di Elena Porciani

In apertura di Diversamente etero. La storia che non avete visto, film documentario di Elena Tebano, Milena Cannavacciuolo, Chiara Tarfano e Marica Lizzadro, scorrono immagini di locali pieni di donne urlanti: sono le fan accorse in massa alle serate in onore delle concorrenti del Grande fratello 10 Sarah Nile e Veronica Ciardi. L’inquadratura si ferma poi su una di loro che strilla «Non dico altro, il Sogno, ragazze, il Sogno!» indicando, trasfigurata dalla gioia, una rivista che ritrae Sarah e Veronica fotografate in studio mano nella mano. Stacco e, inframezzata dai titoli di testa, si vede una sequenza del reality show della notte del Capodanno 2009-10 in cui l’ex «coniglietta di Playboy» e la «maestra e cubista» si baciano ballando sulle note di Barry White.

Si tratta di un inizio in medias res che dà subito l’idea del duplice livello narrativo del documentario: la presunta storia d’amore di Sarah e Veronica nel corso della decima edizione del programma di Canale 5; la devozione collettiva delle loro fan che tale storia hanno ribattezzato il Sogno. Le autrici, infatti, non si sono limitate a trattare la vicenda come un’occasione per indagare in che modo le lesbiche siano rappresentate nella nostra tv, ma hanno inteso offrire una polifonica riflessione sugli imprevedibili percorsi dell’influenza della televisione sulla vita reale. E su questo doppio filo si è dispiegata l’opera di montaggio, che giustappone le sequenze del Grande fratello alle immagini delle serate mentre ai commenti di giornaliste, esperti, esponenti dell’Arcilesbica si alternano le interviste alle fan, il tutto scandito in cinque parti che affrontano ciascuna un aspetto della ‘storia non vista’: Immaginario, Televisione, Sogno, Rappresentazione, Identità. Il risultato è che Diversamente etero si articola in una struttura al contempo complessa e fluida, in grado di dare vita, non senza ironia, a un lavoro aperto e militante che non si conclude in una tesi esplicita, ma programmaticamente mira a rilanciare il dibattito in una sorta di reazione a catena.

Il primo punto a essere affrontato è quello della visibilità, non solo televisiva, delle lesbiche in Italia. «Io non ho mai visto delle ragazze baciarsi così» dice una giovane fan intervistata e questo dà già la cifra della dirompenza mediatica del bacio di Capodanno. Il poco a disposizione nella tv italiana prima di Sarah e Veronica lo sintetizzano le parole della producer Anna Passerini, accompagnate dalle eloquenti immagini di telefilm e varietà nostrani: tranne rare eccezioni, come il coraggioso Il padre delle spose con Lino Banfi di qualche anno fa, la lesbica tende ancora a essere o la bella «promiscua» che solletica comunque il maschio o «la camionista arrabbiata aggressiva» o la donna sofferente che vive la propria sessualità in maniera problematica e, come non bastasse, nell’ultima puntata muore. A ciò si assommi l’assenza nella nostra cultura popolare di lesbiche dichiarate e subito si intuisce come in questo quadro privo di modelli la vicenda di Sarah e Veronica abbia in qualche modo colmato un vuoto.

Dopo questa premessa si entra nel vivo del documentario, con la conduttrice Alessia Marcuzzi che nella puntata del Grande fratello del 4 gennaio 2010 chiede a Sarah e Veronica, convocate assieme nel Confessionale, «Ma è un gioco o è qualcosa di più?». Le due prima scoppiano a ridere, poi Sarah risponde «È più di un’amicizia, ma non è quello che… [pausa] potere pensare. È Capodanno, abbiamo voluto scherzare». La giocosa episodicità viene però smentita dal seguito: l’intimità fisica prosegue, le due diventano inseparabili, specie Veronica si spinge a dire tra le lacrime che ha trovato «la vita, un amore» e che per Sarah «è un’esplosione» dentro di lei. L’epilogo è beffardo; le due vengono nominate l’una contro l’altra e Sarah deve lasciare la Casa: «Ti amo, sei la vita mia» dice dopo l’ultimo straziante abbraccio a Veronica, che risponde «Mi devi promettere che mi aspetti fuori».

Fu vera storia o un’invenzione degli autori a caccia di audience? Perché i detrattori, ma anche gli amanti disincantati del Grande fratello hanno avuto buon gioco, visti il tipo di trasmissione e i curricula delle concorrenti, a sospettare che si sia trattato di una montatura costruita ad arte sulla bellezza procace delle due. Non è però quello della veridicità l’aspetto più interessante della vicenda, come ben sanno Tebano e le altre, attente agli effetti della rappresentazione piuttosto che alla dietrologia delle cause. Che cosa è successo infatti dopo il bacio di Capodanno e ciò che ne è seguito? Innanzitutto, la vicenda è stata lungamente dibattuta in vari talk show di casa Mediaset che non hanno mancato di sconfinare nel melodramma più becero e retrivo, come nel caso dell’anziana signora che non esita a dire che Sarah e Veronica sono «ragazze perdute [e] m’hanno fatto schifo» ricevendo la benevolente comprensione della conduttrice Barbara D’Urso, anche lei «all’antica». La palma, però, dell’affermazione più offensiva va al futuro vincitore dell’edizione, Mauro Marin, che ha spregiativamente definito Sarah e Veronica «donne da provetta», esprimendo con ciò il suo impotente furore di fronte allo «scandalo delle donne che non fanno più le donne», per dirla con le parole di un acuto commentatore come Walter Siti.

