cropped-h_00183101-U43060584597655gHD-U43250455441740FNB-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443-1.jpgdi Claudio Pavone

[Due giorni fa è morto Claudio Pavone. Nato il 30 novembre del 1920, è stato uno dei più grandi storici italiani del suo tempo, autore tra l’altro del saggio sulla Resistenza più importante degli ultimi anni, Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991). Lo ricordiamo con alcune pagine tratte dal suo libro più privato, La mia resistenza. Memorie di una giovinezza, pubblicato l’anno scorso da Donzelli. Il brano che abbiamo scelto racconta i giorni immediatamente successivi all’otto settembre 1943. Una cerimonia di saluto avrà luogo oggi a Roma, in  Campidoglio, nella Sala della Protomoteca, alle 17].

Sulla confusione regnante a Roma in quei giorni è stato scritto molto ed io non debbo qui ricostruire gli eventi in modo storicamente corretto. Racconto soltanto, per quello che ancora ricordo, come li ho vissuti io. Si disse che il maresciallo Caviglia stesse trattando con i tedeschi per raggiungere un accordo. Si disse che il generale Calvi di Bergolo, genero del re, trattasse a sua volta in vista del riconoscimento a Roma della condizione di città aperta, dichiarazione già fatta dal governo Badoglio. Le voci si accavallavano e si smentivano a vicenda.

Un fuggevole momento di distensione parve scaturire dalla divisione Piave, che si accampò in perfetto ordine a Villa Borghese ed in altre ville pubbliche, anche nei giardinetti della città. Ricordo quello davanti al liceo Giulio Cesare in corso Trieste. Vedere una divisione italiana bene inquadrata, con le divise in ordine, dava un senso di sollievo e fece pensare che si fosse raggiunto un serio accordo sulla città aperta e su chi la dovesse presidiare. Andare a Villa Borghese a vedere quelli della Piave divenne per un paio di giorni una passeggiata consolatoria. Durò poco perché la Piave fu ben presto disarmata dai tedeschi e i suoi uomini che non riuscirono a fuggire furono catturati.

Poco alla volta l’occupazione tedesca si mostrò qualcosa destinata a durare. I tedeschi cominciarono a organizzare i loro uffici e in corso Rinascimento apersero quello di reclutamento per il servizio del lavoro. Sulla strada si aprivano due sportelli: arruolamenti ed esenzioni. Passando di là notai con soddisfazione che al primo c’erano due o tre persone, al secondo una lunga fila. Arrivò una camionetta tedesca, si fermò e i soldati che la occupavano si misero a fotografare soddisfatti la lunga fila dello sportello esenzioni. Da quella uscì una voce: «quei fregnoni là se credono che annamo tutti ad arruolarci».

Nel frattempo cominciarono a ricomparire i fascisti. A piazza della Marina, prima del 25 luglio piazza XXVIII ottobre e poi piazza XXV luglio, vidi passare un’automobile scoperta carica di fascisti in camicia nera che gridarono: «togliete quella abominevole targa, questa è piazza XXVIII ottobre!». Questo episodio mi colpì profondamente: dunque il tempo scorreva a ritroso? Il 25 luglio, quale che fosse il giudizio politico che se ne desse, si era già iscritto nella memoria come evento irreversibile, e adesso sembrava che non fosse mai avvenuto. Calava su ogni cosa una opacità che era vinta solo dalla rabbia e dal desiderio di cancellare quella reincarnazione contro natura. Assurdo mi appariva il comportamento di chi aderiva al ricomparso fascismo. In una rapida visita che feci al mio ufficio del controllo mulini, che ovviamente avevo abbandonato dal momento in cui ero diventato un renitente alla leva, mi si fece incontro un impiegato di mezza età che mi apostrofò: «non capisco come tu che sei giovane non ti senti ribollire il sangue per l’Italia e non corri ad arruolarti al fascio!». Gli risposi che all’Italia io tenevo almeno quanto lui.

