivono nelle presentazioni). Abbiamo problemi con la didattica e altri che non sto a elencare. Quest’anno ho proposto che una parte delle ore di aggiornamento obbligatorio siano dedicate a un confronto entro i dipartimenti su problemi come questi.
    Togliere la traduzione dalle scienze umane? E perché mai? Guarda che al Miur capirebbero “togliere la dicitura ‘lingua’ dalla materia ‘lingua e cultura latina’”, mica “lavorate sulla lingua in un modo diverso”. La traduzione è affascinante anche in sé, è un gioco di incastri. Da noi poi al triennio non si fa più in classe, dunque il babau dello scritto viene meno. Da dove nasce questo desiderio di tagliare, semplificare, scegliere la via breve?
    Lasciateci lavorare in pace, nelle scuole non classiche con il latino.

    3) L’aumento degli iscritti ai licei deriva proprio dal fatto che licei sono stati chiamati anche l’economico-sociale e il tecnologico, senza latino. Dunque a me pare che la quota di liceali e di tecnico-prefessionali non sia cambiata molto. E ricordo che Profumo disse di volere invertire la tendenza italiana ad avere più della metà di iscritti al liceo e meno della metà ai t-p, visto che “la media europea” (fottuttissima media europea: il nostro totem), era esattamente ribaltata.
    Grade confusione sotto il cielo italico.

    Hai ragione sulla melassa retorica dell’umanesimo. Hai ragione sulla costruzione del nostro sistema scolastico per diminunzione dal classico, hai ragione che, logicamente, l’argomento della cultura retorico-umanistica, fondata sulla classicità, come l’unica che formi davvero gli uomini è infondata, hai ragione sul fatto che la cultura umanistica, perdio, deve dare qualcosa a tutti (secondo me, in un paese diviso e diverso come l’Italia, invece di invocare percorsi comuni, che rischiano di buttare a mare quel poco di buono che abbiamo, il sistema liceale, dovremmo davvero impegnarci in una battaglia che prima che curricolare o ministeriale o organizzativa è culturale, per capire che umanesimo fare nei professionali – i tecnici sono un discorso ancora diverso – e per questo è certamente utile pagare bene chi va lì. Io aggiungerei. Questa proposta della Scuola al centro (la scuola aperta d’estate): al solito l’hanno lanciata e poi spetta alle scuole candidarsi e vincere il finanziamento. Io sarei stato più dirigista: per intanto cominciamo a riservare i fondi ai professionali. I miei allievi, mediamente, a casa da soli studiano e d’estate possono anche prepararsi per l’esame di settembre o hanno famiglie che il corso di canto o sport o teatro glielo pagano. Al professionale è fantascienza. Così la si smette anche con questa campagna irritante, se estesa alle superiori, contro i compiti a casa, che sarebbero classisti).

    Ma non possono sfuggire due questioni enormi, che non possono essere nascoste dietro ai dati e al pragmatismo.

    1) A me e a te il dibattito sul classico annoia, lo conosciamo a memoria. Per molti italiani non è così. Il dibattito sul classico è una grande metafora, in cui si proiettano nostalgie e odi personali, visioni del mondo e della cultura, visioni della didattica e della pedagogia, ecc…
    Piantiamola con questo sussiego intellettuale contro i simboli. Qualcuno era comunista per una ragione, qualcun altro per un’altra. Ma sempre per motivi spesso sentimentali, non a fuoco, che non reggevano all’analisi spassionata.
    Io sono arcistufo di questa cultura dei dati e della prassi che irride le passioni sciocche e poco lucide. La ragione è che

    2) è davvero in atto, a differenza di quel che pensi tu, una trasformazione del mondo. Non c’è nessu Grande Vecchio, è la logica interna e microdiffusa, sparpagliata, dell’economia tardo capitalistica che ci porta a questo (io non sono un grande esperto, ma David Harvey l’ho letto, e mi ha convinto).
    Hai visto, a Torino, lo sciopero di Foodora? Oggi io e te possiamo ordinarci il cibo direttamente a casa, diritto di consumatori: così facendo contribuiamo allo sfruttamento di un poveraccio strasottopagato. I cattivi, nel capitalismo, siamo io e te, mica i big della finanza.
    Che c’entra questo con il classico? C’entra. In modo sentimentale e confuso, “classico” è solo una metafora per “cultura con valori umani”, contro questo imbarbarimento.
    Io sono d’accordissimo con te a togliere quanto di insopportabilmente retorico ci sia nella difesa di questa “cultura con valori umani”, detesto la retorica.
    Ma non ci nascondiamo dietro a un dito (o a un dato): il mondo intorno va in quella direzione e bisogna decidere, almeno con le prese di posizione intellettuali, da che parte si sta.
    E’ significativo che tu non abbia inserito filosofia nel tuo core-business didattico. Perché, la filosofia non potrebbe essere ripensata tanto da essere fatta anche in un professionale?
    No, è che, a me pare, sei talmente onesto intellettualmente che taci la tua disciplina, ti automortifichi. L’atteggiamento migliore per lasciarsi sbranare dai cattivi, mentre ti automortifichi e ti fai le pulci con gli altri buoni.

    Firmato: un ex riformista che guardava con sussiego i radicali di sinistra, per la loro ideologizzazione (e che poi si è svegliato dal sonno dogmatico della propria ideologia pragmatica)

  8. È vero quanto afferma Daniele Lo Vetere, ovvero che il dibattito sul Classico è, in realtà, un dibattito emotivo.
    Chi promette di difenderlo con le unghie e con i denti, anche se in latino e greco prendeva costantemente 4, con buona probabilità sta esprimendo nostalgia della sua adolescenza. Chi ne auspica l’abolizione per assenza di iscritti, con buona probabilità si è sentito dire che lui il Classico non lo poteva fare perché “non ci arrivava”.

    Detto ciò, ecco le mie osservazioni:

    – Nicola Gardini non è “il feticcio da distruggere”. È, molto semplicemente, fastidioso, spocchioso e soprattutto poco credibile. C’è un passaggio emblematico, nel suo articolo: «In India, per citare una grande democrazia, il sapere umanistico è stato smantellato. Lì trionfa la matematica. […] La corsa precipitosa alla monetizzazione del sapere, insomma, sta facendo piazza pulita degli insegnamenti letterari e linguistici un po’ dovunque.»
    In altre parole: tutto ciò che non è “sapere umanistico” è “monetizzazione”. Ma, guarda caso, la fonte di reddito del Gardini è proprio quel “sapere disinteressato”. Molto credibile, vero?

    – Le variazioni nella percentuale di iscritti ai vari indirizzi scolastici hanno, secondo me, un’altra interpretazione.
    Alla fine degli anni ’90, gli iscritti al Classico erano circa l’8%, e dopo la liberalizzazione degli accessi alle facoltà universitarie erano sempre andati calando. Come si spiega quel 10% di metà anni 2000, che si è accompagnato ad un aumento generale degli iscritti ai licei? Si spiega così: è l’effetto, a distanza di qualche anno, dell’istituzione delle lauree triennali. Per dire: anziché iscrivermi all’ITIS indirizzo elettronico, faccio il liceo e poi la triennale in ingegneria elettronica. Salvo scoprire, poi, che un perito elettronico ne sa molto di più, perlomeno a livello pratico, di un ingegnere elettronico con la triennale. Ed ecco che quell’aumento anomalo si è ridimensionato.
    Allo stesso modo: come si spiega il travaso di iscritti, negli ultimi anni, dai Tecnici e dai Professionali ai Licei? Il liceo delle Scienze applicate e l’Economico-sociale sono stati presentati, da molti docenti e presidi in palese malafede, come dei tecnici camuffati da licei, e per giunta immersi in un ambiente liceale: gli studenti, specie i più fragili, non si sarebbero trovati nel Bronx che chiunque abbia frequentato, o insegnato, in un tecnico o in un professionale conosce fin troppo bene.

  9. 1) Non è giusto dire che il classico andrebbe destinato a chi vuole custodire la cultura classica, lo scientifico a chi si occuperà di quella scientifica ecc. Gardini sarà pure retorico, ma ha ragione a dire che anche lo studio delle lingue è una scienza: il classico serve a chi vuole arrivare a costruirsi una mentalità *anche* scientifica passando per le abilità linguistiche, lo scientifico per chi vuole costruirsene una *anche* umanistica passando per le scienze, eccetera.

    2) E’ assurda (a dir poco) l’idea di togliere la traduzione dal latino come attività fondamentale. In primo luogo perché ha un valore formativo grandissimo (come lo ha saper congegnare un motore, saper organizzare un esperimento, saper costruire un circuito). In secondo luogo perché così si taglia del tutto la possibilità di frequentare fruttuosamente certe facoltà universitarie, o certi ambiti disciplinari, riportando di fatto al vecchio sistema degli accessi bloccati.

    3) Se la crisi economica è all’origine del calo di iscrizioni del Classico, perché invece negli altri licei questo calo non c’è? Non richiedono anche quei corsi di studi dei consistenti investimenti da parte delle famiglie?

  10. Io comunque mi sono fatto una mia idea: la difesa del “valore formativo” dell’insegnamento delle lingue classiche sarebbe sensata se si sentissero almeno lo stesso numero di voci a favore del “valore formativo” di altre materie che alle scuole superiori italiane hanno ancora meno spazio di latino e greco: penso a discipline come economia, psicologia, musica, statistica, diritto, informatica, disegno artistico, sociologia, scrittura creativa, cinema…

    Ovviamente ben pochi intellettuali diffusi sui media affermano che il “valore formativo” di almeno una di queste discipline non è pari almeno a quello di latino e greco. Il motivo forse non è che al tempo in cui quegli intellettuali hanno compiuto gli studi solo il liceo classico faceva accedere a tutte le università e dunque semplicemente sono nostalgici della loro gioventù?

  11. Concordo con le osservazioni di Piras. Ma aggiungerei che invece di preoccuparsi di un attacco al Liceo classico, che da parte ministeriale non c’è stato, mi sembra più grave che il latino sia stato (riforma Gelmini) fortemente ridotto, confinato in due ore settimanali solo al biennio, al Liceo linguistico: cioè proprio dove una buona conoscenza di questa lingua offrirebbe una base culturale sicura e scientifica per l’apprendimento delle lingue. Ma forse il liceo linguistico è meno interessante?

  12. Buongiorno,
    l’articolo di Mauro Piras (cui la noia non ha evidentemente impedito questa lunga riflessione) mi sembra condivisibile nella parte statistica, assai meno nel resto. Mi permetto due soli rilievi, riservandomi di contribuire prossimamente in modo più argomentato al dibattito che ormai da settimane anima questo spazio.

    a) Sfugge completamente il senso di una ‘cultura umanistica’ senza la filosofia, la storia dell’arte e il latino. Non aggiungo altro perché mi sembra che la proposta si commenti da sé.

    b) Spero che l’autore non si adonti se dico senza mezzi termini che è estremamente fastidioso, e legato ad una visione ideologica piuttosto retriva (e lo dico da uomo di sinistra, da sempre), il continuare ad alimentare la leggenda del liceo classico come scuola classista: io ho frequentato il classico nei primi anni ’80 e venivo da una famiglia operaia, come tanti altri miei compagni. Ho insegnato al classico fino al 2008 e avevo tantissimi studenti provenienti da famiglie di ceti sociali medio-bassi. Ora insegno all’università (Lettere) e continuo ad avere in maggioranza studenti di questa provenienza sociale, così come fra i miei colleghi molti hanno le stesse origini (e semmai sono riusciti a salire sull’ ‘ascensore sociale’ [Mastrocola] proprio grazie al liceo classico). Mi sembra che l’autore non distingua a sufficienza il liceo classico delle origini o di cinquant’anni fa con quello che è divenuto nel tempo (distorsione che di fatto risultava anche nell’intervento di Massimo Fusillo). Discutere sull’opportunità o meno di mantenere la versione di greco alla maturità (che è il casus belli, com’è noto) non ha niente a che fare con ideologie classiste, ma semmai con la serietà di un tipo di indirizzo basato anche sulla gravosità dell’impegno richiesto agli studenti (come ha rilevato Alessandro Laterza in un contributosul Sole, poco citato ma assai intelligente).

