cropped-magritte.jpgdi Daniele Garbuglia

[E’ appena uscito per le Edizioni Casagrande di Bellinzona La vita privata, il nuovo romanzo di Daniele Garbuglia. Ne pubblichiamo l’inizio].

Quella domenica mattina l’uomo si svegliò più tardi del solito. Era stanco, aveva voglia di rimanere a letto. Alla fine guardò dalla parte di sua moglie che dormiva e decise di alzarsi. Non fece caso alla camicia buttata sulla sedia né alle scarpe lasciate in disordine sul pavimento.
Fuori era gelido, uno di quei giorni in cui l’aria penetra nei polmoni creando una leggera vertigine. Il cielo era limpido come non capitava da tempo.
Non ricordava cosa avesse fatto la sera prima.
Prima di andare in cucina a preparare la colazione passò in bagno per lavarsi, ma non gli fu possibile. Era in piedi davanti allo specchio che rifletteva la porta aperta, metà del corridoio, parte della cucina.
L’uomo non aveva più la propria immagine.
Era ancora avvolto nel sonno e il tepore delle coperte non l’aveva abbandonato. Si guardò di nuovo allo specchio ma non c’era. Pensò di alzare la mano per accarezzarsi la faccia. Sorrise. Nascosto a lato della cornice provò a far vedere una mano, il braccio, la testa, ma la sua immagine non compariva. Guardò giù per scoprire cosa fosse accaduto. Non vedeva più niente di sé, i piedi, le gambe, il torace, le braccia. Niente.
Fu preso da nausea. Faceva gesti con le mani cercando l’inclinazione giusta contro la superficie riflettente. Si scostò e ricomparve di nuovo, sperando di vedere qualcosa. Provò ad aprire il rubinetto dell’acqua fredda ma non si muoveva. Niente, la sua immagine era scomparsa e con essa il corpo.