Quello che si percepisce, nell’insieme, è un senso di imbarazzo, se non di minaccia: forse che, programmato o meno dagli autori, l’affaire di Sarah e Veronica si è comunque spinto troppo oltre e ha messo in crisi i giochi di ruolo e i canovacci dei dibattiti destinati a reggere per mesi l’ambaradan del Grande fratello? Certo è che non solo con nonchalance si sono fatti passare messaggi lesivi della dignità delle donne, ma anche si è voluto mantenere la vicenda in un’area linguistica vaga. Lo comprovano le (non) definizioni delle due protagoniste, le quali da una parte ci tengono a precisare che non sono lesbiche («non perché abbia contro qualcosa, ma perché non lo sono», V.), dall’altra si impegnano in arzigogolate negazioni quasi freudiane («Bene è riduttivo, amore non è… [V.] Amore non è quello, è un altro tipo di amore… [S.] E però è amore allora… [V.] Eh? [S.] Sì! [V.; entrambe annuiscono]») o in criptiche reticenze («È un sogno: un qualcosa che è ma non può essere», V.). Insomma, l’alternativa al gioco e all’amicizia ‘alla francese’ sta al di là del nominabile, nel non luogo linguistico del ‘diversamente etero’, pena lo «schifo» o lo spettro immorale della provetta.

A questo punto, però, accade l’imprevedibile: nel territorio dell’indicibile si inseriscono le fan. Ci pensano loro a dare il nome ufficiale all’innominabile: ‘l’altro amore che però è amore’ diventa il Sogno; e a far sì, con internet, che il ‘qualcosa’ di Sarah e Veronica possa essere. In realtà, a ben vedere, anche il termine “Sogno” costituisce una formazione di compromesso, ma ciò non ha impedito, come spiega la giornalista di «Visto» Flavia Caroppo, che le decine di video estratti dalle fan dalla diretta quotidiana 24 ore su 24 sulla pay tv e caricati nel Canale di Mari di Youtube abbiano messo in campo «una sorta di regia parallela» che ha «creato un reality nel reality».

In effetti, frutto di una maniacale opera di controinformazione, il contenuto del Sogno è assai diverso dal limbo della striscia del lunedì sera montata dallo staff del Grande fratello. I video delle fan mostrano tutto quello che non si è visto nella trasmissione in chiaro: i baci, le carezze, le tenerezze, i corpi stretti nel letto durante la notte, le ammissioni con un concorrente della versione spagnola del format e anche siparietti involontariamente comici, come quando Veronica si impappina cercando di volgere al maschile il racconto delle esperienze passate («Perché lui era proprio così? O era come te?» [V.], «Come me in che senso?» [S.], «Era nato così?» [V.], «Sì sì» [S.], «Allora era come il mio lui… Cioè era proprio… Capito come? Mentre che io no… [poi bisbigliando] Lei era proprio solo lesbica?!» [V.]). E sono bastati questi indizi per rendere nei primi mesi del 2010 Sarah e Veronica due icone menzionate in siti e forum lesbici di tutto il mondo, mentre intanto in Italia il canale di Mari, seguito da più di quindicimila persone, veniva oscurato.

 Il documentario non si ferma qui, ma, lungi dal liquidare la vicenda come una mera fan fiction, si volge a indagare le conseguenze del legame tra il gradiente romanzesco della ricezione del Sogno – Sarah e Veronica come fanciulle perseguitate o, a scelta, perdute – e i meccanismi di identificazione che al romance afferiscono. Si approda così al punto finale dell’inchiesta: le autrici non solo hanno ricostruito il movimento delle fan su internet, ma le hanno anche seguite nelle discoteche e nei tour al seguito di Sarah e Veronica, come mostrano le interviste realizzate nel pullman che una cinquantina di loro ha affittato per recarsi a una serata in Svizzera. Il canale di Mari si è infatti dapprima evoluto in una chat, poi le fan, perlopiù italiane ma anche europee, hanno iniziato a organizzare incontri e raduni: «Sapevamo di aver provato nei tre mesi precedenti le stesse emozioni, le stesse sensazioni» racconta Roberta, 20 anni, «io ero spiazzatissima, eravamo visionarie dello stesso sogno».