In quel momento fu per me particolarmente importante l’amicizia con Giuseppe Lopresti che negli anni precedenti aveva fatto parte del gruppo di amici (tra cui Piero D’Angiolini e Delfino Insolera di cui riparlerò) con cui condividevamo i primi sentimenti antifascisti e le scoperte culturali. Lui era quello con cui avevo il più intenso scambio morale e intellettuale e che più aveva influito su di me, introducendomi al cinema e all’arte contemporanea, dalla letteratura alla pittura e alla musica, da me prediletta, facendomi innamorare di Strawinski. Io non ricordo per quali strade lui avesse nel frattempo preso contatto con il Partito socialista italiano di unità proletaria. Ne parlammo insieme, dicemmo che ormai non si poteva stare con le mani in mano, deprecando il fatto che durante le giornate precedenti avessimo girovagato per la città senza concludere nulla. Una chiara decisione non si poteva più procrastinare.

Perché scegliemmo il partito socialista? I democristiani ho già detto la penosa impressione che mi avevano fatto e non avevo nessun desiderio di tornare a bussare alla loro porta. L’altro filone antifascista organizzato che avevo seguito era il Partito d’azione, che aveva cominciato ad introdurmi nel mondo dell’antifascismo militante. Scelsi il Partito socialista, di cui non conoscevo nessun membro, non soltanto per seguire Lopresti, che consideravo più maturo di me, ma perché ero ormai convinto della necessità di un mutamento profondo della società, tale che non potesse più risorgere un fascismo. Anche il Partito d’azione diceva nel suo programma di voler fondare un socialismo dei tempi nuovi, ma di quel partito io avevo conosciuto a Roma solo l’ala moderata apparsami molto elitaria, gente troppo simile a me. Paradossalmente fu proprio questa affinità che mi fece escludere il Partito d’azione: in quella situazione straordinaria volevo cambiare me stesso uscendo dal ruolo di figlio di buona famiglia borghese.

In questa prospettiva la parola socialismo esercitava su di me una superiore attrazione. Nella mia vita sono poi sempre più diventato un azionista postumo, ma in quel momento il socialismo come tale era più ricco di suggestioni. Ricordo che subito dopo la guerra Guido Calogero mi raccontò che, avendo esposto a Giuseppe Romita la sua convinzione che il Partito d’azione fosse il partito socialista dei nuovi tempi, Romita aveva riposto: «lasciami stampare un solo numero dell’ “Avanti!” e vedrai qual è il vero partito socialista!».

C’è tuttavia un’altra domanda che è doveroso pormi: perché Lopresti ed io non scegliemmo il Partito comunista, che aveva tutto il prestigio del nuovo portato dalla rivoluzione d’ottobre, duplicato dalla guerra che l’Unione Sovietica stava vittoriosamente conducendo? È difficile dare una risposta che rispecchi i tempi di allora e non sia invece ispirata dalle molte riflessioni fatte dopo sul socialismo e sul comunismo. Del comunismo io conoscevo allora solo il Manifesto del 1848, pubblicato da Croce in appendice al libro di Antonio Labriola La concezione materialistica della storia.

Giuseppe ed io non eravamo ancora arrivati ad un approdo preciso delle nostre convinzioni e dei nostri turbamenti che sentivamo spesso contraddittori. II Partito comunista ci appariva invece richiedere, prima ancora che come militanti proprio come persone, un’adesione totale, anche sul piano intellettuale e morale, mentre noi volevamo rimanere più disponibili innanzi tutto verso noi stessi. Entrambi eravamo a nostro modo cattolici, ma troppo intellettuali e presuntuosi per accontentarci della pragmatica tolleranza che i comunisti offrivano a chi avesse une fede religiosa. Il Partito socialista non richiedeva massicce adesioni dottrinali ma offriva un quadro ideologicamente e politicamente più duttile, che lasciava nel foro interno aperte tutte le strade.

