di Gilda Policastro

Non come vita

Gli altri sono:
mangiare il panino a morsi,
gridare al telefono e
sputare
………….mentre lo fanno

I gesti che non durano,
la bambina dire ciao dalla porta,
e lui che ci hai dormito, una notte,
la mattina non ne sai il nome più
……………………….– ma non è come pensi

Gli altri sono:
il ventre che spinge
sotto le calze, e sopra i seni
le mani,
ma pensare che non resiste,
e okey, ci sentiamo domani

Un’unica forma, o misura, ha il fare,
il resto è represso
dal vestito di madre,
dal divieto,
e più chiedono, gli altri, più ingombrano,
meno ci stai

con gli altri sono:
i figli, morire, tu-figlia-loro-morti,
e le coperte, e il velo
e i pigiami e le giacche
gli altri le porteranno, le butteremo,
e quel giorno non verrai
nel sogno a rimproverare

non come vita, ma più di dormire o meno,
adesso non ricordare, non dire il nome, che non sai
degli altri, che a te chiedono, loro,
di non andartene

e che hanno paura,
non vanno a letto, non si sdraiano come d’amore,
eppure non passa, non va-e-non-viene,  e sono a metà

*

All’ombra

non eri quando hai
chiamato che
il resto dell’attendere,
o l’ombra,
che risana
di poco, ancora Non fa
ponti, ma barriere
l’andarsene

è stabile, stabilire la cura se
dura chiamami, quando sai
qualcosa, anche tardi

ho spento o si è spento:
nel cellulare dei morti
arrivano i messaggi
e nei messaggi dei vivi,
le condoglianze

ne conto trentacinque,
di amici che stringono forte,
che abbracciano stretto,
che comprendono
la pena e noi

mangiamo il riso al buffet d’ospedale,
guardiamo nei piatti, ridiamo
perché se n’è andato il rantolo,
i piedi a terra
come fanno,
tutti, ha detto la zia, che piange

Che piangono gli altri, sempre,
e non vedi che hai bloccato la fila,
all’amica, che muoiono sempre
gli altri
e noi, a consolarci

*

Il conto dei morti

Seconda, la nonna Sabella ch’è dritta
di fronte al fuoco:
l’hanno imbalsamata nella coperta di pelliccia,
se no ci ricasca
come le ruscedde
per il nonno Peppino,
ch’è primo, e che siede di spalle
di fronte al tiggì delle sette
le sere, e nessuno può andarci davanti
tranne le volte che chiede Ma li compri i carciofi,
tu, a Roma,
che sono grandi, e se ci vado
la domenica a passeggio
in via Nazionale
che pure quella
è grande,
ma dopo
è lo zio che spinge
davanti al tiggì delle cinque, mentre
la nonna, per dormire, si prende la ragazza
Marianna, poi l’ultima l’ha fatta cadere
dentro al bagno del femore rotto,
e la madre si è depressa di quei pomeriggi
che sedeva sul portico
al mare,
che i morti sono statici,
non si muovono mai
dalle foto dal basso,
in mezzo ai fiori, e sopra ai lumini
– li cambia il padre ogni cinque giorni, regolare-
Ma che dopo cambia i treni,
o gli auto, a tre per volta,
e quando scendi, ancora viali,
e corridoi,
lunghissimi – Percorso giallo-,
fino alla sera che è in un posto fuori dal Gra,
che si va:
ci arrivano in tre, con la Clio rotta
e che cosa ce l’avete portato a –
poi muoiono anche altri, certi che non conosci o parenti degli amici
(il padre Simone, la mamma Dora),
che è questo che dicono vivere,
quando certe volte ti scrivi con qualcuno:
sai chi è morto