In altri termini, Diversamente etero ci fa toccare con mano come l’incidenza esistenziale di ciò che si vede in tv si spinga ben al di là dell’indice di gradimento o dell’ispirazione modaiola. Da questo punto di vista, lo stupore incredulo di Roberta, del quale recano traccia i suoi occhi sgranati mentre parla, richiama il tono della lettera di una fan belga: «Veronica, quando hai descritto il vostro sogno come “qualcosa che è, ma non può essere” nelle tue parole ho rivisto la mia situazione». È in gioco un comune processo identificativo che fa scattare il desiderio di condivisione in una community che, innescata dalla tv, si forma su internet e poi da internet trapassa nella vita reale secondo meccanismi che non solo moltiplicano e accelerano le forme tradizionali dell’aggregazione tra fan, ma anche amplificano un dato incontestabile della nostra contemporaneità, e cioè che i processi rappresentativi della cultura popolare fanno ormai stabilmente parte della formazione dell’identità delle persone.

Si tratta di un fenomeno di rimotivazione dei modelli e di rimescolamento del rapporto tra autentico e inautentico che gli intellettuali che si propongono di essere interpreti militanti della società in cui viviamo non dovrebbero sottovalutare, a meno che non vogliano correre il rischio di trasformare il loro afflato organico – o disorganico – in autoreferenzialità inorganica. Viceversa, uno dei meriti di Diversamente etero è l’impostazione culturale attraverso cui le autrici hanno mostrato senza remore ideologiche come, ci piaccia o no, sia stato a partire dal Grande fratello che nel 2010 moltissime donne hanno avviato un’esperienza per loro decisiva. E se alcune, coperte dalla neutralità del termine Sogno, non hanno oltrepassato la percezione di una inedita (per loro) solidarietà femminile, altre, più consapevoli, hanno persino messo in discussione la loro sessualità e abbracciato nuovi stili di vita; in ogni caso, il Sogno è stato occasione di una svolta esistenziale di cui, in sede di analisi, non va misconosciuta la dignità.

Come nota Valeria Santini, un’esponente di Arcilesbica in controtendenza rispetto al preminente e un po’ miope atteggiamento di indifferenza o persino fastidio mostrato dalle associazioni LGBT sulla vicenda, proprio il fatto che Sarah e Veronica non solo non incarnassero lo stereotipo della lesbica «classica», ma anche non si presentassero come una coppia dichiarata ha agevolato l’identificazione, perché ha offerto un modello più rassicurante per il percorso di presa di coscienza di molte donne. Se questo è innanzitutto spia dell’enorme percorso ancora da fare in Italia per liberare l’inconscio ‘collettivo’ femminile dalla paura delle forme più destabilizzanti del desiderio, d’altro canto il percorso psicologico messo in campo da Veronica con i suoi dubbi e le sue paure di fronte al «qualcosa che è ma non può essere» ha costituito senz’altro il fulcro del Sogno. Così, da una parte c’è Alessandra, sposata, 45 anni, che non va oltre l’affermazione che quello di Sarah e Veronica è un «sentimento puro che incarna l’amore nella sua espressione più alta»; dall’altra, ci sono le donne che magari hanno iniziato a cambiare la loro vita sentendo Veronica dire «Solo su una cosa non so’ confusa: Sarah Nile». Tra queste ultime, le due intervistate nell’ultima parte che, non più ‘diversamente etero’ ma lesbiche consapevoli, sebbene con il volto coperto da una maschera «pesante da portare», hanno lasciato i rispettivi mariti e sono andate a vivere insieme, perché «amare non è un errore». E sull’inquadratura di alcune maschere si chiude, con un’unica concessione didascalica, il documentario.

 Che cosa rimane a due anni e mezzo di distanza della vicenda? Consumati i loro quindici minuti di celebrità, Sarah e Veronica sembrano essere sparite nel nulla e guarda caso, essendo sprovviste di qualsiasi talento se non quello di aver dato vita al Sogno, hanno iniziato a volatilizzarsi da quando hanno irrigidito la negazione del loro legame. Più sostanzioso, si spera, il lascito nel loro pubblico: al di là della rabbia delle fan deluse del comportamento delle due, si può pensare che, nelle parole di un’altra giovane intervistata sul pullman per la Svizzera, si sia diffuso ulteriormente «il messaggio che loro [S. e V.] hanno mandato e che poi molte persone hanno fatto loro e che è poi diciamo quello… la libertà». Intanto, appare una nota positiva della programmazione televisiva attuale il fatto che la fiction Rai Tutti pazzi d’amore 3 contenga un’articolata storia lesbica e che persino al Grande fratello 12 ci sia una concorrente dichiarata, anche se, per il suo assolvere un ruolo predefinito e per di più da sola, si ha l’impressione che non possa raggiungere lo stesso seguito delle protagoniste di due edizioni fa. Molto probabilmente nessun gruppo di fan affitterà un aereo per farle leggere uno striscione del tipo «Ha vinto il Sogno! Sarah e Veronica per sempre!».