  13. Chiedo scusa per i mille errori di battitura del mio precedente post. Rileggersi…

  14. Mi pare che manchi, all’interno del fronte classista, una pezza d’appoggio divulgativa che stia fra il museale Domenicale del Sole 24 Ore ed il petaloso La Lettura del Corriere della Sera. Visto che il primo sta morendo di vecchiezza e che i burloni svedesi hanno appena dato il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan sdoganando milioni di ciancicatori, avete tre strade: arrendervi, confluire in una loggia, fare seppuku. Auguri.

  15. Condivido in toto l’articolo di Mauro Piras e lo ringrazio di avermi citato (mi sembra che il link non funzioni, però. Mi permetto di ripostarlo qui: http://archivio.imille.org/2014/11/il-problema-del-classico/).

    @Daniele Lo Vetere: ho difficoltà a capire una tale difesa di un nostalgico irrazionalismo, che, se posso, ha qualcosa di tardo ottocentesco. Le scelte emotive, ovvero ciò che ci appassiona e coinvolge, sono strettamente personali, ma nel momento in cui si deve deliberare della vita di centinaia di migliaia di studenti -milioni, a dire il vero-, direi che dai dati non si può né si deve prescindere. Sarò troppo illuminista? Questo io non credo.
    E sarei molto ma molto cauto a parlare di imbarbarimento: è una parola forte, e che non si adatta ai nostri anni, se solo volgi lo sguardo un po’ indietro e a quel che abbiamo alle spalle.

    Quindi, su un piano più stringente e per limitarmi ad un punto: qual è il senso di studiare latino per due anni e poi lasciarlo perdere? Si imparano per due anni declinazioni e coniugazioni, e poi? E’ per affetto che vogliamo imporre agli studenti un tale moncherino, decisamente di dubbia utilità?

    @Gianfranco Agosti

    a) per la cultura umanistica senza latino, filosofia e storia dell’arte: esiste ed è tutta intorno a noi. I volgari sono veicolo di cultura “alta” da almeno 600 anni, anche di più, in Italia. Ne prenderei atto serenamente. La filosofia magari non è più facilmente identificabile come disciplina a sé stante, ma è ovunque: nella linguistica, nell’informatica e negli studi sulle IA, nella matematica, nei dibattiti etico-morali, nell’antropologia, nella scienza, nella medicina: tante cose che nelle nostre scuole spesso entrano, e se non lo fanno dovrebbero, anche se poi non si chiamano filosofia. Per la storia dell’arte, mi preoccuperei poi anche meno. Il punto è l’arte, non la sua storia, il cui studio è solo strumentale alla sua comprensione (e non in maniera esclusiva). A saperla riconoscere, si noterà che ne siamo anche in questo caso circondati: l’arte, per grazia di Dio, non è in crisi, fatta com’è da tanta gente che spesso ha studiato l’arte, ma non la sua storia, e non se ne preoccupa.

    b) Il liceo classico, mi spiace, ma nasce classista e lo è sempre stato. Prima del 1962 vi si poteva accedere soltanto avendo fatto la scuola media, alla quale andava chi non era avviato al lavoro, e solo dai licei, tra cui il classico era il re, a permettere l’accesso all’università. Non è questione di opinioni. Era un fatto, e nessuno lo metteva in discussione, così come non sono contestabili i dati statistici sulla composizione sociale delle scuole, che confermano che il classico è rimasto quel che è anche dopo la media unica e la “liberalizzazione” degli accessi universitari. Il fatto che la sua famiglia, Agosti, non sia di tradizione alto-borghese, testimonia del suo brillante percorso personale, non della democraticità del classico. Una rondine non fa primavera, e un aneddoto non è un dato probante. Quando la Mastrocola nota con entusiasmo che tanti suoi studenti sono di origine “popolare” fa due errori metodologicamente assai gravi: il primo è ingigantire sulla base di una esperienza personale una presenza “popolare” che non pare poi tanto forte sulla base dei dati, il secondo è non vedere che nella sua visuale mancano tutti quelli che al classico non ci sono potuti andare, o che sono andati bene in altre scuole. E’ un’ingenuità stupefacente…

    Delle traduzioni che facciamo fare a scuola, poi, dovremmo parlare. Io vorrei trovare un grecista o un latinista soddisfatto della conoscenza che gli studenti del classico mostrano di avere delle lingue classiche. Io, da docente di greco, non lo ero affatto. Tra l’altro, mi viene da chiedermi a cosa servano tutte queste traduzioni, e chi le debba leggere, se pensiamo che i classici non possano essere studiati in, ahem, traduzione.

  16. @ Rocchi.

    1) Noi qui stiamo usando il linguaggio. Il linguaggio è ambiguo e non ci si capisce mai. E’ quella cosa con la quale stabiliamo un contatto e cerchiamo di superare la distanza fra gli esseri, ma nel frattempo la approfondiamo, perché le parole sono sempre alonate di connotazione, senso sfuggente, proiezioni, ecc…

    Io dico solo: facciamo attenzione a che, mentre noi stiamo qui a reciprocamente chiarirci e allontanarci, chi non usa il linguaggio ma fa i fatti non ne approfitti. La solita storia dei capponi di Renzo (o di Renzi, ma è metafora di cui ultimamente abuso). Se mi cambiano il panorama ogni tre per due, io i miei due miseri fatti dentro il sistema non riesco più a farli, francamente.
    E non vorrei passar la vita solo a chiacchierare di classico, mi piace fare cose.

    Io non diffido mica dei dati, tanto è vero che ho anche fatto un’ipotesi d’interpretazione di alcuni dati forniti da Mauro. Io dico solo che i dati son dati. Poi c’è il tessuto interpretativo, il contesto dei dati: la politica. E questa non è una scienza, ma una mescolanza di esercizio del dialogo ed esercizio del potere.
    Non ce lo dimentichiamo.

    Non capisco il “tardo ottocentismo”. O meglio, lo capisco.
    Un non illuminista incontra un illuminista e dice “il presente non mi piace”. L’illuminista: “e il passato, scusa?”. Il non illuminista: “il passato è passato, il presente è presente. La deduzione ‘se il presente è cattivo il passato dev’esser buono’ è una deduzione fondata sull’idea precisamente illuminista che la storia vada da qualche parte, che sia una linea retta. Io contesto proprio la categoria interpretativa, mica il giudizio che da essa deriva” (ma qui mi fermo, perché non voglio mica dire che la Storia sia immobile, e poi se no famo notte e finiamo off topic).

    Quindi, in una battuta: io non penso mica al “passato” contrapposto al “presente”. Mi basta constatare che un “certo” passato sia meglio di un “certo” presente: negli ultimi due tre decenni le condizioni di vita e di lavoro sono peggiorate drasticamente. Mio padre faceva il mio stesso mestiere: si è fatto 8 anni in meno di precariato e aveva un potere d’acquistio imparagonabile al mio, con lo stesso stipendio.
    Non ho soluzioni novecentesche da proporre. E il capitalismo è un fenomeno storico, mica una cospirazione. Però che così le cose non mi piacciono, io lo dico.

    2) Latino. Leggi la giusta osservazione del collega qui sopra che parla del linguistico, dove il latino è davvero solo al biennio, poi scompare. Ha senso? Probabilmente no. Ma di chi è la colpa?
    Le scienze umane, ripeto, hanno il latino per il quinquennio e io, come mi è già capitato di dirti altrove, cerco di far tradurre anche nel triennio. La mia quinta (diversi allievi della mia quinta) ne è contenta: non sottovalutiamo il senso di autoefficacia che nasce dal fatto di sapere che anche loro riescono a tradurre e a orientarsi su un testo latino. Ho preso quella classe in terza, in condizioni penose, pensavano di non capire nulla, e ora stanno messi molto diversamente. Non dico che funzioni sempre, loro mi si sono affidati e si sono lasciati guidare. Però è la mia esperienza, concreta.

    Io fatico a capire questa logica: siccome l’hanno tagliato e lasciato a metà, non ha più senso, dunque togliamolo del tutto. Cioè, sostanzialmente, finiamo il loro lavoro. Di quelli “cattivi” (virgolette). Bizzarra logica.
    No, io preferisco cercare di far quagliare le cose con quello che ho, difendendo invece il diritto anche per chi è fuori dal classico ad apprendere la lingua (i meccanismi della lingua e del linguaggio: non diverranno latinisti) attraverso la traduzione. Bisogno solo chiarirsi a quale livello e con quali scopi.
    D’altra parte proprio Mauro invita a pensare che si possano fare italiano, storia, matematica, scienze a tutti i livelli.
    Forse che con il latino (o la filosofia) non si possa fare?

  17. Concordo in pieno con le tue osservazioni. Inizialmente sembra tu voglia sminuire l’oggettivo valore della formazione offerta a chi frequenta il classico, leggendoti si coglie invece il tuo invito, sinceramente democratico e inclusivo, ad estendere il privilegio di ricevere la piu’ alta formazione liceale a tutti gli ordini di scuole, preservandone le specificita’ in un’ottica che superi la ghettizzazione sia verso l’alto che verso il basso. Anche tu sogni un Marx che legge Hölderli, per dirla con Thomas Mann. Concordo e ti ringrazio!

  18. “Primo: la “cultura umanistica”, quella che “forma l’uomo in generale”, deve essere sviluppata in ogni ordine di scuola, non solo nei Licei, e senza fallire miseramente nei Tecnici e Professionali. Essa è costituita da: Italiano, Storia, Matematica, Scienze. Questo è il “nucleo centrale”, non negoziabile, della cultura generale che bisogna coltivare.”

    Da ingegnere, sottoscrivo in pieno, soprattutto la non-negoziabilita`. Per il resto, ottimo e chiarissimo intervento. Grazie

  19. Non ho capito l’impostazione di fondo dell’articolo.
    Secondo Piras quindi, avere scuole con finalità didattiche differenziate anche in senso qualitativo, cioè prevedere studi più impegnativi per studenti più bravi costituirebbe un’operazione classista?
    L’operazione classista consisterebbe in un meccanismo per cui ci fosse una riserva particolare per i figli dei ricchi, e se ciò avviene in modo occulto, credo che questo vada combattuto, non certo che si faccia studiare più approfonditamente chi da tale studio può trarre più vantaggio.
    Al contrario, escludere un’opera di selezione di questo tipo, pubblica, all’interno del percorso scolastico è proprio la condizione ideale per farla avvenire senza controllo, privatamente.
    Che la selezione ci sarà, è ovvio ed evidente, non capisco il vantaggio di escluderla dall’ambito scolastico, perchè ciò permette a chi ha più mezzi finanziari per girarla a proprio favore.

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  21. Una ragione per abolire il liceo classico ci sarebbe: Eugenio Scalfari l’ha frequentato, eppure è riuscito a scrivere che la democrazia esiste solo quando c’è l’oligarchia.
    O il liceo classico ha fallito catastroficamente la sua missione, o Scalfari è un somaro. Vedete voi.

  22. @ V. Cucinotta

    Il senso di fondo è: siccome l’umanesimo e l’uomo completo sono classisti, il pensiero democratico ci impone di non pensarci più, e passare invece al democratico uomo incompleto e al relativo ‘inumanesimo, in attesa del transumanesimo che ci condurrà al compiuto transumanesimo, nel quale di traduzione dalle lingue, classiche o meno, non ci sarà più bisogno perchè parleremo tutti inglese e comunque non avremo niente da dire.