*

La cottura del pesce

ti odiano perché sei viva
le ottantenni delle amiche, in eurostar, e
a una certa età tutto è invidiabile, aggiunge, mentre
dei figli si raccontano poi o del pesce, che va bollito
nella sua stessa acqua, per insaporire:
le ascoltiamo ne ridiamo,
continuiamo lui a leggere io a dormire,
guardando i prati, le montagne, i porti
coi primi bagnanti al sole di pasqua

abbiamo cercato le tracce
nei conti da pagare, nei soliti fiori,
li metti tu, che ho sfondato la sedia, l’ultima volta e
poi dalle cartelline sono emersi
i romanzi, che iniziava quell’anno,
mentre i parenti debitori sono in vacanza, al mare,
e, ci sentiamo, state tranquilli, la prossima volta

sei stai bene è peggio, perché fai la tua vita
vuota di ombre,
e se male ti ci pare di sprecarla, proprio perché
il prete dice che non si vive per poco e si muore per sempre
ma il contrario, o ci si rincontra, e quasi
vien da sperare di no, per loro
che potrebbero ricominciare a litigare,
dei parenti debitori, o dei romanzi

ti odieranno finché sei vivo o vorranno
sentire della musica, ballare perfino
(lui va a scuola di tango)
come si può adesso in noi che stiamo
oppure smettere le corse, i romanzi
e andare a vivere dove non siamo che nati,
ricomprare la sedia, bollire il pesce nella sua stessa acqua,
leggere coi cugini ch’è morta la vecchia, bruciata
mentre era fuori per la spesa la badante, e
dire che è tutto inutile, le scelte, quando il destino bussa,
e passa

45 thoughts on “I cari altri

  1. Questi versi mi hanno toccato nel profondo, Nudi, ispirati, sinceri. Come una passante che lascia il segno. La passante sparisce. Il segno rimane. Grazie.

  2. Il rimando musicale delle singole parole si coglie ad una seconda lettura, perché quello che colpisce a tutta prima è il ritmo spezzato dei versi. Questo effetto è certamente voluto, perché deve riprodurre l’andamento del pensiero, non mai omogeneo, anzi molto spesso a scarti, fermate, onde intermittenti, ecc.
    I temi mi hanno coinvolta, perché sono quelli di tutti noi, alle prese con la quotidianità e l’irrompere in essa della morte e della malattia, che la stravolgono, ci costringono a chiedere un senso alla vita, a trovare le nostre personali risposte. Ma, stilisticamente, accanto a brani lirici piuttosto intensi, ci sono passaggi che sembrano pensieri assorti, tendenti alla prosa. Forse per quel voler riprodurre la riflessione, di cui dicevo, che si riscontra anche nella misura del verso.
    Nel complesso, sono poesie su l’attenzione si ferma, la mente indugia e ritorna.

    P. S. @dod: se una cosa non piace si spiega urbanamente il motivo, secondo me e secondo le regole di cortesia e di critica; magari, poi, si evita anche l’autopromozione, che ne dice?

  3. mi scuso per l’autopromozione, certo, ma sa, c’è spazio solo per la poesia beneducata, ragion per cui mi sembra il minimo ‘intrufolarsi’ e proporre qualcosa di diverso – basta entrare nel blog per capire il motivo (sicuro, non ‘urbanamente’, ma si accontenti, la prego)
    :)

  4. @ dod
    Gentile dod, volevo chiederle se l’errata grafia del termine “shock”, che nel primo testo del suo sito lei scrive ripetutamente “choc”, è voluta oppure è un errore ortografico. Perché choc, in inglese, è l’abbreviazione di chocolate, cioccolata, e non viene usato in italiano, mentre in italiano si usa correntemente la grafia inglese, ormai entrata a pieni voti nell’uso, per indicare un trauma improvviso con conseguente depressione dell’attività cardiaca.
    Nel caso lei intendesse volutamente suggerire la confusione (o fusione) di trauma e cioccolato, il risultato sarebbe in effetti interessante dal punto di vista della sperimentazione ad un nuovo livello.

  5. dod, a mio non modesto avviso, le sue poesie “sanno di zie nonne e bambine” anche più di queste qui pubblicate. La sua “poesia sperimentale” è terribilmente beneducata, se non se ne fosse accorto, e sembra scritta il secolo scorso. Non me ne voglia.