[Immagine: Tanya Chalkin, The Kiss (gm)]

14 thoughts on “Diversamente reale. Un Sogno lesbico al “Grande fratello”.

  1. “Intanto, appare una nota positiva della programmazione televisiva attuale il fatto che la fiction Rai Tutti pazzi d’amore 3 contenga un’articolata storia lesbica e che persino al Grande fratello 12 ci sia una concorrente dichiarata, anche se, per il suo assolvere un ruolo predefinito e per di più da sola, si ha l’impressione che non possa raggiungere lo stesso seguito delle protagoniste di due edizioni fa.”

    Ma come fa Elena Porciani a trascurare che la Tv alimenta il desiderio sotterraneo di massa (in questo caso “lesbico”), ma non lo sorregge, non lo educa, non permette una sua maturazione – non dico libera, ma meno strumentalizzata – e non solo fa sparire nel nulla, dopo l’”attimo di celebrità” le due occasionali figure (Sarah e Veronica) che hanno incarnato “Il sogno”, ma fa restare i fans o le fans solo fans?
    La potenza del mezzo è tutta funzionale a succhiare linfa dalla vita reale per autoriprodursi e sputar via come scorie quelli-e che entrano nella sua macchina manipolante.
    Porciani si accontenta della “nota positiva”. Io ,e spero altri, no. Affacciarsi allo “specchio TV” è veder scomparire i propri desideri in un buco nero.

  2. Non mi pare che Elena Porciani “si accontenti”, né che trascuri il tentativo, da parte uno spettacolo di largo consumo, di accarezzare o biecamente catturare una fascia di pubblico in più. Anzi, mi pare che dica esplicitamente il contrario. Direi invece che Elena fa un discorso sul rapporto fra la TV (che in sostanza, almeno in Italia, è una merda – nell’articolo questo si dice, almeno se non leggo male) e quello che TV non è, in questo caso una forma di desiderio. E su come le persone provino, o possano provare, ad autoeducare questo desiderio ricorrendo anche a quel pochissimo di utile che passa per la TV, Continuare a dire soltanto (attenzione: soltanto! cioè non è che tutto questo non sia vero per niente) che la gente viene circuita, ingannata e parassitata dalla TV, cioè che tutte le forme di fruizione attiva del mezzo siano già programmate dal mezzo stesso, e quindi servano soltanto a potenziare l’inganno, è secondo me un grosso errore.

  3. Concordo pienamente sul fatto che la masscult possa essere “riusata” in maniera creativa dalle strategie del desiderio, dalla deriva situazionista e da ogni specie di riposizionamento critico: che non è solo prerogativa degli intellettuali, ma può essere agito da chiunque abbia un minimo di consapevolezza della propria posizione e condizione rispetto a ciò che succede dietro lo schermo. Di più: si potrebbe osservare che storicamente il folklore ha rielaborato, rovesciando o distorcendo, assorbendo o corrodendo, la cultura “ufficiale”, riprendendo il carnevalesco di Bachtin. E’ anche vero che l’attuale masscult non tenta di adeguare esplicitamente a un sistema di valori, ma gioca piuttosto sul creare consenso, alla Goebbels, mediante livellamento verso il basso, verso il substrato pulsionale e istintivo. “Il collettivo sognante non conosce storia”, diceva il citatissimo Walter Benjamin. Però questa stessa corsa al ribasso, toccando tali substrati, libera energie che possono essere anche poco controllabili, energie che possono riportare alla luce l’urgenza dei propri bisogni, svegliando i sognatori o trasponendo il sogno su un altro piano (ciò che si dice utopia). E quindi dove entro questo collettivo l’emergere di tale urgenza porti a una presa d’atto dei rapporti fra il materiale (le cose) e l’immaginario (le parole), scaturisce una forma di consapevolezza, per quanto limitata ed egocentrica, e mancante di una coscienza storica. E questa consapevolezza può benissimo partire dal desiderio, se è desiderio del corpo e non l’oniromanzia feticista delle merci. In parallelo a questo caso, credo si possa citare il fiorire di scritture in tempi recenti che rimasticano gli elementi della cultura di massa per costruire una forma di memoria, anche storica, liberata dall’etichetta consumistica ed illusoria della “nostalgia”, e quindi jamesonianamente capace di proporre nuove “cartografie cognitive”