Andò in camera.
«Adele», sussurrò non volendo svegliare il figlio che dormiva nella stanza accanto. «Adele», ripeté, ma lei non rispondeva. Poi la chiamò più forte.
«Che c’è, fammi dormire, dai, è domenica».
«Adele, mi è successo qualcosa».
«Sei tu?» chiese non vedendo nessuno nel letto.
«Adele, sono io, qui accanto a te, mi vedi?»
Lei accese la luce, si guardò intorno appoggiandosi al gomito con la spallina della sottoveste scivolata giù.
«Dove ti sei nascosto», cercava in giro nervosa, «non ho voglia di scherzi adesso, dai».
L’uomo esitò, ancora più spaventato. Era seduto proprio accanto a lei.
«Ci sei?», sua moglie si era sollevata di scatto.
«Sono qui accanto a te».
Adele urlò e si coprì con il lenzuolo. Scansò d’istinto l’aria sopra il letto con la mano, ma non c’era niente.
«Basta con questo scherzo stupido, eh, basta, smettila che mi fai paura».
L’uomo non sapeva cosa dire.
«Non sto facendo nessuno scherzo. Mi sono alzato come sempre e sono andato in bagno, ho guardato allo specchio e non ho visto niente».
Il silenzio era sceso tra loro.
«Ma come è possibile, mi stai prendendo in giro?»
L’uomo allungò la mano per accarezzarle il volto ancora accaldato. Lei ebbe un fremito ma non vide nulla.
«Cos’è stato?»
«Ti ho dato una carezza», la sua voce tremava.
«Mi è sembrato di sentire un piccolo calore, come un alito sulla faccia».
«Puoi sentire la mia voce, quella puoi sentirla?»
Adele fece cenno di sì con la testa.
«Se mi sposto nella stanza riesci a capire dove sono?»
La donna si alzò ma non sapeva cosa fare. Muovendosi a piccoli passi nella camera inciampò sul letto, le gambe tremavano.
«Ascolta, ora sono accanto alla porta, adesso vicino alla finestra, mi senti?»
Adele annuiva con la testa alzando e abbassando il mento. Seguiva quella voce nella stanza.
«Ho paura, ho tanta paura», bisbigliò lei appoggiandosi al letto, non riusciva più a stare in piedi.
«Non avere paura».
«Ma non ti vedo, dove sei, perché mi fai questo scherzo stupido? Ora basta, eh, basta».
Fu presa dalla rabbia ma restò immobile. Avrebbe voluto scaraventare verso quella voce ogni cosa che le fosse capitata a tiro, la lampada di vetro, il soprammobile d’argento ricevuto in regalo al matrimonio, scagliare per terra i libri dal mobile di legno, i fogli con le fatture, i gioielli nella scatola di creta dipinta a mano. «Non so cosa sia successo…», avrebbe voluto abbracciarla.
L’uomo fissò il lenzuolo di lino, era stropicciato, con le pieghe e alcune parti ammucchiate, anche la coperta era spostata a caso. Lì aveva dormito con Adele, come faceva da anni, c’era ancora la forma lasciata dal suo corpo che si era rigirato nella notte. L’idea di dormire con lei lo stupiva ogni volta e gli dava piacere, l’intimità che si creava, una gamba sfiorata, i racconti a bassa voce, ridere insieme.
Quella forma sul lenzuolo era l’ultima traccia del suo corpo. Adele raggiunse il bagno appoggiandosi al muro. Si tolse la camicia da notte e rimase nuda in mezzo alla stanza, tremava. Riflesso nello specchio c’era un corpo atletico, il seno sodo e i capelli corti sopra le spalle. Con le mani coprì il seno, chiuse gli occhi.
«Cosa fai?» sentì chiedere dietro le spalle. Non sapeva dove guardare, ma una vampa di calore le invase il corpo. Prese un asciugamano per coprirsi, aveva paura di quella voce, si vergognava.
«Sono qui, accanto a te, proprio vicino al tuo gomito… sei bella».
Adele si ritrasse stringendo l’asciugamano intorno al petto. Lui provò ad abbracciarla ma invano. Con un movimento rapido Adele entrò nella doccia e aprì il rubinetto dell’acqua calda. Il vapore ricoprì le piastrelle, lo specchio, il vetro della finestra.