  23. Ho letto con animo speranzoso e concorde fin dove si parla di estendere il concetto di inclusione a tutti gli indirizzi scolastici, compreso il Liceo Classico. Appena è stata avanzata l’ipotesi di abolire la traduzione dal Latino, ricevendo come un pugno in faccia, mi sono allontanata delusa dalla linea del ragionamento.
    La cultura latina è patrimonio minimo per tutti e ne è parte intrinseca la conoscenza della sua lingua: la traduzione dal Latino andrebbe estesa a ogni indirizzo scolastico come arricchimento della conoscenza storica. Non è chiaro perché, mentre in Europa e negli Stati Uniti i ragazzi studiano e si appassionano al Latino così come innanzitutto i loro docenti (pregevolissimi, per esempio, i materiali di arricchimento all’opera di Orberg da parte di alcuni colleghi spagnoli; e, a proposito di Orberg, solo nelle scuole italiane del centro-Sud, nemmeno in quelle del Nord, si constata un rifiuto così viscerale dei docenti nei confronti di un metodo che ha almeno il pregio – pur non risolutivo – di non annoiare i ragazzi), qui in Italia – patria dell’idioma – i docenti stessi e quindi di conseguenza gli alunni lo odino tanto da proporre, a cadenze regolari, l’abolizione del suo studio. Credo sia una specie di nèmesi, o forse la mancanza di reali competenze e di reale passione dei docenti stessi.
    Concludo suggerendo che forse la quadratura del cerchio rispetto alle questioni certamente reali sollevate in questo articolo, consiste nell’innalzare il livello della conoscenza e delle competenze, non nell’appiattire tutto verso il basso. Che non vuol dire “selezionare la razza”, ma stimolare e realizzare per tutti gli ordini di scuola la famosa “formazione umanistica” o completa che chiamar si voglia.

  24. > perchè parleremo tutti inglese e comunque non avremo niente da dire.

    E molto da fare. Per esempio cercare di capire se l’universo sia una simulazione tipo Matrix, come gli ultimi avamposti delle scienze fisiche cercano di suggerire per spiegare l’improbabilissima coerenza delle poche grandezze base che permettono la nostra vita e l’universo ci troviamo immersi. Non occorre piu’ fare il classico greco-cristiano per educarsi al bello, all’umano ed al senso critico, sono attributi di indole prima che di cultura. I classisti sotto sotto si scoprono sempre bei fascisti, ma non e’ cultura, censo, colore, facolta’ fisiche o mentali o quel che altro parra’ a voi, e’ indole. Il che e’ anche peggio.

  25. @ Il fu GiusCo

    In questa discussione sentivo la mancanza dell’indole naturaliter fascista/antifascista e stavo un po’ in pensiero, poi per fortuna è arrivato lei, grazie.

  26. concordo in pieno con l’analisi di Piras. parlo da ex studentessa del LC e da insegnante di Tecnici e Professionali, inoltre, non secondario, da persona proveniente da classe sociale “bassa”. mi preme, soprattutto, di sottolineare la proposta di Piras, quando dice che è proprio ai Tecnici e ai Professionali devono essere destinati i docenti maggiormente formati. io aggiungo, le risorse maggiori, sia quelle umane e professionali, D.S. in primis, ma anche DSGA, oltre ai docenti, come già detto, sia quelle materiali: migliori scuole, migliori attrezzature, … Proprio perché è lì che si concentra l’utenza più debole, quella appunto che viene esclusa, direttamente o indirettamente, dai Licei, compreso gli studenti diversamente abili, gli emarginati, gli immigrati, …Invece ci troviamo, a quasi cent’anni dalla riforma gentiliana, ad avere la scuola più classista che si sia mai vista nella storia italiana, a conferma del fatto che non è vera per niente la vulgata che le classi sociali sono scomparse. e anche a smentire la retorica dell’inclusività della scuola italiana: certo, tutti i ragazzi sono accolti, ma ci sono scuole che funzionano solo da associazioni benefiche, quando non da semplici parcheggi, perché la finalità prioritaria, e unica in molti casi, diventa la “socializzazione”

  27. Vabbè le classi non esistono più, Marx ebbe le traveggole e il liceo classico continui così com’è.
    Guai osare chiedersi anche quelle aule chi “cucinò [cucina, cucinerà] la cena della vittoria” e chi “pagò [paga, pagherà] le spese” per la comparsa “ogni dieci anni un grand’ uomo” eccetera.

  28. Sulla necessità di rendere i professionali più professionalizzanti posso intervenire anch’io, dato che l’anno scorso ho insegnato italiano e storia in un ex professionale (neo tecnico) a indirizzo moda: i ragazzi si lamentavano che il passaggio a tecnico, pensato in teoria per migliorare i contenuti culturali del loro corso e ben lungi dall’averlo fatto, aveva invece depauperato la parte professionalizzante, tanto che un tempo, dopo il diploma, i loro colleghi degli anni precedenti erano in grado di disegnare e confezionare abiti molto complessi (persino abiti da sposa) e quindi erano pronti per andare a lavorare in grandi e importanti firme della moda italiana come sarti e stilisti, mentre ora sarà già tanto se i miei ex allievi sapranno fare una gonna a ruota o una giacca semplice. E sono completamente ignoranti anche sulla teoria, visti gli sguardi vuoti che ricevevo quando chiedevo se sapevano cosa fosse una cappa o un vestito tagliato ad impero.

    Io al professionale mi sono trovata benissimo e l’atmosfera che c’era lì continua a mancarmi ancora adesso che, da un anno, tengo piccoli corsi e interrogo in università, nell’ambito del mio dottorato. Per cui sono assolutamente d’accordo con l’idea di incentivare le alte professionalità a insegnare in questa tipologia di scuole.

  29. Aggiungo all’ottimo articolo di Mauro Piras che questa visione classista delle scuole superiori di secondo grado è anche la causa di una obsoleta e distorta visione “piramidale” della cultura diffusa attualmente in Italia, ovvero “letteratura arte e filosofia (intese non però come pratica reale di esse ma come memorizzazione della loro storia) = cultura buona che forma l’uomo”, poi “scienze = sapere meno buono, che ha valore solo se legato a letteratura e filosofia se no sono solo “ricette di cucina” per finalità pratiche” (da qui il gran numero di ore di latino e filosofia allo scientifico), infine “tecnologia = non-cultura e non-sapere cattivissimo e che riduce l’uomo a merce, e dunque di valore solo per i manovali nei loro faticosi lavori” (da qui i tecnici e professionali senza latino e filosofia).

    Tutto questo ovviamente porta a conseguenze disastrose ovvero al liceo classico si iscrivono già in partenza gli studenti migliori in tutte le materie (che però ai test invalsi e ocse-pisa hanno risultati in comprensione del testo minori rispetto ai loro colleghi europei, dato che al classico la cultura è intesa primariamente come enciclopedismo mnemonico e non pratica attiva di essa), allo scientifico i buoni in quelle scientifiche e ai tecnici e ai professionali i meno bravi in qualsiasi materia e inoltre porta al sentire comune che sapere cosa hanno scritto Tasso Foscolo sia più importante di sapere quali leggi scientifiche hanno scoperto Boyle e Lavoisier e addirittura a ritenere che sia un sapere di infima importanza e comunque più “facile” il conoscere cosa sia una pompa di calore o un feedback in elettronica perché tanto sono roba degli istituti tecnici e professionali dove vanno i “meno bravi”… Non so se Mauro mi può confermare che l’orientamento che si fa alle scuole medie segue questo assurdo metodo e se ha suggerimenti su come si può cambiarlo.

  30. Ha fatto bene Michele De Russi ad evidenziare quanto, in genere, ci si guarda bene dal dire: che al classico si iscrivono già in partenza “i più bravi”. Non è quindi il liceo classico che forma “i migliori”. Se i ragazzini più brillanti scegliessero di andare nei tecnici oggi saremmo qui a discutere sull’ineguagliabile valore formativo degli studi tecnici…

  31. Grazie a tutti per le osservazioni e le critiche, c’è molto da correggere.
    Sono state mosse molte critiche intorno a tre punti fondamentali: l’assenza dell’arte e della filosofia nella mia proposta di “formazione generale per tutti”, e l’idea di togliere il latino da tutti gli indirizzi tranne il Classico. Provo a rispondere sui primi due punti; sul terzo risponderò più avanti.
    1. La storia dell’arte (o l’arte). E’ vero, l’ho omessa completamente, forse a causa della mia incompetenza in questa materia; certo, una formazione umanistica, come la intendiamo tradizionalmente, non può farne a meno. Quindi non avrei niente in contrario a farla studiare in tutti gli indirizzi (attualmente è quasi del tutto assente in tutti i Tecnici e Professionali), collegandola al “nucleo fondamentale”. Ma bisogna fare attenzione a non pensare di insegnare ovunque la “storia dell’arte”, come obbligo di conoscere nomi di autori, titoli di opere ecc., in chiave storicizzata, perché questo porta a uno studio mnemonico che sovraccarica e non è proponibile in tutti gli indirizzi senza rischio di dispersione; si tratta invece di fare entrare in contatto diretto con le opere d’arte, di insegnare a interpretarle, anche se non si fa un percorso “completo” ed “esaustivo”; bisogna avvicinare all’esperienza estetica e suscitare il desiderio di andare avanti (del resto, il mito dell’esaustività andrebbe abbandonato in tutte le “storie di…” così tipiche della tradizione liceale italiana, a favore di incontri approfonditi con pochi autori e poche opere).
    2. La filosofia. Qui la situazione è rovesciata, ma non è una rimozione dovuta al fatto che è la mia disciplina. Al contrario, non sono convinto che la formazione completa abbia bisogno della filosofia, per tutti. La filosofia richiede un forte gusto per l’astrazione, per il controfattuale, per il distacco dall’esperienza quotidiana. Non è un caso che la facciano in pochi, perché è qualcosa che prende la realtà in contropelo. Quindi la mia prima posizione è quella di lasciarla tranquillamente alle scelte personali. Certo, se per filosofia si intende, come si intende nei licei italiani, la storia della filosofia, cioè le epoche portate al concetto, allora si cade nell’equivoco che essa fa parte necessariamente della formazione umanistica, perché si intende questa come insieme delle Geisteswissenschaften, cioè come conoscenza dello sviluppo dello spirito umano nelle epoche (nelle sue manifestazioni: arte, letteratura, filosofia, e poi spirito oggettivo ecc.; e ci vorrebbe anche la religione). Ma le cose non stanno così. La filosofia fa tante cose, nessuno, credo, vuole più ridurla a questa concezione hegeliana. E soprattutto (l’ho già detto in un’altra sede): la “storia della filosofia”, non più sorretta dalla dialettica del negativo, perde la forza del pensiero argomentativo, riducendosi a carrellata di teorie e autori in successione storica. Se invece si volesse fare, in tutte le scuole, filosofia come introduzione alla logica e ad alcuni problemi fondamentali, con lettura di pochi testi e discussioni, se ne può parlare. Ma continuo a pensare che la filosofia debba essere una scelta libera.
    Una osservazione generale rispetto a queste due “lacune”: la formazione umanistica che cerco di proporre è ben diversa da quella che intendiamo di solito con questo nome. E’ la formazione per un soggetto adulto che si possa muovere con autonomia, ma con la sua storia, nella società moderna. E’ una formazione “completa” per tutti, mentre la formazione completa che tendiamo ad avere in mente noi non è per tutti, ma solo per un certo tipo di persona, che ha fatto certe scuole, che si trova in certe classi sociali. Questa formazione completa per tutti deve essere realistica, cioè realizzabile: non ci si possono mettere troppe cose, perché altrimenti si fa tutto male, e si torna alla casella di partenza, cioè andrà bene solo per alcuni. Questa formazione completa deve dare un peso eguale alle competenze scientifiche, cosa che la “formazione umanistica” non faceva. Le matematiche e le scienze fondamentali (fisica, chimica, biologia) non sono aggirabili. Queste, insieme alla letteratura e alla storia, devono essere obbligatorie per tutti. La letteratura perché nel medium del linguaggio accade tutto quello che chiamiamo esperienza, sapere, scienza, pensiero ecc. (e anche molto altro, secondo alcuni proprio tutto ciò che è umano, ma non mi spingo fino a tanto), e il linguaggio trova il suo compimento nel suo sviluppo concreto, cioè nelle opere; la storia perché la comprensione della realtà sociale passa per il processo della sua trasformazione, perché nessun uomo e nessuna società è qualcosa senza la sua storia. Entrambe, quindi, vanno studiate non solo per “l’uomo in generale”, ma anche per l’uomo concreto che da quelle storie viene. In ogni caso, questa formazione non deve essere la copia del modello liceale, perché deve riuscire anche dove non si studiano la filosofia o le lettere classiche, anche nelle scuole che adesso consideriamo “basse” e in cui ci si aspetta che queste cose vengano fatte male.