  4. @ Federico Francucci

    Ho forse sostenuto “che tutte le forme di fruizione attiva del mezzo siano già programmate dal mezzo stesso, e quindi servano soltanto a potenziare l’inganno”?
    Un “grosso errore” potrebbe essere anche la riproposizione di un utopismo che si ammanti di Bachtin in un’epoca che non ha più nulla a che fare con le potenzialità contestatrici del “carnevalesco” e si finsica per esaltare una “fruizione attiva” inesistente.
    Non voglio fare il gufo, ma l’articolo della Porciani rivela a sufficienza quanto tale fruizione sia passiva ed effimera.
    Poi a lei il bicchiere potrà sembrare mezzo pieno e ad altri mezzo vuoto.
    Per me, grillo parlante, resta il fatto che ci sono troppi pinocchietti in giro pronti a salire sul carro che li porterà nel Paese dei Balocchi senza dare neppure un’occhiata al volto perfido del cocchiere.
    E per giunta citando Benjamin…

  5. Che sesso ha quel grillo parlante? come e quante volte? ha potuto avere liberamente figli quel grillo parlante: e i suoi figli a scuola han potuto vivere al riparo di discriminazioni sessuali? quando il grillo si ammala magari arriva la fatina e gli si fa spazio, mentre magari la pinocchietta e il pinocchietto restano soli- intendo dire senza la possibilità che il proprio partner prenda decisioni, perché il Paese dei Balocchi è in mano al VAticano? Gentile Ennio Abate, qui prima ancora di parlare di Benjamin e Bachtin in salsa di revolucion si tratta di considerare che esistono migliaia di persone costrette a vivere in un regime di invisibilità: culturale, politica, discorsiva. Si tratta di provare a creare immaginario e discorso condiviso, magari anche attraverso la televisione, se serve a evitare qualche anno in meno di dolore a una ragazzina o a un ragazzino che non sanno che pesci prendere per fare coming out. Tutto fa brodo dunque? No, tutto fa umanità: quella vera, quella di cui vale la pena di parlare a titolo di persone – etero, gay, trans, lesbo, non importa, perché sono in gioco i diritti di tutti. Un caro augurio di Buon Natale.

  6. Gentile Daniela,

    per i particolari della mia carriera sessuale (non certo alla Aristide Gambia di Starnone) e su quanti figli ho avuto (ho) e quante fatine mi hanno accudito ( o ho accudito) posso entrare nei dettagli, ma in privato, non qui. Mi scriva, tanto LPLC ha il mio recapito.
    Qui in pubblico le mie critiche mirano proprio a non “far brodo”, ma a ragionare.
    Se lei poi mi vuole cucinare in salsa piccante o “di revolucion”, guizzo via dalla sua padella ( sempre come Pinocchio).

    Lei è sicura che anche attraverso la televisione si riesca ad “evitare qualche anno in meno di dolore a una ragazzina o a un ragazzino che non sanno che pesci prendere per fare coming out”?
    Lo dimostri. Ovviamente non a me, che sono un vecchiaccio, ma ai visitatori giovani di LPLC.
    E mentre spiega, le dò un consiglio: meno “umanità” e più consapevolezza (politica!) dei guidatori del carro.
    Ricambio gli auguri di buone feste.

  7. Scusate se mi inserisco nelle vostre dotte argomentazioni con un messaggio più terra terra. Io sono solo una delle tante donne sedotte dalla bellissima storia tra Sarah e Veronica e vorrei solo chiarire un paio di punti incompleti nel finale di questo articolo (per altro il più bello che abbia letto sul documentario). E’ vero che Sarah è un po’ scomparsa, ma dopo aver realizzato una serie di spot per mediaset (di cui uno di sapore innegabilmente lesbico, che difatti hanno fatto sparire velocemente, mentre non ho notizie della sua carriera come pittrice), ma Veronica è a tutti gli effetti un’inviata di Pomeriggio 5 e appare piuttosto spesso nella trasmissione.
    Vorrei invece aggiornarvi sulla nuova storia al GF, quella della concorrente Gaia Bruschini, dichiaratasi lesbica, o tutt’al più bisex (ma questa è ormai l’ultima difesa di tutti gli omosessuali, costretti spesso a dirlo dalle circostanze). Non è affatto vero che è rimasta sola, dato che si è legata quasi da subito con un’altra concorrente, Adriana Peluso, prendendosi ancora una volta, come sarah e Veronica due edizioni fa, gli strali del GF che ha fatto di tutto per gettarle prima tra le braccia dei soliti palestrati da due soldi, e non riuscendovi, ha continuato a metterle in nomination finché non è riuscito ad eliminare Adriana. La scena di disperazione di Gaia fa il paio con quella famosissima (e riportata anche nel documentario) dell’incontro tra Sarah e Veronica, dopo l’eliminazione della prima, col vetro a separarle. Se queste sono scene recitate, sicuramente saremmo di fronte a delle grandi attrici destinate ad una luminosa carriera che non avrebbero certo bisogno del GF per emergere. Ma sappiamo benissimo che non è così, e quindi queste cose ci fanno sperare che anche noi lesbiche, che siamo donne come le altre, potremo avere un giorno in tv una bella storia d’amore in cui poterci identificare.

