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di Giuliano Tabacco

[E’ appena uscita presso Transeuropa La grande mappa, la prima raccolta poetica di Giuliano Tabacco. Presentiamo alcuni testi del libro, ringraziando autore e casa editrice].

La divisione sociale del dolore

«Le mie idee su Danton non fanno parte
del servizio per cui suo padre mi paga.»
Stendhal, Il rosso e il nero

La natura non ci ha ricalcolati nel suo computo.
Eppure passeranno in fretta anche questi anni, e noi
ci muoveremo ancora dentro il quadro,
maldestri come in sogno. Secondo la meccanica
dei popoli, ciò che è scritto una volta si ripete. I cani
latrano senza scopo
apparente; il topo
si abbevera sempre al solito sangue.

I mercanti di stoffe
dovrebbero riconvertirsi all’elettronica. Chi può,
continuare a lavorare – provvedendo
al nutrimento dei corpi
e al loro conseguente disfacimento.

Mi fingo uomo tra gli uomini, esperto
in commerci e raggiri; metto a fuoco
il nemico in un’alba di supposizioni.
Mi accontento di poco. Non ho pretese
più lunghe di questo respiro. Osservo
il mio mandante che è travolto dall’ansia di non farcela
e confeziono per lui indulgenze
più esaltanti di un incremento di fatturato

(«Adesso che hai incassato il dovuto, come membro
della tua classe – adeguatamente addestrato
all’organizzazione e alla comune crescita ed espansione –
provvederai a gestire
il capitale che ti è stato tramandato». Il patto
ora è saldato
tra il carnefice e lo scarnificato).

Beato chi vive al centro di un progetto,
scandisco più tardi, tra me
e me, elaborando un rapporto nei suoi minimi
dettagli inessenziali – e quindi misurando
la distanza che separa le mie idee
dal mio potere d’acquisto.

*

Milano

Nella sala d’armi ci sono corazze vuote,
picche e lance; e cavalieri sciolti nell’acido
e nel tempo che mi separa dall’epoca futura
dove starò chiuso anch’io – coscienza scansionata
e pugno di mosche, di bit.
I fili della trama non tengono, ho capito.
Accanto alle bocche da fuoco, le spade e i pugnali;
e piccoli elmi scassati all’altezza dello zigomo
forati verso il cervello.
Nella sala d’armi ci siamo io e mio padre
e la battaglia non ha avuto inizio.
Gli eserciti si osservano; le rose
oscillano nella penombra tutte insieme
prima di esplodere per un contatto difettoso.
E fuori il pomeriggio è afoso; la città,
la sfera di cristallo, gli indici Mib.

*

La grande mappa

Adesso trascorriamo molte ore
tutti insieme seduti attorno a un tavolo; quasi mi piace
il modo con cui assegnate un valore commestibile alle cose.
Sto diventando bravo. Come voi, separo
la vita dalle mie sconfitte per credermi migliore.

Presto potrò, mi dite, evolvere anch’io al quadro successivo.
Avere una professione. Un mestiere che sia uno.
Ridurmi a una funzione
(un ingranaggio posto a un livello più alto);
ottenere un’adeguata retribuzione.

Mi avete accolto
perché quelli come voi in eredità
hanno ottenuto anche il potere del perdono. La proiezione
riguarda ciò che posso
ancora comperare solo grazie alle rapine di mio padre.
E vi stupite del fatto che io ancora non sia morto.

La realtà evidente è che la carta (come il corpo)
è un supporto destinato all’estinzione.
Bisogna congiungere tecnica e teoria;
l’esperienza con la sensazione. Bisogna
sapere segmentare.
Incrementare il tasso dell’allegoria.

Là fuori ci sono masse immense da addomesticare.
Bisonti con sogni da puledri; studenti e massaie sofisticate.
Bisogna saper stare dentro i loro panni; catalogarne
le contraddizioni. Scansionare punto
punto la trama delicata della loro
coscienza di ologrammi.

E mentre dispieghiamo
tutti i nostri mezzi, in mezzo a voi confuso
evoco me stesso e mi programmo.
Saremo rasi al suolo, penso; i nostri segni
fatti incomprensibili a quelli che verranno.

 

[Immagine: Joseph Hoflehner, Johnson County, Wyoming (gs)].

6 thoughts on “La grande mappa

  1. Fa molto Fortini, ma con la compiuta integrazione del soggetto nella meccanica neoliberale. Quindi, forse, con una funzione diversa. In ogni caso, è solo per dire che il risultato è bello.

  2. STRANO RESPIRO FRA LIRICO ED EPICO

    Le domande che circolano in questi testi assomigliano a quelle di Odisseo-Nessuno quando grida al Ciclope di tenere a mente il suo vero nome. Non solo: ricordano la pazienza di Odisseo in quanto nipote di un grande mercante, il nonno materno Autolico.

    “Nella sala d’armi ci siamo io e mio padre
    e la battaglia non ha avuto inizio.
    Gli eserciti si osservano; le rose
    oscillano nella penombra tutte insieme
    prima di esplodere per un contatto difettoso.
    E fuori il pomeriggio è afoso; la città,
    la sfera di cristallo, gli indici Mib”

    Questo pezzo, in particolare, sembra pensato da Telemaco prima che si scateni la battaglia che farà strage dei Proci… e poi delle ancelle infedeli. Geniale mi pare l’associazione fra interno “difettoso” e pomeriggio “afoso”: sotto le specie dell’assonanza, un contatto fulmineo fra il clima dell’attesa ancora <> e il clima mefitico che attende là fuori colui che parla.

    Davvero strano, d’altra parte, quel

    “Beato chi vive al centro di un progetto”

    che ricorda da vicino

    “Beato chi è diverso essendo egli diverso
    Guai a chi è diverso essendo egli comune”

    memorabile aforisma di Sandro Penna e titolo di un film di Gianni Amelio.

    Forse mi ha indotta a lasciare questo commento l’impeto “epico” che sospinge l’aspetto prosastico dei versi, unito all’effetto saldamente icastico delle immagini che lo attraversano e lo tagliano… come tagli netti in un arazzo.
    Sarei curiosa di sapere se “La divisione sociale del dolore” c’entra con “La cognizione del dolore”.

  3. interessante; una poesia che sponda tra Fortini e Volponi fino ad arrivare a istanze che ridanno linfa e riprendono, ma con diversa pragmaticità, “Mappa del nuovo mondo” di Walcott e approdano dunque, o fanno pensare a variazioni alla Houellebecq, ma con bei risultati, freschi, che danno da riflettere senza perdere un ritmo notevole e bella scansione musicale. La desolazione compulsata, cantatata. Mi piace. Complimenti per la scelta.

  4. Ringrazio tutti per i commenti.

    @nausica: La frase “divisione sociale del dolore” è nata come semplice gioco di parole sulla formula “divisione sociale del lavoro”. Solo successivamente ho deciso di utilizzarla come titolo della lirica.

    G

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