  32. Riflessione di tipo prevalentemente sociologico, che condivido. Secondo me va unita a un ragionamento più da sociologia della conoscenza, che peraltro è compatibile con la tua proposta del nucleo di discipline-base, cioè: il classico è l’enciclopedia hegeliana fatta scuola. Non è solo una questione di classe dirigente e relativa autoperpetuazione, è stata anche una questione del tipo di filosofia egemone, in Italia, dall’800 ad almeno metà ‘900, nelle varianti Croce, Gentile e Gramsci. La mia se vogliamo è una lettura materialistica dell’idealismo, quella filosofia in Italia ha occupato i posti che contano, è diventata senso comune e molti ancora adesso preferiscono non toccarla. I difensori del classico, anche se non lo dicono o non lo sanno, in realtà stanno difendendo quell’idea di gerarchia dei saperi. PS Io sono un convinto assertore del fatto che, lato scienze non dure, la materia più importante sia la geografia, mia figlia lo sa, per me se sbaglia un accento o un re, non è grave, ma se non sa dove sta Rotterdam, m’incazzo.

  33. Sono uno studente del 5° anno del liceo scientifico. Leggendo l’articolo, mi è sembrato strano il fatto che il liceo classico abbia avuto un calo di iscrizioni; proprio quel tipo di liceo considerato il più completo a livello culturale e da sempre la prima “scelta” . La mia preferenza è verso le materie scientifiche, ma penso che il latino sia comunque importante per sviluppare delle capacità utili per alcune facoltà universitarie. Non credo, però, sia giusta l’idea che il liceo classico è la scuola “dell’eccellenza”, mentre gli altri indirizzi vengono ordinati gerarchicamente ” a scendere” per grado di serietà, difficoltà e qualità. Secondo me ogni scuola deve avere il compito di “formare” lo studente a seconda delle qualità possedute e delle predisposizioni a certe materie. Tutti gli indirizzi scolastici hanno un proprio valore. Sicuramente, la cultura umanistica (Matematica,Scienze, Storia, Italiano), deve essere sviluppata in ogni ordine di scuola. Infine non concordo con il fatto che venga proposta la necessità di mandare i ” migliori insegnanti” nei Tecnici e nei Professionali. In questo modo viene evidenziata la differenza tra il Liceo e le altre scuole; così sembra ci siano professori di seria A e altri di serie B.

  34. Frequento il quinto anno di liceo scientifico e ho scelto questa scuola perché sono appassionata da sempre delle materie scientifiche. Ricordo che in terza media i miei professori consigliarono a ogni studente la scuola superiore secondo loro più adatta, confrontandomi con i miei compagni eravamo giunti alla conclusione che avessero deciso semplicemente calcolando le nostre medie: quelli con le medie dall’otto in su al liceo, quelli tra il sette e l’otto al tecnico e quelli tra il sei e il sette al professionale. Sul momento non ho avuto nulla da ridire, perché comunque io avevo già fatto la mia scelta, ma ripensandoci anni dopo trovo che sia stata una discriminazione sia nei confronti degli studenti che delle scuole, come per dire “se scegli un professionale non puoi arrivare al livello di chi ha scelto un liceo”. Credo che ogni indirizzo abbia i suoi pregi e i suoi difetti e che nonostante tutto ognuno debba scegliere la scuola in base a ciò che più gli piace e non perché ha una certa media. Da sempre chi sa il latino viene considerato una persona colta, a mio parere questo aveva senso al tempo di Manzoni, non nel ventunesimo secolo; trovo che la letteratura latina sia una delle materie più interessanti da studiare, ma nonostante ciò non reputo la lingua latina così fondamentale nei licei che non siano il classico.
    In conclusione, ogni scuola forma lo studente a modo proprio, io che studio in uno scientifico avrò sicuramente conoscenze diverse rispetto a chi frequenta un liceo classico, un professionale o qualunque altra scuola, ma non per questo io valgo di più e gli altri di meno o viceversa.

  35. @Buffagni – Non se ne adonti, noi menti calcolanti andiamo per classificazione e vicinanza invece che per toni di voce: se uno e’ anticapitale, antidemocrazia, antilibertario, antiegualitario e sostiene protezioni di cultura, tradizione, territorio e sovranita’… comunque scrivo il commento per suggerire che un eventuale Le Parole e Le Cose cartaceo potrebbe occupare lo spazio aperto fra Domenicale / Sole 24 Ore e La Lettura / Corriere della Sera. I progressisti hanno tanti giornalini e giornaletti a fare dibattiti e dispetti, i reazionari se non gli arriva Confindustria, il Papa o una qualche confraternita misterico-misteriosa a provvedere di ampio foraggio, le manine non le muovono?

  36. Caro Piras,
    letto attentamente il suo articolo e i commenti, lascio a futura memoria un breve commento reazionario.

    1) Le classi dirigenti/dominanti e dirette/dominate ci sono sempre state e sempre ci saranno. Ci sono anche in “democrazia”, che metto tra virgolette perchè il concetto richiederebbe una lunga analisi, che ometto.

    2) Le classi dirigenti/dominanti dirigono e dominano. Per dominare basta che siano più forti delle classi dominate, per dirigere bisogna che abbiano anche un’idea di dove dirigere l’insieme della società, e perchè.

    3) Dunque, il servigio principale che la scuola può rendere alle classi dirigenti, e di conseguenza alla società intera, che così forse (sottolineo forse) non viene da esse diretta verso il più vicino burrone, è di educarle a riflettere sull’ordine dei fini; ripeto: sull’ordine dei fini, non dei mezzi, perchè solo riflettendo sull’ordine dei fini ci si può formare un’idea di dove condurre la società, e perchè.

    4) Le scienze dure sono una bellissima e importantissima cosa, ma in merito all’ordine dei fini dicono zero. La nostra civiltà alle scienze dure ha consegnato un assegno in bianco, ma resta il fatto che dallo studio della matematica, della fisica, della chimica, etc. non si ricava alcuna idea del perchè dovremmo fare A anzichè B. Lo stesso vale per lo studio delle lingue straniere, dei media, etc.

    5) Nel liceo della riforma gentiliana filosofia, storia, latino e greco ci stavano appunto per educare chi lo frequentava, così candidandosi a far parte della classe dirigente, a riflettere sull’ordine dei fini. Gentile sceglie la filosofia come asse della sua riforma proprio perchè la filosofia riflette sull’ordine dei fini, e inclina a pensare la storia in questa prospettiva. Latino e greco ci stanno perchè collegano il presente al passato di una civiltà – la civiltà europea – che viene intesa come unitaria: come sviluppo, certo anche aspramente conflittuale, di una tradizione che va continuata.

    6) Si può e forse si deve cambiare, anche radicalmente, il liceo e in generale il sistema di istruzione pubblica italiano. Mi sembra un grave, gravissimo errore farlo senza tematizzare l’esigenza di formare una classe dirigente educata a riflettere sull’ordine dei fini. Non serve educare una classe dirigente a riflettere sul “dove andiamo e perchè”, solo se si tratta di una classe dirigente subalterna, che si lascia indicare/imporre i fini della sua azione da un’altra classe dirigente, più forte ed egemonica.

    7) Per concludere: importante ragionare su quel che è attuale e quel “che serve nel mondo d’oggi”. Più importante, molto più importante, ragionare su quel che serve nel mondo d’oggi, di ieri e di domani: a porsi il problema di dove andiamo (noi comunità, nazione, patria, civiltà, termine a piacere) e perchè. E’ molto importante per tutti, ma è ancora più importante per chi ha la responsabilità di dirigere gli altri, e se magari non gli può migliorare la vita, di sicuro gliela può peggiorare di molto.

  37. Fatemi capire e tentate di argomentare invece di strllare come galline prese per il collo.
    Cosa trovate che sia classista? Io trovo che la scuola è classista se si verifica che la percentuale di iscritti ai licei è fortemente in vantaggio dei figli delle famiglie più ricche.
    Oppure voi credete che sia classista una scuola che affidi una formazione particolarmente impegnativa ai licei piuttosto che ai professionali?
    Perchè, se questo è classismo, mi pare evidente che le soluzioni possibili sono quelle di metterle tutte allo stesso livello, e poichè non tutti possono essere portati su, il modo unico per vincere questo classismo è portare tutti giù, questo sì che è facile da ottenere.
    Ma ammettiamo pure che si trovi il modo di rendere qualitativamente equivalenti i vari tipi di secondarie, pensate che la società smetta di essere classista nel senso che voi date a questa parola?
    Ma secondo voi, se una persona diventa presidente del consiglio ed un’altra diventa netturbino, questo determina che la società sia classista?
    Spero di no, ammetterete che le differenti persone hanno differenti attitudini, e l’eguaglianza che dobbiamo prevedere è nella comune dignità, siamo tutti uomini, ognuno con una eguale dignità, e nessun presidente del consiglio si deve permettere in virtù dei propri poteri di aggredire, di mortificare un netturbino, e la considerazione che dobbiamo avere di tutte le persone deve nascere da questa comune convinzione, che un compito di maggiore responsabilità non ne determina una classificazione superiore, dal punto di vista umano, un netturbino ed un presidente del consiglio debbono valere lo stesso.
    Se siamo d’accordo su questo punto, allora si è pronti a considerare quale sia il meccanismo che ci consenta di avere un buon presidente del consiglio (ed anche, naturalmente, un buon netturbino, ma nel primo caso la selezione sarà ben più dura).
    Io penso che sin da piccole, le persone vadano considerate nelle loro attitudini, e chi dimostra una maggiore dose di immaginazione, una particolare dote come ad esempio capita per la matematica, veda le sue doti coltivate e valorizzate.
    Se non lo facciamo, ed è qui che vi perdete, non è che scompaia il ruolo di presidente del consiglio, no, cambiarà la sua attitudine a questo ruolo, metteremo lì magari chi ci viene imposto da qualcuno sulla base dei suoi calcoli, come l’attualità sembra dimostrarci.
    La selezione non è che scompaia perchè ho preteso di costruire una scuola non classista e che quindi non seleziona, il criterio di selezione sarà cambiato e il processo si sarà opacizzato, avviene nel chiuso di stanze segrete e magari proprio contro di noi.

    Eppoi, ma non ci si vergogna di adottare il meccanismo della scomunica, tu dici questo perchè sei fascista. Magari, chi lo dice intanto un elemento fascista nel suo intervento l’ha incluso, proprio per lo stile con cui l’ha costruito.
    Si argomenta, si dice la propria opinione e si spiega perchè si considera errato e magari scorretto ciò che si legge, ma queste scomuniche riflettono alla fine la povertà delle proprie argomentazioni.

  38. “dal punto di vista umano, un netturbino ed un presidente del consiglio debbono valere lo stesso.” (Cucinotta)

    In una società umanista sì, ma la nostra è forse tale?
    Ritorno alla questione di fondo: le classi esistono o non esistono più? Marx ebbe le traveggole o no? Se Marx fosse del tutto obsoleto, che società è quella d’oggi e quali sono i conflitti che l’attraversano?
    Sarà vero che “la selezione non è che scompaia perché ho preteso di costruire una scuola non classista”, ma se risultasse che le classi esistono ancora, il problema teorico da discutere fra persone pensanti sarebbe quello di capire se è una questione fondamentale o del tutto secondaria. E decidere se vanno bene o no, se sono trasformabili, potrebbero (chissà) essere abolite; o ce le dobbiamo tenere così e occultarne le spiacevoli conseguenze ( per una parte della popolazione) con un po’ di realpolitik o magari concentrandoci (come ai tempi di Dante) sulle “differenti attitudini” o su una (idealistica per me) “comune dignità”.
    Forse il problema che pongo è dato per risolto da molti commentatori. Per me no.