Eravamo entrambi cattolici «a modo nostro», con dubbi e turbamenti della stessa natura, ma provenienti da percorsi diversi. Io provenivo da posizioni cattoliche ortodosse ormai scosse dal dubbio, lui da posizioni che credo avrebbero potuto definirsi agnostiche ed era venuto scoprendo solo di recente il problema della religione. In me gli elementi di socialismo che andavo assorbendo contribuivano a mettere in forse il cattolicesimo; in lui gli ideali evangelici di fraternità universale corroboravano la scoperta del socialismo. Lui era più cristiano che cattolico, io più cattolico che cristiano; ma entrambi ci affaticavamo intorno all’aggrovigliato nodo del rapporto fra religione, socialismo e libertà. Di fronte all’insegnamento e alle dottrine della Chiesa cattolica lui era più spregiudicato; io ero più conformista e cercavo soluzioni di compromesso con uno sforzo cui alla fine soccombetti abbandonando il cattolicesimo. Io cercavo in qualche modo di giustificare la difesa della proprietà privata fatta dalla dottrina sociale cattolica e ribadita più volte dal papa; lui invece, che si era appropriato di alcuni concetti marxisti, mi dimostrava, con gli occhi che brillavano di entusiasmo, la necessità di abolire la proprietà privata se si voleva essere davvero liberi. Il suo tipo di cristianesimo non lo inibiva minimamente su questo terreno, mentre io, più scolastico, cercavo ancora di arrabattarmi a tirar fuori un senso antifascista della “dottrina sociale cattolica”.

In questa situazione fu per noi una fortuna che il Partito socialista ci assegnasse il compito di aiutanti di Eugenio Colorni. Il partito, in vista della sperata insurrezione prima dell’arrivo degli Alleati, aveva diviso Roma in zone militari e Colorni era stato messo a capo di quella che comprendeva i quartieri Appio, Esquilino, Prenestino. Noi dovevamo eseguire i compiti che Colorni ci affidava. Ma la sua posizione nel partito non era limitata a quell’incarico operativo: egli aveva un’autorità intellettuale e morale da vero dirigente ed esercitò subito su di noi, giovani antifascisti di fresca data, una grande influenza. Di appena dieci anni più anziano, aveva il prestigio del vecchio militante antifascista che aveva conosciuto il carcere e il confino, ma era anche un grande intellettuale di formazione mitteleuropea, portatore di una cultura poco familiare a noi stretti fra idealismo, cattolicesimo e barlumi di marxismo; ci parlava dei suoi studi su Leibniz, e, di qualsiasi cosa ci parlasse, lo faceva in un modo piano, rispettoso della nostra ignoranza, che rendeva possibile fra noi un profondo scambio. In seguito ho rimpianto che la frequentazione con lui sia stata troppo breve per poter lasciare in me più profonde impronte. Quando ho letto di recente la sua raccolta di scritti La malattia della metasifica, ho pensato che da quella malattia egli probabilmente mi avrebbe aiutato a guarire. Può sembrare strano che mentre si preparava un’insurrezione armata si discutesse dei massimi problemi: eppure era esaltante proprio il fatto che la situazione rendesse possibile quel connubio.

Nel necrologio di Lopresti, ucciso alle Fosse Ardeatine, che sarebbe stato pubblicato dall’«Avanti!» dopo la liberazione di Roma, Colorni (che pochi giorni prima era stato ucciso dai fascisti) scrisse che la sua conoscenza lo aveva liberato dai dubbi che talvolta gli erano affiorati sui giovani cresciuti sotto il fascismo. Si può dire che il nostro incontro con Colorni sia stato come un piccolo germe di una di quelle che Bloch ha chiamato generazioni lunghe, che, a prescindere dai dati anagrafici, si formano quando si vivono insieme esperienze cruciali.