  8. “Si tratta di un fenomeno di rimotivazione dei modelli e di rimescolamento del rapporto tra autentico e inautentico che gli intellettuali che si propongono di essere interpreti militanti della società in cui viviamo non dovrebbero sottovalutare, a meno che non vogliano correre il rischio di trasformare il loro afflato organico – o disorganico – in autoreferenzialità inorganica. ”

    Ho trovato l’articolo molto preciso e interessante. Mi ha colpito perché nella mia ignoranza non avevo mai avuto echi di questa storia svoltasi durante il grande fratello e questo probabilmente perché vivo in un mondo privilegiato di persone che per cultura e ambiente hanno potuto riconoscere e costruire la loro identità sessuale senza passare dai reality. Per quanto possa snobisticamente infastidire il fatto che in Italia così tanti discorsi siano veicolati da talk show, reality e serie televisive da due soldi, trovo utile un’analisi (come questa) che cerchi di capire quanto di ciò che questi programmi trattano passi, in un modo che non è automatico, nell’orizzonte comune delle persone.
    In questo senso non penso che l’autrice si limitasse ad esaltare con gioia l’ingresso della questione lesbica nelle nuove serie televisive, l’attenzione dell’articolo credo sia rivolta piuttosto al modo in cui questi temi, tramite la legittimazione ambigua della televisione di massa, possano semplicemente smettere di essere tabù per larga parte della popolazione.

    Poi è vero, senza scomodare Bachtin, Benjamin, ma anche Pasolini e i jeans jesus o l’astuzia del consumatore (prima o poi sarebbero stati citati, credo) il rischio della “locura” è onnipresente: l’uso della trasgressione per veicolare il peggior conservatorismo.
    http://www.youtube.com/watch?v=ZIkgAkJftAE

    I due livelli di analisi vanno di pari passo, cercando di scavare e comprendere una zona ambigua in cui non si possono fare distinzioni tagliate col coltello. Dovremmo comunque smetterla di pensare che il pubblico sia sempre, irrimediabilmente, composto di spettatori lobotomizzati: quando l’autrice nota il disincanto delle fans rispetto alle ritrattazioni della coppia sottolinea una reazione che non ha nulla di passivo, a ulteriore riprova del fatto che le mitologie create dai mass media sono più forti dei mass media che li creano, specialmente se toccano qualcosa di forte, autentico o essenziale, e diventano immaginario condiviso.

    Questo commento probabilmente è un’inutile glossa a ciò che già scrive l’autrice e che altri commentatori hanno a loro volta spiegato meglio: ci tenevo solo ad esprimere il mio apprezzamento.

  9. a Ennio Abate:
    a mio avviso, il suo errore sta nella convinzione di avere tra le mani un bicchiere, e quindi di poterlo dire mezzo vuoto o mezzo pieno. Questo bicchiere – è chiaro – non esiste. Se arriviamo a condividere questo assunto, il resto si può discutere. Altrimenti, perderemmo tempo.

  10. @ennio abate:
    le risponderò con qualche domanda: chi le ha detto che il carnevalesco non esiste più e che non esista una fruizione attiva? ha mai parlato con i giovani immigrati delle banlieu europee, hai mai conosciuto le strategie del riuso del terzo, del secondo mondo, che oggi giungono fin qui? Ha mai letto quello che scrivono poeti italiani quasi altrettanto giovani? E’ sicuro che ci sia qualcuno (un grillo saggio?) che deve educare ex cathedra il desiderio del popolo bue? E’ sicuro di essere lei quel grillo saggio e non piuttosto davvero un gufo? o – peggio ancora – un vecchio pinocchio a suo tempo ingannato e quindi esarcebato? E’ sicuro di essere, con la sua generazione, l’interprete privilegiato di Benjamin, della storia ecc? E, a proposito, sicuro di avere letto, a suo tempo, quello che scriveva Roversi presentando nell‘aprile 1965 su «Paragone Letteratura» le sue “Descrizioni in atto”? E’ proprio sicuro (e per farle dispetto le cito ancora Benjamin) che nessuno di questi giovani indotti e rincoglioniti abbia il diritto e la capacità di cercarsi la “via attraverso le macerie”, anche attraverso lo schermo, e debba invece accontentarsi dell’amore per le rovine? Per “ragionare” sul serio occorre anche cominciare a mettere in discussione i propri dogmi, le proprie abitudini, i propri tic culturali. Poi credo che non ci sia nessuno che si possa fare illusione su quale sia il compito che alle televisioni (ma direi anche a tutto l’apparato mediale, che abbraccia cinema, editoria, discografici e – perché no? – anche il discorso culturale “alto”) assegna chi controlla tali mezzi di produzione (e ri-produzione)… però, altra cosa resta il versante del fruitore: forse non nella maggioranza dei casi, forse non sempre. Ma come nota giustamente un commento sopra, non si può tagliare con l’accetta, non si deve, aggiungo, buttare con l’acqua sporca del consumo massmediale anche il bambino che c’è dentro. Bisogna anzi lasciargli spazio per crescere, a questo bambino…