  6. choc scritto così è un omaggio ai ‘passages’ di walter benjamin -.-

    @veteroneoavanguardista: per fortuna quasi nessuno la pensa come te :)

  7. mi è piaciuta molto “Il conto dei morti”
    (gli ultimi tre versi dicono tutto dell’uso pubblico, diciamo, che della morte fanno i vivi)

  8. nel cellulare dei morti
    arrivano i messaggi
    e nei messaggi dei vivi,
    le condoglianze

    …e che se non ci fosse fondo, un ricordo, una mitologia che vela e che tiene, la storia senza memoria alcuna, non ci sarebbero parole nomi pensieri come fossero doni di contingenza…

  9. secondo me ti sfuggono molte cose :D (dài è una battuta non prendertela)

    allora: lo choc ‘prolungato ghiacciato’ eccetera è riferito alla manovra economica neoliberista del governo, che utilizza scolasticamente i dettami della shock-terapia (cfr. Naomi Klein, ma anche tanti altri) ma espandendo i tempi, sforzandosi di nascondere il più possibile la reale situazione e le modalità di ‘salvataggio’; ho voluto scrivere choc così riferendomi a benjamin e al primo grande choc dell’occidente industriale: lo choc ‘caldo’ di baudelaire al cospetto delle prime grandi trasformazioni urbane – un secolo e passa dopo, mi sembrava interessante parlare di questo choc prolungato, congelato, di cui neanche ci rendiamo conto ma che è l’ovvia conclusione del neoliberismo globale

    :)

  10. … chiaramente, l’ovvia conclusione in un paese occidentale ‘industrializzato’ e tra l’altro fagocitato dai media di massa – nei paesi più poveri, lo shock è sempre caldissimo e sanguinolente

  11. Mi spiace si sia parlato più di Dod che delle poesie di Gilda. Che sono interessanti, con alcuni esiti, alcune soluzioni che indicano un buon lavoro attorno alle cose di tutti i giorni, alte e basse, e al loro rapporto con le domande fondanti.
    Mi piace la prima di queste poesie. La scelta retorica poteva generare un effetto di pesantezza, ed invece rimane lieve, con un bel finale. In altri casi il risultato mi pare troppo condizionato da un’ipotesi di lettura/performance, che però, in un testo scritto, rimane pur sempre solo ipotesi. Insomma alcuni testi sono piuttosto pensati, mi pare, per la messa in scena come parte essenziale del risultato artistico.

  12. @ dod
    Non per farle le pulci, ma visto che si dà arie da filologo in giacca gruppo ’63, con la sua presunta grafia benjaminiana: nel testo originale la dicitura è shock, alla tedesca; l’uso di “choc” nelle edizioni italiane Einaudi – ma non in quelle critiche delle Opere Complete – è dovuto alla celebre traduzione di Renato Solmi del saggio “Di alcuni motivi in Baudelaire”, nella raccolta di saggi Angelus Novus – per il quale, evidentemente, in lingua italiana il francesismo era più legittimo. Quindi non so, potrebbe cambiare la sua dichiarazione in qualcosa del genere: “è un riferimento alla traduzione di Renato Solmi da Benjamin, e rimanda implicitamente all’effetto che la lettura di Angelus Novus ebbe sul mondo culturale italiano degli anni ’60. Ha ancora più valore in quanto compendia, oltre che il primo grande shock della modernità (Baudelaire) lo shock culturale dell’Italia postbellica in piena crescita economica.” Per quanto riguarda Naomi Klein, troverà il modo di infilarcela comunque da qualche parte. Ma a quel punto, soddisfatto il filologo che è in me (e che non apprezzo), si solleverebbe l’ermeneuta, e le chiederebbe: che nesso c’è, a livello sensibile, tra lo choc del povero parigino che si vede radere al suolo il quartiere dell’infanzia per far spazio a lucenti boulevard, e lo shock del pensionato a cui tagliano un centinaio di euro sullo stipendio mensile? Davvero, io credo che questa sia letteratura al cubo, che offende un po’ i pensionati.