    P.s. per quanti fossero ancora convinti che le classi esistono

    Non è detto che il “non classismo” vada perseguito solo nella scuola o a partire dalla scuola.

  39. Frequento il quinto anno del liceo scientifico. Fin dal primo giorno della prima media io ero certa che alla fine avrei scelto questa scuola, perché sono sempre stata molto interessata delle materie scientifiche e continuo ad esserlo. Ritengo che la traduzione dal latino andrebbe tolta dal liceo scientifico e lasciata solo al classico, in quanto non è negli interessi di uno studente che sceglie di studiare materie scientifiche. Ma credo che possa essere utile anche allo scientifico avere un’infarinatura sia di greco che di latino soprattutto per agevolare la comprensione di testi medici e scientifici.
    Il fatto che il classico sia definita la scuola di più “alto livello” è un pensiero, secondo me, completamente sbagliato ai giorni nostri. I licei si differenziano per le materie di studio: classiche, scientifiche o linguistiche. E nessuno deve arrogarsi il diritto di definirne una migliore di un’altra.

  40. Sto frequentando il quinto anno al Liceo Scientifico, non mi stupisce il calo delle iscrizioni al Liceo Classico in quanto sta dilagando la tendenza tra noi giovani del “fare meno possibile, e ricavarne il miglior guadagno”. Mi spiego meglio: ho notato ormai da un po’ di anni un disinteresse per quanto riguarda la scienza, la lettura e qualsiasi altro genere culturale, preferendo invece il mondo del web e dell’entertainment. Questa situazione dilagante porta i ragazzi a non curarsi delle materie scolastiche, e voler faticare il meno possibile sui banchi di scuola o sulle scrivanie a casa; il risultato è la scelta comune di un indirizzo “più facile” e meno impegnativo, che lasci loro il tempo per fare sport, uscire con gli amici o guardare un film alla televisione.
    Il fatto notoriamente conosciuto che il Liceo Classico sia complicato, scoraggia molti giovani uscenti dalla terza media ad optare per quell’indirizzo, probabilmente anche a causa dei luoghi comuni che circolano tra di loro, nonostante le numerose giornate di orientamento nelle scuole secondarie di primo grado.
    Non trovo giusto stereotipizzare una persona per il Liceo, l’Istituto tecnico o Professionale che fa, un indirizzo scolastico non determina nè il carattere, nè l’intelligenza del suddetto alunno. Ognuno di noi può avere preferenze, interessi e sogni nel cassetto che vuole conseguire in futuro, e che sicuramente non sono determinati dal voto di un compito di matematica o di una temuta versione di greco (o di latino). Bisognerebbe essere tutti un po’ meno critici nei confronti degli altri, progettare la nostra vita al meglio e studiare, perchè studiare ci rende ricchi e liberi.

  41. Gentile Professor Piras,
    Anzitutto è doveroso ringraziarla per aver contribuito ad aprire questo piccolo dibattito su un argomento di cui non si sente spesso parlare, ma che secondo me descrive appieno l’evoluzione culturale che l’Italia sta implicitamente compiendo nel corso di questi anni. Apprezzo particolarmente queste discussioni “aperte” sui blog, perché offrono la possibilità anche a noi giovani (anche io frequento la Quinta in un liceo scientifico) di intervenire attivamente relazionandoci con persone che sicuramente hanno idee diverse e che ci possono aiutare ad avere una nostra personale visione sull’argomento.
    Condivido molto di ciò che ha scritto e anche di ciò che hanno scritto alcuni dei miei compagni di classe nei precedenti commenti, in particolare ciò che sostiene Carlotta sull’iniziale scelta che viene quasi “imposta” alle scuole medie basandosi sulla media scolastica.
    Penso che il calo di iscrizioni al Liceo Classico dipenda essenzialmente da ciò che il mercato è in grado di offrire ai giovani di oggi. E il mercato ha forse bisogno di giovani specializzati e meno acculturati; è sicuramente cambiata la concezione del lavoro anche solo se la si paragona a meno di cinquant’anni fa, per usare termini filosofici si può certamente dire che è cambiato paradigma.
    A mio avviso, ritengo che sia molto importante compiere una giusta decisione riguardo a che tipo di liceo/scuola superiore frequentare, perché essa determina essenzialmente ciò che vogliamo essere e che tipo di preparazione vogliamo ricevere. Questa scelta, perché avvenga nel modo più corretto possibile, deve però essere supportata da un tipo di orientamento idoneo, che troppo spesso i ragazzi delle medie non ricevono. E infatti le conseguenze possono essere catastrofiche: ragazzi e ragazze che decidono di iscriversi al liceo perché ‘se fai il tecnico o, ancor peggio il professionale, sei stupido’ e conseguentemente scoprono di non essere portati per un tipo di scuola che richiede NON una maggiore intelligenza ma semplicemente un diverso tipo di impegno.
    Condivido anche che la preparazione umanistica vada estesa a tutti i tipi di scuole superiori e con insegnanti qualificati al Classico tanto quanto ad un Tecnico. E’ infatti questo tipo di preparazione che determina non solo una minima competenza per affrontare il gigantesco mondo del lavoro, ma anche semplicemente dà a tutti la possibilità di riallacciarsi alle tradizioni culturali che determinano ciò che noi siamo come Italiani e come Cittadini Del Mondo.
    Per concludere, mi permetterei soltanto di aggiungere a questa preparazione di base anche lo studio della Filosofia, che imposta certamente uno strumento importantissimo per l’evoluzione del NOSTRO personale pensiero e anche del LATINO, che a mio parere è una materia fondamentale e non come spesso viene definita, inutile. Il Latino, un po’ come la Filosofia, è uno strumento che non solo si riallaccia direttamente alle nostre radici più profonde, ma ci insegna un modo di procedere schematico e logico che nella vita è sicuramente utile.

  42. Mi è venuto in mente peraltro un altro aspetto che conferma che nelle scuole superiori italiane le materie umanistiche sono considerate più “nobili” rispetto a quelle scientifiche e tecniche: i manuali scolastici. I testi usati nei licei per materie come letteratura italiana, latina e greca, storia e filosofia sono praticamente gli stessi di quelli usati nelle università, cosa che sarebbe impensabile per materie come matematica, fisica, chimica e simili. Da qui si spiega anche l’ “enciclopedismo” tipico di questi testi, che comporta un enfasi eccessiva sull’apprendere i contenuti a discapito dell’apprendere i metodi.

  43. Sono uno studente del 5° anno del Liceo Scientifico. Personalmente ho scelto questo indirizzo di studi perché sono più incline ed appassionato nello studio e nella trattazione di materie scientifiche. Nonostante ciò sono totalmente consapevole che le materie umanistiche quali la Storia o le vari Letterature, in particolare quella Italiana e quella Latina, siano indispensabili per la formazione di quell’uomo che sa il perché dell’essere italiano e da dove proviene la lingua che parla. Detto ciò ritengo che questo legame che ci unisce al giorno d’oggi viene eccessivamente marcato dallo studio di materie umanistiche, per quanto riguarda il mio indirizzo di studi. Ho scelto il Liceo Scientifico per appassionarmi e pensare di studiare maggiormente le materie scientifiche, ma tutti sappiamo che non è così. A parer mio il questo liceo dovrebbe essere più “Scientifico”. Prediligerei una scuola leggermente più funzionale all’università, iniziando ad indirizzare i ragazzi già da prima agli studi che ciascuno di loro proseguirà, ma non bisogna togliere, a chi ancora non sa, l’opportunità di pensare ancora sul proprio futuro.

  44. Il problema del liceo classico nasce da chi fa la scuola ovvero professori e tutti copro che lavorano all’interno ritengono opportuno “massacrare” gli studenti in alcuni casi addirittura rovinarli. Questo avviene perché si pensa nella concezione generale che chi ha la media più alta deve andare in quella scuola e non chi è appassianato, infatti tuttora ci sono molti appassionati di cultura classica ma magari anziché studiare per 5 ” soffrire” per 5 anni si tende a privilegiare magari una scuola che porti qualcosa in mano ovvero un lavoro. 5 liceo scientifico

  45. Mi sentivo tanto figa.
    5 anni passati al Liceo Classico a fare la prima della classe, con scritto di greco finale e il massimo dei voti.
    4 anni di corso di Laurea (a pieni voti) in Lettere Classiche (greco, per l’esattezza).
    Dottorato alla Normale.
    3 anni di borse di studio tedesche come grecista, anzi, come bizantinista (la domanda dei coetanei autoctoni era: “Cosa studi?”; sentita la risposta, seguiva un’altra domanda: “Warum?” = uno stupito “perché?”).
    Seguì il concorso per la scuola. 1450 euro mensili.

    C’era chi era più figo di me.
    Liceo Scientifico, Laurea e dottorato in Astrofisica, borsa di post-dottorato all’European Southern Observatory di 2500 euro mensili. Finito questo, posizione nel medesimo istituto di ricerca per 5000 euro mensili.
    Istituto tecnico industriale, Laurea in Informatica, posizione lavorativa nel medesimo istituto di ricerca per 5000 euro mensili.

    Fine della storia.

  46. @ Stella caduta.

    Mi dispiace per la tua amarezza.
    Posso però dire che quanto racconti, mi pare, non toglie nulla al classico? Io ho fatto lo scientifico ma poi ho scelto Lettere e ora insegno. La trafila superiori-università-lavoro non è monolitica.

    Il punto che poni tu riguarda la condizione in cui sono messe le discipline umanistiche oggi, con i loro laureati.
    Non è un caso, infatti, che la maggior parte degli studenti del classico scelgano facoltà non umanistiche, perché sono facoltà deboli dal punto di vista del lavoro.

    Il punto è questo, mi pare.

    Saluti

    @ tutti. Visto che insisto sul valore metaforico del dibattito sul liceo classico, ecco, questo è un altro aspetto della metafora: la debolezza dell’umanesimo, aspetto che forse farà abbassare le palpebre a Mauro, perché anche questo in effetti è minestra riscaldata.
    Eppure quanto è importante.

  47. Non piu’ formazione delle elite, non piu’ formazione in esclusiva della persona, non piu’ ascensore sociale (per quanto fare il servo, Stella Caduta, anche ben salariato, sia sempre servire). Il liceo mondiale si fa oggi su Hacker News: utenti da tutto il mondo, filosofia politica e quindi generale, scienze pensate per essere applicate, imprenditoria scalabile. La mitopoiesi classica si ritrova pari pari li’, anche senza conoscerla o riconoscerla.