  11. Caro Ennio Abate,

    nel mondo della vita le persone, anche quelle intellettualmente avvertite e culturalmente ben provviste, hanno bisogno di narrazioni per modellare la propria identità, è un bisogno primario della psiche quello di nutrirsi di immagini e racconti nei quali sia possibile identificarsi in quanto soggetti sociali. Gli omosessuali, e le lesbiche in particolare, si muovono in Italia all’interno di uno spazio sociale del tutto privo di narrazioni che le facciano sentire parte del mondo in cui vivono. Le poche che hanno circolato fino a questo momento sono quasi peggio dell’invisibilità totale. Essere invisibili nella cultura pop di massa non significa semplicemente non avere modo di elaborare, come tutti gli etero possono fare, pulsioni e desideri, significa anche sentirsi radicalmente estranei al corpo sociale. Le faccio un esempio: fin da quando si è bambine, si è bombardate da modelli di femminile e modelli di relazioni erotiche all’interno dei quali non c’è alcuno spazio per desideri che non siano rigorosamente normativizzati sul modello eterosessuale. Spesso le lesbiche si identificano, ad esempio, con soggetti maschili, perché in tale identificazione – che può andare da Terence di Candy Candy ad Archer dell’Età dell’innocenza – si ha modo di sperimentare e creare fantasie vitali per l’equilibrio psichico di ciascuno di noi. L’inconscio non è schizzinoso, non si preoccupa di sceverare modelli alti e modelli bassi, accoglie tutto indistintamente e lavora su ogni tipo di materiale, dal Grande fratello a Sarah Waters a Virginia Woolf. Il problema sollevato da questo articolo e dal documentario – che sono sicura lei non avrà visto – è questo: come dobbiamo porci di fronte alle masse di donne che hanno trovato materiale vitale per la loro psiche nella storia di Sarah e Veronica? Sono tutte sceme? Sono eterodirette? Sono ignoranti? Non hanno coscienza storica? Sono solo carne da macello della macchina televisiva? E la macchina televisiva è solo brutta e cattiva o non dobbiamo forse ammettere che talvolta, suo malgrado e contro i suoi intenti, anche quella scatoletta riesce a innescare reazioni a catena incontrollate che hanno conseguenze reali sulle vite reali di persone reali? E di queste reazioni, dobbiamo occuparcene o dobbiamo solo storcere il naso e rubricarle come pattume? Io dico che, nel paese in cui i diritti civili delle persone LGBT non esistono, di queste reazioni dobbiamo occuparcene, eccome se dobbiamo.

  12. Che le identità, come osserva Savettieri, per definirsi, riconoscersi, acquisire sicurezza pubblica, abbiano bisogno di trovare cibo nelle narrazioni sociali, a me pare una questione essenziale e cruciale. ringrazio dunque pure Abate per averci dato l’occasione di metterla a fuoco.

  13. Mi perdonerà Ennio se dismetto per lo spazio di qualche riga il mio armamentario logico e i miei riferimenti culturali e, dal basso, dalla più profonda pancia lesbica gli chiedo: ma perché la Tv educa il desiderio di chi, mentre NON educa quello delle lesbiche? Che la tv educhi, o che debba farlo, sembra il paragrafo introduttivo di qualche superato compendio su “La tv e gli spazi educativi”. La tv intrattiene, informa (…), ma è dai tempi di “Non è mai troppo tardi” che ha rinunciato alla propria, peraltro utopica, funzione educativa. E come potrebbe d’altronde lo strumento non interattivo e unilaterale per eccellenza educare alcuno ad alcunché? La tv si accende, o si spegne. Questo è l’unico gesto che ci è consentito. E al GF la storia delle due ragazzette volgarotte costrette dagli autori ad un gioco che poi è sfuggito loro di mano, ha creato, nel vuoto pneumatico, questo è vero, una narrazione potentissima. Ha mosso il planetario tamtam lesbo: si sono collegate dall’Australia, dalle Filippine, dal Messico, dal Canada, e persino dal Mali per rubare un bacio, una tenerezza, una confessione proibita alle due eroine loro malgrado.
    Il pezzo della Porciani racconta la nascita di quella narrazione in uno dei mondi fino ad ora più riottosi a raccontare l’amore tra donne (serie sospese, telefonate dalla CEI per riprendere il direttore di rete colpevole di aver mandato un bacio lesbo in prima serata, e altre amenità).
    Attraverso il meno innocente tra tutti i media due donne innamorate (e non ha davvero nessuna importanza se “per finta” o “per davvero”) sono diventate la coperta sotto cui migliaia di lesbiche si sono incontrate per fare il punto sull’immaginario comune.
    Quindi, non c’è nessun bicchiere, non c’è nessun però.