  13. hai ragione vetero, immaginavo che si trattava della traduzione – purtroppo non leggo il tedesco; per tutto il resto, per prima cosa mi scuso per aver occupato abusivamente tutto sto spazio non mio (volevo fare solo una piccola autopromozione); in secondo luogo, si tratta delle trasformazioni causate dal capitalismo, ovvio che cambino radicalmente, è proprio quello che mi interessa notare – più che il pensionato, però, il mio sguardo (ho 27 anni) ricade sulla mia generazione e generazioni adiacenti

    spero di non aver scontentato nessuno
    mi scuso ancora per l’occupazione

  14. “La poesia è ‘chi perde vince’. E il poeta autentico sceglie di perdere fino alla morte, pur di vincere”. Lasciamo perdere l’autopromozione che non è il terreno della poesia. dod può essere scusato, comunque, vista la giovane età. Per chi volesse approfondire, la citazione è tratta da J.P. Sartre, Che cos’è la letteratura? Non ho il volume sottomano e dunque non posso citare la pagina.

  15. @ dod
    beh io ne ho 26, di anni, e usavo “pensionato” in senso generico di “persona immediatamente colpita dalla manovra”. Credo che i cciòvani siano stati tagliati fuori dal futuro ben prima della crisi, solo che all’epoca nessuno ne parlava, perché numerini e statistiche erano ancora accettabili. Cmq (vedi, sono giovane anch’io) complimenti per lo sprezzo del pericolo, ad autopromuoverti quassù. Per il resto, c’è sempre tempo per crescere; la nostra generazione è condannata a crescere eternamente, mi sa.

  16. Grazie delle osservazioni, a tutti (quasi, via).
    A @Gabriel Del Sarto, in particolare, vorrei replicare che la sua impressione vale forse per alcuni dei miei testi, ma non direi per questi, che sono invece pensati esclusivamente per una testualità scritta, senza il complemento dell’oralità. Poi, non nego che la ricerca compiuta in questi anni anche su questa dimensione (da Frasca, Voce, Lo Russo, in particolare) sia in qualche modo entrata nel nostro (dico, della mia, della nostra generazione) modo di fare versi, che tiene conto di una certa “dicibilità” a voce alta, anche solo per se stessi o cinque amici in un stanza (per citare il Poeta), senza per forza pensare al reading /performance “teatrale”. Ma questo, credo di poter dire appoggiandomi a uno degli ultimi interventi di Gabriele Frasca sull’argomento, uscito sul primo numero della rivista “canGura”, è il quid della poesia in quanto tale, quella cadenza (la mia, lo riconosco, è particolarmente salmodiante) che la rende in qualche modo “memorabile” anche nelle esperienze più lontane dal poetese che si possano immaginare, come quelle dai Novissimi in poi. Ciò nelle intenzioni, perlomeno: negli esiti, ha ragione persino dod, quando dice “basta con la poesia delle nonne e delle zie”. Me lo dico anch’io, ogni tanto: ma poi la lingua o la penna di per se stesse mosse, lì vanno a parare. Nondimeno, dubito che l’alternativa a questo rinascente lirismo (mio, di altri) siano pseudoversi di sedicenti poeti come il nostro dod, e nemmeno le declinazioni migliori dello sperimentalismo attuale, come la riproposta del cut-up o il googling o comunque lo si debba chiamare, pure tra le forme più innovative e intellettualmente avvertite della poesia contemporanea, mi persuadono del tutto.
    P.S. Scusate, ma quello che maggiormente vi turbava nei (cosiddetti) versi di dod era la grafia di “choc”?

  17. due pensierini:
    1) ormai anche i cani che abbaiano pensano di stare sperimentando o facendo un atto performativo.
    è lecito pensare che la corrida degli slam poetry (dilettanti allo sbaraglio) ha avuto una relativa responsabilità nell’infondere sicurezza ai cani?
    2) che la discussione del commentario si concentri più sui guaiti di dod che non sui versi di gilda policastro, la dice lunga sul grado di noia sprigionato da questi ultimi.

  18. @il pensierinante: per essere uno che si annoiava, l’ha seguita ben bene, stilando pure le percentuali di pertinenza…e non ha pensato di annoiarmi lei, interrompendo una discussione variamente interessante con dei demenziali pensierini? E se articolasse qualcosa di più sensato, invece? O altrimenti, perché non porta il suo acume ”via costà con li altri cani”?