Il problema generazionale era in effetti molto sentito. Colorni mi mandò una volta a prendere contatti con il capo cellula della Fatme, una fabbrica posta sulla via Appia Nuova alla periferia di Roma. Con le dovute cautele cospirative mi si fece incontro un operaio sui trent’anni, alto, asciutto e severo, di fronte al quale sentii subito una certa soggezione. Appena mi vide disse: «come mai tu che sei così giovane stai con i socialisti invece che con i comunisti?». Non ricordo cosa gli risposi, ma le sue parole mi fecero affiorare dei dubbi, che evidentemente circolavano nel mio animo, sulla «vecchiaia» politica del Partito socialista in quanto tale, quasi un contrappeso alle maggiori aperture culturali rispetto al Partito comunista. Mi attraeva comunque la possibilità di incontrare fra i socialisti operai che erano uomini maturi, esperti della vita, che ricordavano le lotte precedenti al fascismo. Di questo tipo erano gli operai con i quali ebbi contatti: ricordo Alberto Pennacchi del Poligrafico dello Stato, ucciso con Bruno Buozzi alla Storta, e Sestilio Ninci, tranviere, ucciso alle Fosse Ardeatine.

Fra i compiti che mi erano stati affidati c’era quello di distribuire l’«Avanti!» e altro materiale di propaganda. Andavo a ritirare il giornale a un’edicola di via Chiana tenuta da vecchi compagni socialisti. Spesso erano grossi pacchi mal fatti che era imbarazzante trasportare in tram e in autobus. Talvolta venivo accolto con qualche diffidenza: e se questo giovanotto perbene fosse un provocatore? Questo mi parve una volta di leggere negli occhi di un piccolo e vecchietto calzolaio di piazza Alessandria. Di notte lasciavo l’«Avanti!» e i manifestini sulle panchine, li appuntavo sui portoni, li introducevo nelle cassette delle lettere.

Oltre che a Colorni, che abitava presso Luisa Usellini in viale Gorizia, facevo riferimento a un centro del partito che aveva sede in un appartamento di via Calabria. La persona là più autorevole mi apparve Edoardo Perna, che poi, passato ai comunisti, diventerà presidente della provincia di Roma. Il centro era frequentato anche da Gigliola Spinelli con la quale diventammo amici e che poi ritroverò come moglie di Franco Venturi.

Come si vede, la mia attività clandestina era molto modesta. Ma per me segnò una grande svolta. Finalmente non mi limitavo più a fare chiacchiere, e l’impegno di vita accelerava la maturazione delle idee, messe alla prova dei fatti. I fascisti avevano ricostituito il loro potere statale e disobbedire alle regole, di diritto e di fatto, da essi imposte sia in quanto fascisti sia in quanto potere come tale, dava una sensazione di conquistata autonomia che consentiva di capovolgere il segno valutativo di parole come disertore. Ero fiero di essere un disertore e ancora più lo sarò quando la Repubblica sociale comincierà a richiamare intere classi. Adesso mi rendo conto di quanto ci fosse di suggestioni romantiche, risorgimentali, tradizionalmente rivoluzionarie, esaltate dal fascino speciale della vita clandestina. Molti anni dopo nel libro di memorie di Elio Cicchetti[1] ho letto parole in cui mi sono molto riconosciuto: «rapiti dall’emozione nuova di quella attività clandestina». Una volta, quando già ero clandestino, entrai in un ristorante dove ad un tavolo sedeva un giovane ufficiale tedesco, che la divisa inappuntabile, il modo signorile di maneggiare le posate, i capelli biondi perfettamente curati, la barba ben rasata, la pelle liscia e rosea, insomma l’autentico stile militare e aristocratico, rendevano ai miei occhi il simbolo di ciò che mi appariva ripugnante e da eliminare proprio per l’attrazione che poteva esercitare. Lui non lo sapeva, io sì, e me ne compiacevo. Impressione analoga mi avevano fatto tempo prima due soldati tedeschi dell’Africa Korp che facevano spese in un negozio dell’Upim: alti, belli nella loro divisa coloniale, indiscutibilmente ed educatamente sicuri di sé, vera razza destinata in modo inequivocabile ad essere padrona del mondo, mi avevano fatto capire la soggezione, il fascino e insieme la repulsione che possono emanare i dominatori quando non ricorrono palesemente alla ferocia.