  48. Ennio, se la domanda è rivolta a me, come sembra, allora ti rispondo che sì, credo che la nostra società sia classista.
    Non credo tuttavia che ci sia possibilità alcuna di avere una società non classista rimanendo in un sistema capitalistico, quindi, a costo di apparire massimalista, io penso che il capitalismo vada rovesciato, e non in un tempo remoto ed indefinito, ma deve diventare un obiettivo dell’oggi.
    Siamo pieni, e non sto certo parlando di te, di persone che ostentano il loro marxismo ed anche il loro comunismo, ma poi si nascondono dietro l’impossibilità, dietro la forza del capitalismo. Su questo punto si dovrebbe discutere, ma senza entrare nel merito di una qeustione che ci porterebbe lontano, per me è diventato intollerabile questo atteggiarsi ad alternativi di persone che mai alzerebbero un dito per dare il contributo alla rivoluzione, che sostanzialmente appoggiano l’azione del governo Renzi, di gente che non ha nulla da obiettare su quanto gli USA fanno e sulla evidente subalternità della nostra classe politica e dirigente in senso lato agli USA.
    Semplicmente, io non discuto con costoro di classismo di questa società, non discuto con persone che parlano di classismo avendolo nei fatti accettato, non accetto insomma che con l’alibi di una prospettiva ipotetica e mantenuta abilmente sempre remota, si assumano posizioni diciamo progressiste, bacchettando chi fa notare che si tratta di discorsi vacui che iscrivono misure in sè sbagliate se non del tutto idiote in una prospettiva irreale e che se diventasse reale li terrorizzerebbe.
    Una delle eprsone che bacchettano chi non è sensibile alle prospettive classiste, è lo stesso che una volta si erse a difesa di un poeta una volta frequentatore di questi luoghi sostenendo che i poeti non si trattano così, quindi pensate che coerenza, sosteneva che dobbiamo riconsocere la superiorità di un tizio che scrive poesie, e cioè sostenendo proprio una posizione tipicamente classista.
    Sono tuttora convinto che la coerenza non sia un optional, che ognuno deve prima di tutto a sè stesso il non contraddirsi platealmente ad ogni più sospinto.
    Detto questo, ammetterai caro Ennio che allargare la discussione al classismo in generale rischia di costituire un alibi, evitiamo di confrontarci col significato di un’ipotesi specifica di riforma scolastica, nascondendoci in una questione più larga, sono convinto che questo la politica dominante lo gradisca, parliamo di questioni fondamentali come se fossimo rivoluzionari e poi siamo per lo status quo.

  49. Il nucleo centrale di ogni scuola dovrebbe essere costituito da Matematica, Italiano, Scienze e Storia?
    In effetti concordo con questo principio peccato che non sia la materia a formare i giovani ma bensì i professori!
    Essi rappresentano la guida per gli studenti. Dunque sarebbe inutile porre codeste materie in tutte le scuole ( non solo negli istituti tenici e professionali, ma anche nei licei ) senza assicurarsi che vengano spiegate in modo adeguato da docenti competenti.
    Prendiamo ad esempio Storia. A parer mio è già tanto se si possa considerare questa, come una materia scolastica. Studiare storia per la maggior parte degli studenti è peggio delle dodici fatiche di Ercole!
    Già solo per leggere una sola volta quei “papirici” manuali si perdono anni preziosi di vita. Con ciò non voglio insinuare che la storia sia inutile, anche perché insegna ai contemporanei ad analizzare il passato per stimolare ad un futuro migliore. Ma semplicemente che non dovrebbe essere trascurata così tanto dai professori, alcuni dei quali sembrano divertirsi solamente a testare quale sia l’allievo con più memoria. Peccato che dopo neanche due giorni tutte le pagine studiate sono magicamente svanite dalla mente.
    Ma prendiamo ora in esame la Matematica. Anche questa materia è importante? Senza dubbio! Infatti la matematica è una modalità di codificazione del nostro mondo. Ma è davvero così indispensabile studiarla? Direi di si, anche perché senza di essa non potrei scrivere il mio parere su questo blog. Peccato che la matematica sembri essere lei stessa un codice da decifrare. E per come viene insegnata sembra essere indecifrabile. Dunque è inutile assicurarne la presenza in tutte le scuole se non c’è qualcuno in grado di spiegarla adeguatamente. Ora è il turno dell’Italiano. La più onorevole delle materie contando che insegna e illustra il patrimonio letterario del nostro paese. Purtroppo questa materia è destinata ad occupare una posizione subordinata rispetto alle altre. Infatti molti pensano di non necessitare di studiarla, dato che sono italiani e parlano la lingua correttamente ( anche se quest’ultimo punto è da verificare ). Una soluzione per elevare questa disciplina al grado che merita potrebbe essere quello di integrare l’orgoglio nei confronti della nostra patria all’insegnamento della letteratura.
    Infine ecco le Scienze! Queste sono probabilmente le uniche discipline che non solo formano teoricamente uno studente, ma in aggiunta gli permettono di svolgere in campo pratico, tutto quello che è stato appreso. E’ l’unica materia in grado di unificare il sapere ( studiato ) con il saper fare ( riscontro applicativo nella realtà ).
    Sarà forse per questo motivo che ho scelto il liceo scientifico. Dopotutto la “forma mentis” odierna tende a valorizzare le scienze applicative, che si rivelano quelle che aprono più strade a livello lavoratori, specialmente per gli studenti delle scuole superiori. Mentre, invece, quelle umanistiche vengono addirittura quasi disprezzate. Dopotutto la tecnologia sta uccidendo la nostra capacità di relazionarsi con gli altri e di pensare con la nostra testa, dunque materie come la filosofia e la psicologia non trovano più spazio nel mondo.
    Con questo non affermo la superiorità a priori di alcuna disciplina. Credo solo che bisogna affrontare la realtà, una realtà che rimunera più gli scienziati, che i letterati, più i medici, che gli psicologi.

    Per concludere ritengo che il mito non appartenga solo al liceo classico, ma bensì anche a tutti i licei in generale. Anche se il vero mito tra i giovani non è tanto quale scuola superiore saranno costretti ad affrontare, ma bensì quale università scegliere e soprattutto il dilemma più sconcertante:” Questi studenti, riusciranno a trovare mai un lavoro? O il lavoro ormai è il vero mito iperbolico?”

  50. @ Stella caduta et Daniele Lo Vetere

    anche secondo me il racconto nulla toglie al classico (e neanche alla studiosa, quindi perché caduta?), dipende dalle aspettative che uno vi ripone e dalla realtà. Il punto però, Daniele, secondo me non è un più un punto, perché greco e latino appartengono al passato, non hanno più alcuna rilevanza se non per un ristretto numero di persone al mondo, per cui buon per chi le studia con passione, ma non parliamo di crisi. Non ne farei un punto sul quale discutere, perché dà l’idea che le cose potrebbero essere diverse se si facessero x cambi.
    La debolezza dell’umanesimo è probabilmente intrinseca all’umanesimo, prima o poi i nodi vengono al pettine. Però vorrei che espandessi il tuo pensiero.

  51. @ FF VS PPP

    Sì, la debolezza è intrinseca all’umanesimo. Proprio per questo oggi l’umanesimo non se lo fila più nessuno: tra sbornie narcisistiche, autoerotismo voyeuristico-umbilicale, trip tecnico-totalitari, espansione infinita dell’universo economico virtualizzato in finanza, ci siamo completamente dimenticati di essere deboli, fragili, finiti, povericristi, insipienti, figli della Natura matrigna, che sanno solo ciò che non sono e ciò che non vogliono.

    Saluto sia Franco Fortini che Pier Paolo Pasolini. Avercene.

  52. E’ un po’ che seguo questa discussione e almeno tre cose mi lasciano perplesso:

    a) Gli insegnanti coinvolti nel dibattito sono pochissimi

    b) Una notevole quantità di partecipanti non sembra capire che la formazione cosiddetta umanistica non pregiudica affatto successivi studi scientifici (mentre non si può dire esattamente l’opposto, benché io stesso conosca due antichisti che il greco se lo sono imparati dopo il diploma dello Scientifico, sgobbando praticamente da soli)

    c) Quasi nessuno sembra rendersi conto che le discipline insegnate in *qualunque* liceo non hanno *assolutamente alcuna applicazione pratica immediata* (eccezion fatta per italiano e lingue moderne), ma solo ed esclusivamente valore o intrinsecamente formativo della personalità (cioè la sola cosa che distingue una scuola da un addestramento), o preparatorio allo studio universitario. Lo studio liceale ha *sempre* una fortissima componente astratta. Ma allora il problema è: lo studio delle lingue e civiltà greca e latina il valore intrinsecamente formativo ce l’ha? Io dico di sì, ma spiegare il perché vorrebbe molto spazio e un’attenzione che non so se posso pretendere da parte vostra

  53. @ Lo Vetere

    “Nella storia del pensiero, dell’arte e della letteratura, periodo convenzionalmente stabilito tra gli ultimi decenni del sec. XIV e la fine del sec. XV, caratterizzato da un rinnovato fervore per lo studio dell’antichità, che si esplica in una intensa attività filologica, e motivato da una accentuata consapevolezza della posizione privilegiata dell’uomo nel mondo della natura.”

    Io per nodi mi riferivo a questi, cioè l’umanesimo ha fatto il suo tempo non per cause esterne, ma perché è un sistema di pensiero basato su robe inconsistenti Quelle citate, ovviamente in maniera riduttiva, però allora per non stare troppo nell’astratto dovresti dire quali sono i punti nel sistema di pensiero umanistico che reggono ancora oggi, e che si possono tramandare anche senza passare per il classico, a meno di credere che solo studiando greco e latino si acceda a certe idee). Le debolezze che tu citi sono quelle dell’uomo. E così le cose che elenchi sopra che non ti piacciono penso che le possiamo riscontrare anche nel passato, proprio in quei secoli (la finanza spinta nasce allora). Se spostiamo il discorso alla scuola, a me viene in mente che semplicemente oggi ci sono talmente tante cose da sapere e scoprire che il classico per forza di cose è stato ridimensionato. Sarebbe folle il contrario. Dal punto di vista conoscitivo sicuramente. Dal punto di vista formativo @ Jacopo Manni io sono curioso di leggere i tuoi argomenti.

  54. @ CUCINOTTA

    Vincenzo, la domanda era rivolta a te e a tutti i commentatori. Mi aveva colpito che stavolta proprio Mario Piras, che in passato aveva fatto orecchio da mercante quando io (e Barone in particolare) provocatoriamente ci mettevamo a discutere seriosamente di Marx, marxismo, socialismo reale etc. proprio su LPLC (“in partibus infidelium” insomma), se ne uscisse con un’affermazione “vetero” come questa: «gli argomenti portati a favore di questo Liceo sono di un classismo indecente, e portano alla luce la struttura profonda, appunto classista, della nostra scuola Secondaria di secondo grado». Subito reguardito a dovere da commentatori-mastini amanti dell’audace brillantezza nuovista e neofuturista. E, dunque, avevo provato a gettare il sasso, pur sapendo che quasi tutti sulla questione fanno (da tempo) gli gnorri. Niente da fare. Mi conforta solo il fatto che la tua superstiziosa credenza («credo che la nostra società sia classista») coincida con la mia.
    Ora, come ai tempi della persecuzione sotto l’Impero Romano i cristiani (i nostri antenati fuorilegge) dovettero ritrovarsi nelle catacombe per coltivare il loro massimalismo, temo che anche noi dobbiamo rassegnarci a veder apparire, qui su LPLC che nella Rete, solo bagliori intermittenti di un pensiero non Unico ma conflittuale. E ciascuno restando e lavorando nella catacomba che riesce a metter su. Però ogni tanto un’incursione tra le « persone che ostentano il loro marxismo ed anche il loro comunismo, ma poi si nascondono dietro l’impossibilità, dietro la forza del capitalismo» e anche tra quelle che di marxismo e comunismo non hanno mai voluto sentir parlare o se ne sono disfatte come di stracci per indossare abiti sgargianti ce la possiamo ancora permettere, no?
    Certo, non si tratta di discutere con chi il classismo l’ha introiettato (quasi sempre nella forma progressista del liceo classico, appunto). Ma rammentargli di tanto in tanto che si sbaglia e che fa i conti senza l’oste è in fondo un atto di gentilezza che possiamo ancora permetterci. E poi non ti commuove che Lo Vetere su LPLC abbia il coraggio non di gridare “adda venì Fortini e Pasolini!” ma di averne nostalgia?
    Per finire. Non intendevo allargare o spostare la discussione al classismo in generale evitando ipotesi specifiche di riforma scolastica. Facevo solo notare che, se è «classista» la «struttura profonda» della scuola Secondaria di secondo grado (e – suppongo! – l’Università) dovrebbe esserlo ancora la società. Buoni pensatori (come Piras) ne dovrebbero tener conto. Agli altri i ricami sul liceo classico che ci ha formati (e deformati).