  19. L’interrogazione sul senso senza dimenticare la potenza e la bellezza del suono. Ecco cosa è per me la poesia, sulla scia delle letture di Heidegger, Gadamer, Agamben, Antonio Prete e dei loro “esercizi” su Holderlin, Rilke, Trakl, Celan, Leopardi, Baudelaire, Caproni. Pensiero poetante che a tratti i versi di Gilda sembrano evocare. Non aggiungo altro. Mi intendo poco di letture pubbliche, a parte l’immensa esperienza teatrale di Carmelo Bene. Provare a uscire dalle mitologie della grande poesia e sperimentare, sperimentarsi “qui e ora”, questa mi sembra la scelta coraggiosa, meritoria e piena di “studio” di Gilda. Per dirla con Rilke: “E’ questo il lavoro, per il quale tutti gli altri lavori sono solo preparazione”.

  20. @Gilda Policastro: sì, in effetti sono solito dilettarmi con ciò che mi annoia, grazie dello sforzo interpretativo.
    certo che i pensierini sono dei pensierini, grazie per la tautologia. che siano demenziali però non credo, questa accusa di demenzialità è un’offesa difensiva dissociata dalla logica.
    abbiamo infatti posto tre punti: 1) ogni cane che al giorno d’oggi latra crede di stare facendo della sperimentazione (poniamo dod a conferma); 2) forse (ipotesi) il decennio appena trascorso degli slam poetry e delle esibizioncelle performative non è del tutto esente di responsabilità per quanto riguarda la diffusione democratica e partecipativa di questa licenza di poetare (e il groviglio di ipocrisie, pressapochismi, interessi di infimo valore e mafiosità parentali su cui si fonda il sistema Italia ha compiuto il resto); 3) tuttavia se tutti i commenti (tratte tre) parlando di dod, probabilmente – ed è questo il parere dello scrivente pensierinante – i testi di Gilda Policastro – raffinati, controllati, consapevoli – hanno raggiunto un livello di noia talmente elevato da permettere una sorta di scivolamento dell’attenzione dei lettori al primo altro “oggetto” disponibile.
    Il caso ha voluto fosse dod, il quale tenta da diversi mesi di attirare l’attenzione spammando il medesimo messaggio su quasi tutti i post di Lpelc. Finalmente, complice la noia policastresca, ha raggiunto il suo scopo, che è sempre stato quello di apparire, di percepirsi come un’immagine inserita nel mosaico del dibattito virtuale.

  21. esente DA responsabilità, intanto: mi annoia l’ignoranza, quasi più dell’arroganza (che pare un verso di dod, in effetti). E in che cosa i suoi nuovi pensierini differirebbero dai precedenti? La avverto: è l’ultima ribalta che il suo *spammare* livore indiscriminato si potrà concedere qui: d’ora innanzi tutto ciò che non sarà pertinente (il suo parere sugli slam poetry, oltre a non essere richiesto, è totalmente OT) verrà eliminato dai commenti.

    @interito: quali sestine?

  22. DA; ha ragione, e non è l’unico refuso del testo. ma d’altronde, come sa, anche pirandello e landoldi erano soliti.
    ma non c’è livore, mi creda.
    mi pare veramente poco responsabile questa convinzione che chi fa pollice verso debba sicuramente esser mosso da livore personale.
    nessun livore né ostilità personale, si figuri.

  23. Non è un refuso: la ”a” e la ”i” sono piuttosto lontane sulla tastiera: semplicemente, ignorava quale fosse la preposizione del caso. E discetta di poesia, o ci prova, non conoscendo l’italiano. Lei, a differenza di tutti gli altri, non ha espresso un solo giudizio (*noia* è una sua impressione soggettiva – se non una citazione da Califano: “no, non ho detto gioia, ma noia noia noia” – , e non rileva), e che sia mosso da solo livore è una constatazione che ha più di un fondamento: 1) non argomenta, ma si limita ad abbaiare (dando agli altri dei cani, poi); 2) si camuffa perché non ha il coraggio dei suoi pensieri…ni. Poi, non scomodi padri illustri per le sue lacune: è solo un troll come tanti, mi spiace doverglielo dire. Ma Buon Natale (anche dalle zie e dalle nonne!): con le signore intente agli acquisti (per lei *degli acquisti*) avrà maggior fortuna, le auguro.