*

Dopo un po’ sentirono bussare alla porta, Enrico si era svegliato.
«Posso entrare?»
La porta era chiusa a chiave.
«Aspetta, la mamma è sotto la doccia, intanto vai in cucina, arriviamo», la sua voce era senza incrinature.
«Ma devo fare pipì», protestò assonnato.
L’uomo era davanti allo specchio. Non c’erano più gli occhi marroni, i capelli mossi che avevano iniziato a imbiancarsi. Scomparso il naso che l’aveva fatto soffrire da ragazzino, quando era stata la prima cosa a crescere nell’adolescenza, un grosso naso per cui tutti lo prendevano in giro. Erano trascorsi anni, convinto che quel naso l’avesse segnato per sempre.
I suoi occhiali con la montatura di plastica nera erano lì, accanto al lavandino dove li aveva lasciati la sera prima, appoggiati con le lenti contro il marmo.
Scorreva l’acqua calda della doccia e Adele, la vedeva attraverso il vetro satinato, era immobile lì sotto.
Ti-ti-ti-titititi-ti-ti-ti-tititi-ti.
L’uomo uscì dal bagno e andò in cucina dove suo figlio giocava al NINTENDO. Aveva paura di essere scoperto in quella nuova condizione, tossì e Enrico si girò con gli occhi spalancati.
«Chi è? C’è nessuno, papà mamma, siete voi?»
Non disse niente, stava lì seduto accanto al figlio che giocava. C’era silenzio nella stanza, si sentivano solo i suoni metallici del videogioco. Ti-ti-ti-tititi-ti-ti-tititi-ti. Gli sembrarono lacrime quelle che sentiva scendere dai propri occhi, mise una mano aperta sotto la faccia per raccoglierle ma non c’era niente.
Enrico aveva i capelli ricci lunghi sempre spettinati. Non era un bambino sportivo ma aveva deciso lo stesso di provare con la pallacanestro. Quando c’era suo padre a vederlo durante gli allenamenti o in partita, a ogni canestro che infilava gli sorrideva, facendo ok con il pollice. A undici anni aveva iniziato da poco la nuova scuola; c’erano spesso amici che passavano il pomeriggio a casa loro, giocavano al NINTENDO e navigavano su Internet, oppure costruivano città fantastiche con i lego colorati.
Lo guardava concentrato sul piccolo schermo del NINTENDO mentre muoveva le dita sulla consolle nera, i capelli schiacciati dietro la nuca e il segno del cuscino ancora impresso sulla guancia.
Ti-ti-titititi-ti-ti-ti-ti.
Lo fissava ma non sapeva cosa dire. Ci fu silenzio nell’appartamento, Adele aveva chiuso l’acqua della doccia. Si aprì la porta e uscì, bella come non l’aveva mai vista, l’asciugamano che scopriva le spalle nude e i capelli ancora bagnati. Quel volto che poteva sembrare spigoloso, il naso con una leggerissima gobba, il labbro superiore che sporgeva, gli zigomi alti appena sporgenti, ora non esprimeva niente, l’acqua aveva portato via tutto.
«Hai visto tuo padre?» chiese a Enrico concentrato sul gioco. Nessuna risposta. «Ti ho chiesto dov’è tuo padre». Dal tono di voce Enrico capì che non poteva rimandare, alzò gli occhi interrogativi verso di lei e rispose a monosillabi.
Adele andò in cucina per preparare un caffè ma le mani tremavano, come tutto il corpo. La zuccheriera di ceramica le scivolò, cadde per terra e si spaccò in tanti pezzi. Enrico alzò gli occhi dal piccolo schermo, fissò per un istante la madre, poi riprese a giocare. «Spegni quel videogioco».

Lei era in ginocchio con i pezzi della zuccheriera in mano, «ma dove sei, dove sei», parlava sottovoce, «dove sei». L’uomo aveva guardato la scena e non sapeva cosa fare. Avrebbe voluto abbracciare sua moglie, stringerla a sé e scaldarla con il calore del proprio corpo.
Adele andò in camera a vestirsi, lasciò lo zucchero e i pezzi rotti per terra. Accarezzò il lenzuolo dove lui aveva dormito. Si vestì con calma rinviando il più possibile il momento di affrontare Enrico. La prese il terrore che suo marito fosse fuggito e l’avesse abbandonata. Uscì dalla camera da letto con la camicetta da indossare in mano.
«Hai visto tuo padre?» chiese di nuovo, ma Enrico fece di no con la testa senza alzare gli occhi. Andò in tutte le stanze della casa, nella camera del figlio con le finestre ancora chiuse, nel ripostiglio in fondo al corridoio ma niente, di suo marito non c’era traccia.
Ritornò in cucina. Appoggiata con le mani al tavolino disse al figlio che il padre non si trovava, «non so dove sia andato, è scomparso».
Enrico mugugnò qualcosa di incomprensibile e continuò a giocare: fu presa da uno scatto di rabbia, gli strappò il NINTENDO dalle mani. «Ho detto che tuo padre non si trova più, hai capito? Significa che non so dov’è, smetti di giocare con questa cosa. Non c’è più, più».
Enrico rimase senza parole, non aveva mai visto sua madre in uno stato simile.
«Ma dove è andato?» disse dopo un lungo silenzio.
Si sentì una voce nella stanza, era lì.
Enrico e Adele si girarono di scatto da quella parte ma non videro niente.
«Dove sei?» chiese Enrico. «Mamma, questa è la sua voce, perché si nasconde?»

[René Magritte, La décalcomanie (particolare) (mg)].

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