  55. @ FF vs PPP :

    Ecco, che l’umanesimo abbia fatto il suo tempo in quanto “basato su robe inconsistenti” è un’affermazione coraggiosa, che oggi ben pochi usano dire in quanto in tal modo subito ti accusano di essere un “servo delle logiche di mercato”, un “tecnocrate senza cuore”, un “utilitarista che vuole solo consumatori e non cittadini consapevoli” e così via.

    Anch’io ho il coraggio di affermare che l’umanesimo, o perlomeno l’umanesimo inteso in un significato ben preciso, ha fatto il suo tempo e il motivo principale è in sostanza il seguente: non ha ancora imparato la lezione di Galileo e Darwin, secondo i quali l’uomo non ha alcuna “posizione privilegiata nel mondo della natura”.

    Quali sono le conseguenze di prendere atto di tale lezione? Penso molte, ne elenco solo alcune:

    1) Cade la divisione tra scienze della natura e scienze dell’uomo, l’umanità è uno tra i vari elementi da studiare nella natura, e non è più complesso di altre entità come gli insetti o le stelle.
    2) Cade la divisione tra sapere “fine a se stesso” o “disinteressato” e sapere “tecnico” o “utile” in quanto la divisione tra scienza pura e tecnica è in realtà una semplificatoria differenza tra un sapere generale in molti aspetti ancora da esplorare e un sapere specialistico ormai esplorato da tempo nei più piccoli dettagli (per questo negli anni ’40 del secolo scorso la costruzione di reattori nucleari era un argomento studiato da fisici teorici mentre adesso è un argomento da ingegneri).
    3) Viene estromessa dal metodo scientifico l’uso di categorie culturali “identitarie” come “cultura occidentale” (o “cristiana”, o “classica”, o “italiana”…) in quanto le “origini” (non chiamatele radici per favore) culturali di una persona o risalgono alla sua famiglia, ovvero alle prime persone nelle quali è nata (e dunque diversa per ogni persona e non insegnabile a scuola…) oppure se andiamo più oltre risalgono alla nascita stessa della cultura (insomma ad Adamo ed Eva o, in termini scientifici, al primo ominide dotato di linguaggio). Ogni altra proposta di “origini” culturali (linguistiche, religiose, etiche, nazionali e chi più ne ha più ne metta…) è una scelta *arbitraria* e che dunque non ha senso privilegiare rispetto alle altre possibili.
    4) La concezione dello studiare il tempo passato “dal prima al poi” è un residuo di teologia cristiana e di idealismo e nazionalismo che dunque contraddice la visione scientifica del mondo che dice che la storia non segue alcuna logica necessaria che doveva condurre a certi particolari fatti attuali invece che ad altri. Occorre dunque studiare gli eventi umani generali (le tecniche di produzione del cibo, le forme di aggregazione, le regole della vita associata…) a prescindere se in un singolo discorso si parla del presente, poi dell’antichità poi dell’età moderna.

    Insomma, c’è da fare un gran bel lavoro. Auguri a tutti quelli che si lanceranno nell’impresa.

  56. @Lo Vetere. Mi chiamo Manna, con la A. Cerco di essere breve; tenete tutti presente che mi toccherà semplificare tanto e male

    1) Ogni società umana conosce se stessa facendo confronti per analogia e per opposizione. La nostra civiltà culturale deriva (non solo ma principalmente) da quella greca e latina; e anche dopo il crollo dell’impero romano per le élites d’Europa e d’America la fissa del confronto col mondo classico è andata avanti ovunque senza eccezioni fino a circa un secolo e mezzo fa. Cioè non si capisce l’occidente, nel bene e nel male, se non si tengono presenti i riferimenti in analogia o in opposizione ai quali si è andato costituendo: e questi riferimenti sono, non solo ma principalmente, le culture classiche. Si noti bene che -come ottimamente intuito da Maurizio Bettini- la nostra, di società, la inquadriamo meglio se la mettiamo a confronto con quella antica da cui (in parte) deriva, cercando però di individuare non le cose in cui le assomigliamo ma proprio quelle in cui siamo totalmente diversi, e cercando di capire perché siamo cambiati

    2) La scienza del linguaggio un cinquantennio fa veniva considerata da fior di studiosi come la sola vera scienza possibile; anche a sminuire di molto tali pretese, di fatto resta un campo del sapere determinante il cui oggetto è proprio ciò che caratterizza l’uomo rispetto ad ogni altro essere vivente. E la linguistica è una scienza, né più né meno della chimica o della biologia: nel senso che chi impara a capirne i princìpi e a seguirne il metodo, poi si muoverà in mezzo alle scienze applicate o a quelle teoriche con la stessa agevolezza di chi ha passato il suo apprendistato soprattutto a studiare formule e teoremi. Ora la lingua latina e quella greca costituiscono un deposito senza eguali di informazioni, perché non esiste in nessuna altra parte del mondo il caso di due lingue regolarmente testimoniate nelle loro trasformazioni per duemilaottocento anni (il greco e il neogreco) e per duemiladuecento anni (il latino e le lingue romanze): due lingue e due civiltà i cui prodotti culturali per almeno sette secoli furono strettamente connessi, creando un campo di indagine per noi straordinario. La civiltà indiana o quella cinese (ma dovremmo in entrambi i casi usare il plurale, perché civiltà multiformi) sono antichissime, abbastanza ben documentate e di straordinario interesse, ma non si capisce perché una persona di Bildung occidentale dovrebbe partire da un settore di studi così remoto (in senso non solo geografico ma proprio culturale) anziché da ciò che ha già sotto gli occhi e nella cui sfera è cresciuto.

    3) La cultura filosofica e quella letteraria occidentali sono vincolatissime al mondo classico; una certa autonomia rispetto all’eredità greca e latina è, se guardiamo al percorso complessivo della nostra storia, un’acquisizione molto recente: se teniamo poi presente che quasi tutti i fondatori della contemporaneità (dai “Maestri del sospetto” in poi) altro non hanno fatto che cercare di regolare i loro conti con la sapienza degli antichi, dovremo ammettere che solo conoscendo profondamente tale sapienza capiremo fino in fondo la loro opera di ridefinizione e di rottura, e dunque la contemporaneità.

    4) Per concludere: uno studente che esca dal liceo sapendo capire non solo due lingue morte ma il modo con cui funzionano e si sono andate trasformando (cosa che nessuna lingua viva permette con altrettanta ampiezza); sapendo quanto erano diverse dalla nostra le società che in quelle lingue si esprimevano, e quale logica interna le teneva in piedi (cosa che lo studio di nessuna società contemporanea consente con altrettanta larghezza prospettica); sapendo quali sono i debiti che la cultura dell’Occidente moderno ha nei confronti dell’antichità, e in quali àmbiti invece si è resa autonoma (cosa che non si può apprendere in nessun altro modo); uno studente così, dicevo, è in grado di affrontare davvero qualunque percorso di studio, perché oltre ad avere acquisito un metodo di lavoro preciso ma duttile, rigoroso ma non rigido, sa guardare alle cose sia dal punto di vista sincronico che da quello diacronico, il che non credo si impari né con le scienze pure né con quelle applicate. A questo punto mi direte: ellamadònna, possibile che il nostro liceo classico produca simili geni universali? La mesta risposta è: naturalmente no. Perché, mi chiederete voi. E io vi dirò che tutto ciò potrebbe divenire realtà (non nel senso che ogni diplomato sarebbe un prodigio di scienza, ma che almeno disporrebbe di buoni e versatili strumenti concettuali con cui affrontare la vita, lavoro compreso) se a insegnare greco e latino ci fosse gente capace di spiegare almeno un po’ di grammatica storica, di linguistica generale, di antropologia del mondo antico, di storia comparata delle culture. Ovviamente a un livello appropriato alle capacità di ragazze e ragazzi: che però se adeguatamente motivati diventano capaci di fare cose sorprendenti e di appassionarsi ad argomenti così remoti nel tempo, proprio perché hanno capito l’immensa differenza tra una cosa antica e una cosa vecchia. Ma questa figura di insegnante è rarissima, perché richiede un tipo di formazione che l’Università di solito non offre e perché (da quel che posso vedere io) la maggior parte dei professori di greco e latino semplicemente non si è mai posta, seriamente, la domanda-chiave. Domanda che NON è affatto: “a cosa serve studiare il greco e il latino?”. Ma è: “vale la pena di imparare il greco e il latino?” Questa domanda io me la faccio, da tanti anni, il più seriamente che posso; quella che trovate sopra è una parte, esposta in modo molto frettoloso ed approssimativo, della mia risposta.

  57. @ Jacopo Manna

    Scusami, andavo di fretta. Ecco, il tuo pensiero mi trova del tutto in disaccordo, ma ciò è utile, perché tu hai riassunto le ragioni del declino del Classico. Il mondo cambia, gli organismi si adattano e apprendono informazioni nuove, che soppiantano quelle vecchie. Tutto ciò che credi, è sbagliato. Lo dico senza ironia o scherno, anche perché il tuo è un pensiero diffuso. Però è sbagliato, non ci possiamo fare nulla. Sbagliato proprio alla radice. Per farti solo un esempio, il linguaggio non è una prerogativa umana. Perseverano in questa credenza solo quelli che non hanno preso in mano Darwin o qualcuno che spiega Darwin. Imparare il latino e il greco serve solo a conoscere il latino e il greco. E purtroppo, a poco altro.

  58. Visto che qualcuno ha detto che gli insegnanti partecipano poco a questa discussione, allora intervengo io, presentandomi: sono un docente di Latino e Greco che insegna nel Liceo Classico da 35 anni, quindi penso di intendermi un po’ delle questioni qui affrontate.
    1. La questione del calo degli iscritti al Classico. Di tutti gli illuminanti interventi degli intellettuali di sinistra partecipanti a questa discussione, non ce n’è neanche uno che colga nel segno, forse perché questi signori non conoscono quel liceo o non ci mettono piede da tempo. La causa vera l’ha detta con chiarezza una studentessa del quinto scientifico, Alessia Esposito, alla quale faccio i complimenti e che vorrei avere come alunna: la crisi del Liceo Classico dipende dal fatto che è una scuola seria, che richiede impegno e continuità nello studio; e siccome i giovani di oggi amano stare su facebook a giornate intere o andarsene in giro, preferiscono iscriversi ad altre scuole dove si prendono voti molto più alti studiando molto meno (mi riferisco ai vari liceini o pseudo-licei, come le scienze applicate). Inutile cercare cause sociologiche filosofiche da alti pensatori: al Classico c’è da studiare molto, mentre oggi è di moda la filosofia del massimo utile con il minimo sforzo.
    2. Il presunto “classismo” del Liceo Classico. Si tratta di un’idiozia che solo vecchi e patetici nostalgici veteromarxisti possono ancora sostenere. Al mio liceo, come in tanti altri classici, si iscrivono alunni provenienti da tutte le classi sociali (ammesso che le classi esistano ancora, secondo me no!) ed anche ragazzi stranieri, e spesso i migliori risultati li hanno i figli di operai e di coltivatori diretti, non certo quelli dell’alta società, che ormai preferiscono altre scuole (lo Scientifico è pieno di figli di medici, magistrati ecc.). Prima di parlare, dovreste conoscere la scuola e non sparare sciocchezze che andavano bene nel ’68, non oggi, quando la società e di conseguenza la scuola sono molto cambiate. E’ ormai il tempo di abbandonare i vecchi miti del sessantottismo (il classismo, il fascismo e altre vecchie cariatidi che non esistono più) e guardare la realtà attuale, quando il marxismo è completamente fallito non solo nella sua applicazione pratica (il socialismo reale) ma anche come ideologia, perché non risponde più alla realtà sociale di oggi.
    3. L’importanza della cultura umanistica è ancora fondamentale ed essenziale per la formazione umana e culturale dell’uomo, come dimostra il fatto che gli alunni provenienti dal Classico, pur con i loro difetti, sono i primi a laurearsi in tutte le facoltà (anche quelle scientifiche) e con i voti migliori. Questo non significa che le altre scuole siano inferiori o non formative: ogni indirizzo ha la sua specificità e la sua utilità, ed anche i tecnici ed i professionali sono indispensabili in una società evoluta. E poi bisogna evitare un altro errore, quello di pensare che al Classico si studino solo le materie umanistiche: la riforma Gelmini, con tutti i difetti che può avere, ha aumentato lo spazio delle discipline scientifiche, e l’inglese si impara come nelle altre scuole, per non parlare dell’informatica, ormai diffusa a tutti i livelli.
    4. Sono da sempre favorevole all’espansione della cultura classica in tutti i Licei, ovviamente senza lo studio della lingua, ma leggendo i testi in traduzione. Io ho letto tante opere degli scrittori russi, eppure non conosco il russo. Perché non si può fare lo stesso per le lingue antiche? Se allo scientifico si leggesse una tragedia greca (ovviamente in traduzione) ed alle scienze umane si leggessero le opere pedagogiche di Isocrate o di Plutarco io no ci vedrei nulla di male, anzi lo considero un arricchimento culturale da non trascuurare.