  24. originale come risposta, soprattutto inattesa, da lei era davvero imprevedibile una reazione simile.
    scusi, per regolarmi con gli orari, quando è che arriva il momento topico in cui scrive che senza il dottorato non si hanno gli strumenti per giudicare criticamente un’opera letteraria?
    :)

  25. p.s.
    sui padri illustri e le lacune, forse non ha colto il riferimento e la battuta, ma d’altronde non si chiede di certo ad una dottoressa di leggere il giornale…

  26. Facciamo un gioco, visto che non vuoi andare a fare lo shopping natalizio e io devo trovare una distrazione dall’influenza: perché non dici chi sei, invece di continuare a mascherarti vigliaccamente? Ti piacerebbe che qualcuno ti seguisse, ti spiasse, riportando qui quello che dici altrove, al solo scopo di molestarti o farti il solletico, sempre con quella stessa stupida maschera sulla faccia? Palesati, e il tuo pollice verso e la tua noia avranno un senso, magari, o un’origine, una ragione, uno scopo. Fallo: è un esercizio di civiltà che riscatterà te dalla petulanza dei tuoi commenti e risarcirà me del (tu diresti dal?) tempo che ti sto insensatamente dedicando. Non ho rimosso i tuoi commenti finora perché mi faceva tenerezza il tuo modo *trollesco* di attirare l’attenzione, ma ogni tenerezza ha una sua pazienza, come il limite di Totò.

  27. scusate tutti, non vorrei rovinare questa deliziosa polemica ma una precisazione è d’obbligo: in riferimento alle manifestazioni competitive di poesia ad alta voce da voi citate a più riprese il termine esatto è “poetry slam” (cioè slam di poesia) e non “slam poetry” che si riferirebbe invece ad un fantomatico (almeno per l’italia) genere poetico vero e proprio. genere che, visto il sostanziale insuccesso del tentativo di creare una scena slam in italia (ma un po’ in tutti i paesi dell’europa mediterranea a dire il vero), qui da noi proprio non c’è. assurda mi sembra quindi l’accusa del dott. pensierinante (non me ne voglia) agli slam come principali responsabili del grigio diluvio democratico odierno.
    queste poesie di gilda policastro mi sembrano molto belle nella loro silenziosa polifonia, tanto è vero che le ho linkate anche su fb per allargare la conoscenza di questo blog che, per quanto riguarda i contenuti letterari, mi sembra il migliore in questo momento in italia ma, per favore, e lo dico a gilda ed anche ad altri, questo atteggiamento sbirresco nei confronti dei commenti sgraditi è controproducente.
    salutz

  28. @luigisocci Mi spiace che nelle discussioni sulla poesia ci si senta, di solito, chiamati in causa solo quando si toccano certi ambiti tabù e lo slam, indubbiamente, lo è (ma poi, cosa c’entrava lo slam poetry o poetry slam coi miei testi?). Grazie in ogni caso della precisazione, comunque utile. Ma invece, sbirresco in che senso, il mio atteggiamento? Ho chiesto, mi pare con un certo garbo, a chi mi insultava, di farlo perlomeno a volto scoperto: poiché invece si persevera nella codardia dell’insulto mascherato (nel commento che ho bannato si insinuava, con gran dispendio di giri retorici e bla bla bla, che i miei testi fossero stati qui pubblicati non per la loro qualità letteraria ma perché avrei dalla mia una certa identità “forte” non si capisce bene di che tipo e in quale ambito), ho deciso di cassare, d’ora in avanti, qualunque commento aggressivo e non firmato. Se la rete è lo spazio della libertà, libera sono io di tenere a distanza i violenti, specie se anonimi. Chi non è d’accordo, può andare (come ebbi già a consigliare qualche commento fa) a depositare il proprio livore mascherato altrove. Grazie.