    Ci sono, meglio, c’erano, due giovani avvenenti donne e il loro indicibile, ineducato desiderio.
    Gli adolescenti etero non sono certo educati da Dawson Creek o altri teen serial, così come il cittadino non è educato dal talk show politico, e il consumatore non è educato dall’advertising.
    Siamo semmai sedotti, blanditi, ipnotizzati, divertiti, intrattenuti, informati, anche minacciati di tanto in tanto. Ma educati, no.

    Tutto il resto è trombonismo radical hip.

  14. Premesso ciò che non sarebbe neppure necessario ribadire e cioè che l’articolo di Elena Porciani è importante e interessante (perciò mi sono sentito di commentarlo), rispondo:

    @ vincenzo bagnoli

    Avrei preferito delle risposte *sue* alle domande che mi rivolge con un tono davvero saccente e irritante. Se lei ha parlato con «i giovani immigrati delle banlieu europee», conosce «le strategie del riuso del terzo, del secondo mondo», legge (è forse l’unico?) poeti italiani giovani e, con tanto accumulo di scienza, è in grado di dimostrare che il «carnevalesco» non solo esiste e funziona tuttora nei confronti dei mega-massmedia e della società dello spettacolo oppure che la «fruizione attiva» della TV è un ottimo grimaldello per liberare i desideri dalla repressione (vera) o dall’invisibilità (vera), perché non ne parla?
    Non me la sventoli, per favore, sotto il naso la sua scienza, ma senza mostrarmela in azione. Altrimenti è lei, sì, che parla ex catedra (quale non so) e fa l’Orbilius di fronte al popolo bue. Trascuro le illazioni su di me, le mie letture, i miei dogmi o tic culturali.
    Andando all’arrosto dopo tanto fumo, lei condivide la posizione di chi, barcamenandosi tra alto e basso e scartando ogni “vano estremismo”, dice (da secoli) che non bisogna «tagliare con l’accetta» del SI/NO e che non si deve « buttare con l’acqua sporca del consumo massmediale anche il bambino che c’è dentro».
    Ma lei, Bagnoli, è sicuro che il bambino ci sia ancora in quell’acqua sporca? O rischia di fare il bagno solo lì, in quell’acqua sporca?
    Io sono pronto a ragionare su dei dati. Li ho chiesti a Porciani e a Brogi e li chiedo anche a lei e ad altri/e commentatori/trici. Non serve far cozzare le nostre reciproche credenze (o dogmi).
    Lei sostiene che «la masscult possa essere “riusata” in maniera creativa dalle strategie del desiderio, dalla deriva situazionista e da ogni specie di riposizionamento critico». Bene, lo dimostri. E io diverrò suo discepolo. ( Se l’avesse già dimostrato, mi dia la bibliografia che la consulto).

    @ Cristina Savettieri

    Se rileggesse attentamente i miei commenti, s’accorgerebbe che non ho dato dello scemo (o delle sceme) a nessuno/a. Ho invitato semplicemente alla cautela nei confronti dei costruttori e gestori della scatoletta in questione, che a mio parere vampirizza i desideri dei “consumatori”.
    Anche a lei, perciò, chiederei d’interrogarsi: nel contesto televisivo (mai neutro) è davvero «materiale vitale per la loro psiche» quello che le masse di donne hanno trovato nella storia di Sarah e Veronica?
    (O, come dice ‘claireimp’, che grazie a una «legittimazione ambigua della televisione di massa» certi temi «possano semplicemente smettere di essere tabù per larga parte della popolazione»?).
    La macchina televisiva, poi, non è né brutta né cattiva. Non è, infatti una persona. Il che, a mio parere, rende ben più complicato “infiltrarla” con virus utopici o desideranti improvvisati.

    @ Valentina

    «La tv intrattiene, informa (…), ma è dai tempi di “Non è mai troppo tardi” che ha rinunciato alla propria, peraltro utopica, funzione educativa».

    Appunto. Anch’io non vedo oggi questa possibilità. E infatti, ho scrittto: « la Tv alimenta il desiderio sotterraneo di massa (in questo caso “lesbico”), ma non lo sorregge, non lo educa, non permette una sua maturazione – non dico libera, ma meno strumentalizzata».
    Che cosa intendiamo poi per ‘educare’ sarebbe un capitolo da trattare a parte e solo dopo aver sgombrato il terreno della discussione da luoghi comuni e dagli effetti fallimentari sia dei programmi della scuola pubblica che dei Partiti che s’erano proposti tale fine.

    @ Federico Francucci

    «il suo errore sta nella convinzione di avere tra le mani un bicchiere, e quindi di poterlo dire mezzo vuoto o mezzo pieno».

    Intendevo dire che la questione della «fruizione attiva» della TV da parte degli spettatori o consumatori è controversa. E che ci sarà sempre chi la riterrà possibile e chi no.

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