  59. Caro Massimo Rossi, ho ripristinato il suo commento che, chissà perché, era finito nel cestino. Sottolineo la cosa perché i lettori possano notarlo, come è giusto.
    Cordialmente,
    mp

  60. Avendo detto la mia, avendo sentito abbastanza opinioni e non avendo ricevuto osservazioni a quanto ho scritto esco da questa discussione da cui qualcosa ho imparato. Almeno due repliche però mi sembrano dovute.

    @ FF vs FP: che il linguaggio non sia prerogativa umana è cosa talmente evidente e risaputa che lo dice persino Lucrezio nel “De Rerum Natura”. Se poi oltre a “prendere in mano” Darwin vorrà prendere in mano anche i successivi centocinquant’anni di studi sul linguaggio scoprirà che noi umani disponiamo nel cervello di due balocchetti chiamati “Area di Broca” e “Area di Wernicke” i quali rendono il nostro linguaggio di una complessità tale da richiedere strumenti di analisi completamente diversi da quelli usati per il resto del mondo animale.

    @ Massimo Rossi: caro collega, trentacinque anni sempre nello stesso tipo di scuola (quando non addirittura proprio nello stesso istituto) rischiano ,lo si voglia o no, di sfocare lo sguardo con cui consideriamo ciò che ci circonda. e di darcene un’immagine molto appiattita. Lasciando stare il marxismo (per la cui utilità come strumento di analisi della società odierna può guardarsi, se vuole, la recensione fatta da Riccardo Cavallo a”La lotta di classe. Una storia politica e filosofica” di Domenico Losurdo, uscita sull’edizione on line di “Micromegas” nell’agosto 2013)

  61. … e lasciando stare il fatto che ad affermare il presunto classismo degli studi classici sono state, in questa discussione, persone che da come ragionano non mi paiono propriamente dei bolscevichi, mi limiterò a farle notare che: 1) la tendenza dei “giovani d’oggi” a consumare il loro tempo in chiacchiere (in questo caso su FB) o ad andarsene a spasso è uno dei leit-motiv più assillanti che io conosca; lo dicevano di noialtri quando eravamo liceali (che invece che su FB sprecavamo il nostro tempo sul flipper), lo dicono dei giovanotti e delle giovanotte d’oggidì 2) il fatto che il classico richieda più sgobbo e più fatica delle altre scuole mi sembra poco rispondente a un semplice dato di fatto: la quantità di lavoro che si pretende dagli studenti dipende, in larghissima parte, dall’atteggiamento del corpo docente. Ho visto di persona, da esaminatore, intere classi di liceo classico in cui gli allievi avevano poltrito per cinque anni, così come ho visto ad esempio licei linguistici in cui la quantità di discipline e il ritmo di lavoro richiesto sfiancavano gli studenti; e ho avuto colleghi di matematica che rimpiangevano gli allievi di alcuni dei corsi tecnici, in cui il programma di matematica era addirittura maggiore di quello dello Scientifico. 3) Concordo con lei sul fatto che uno studente del classico, se ha lavorato sul serio, se la cavi benissimo in qualunque facoltà universitaria. Il problema è che questo di per sé non dimostra affatto che questa cultura sia “fondamentale” per l’essere umano: dimostra tutt’al più che lo rende competitivo nella corsa per la laurea, il che -con tutto il rispetto per questo notevole vantaggio- è un’altra cosa.

    Bene, ho finito e me ne vado. Scusate se (per mio errore) questa risposta vi è stata spedita in due pezzi.

  62. Ho ripristinato diversi commenti che stranamente erano finiti nel cestino o nello spam. Ovviamente per vederli bisogna risalire all’indietro nel dibattito.
    mp

  63. @ Piras

    Grazie. Mi chiedo però perché finiscano nel cestino o nello spam.
    Ho notato che, spedito il commento, appare la scritta “In attesa di approvazione” e in questo caso prima o poi esce. In altri momenti non appare la scritta e non esce.
    Dipende forse dall’ora in cui lo si inserisce? Ci sono “ore morte” in cui non conviene inserirlo?
    Mi piacerebbe avere una spiegazione per evitare inutili complicazioni.

  64. “Ma allora il problema è: lo studio delle lingue e civiltà greca e latina il valore intrinsecamente formativo ce l’ha? Io dico di NO, ma spiegare il perché vorrebbe molto spazio e un’attenzione che non so se posso pretendere da parte vostra”

    grande “logica” imparata al liceo. insieme all’uso delle stellette al posto delle virgolette

  65. @massimo rossi
    “come dimostra il fatto che gli alunni provenienti dal Classico, pur con i loro difetti, sono i primi a laurearsi in tutte le facoltà (anche quelle scientifiche) e con i voti migliori”

    E questo che tu chiami “fatto”, da cosa è dimostrato? citami le fonti statistiche, altrimenti sono solo le solite chiacchiere…

  66. @lkino
    @MASSIMO ROSSI

    dico di più: anche se si dimostrasse che “gli alunni provenienti dal Classico, pur con i loro difetti, sono i primi a laurearsi in tutte le facoltà (anche quelle scientifiche) e con i voti migliori” questo non dimostra per nulla che le materie del liceo classico portino a migliorare le prestazioni degli studenti meglio delle altre scuole: può essere semplicemente che a priori ai licei classici si iscrivono già in partenza gli studenti migliori in tutte le materie e che a priori nei licei classici vengono assegnati i migliori docenti e le migliori risorse.

    Inoltre rispondendo all’affermazione di Massimo Rossi

    “siccome i giovani di oggi amano stare su facebook a giornate intere o andarsene in giro, preferiscono iscriversi ad altre scuole dove si prendono voti molto più alti studiando molto meno (mi riferisco ai vari liceini o pseudo-licei, come le scienze applicate).”

    vorrei vedere se davvero al liceo di scienze applicate per eseguire gli esercizi di informatica sulla ricorsione e sulle matrici basta “studiare molto meno” che al liceo classico.

    Per il fatto che il liceo classico attualmente non sia una scuola classista invece sono d’accordo con Massimo Rossi, basti pensare che gli iscritti al liceo classico sono al 70% ragazze e non mi pare che in Italia nel mondo del lavoro il 70% della classe dirigente sia composto da ragazze. Insomma, il liceo classico di oggi è più che altro solo considerato da vari intellettuali il mezzo principale per selezionare la classe dirigente ma oggi di fatto non lo è e quando va bene è semplicemente una scuola che per tradizione è scelta dalle famiglie con studenti più bravi e quando va male è un “parcheggio” per “signorine di buona famiglia” (come era una volta studiare il pianoforte) disinteressate a imparare lavori per realizzarsi nella vita (non è una battuta, è sociologicamente provato che quando un ambiente è molto femminilizzato è un segnale che nel mondo del lavoro è messo ai margini e che non si investe più in esso).

  67. Michele De Russi
    condivido completamente

  68. Liceali in autobus a Firenze.

    “Quella di matematica ci ha dato 5 esercizi per domani! Dico, 5 esercizi da oggi a domani!”
    “Che palle, dio bono… facciamo il classico, mica lo scientifico… 5 esercizi, al classico… è pazza…”

  69. Ho letto solo ora le vostre critiche a quanto ho scritto, ma resto fermo nelle mie convinzioni. Non amo molto ribattere punto per punto e innescare polemiche sul web, ma a due osservazioni voglio rispondere. Lasciando stare il marxismo, al quale sono sempre stato fieramente contrario e che giudico un’ideologia spaventosa e disumana, replico sul problema del Liceo Classico. Che gli studenti provenienti da questa scuola abbiano all’università i migliori risultati (anche nelle facoltà scientifiche) non l’ho inventato io, ma corrisponde a statistiche ben precise elaborate dall’istituto “Almalaurea” di Bologna, che ha anche un sito web che ognuno può visitare; in secondo luogo confermo che il Classico è una scuola particolarmente impegnativa, che richiede applicazione ma anche capacità e autonomia di giudizio, ed è questo il motivo per cui pochi alunni vi si iscrivono, perché siamo in una società dove i modelli proposti dalla TV e dal web non sono certamente quelli della cultura (umanistica o scientifica, è tutt’uno) ma quelli del successo e del facile guadagno, quelli di Corona e del “Grande Fratello” per intenderci. La cultura umanistica è quindi da preservare e coltivare in ogni modo perché può liberarci dai falsi miti di oggi e renderci persone riflessive e responsabili. Ciò senza togliere nulla alle discipline scientifiche o alle lingue straniere, anch’esse indispensabile e formative, né alle altre scuole.
    Termino questo intervento con una segnalazione: proprio sul problema del rilancio del Liceo Classico, su cui esiste tuttora un acceso dibattito, e su quello delle traduzioni, ho scritto oggi un post sul mio blog, che chiunque può consultare (se vuole) all’url https://profrossi.wordpress.com

  70. “Lasciando stare il marxismo, al quale sono sempre stato fieramente contrario e che giudico un’ideologia spaventosa e disumana” (Massimo Rossi)

    Ecco la Grande Cultura dei rilanciatori del Liceo Classico!

  71. Concordo. Con Ennio Abate.

  72. Secondo me, dietro questo articolo c’è un’assunzione ideologica pericolosa: se l’educazione umanistica non ci serve più da quando siamo passati da una società elitarista a una democratica, che cos’era che le lotte sociali volevano democratizzare? Non è che si voleva un’educazione come quella dell’élite per tutti? Se adesso si rinuncia agli studi umanistici perché non vanno d’accordo con la nostra società (secondo chi?), la funzione del liceo non sarà quella di produrre semplici lavoratori che siano in tutto d’accordo con le necessità di questa società? E chi decide quali sono queste necessità? Se prima il popolo non poteva imparare latino, adesso la massa è ugualmente incapace secondo l’autore di questo articolo. Bel progresso! Il latino, il greco, la filosofia sono il segno che magari ci può far capire che la società non è mai identica a se stessa, che non possiamo essere mai sicuri di quello che ci serve e quello che no, e cioè che non tutto può essere misurato in termini di utilità. Il fatto che si studino perfino al liceo scientifico è bellissimo, una prova di libertà. Dobbiamo riflettere su quale società vogliamo se quello che si democratizza è il diritto a non sapere, perché questa società di massa, teoricamente democratica, assomiglia troppo a quella elitarista: in entrambe non abbiamo diritto a studiare le materie che ci rendono liberi.

  73. Sig. Ennio Abate, mi faccia sapere qual è la sua cultura, visto che ironizza con la mia. Oppure lei ritiene, come tanti pseudo-intellettuali di sinistra con la puzza sotto il naso, che per essere persone di cultura occorre necessariamente essere comunisti? Magari mi scriva in privato, così discutiamo sull’argomento e vediamo quali titoli culturali ha lei da esibire e da confrontare con i miei.

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