  29. @Gilda
    Le uniche, pensavo, che avessi scritto.
    Ma lo so che quelle erano facezie.
    Un saluto

  30. @gilda ovviamente nulla c’entrano con i tuoi testi i poetry slam di cui immagino tu non sia, credo di non sbagliarmi, nè una paladina nè una beniamina. non condividevo difatti neanche le osservazioni di del sarto su una presunta vocazione oraturale di questi testi. testi che mi sembrano un approfondimento per raffreddamento (nel senso di una maggiore spersonalizzazione) di quelli ferocemente necessitati che ricordo di aver letto nel quaderno buffoniano che, anche allora, mi avevano molto colpito. l’espressione “atteggiamento sbirresco” si riferiva in particolare alla minaccia di cassare commenti (in)pertinenti che risuonava alle mie orecchie con dichiarazioni del medesimo tenore che avevo già letto nei post dedicati a beckett e a buffoni e che mi erano sembrate francamente esagerate e, lo ripeto, controproducenti se il fine era ed è quello di “calmierare” le discussioni. la mia impressione, forse sbagliata forse no, è che certe reazioni siano sproporzionate rispetto a commenti “critici” in realtà più innocenti di quanto sembrino.
    tutto qui.
    l.

  31. Io credo che una volta pubblicato, il testo (poesia o prosa) non appartenga più all’autore. Credo che i versi di Gilda dicano molto di più dei commenti e delle polemiche. Forse anche questo è uno dei motivi per cui non mi appassionano i viventi. La polemica è spesso una bestia che si avvolge su se stessa e si nutre di scorie di esistenze difficili. Ma in fondo quale esistenza non è difficile? Apprezzo gli interventi di Luigi Socci, come altre volte e altrove. Non volermene Gilda: la tua opera non ha bisogno di queste appendici moleste che tu stessa contribuisci ad alimentare. Si può anche tacere. Il silenzio vale spesso più di tante parole.

  32. Vedi, @luigisocci, il problema non è la sproporzione tra commento più o meno critico e reazione più o meno censoria: è la vigliaccheria di chi non ha le palle (e lo voglio dire proprio in questo modo becero, perché becera è la modalità solitamente percorsa in questi casi) di criticare apertamente, e nascondendosi dietro nick demenziali fa invece riferimento a contesti altri in cui la persona che qui si presenta con nome e cognome, nella fattispecie io, sarebbe apparsa così o cosà, avrebbe detto così e cosà. Questo lo trovo violento in modo intollerabile (se si rivendica il principio della maggior forza delle idee rispetto alla persona, poi ci si deve vietare in tutti i modi di riferirsi alla persona dell’avversario e stare alle idee, cioè in questo caso stare sui testi: no?), e alla violenza si risponde anche con metodi polizieschi, quando le buone maniere non danno nessun risultato. Penoso è poi il tentativo dei troll di rovesciare costantemente le situazioni a loro vantaggio: ”mi hai bannato perché ti criticavo”. Nossignore: mi criticavano altri, che non ho bannato, e ho lasciato che mi criticassi pure tu (quello là, dico), entro certi limiti. Quando questi limiti li hai abbondantemente travalicati, per insistenza e quantità, ti ho chiesto di manifestarti e ti ho anche detto che qualora non lo avessi fatto, mi sarei vista costretta a cassare gli ulteriori interventi, come continuerò a fare. Non lascerò qui dentro nessun ulteriore commento a firma x (quella che sappiamo), perché ho chiesto a tale identità vigliacca che continua a riferirsi alla mia persona vista e conosciuta in contesti (a quanto pare) altri da qui di criticarmi a viso scoperto, visto che la sensazione che provo è quella di essere spiata, seguita, accerchiata. Di fronte a questo, tu hai, @luigisocci, dal momento che la rete la pratichi e la conosci quanto me, altre misure che non siano l’allontanamento? Ti prego di suggerirmele, perché non mi era mai capitato di trovarmi di fronte a una simile pervicacia. A un certo punto uno o si piega alle leggi del dialogo civile o se ne va: ma al cane rabbioso, visto che al nostro era gradita la similitudine, spiace mollare l’osso quando può trastullarsi così a buon mercato. E io questo hobby demenziale, non lo voglio più tollerare: non a spese della serietà con cui si sta provando, insieme, a costruire e a confrontare un pensiero critico qui dentro.

  33. concordo con Gilda Policastro qui sopra. mi preme aggiungere che la quantità di persone moleste, livori e demenzialità assortite che infestano lo spazio commenti di ogni post non fa molto bene a “le parole e le cose”. in sostanza, tutto questo pollaio oclocratico formatosi di recente rischia di distogliere l’interesse dagli interventi (di qualità molto alta, in genere). l’adozione della censura, applicata con senno, mi sembra solo da elogiare.

  34. senta, faccia un favore a tutti e con questo cancelli anche i precedenti commenti che ha trovato violenti (roba da pazzi, veramente).
    ma l’abc del web lo conosce o sta facendo una scampagnata nel futuro?
    no perché qui da noi, nel presente, la satira anonima o per mezzo di nickname è la norma da almeno dieci anni.
    detto ciò, non volendo provocare ulteriori shock culturali alla sventurata viaggiatrice nel tempo, saluto tutti con cortesia ed amore e mi dileguo tra i festoni di natale.
    buon 1998 a tutti!

  35. fai un favore tu a me, vatti a ripassare da qualche parte cosa significhi “satira”. quasi tutto quello che vedo qui è costituito da stronzeggiamenti inzaccherati di umorismo poco divertente per cercare di darsi un tono. prima di dileguarti, hai qualcosa da dire riguardo queste mie notazioni? così vediamo se sei capace di rispondere a tono o solo di ghignare nascostamente come un frustrato appena originale, e scappare.

    per gilda policastro:
    mi piace molto l’uso dell’infinito “epicizzante”, che avevo trovato di recente in certa prosa (l’ultimo mastronardi) e che mi sembra conferire un senso di condanna assurda e senza linearità alle narrazioni e descrizioni di questi “cari altri” così rovesciati ingombranti su chi scrive. in tal senso i due versi conclusivi dell’ultima poesia riassumono, senza sorprese ma in modo appropriato, questa sensazione:
    dire che è tutto inutile, le scelte, quando il destino bussa,
    e passa
    bello anche il contrasto con la sintassi contorta, spezzata, ricostruita a fatica attraverso i periodi spezzati, i tentativi di sentenza, gli incisi su “lui” (non ho però ben capito chi è). insomma, mi paiono dei testi interessanti. magari ci tornerò sopra, intanto grazie e buone feste.

  36. no, gilda, non ho la ricetta della panacea antitroll ma se (e sottolineo se) mi trovassi a subire insinuazioni, attacchi e violenze verbali “ad hominem”(come recita la dichiarazione d’intenti di questo blog alla voce “responsabilità”), probabilmente bannerei tali interventi senza lasciarmi trascinare nella polvere della polemica.
    ma è anche vero che in certe situazioni bisogna trovarcisi per poterle giudicare lucidamente e a me non è mai capitato di fare esperienza di ciò che racconti. da questo, forse, la mia supponenza da semplice lettore un po’ turbato da un’ eccessiva (così m’è parso) agitazione dello scettro del comando su questo blog più che altrove.
    luigi

  37. La discussione mi è parsa a tratti interessante e utile per più d’una ragione: la considero comunque chiusa qui, per il momento. Grazie a tutti (soprattutto a @Lorenzo Marchese per il suo ultimo intervento sul testo, a cui purtroppo non riesco a rispondere nell’immediato). Buone feste e buon 2012 a tutti.

  38. A differenza dei testi che lessi su absolutepoetry, che non mi piacquero (troppo minimalisti per i miei gusti, ma forse, visto che c’era anche un audio, erano testi pensati pensati per esser letti) questi mi hanno decisamente colpito. Non sono un critico raffinato e non ho strumenti per esegizzare come si conviene una poesia, ho solo delle sensazioni e delle presunzioni. Le sensazioni/presunzioni sono che i testi sembrano scritti di fila, almeno le prime tre poesie, che riguardino uno stesso tema (forse il ritorno a casa in occasione di un funerale), e che man mano la voce che cercavano si sia affinata sempre di più, fino a trovare il suo ritmo compiuto nella terza, “Il conto dei morti”, con l’ultima frase che chiude e spiega tutto l’annodarsi e lo srotolarsi della poesia fra sensazioni, domande e considerazioni. Potrebbero essere addirittura, queste tre, un’unica poesia, dal mio punto di vista. L’ultima si stacca, invece, perlomeno da queste mie elucubrazioni. Non sapendo esegizzare posso aggiungere pretestuosamente che a me il passo ha ricordato Eliot, sia come punto di vista che come cadenza. Buon natale a tutti e un ciao a Gilda.

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