Il maresciallo Graziani, divenuto ministro della Difesa, emanò un ordine a tutti gli ufficiali comunque presenti in Roma, ed io ero fra questi, di concentrarsi in una caserma di Firenze. Pene gravissime erano previste per chi non obbediva. Non potevo perciò rimanere nella mia casa di via Flavia: decisi di abbandonarla e trovai due alloggi che cominciai ad alternare. Uno era la casa vuota in via di Villa Massimo della sorella, Betti, di un mio caro compagno di scuola e amico, Attilio Rampoldi, futuro primario ortopedico. Fu un’offerta generosa perché chi dava ricetto a un fuorilegge, quale io ormai ero, era soggetto a pesanti sanzioni: oggi lo chiameremmo un atto di Resistenza civile. L’altro rifugio fu la casa di via Properzio del mio lontano parente Crescenzio Pavone, anche lui sfollato, di cui ho già parlato. Là nascosi in una pentola la mia pistola di ordinanza; seppi poi che, dopo il mio arresto, in una breve visita alla sua casa lui la scoprì e terrorizzato andò a buttarla nel Tevere. Questa fu la fine della mia residua dotazione militare, che del resto non avevo mai adoperato.

La prima volta che andai nella casa di Betti non riuscivo a far girare la chiave del cancello e alla fine scavalcai la cancellata, pensando che potevo sì essere poco gloriosamente arrestato, ma come un ladruncolo. Ero appena entrato nell’appartamento che sentii una chiave che girava nella toppa: entrò un anziano e distinto signore che si qualificò subito come generale, sottrattosi anche lui alla chiamata di Graziani e anche lui generosamente ospitato da Betti.

Una singolarità della vita clandestina, almeno di quella allora da me sperimentata, è che, fatto quello che si deve fare nell’ambito dell’organizzazione cui si appartiene e dovendo stare molto tempo fuori casa per non farsi troppo notare dai vicini (diverso era il caso dei gappisti, chiusi in casa per settimane e settimane), era molto il tempo in cui si rimaneva disoccupati. Giracchiavo per Roma, andavo a far visita a persone insospettabili all’oscuro della mia attività, leggevo sulle panchine qualcosa di non compromettente.

Una sera, camminando per corso Trieste con Giuseppe, che nel 1940, ufficiale sul fronte francese, cercava di parlare con i «nemici» dirimpettai ed era sicuro di non averne mai ammazzato uno, io dissi: «con la scelta che abbiamo fatto ci poniamo nella condizione di uccidere altri uomini». Lui rispose: «sì, ma ci mettiamo anche in quella di essere uccisi noi». Quando poi Giuseppe fu ucciso alle Fosse Ardeatine, il ricordo di quelle parole mi turbò profondamente. Quella sera ci eravamo interrogati a lungo sulla violenza che ci avvolgeva, quella a fin di male e quella a fin di bene, e sulla assuefazione che poteva derivarne. Senza averne chiara coscienza avevamo intuito che la paura di uccidere e quella di essere uccisi erano due facce dello stesso turbamento. I giovani spesso guardano alla morte come cosa lontana e un poco astratta; ma uccidere ed essere uccisi erano cose concrete e vicine.

Il 22 ottobre non avevo nulla di particolare da fare, camminai a lungo per la città e, quando arrivò la sera, dovevo rientrare a via Properzio. Uscivo dalla casa di via Nizza di Lucio Mezzetti, futuro direttore del sincrotone di Frascati, che con altri fisici stava preparando l’esplosivo col quale far saltare in aria Graziani, attentato poi fallito. Avevo molta strada da percorrere e stava per scattare il coprifuoco. Nella borsa che portavo con me, una borsa nera d’avvocato che era stata di mio padre e che supponevo mi desse un’aria più rispettabile, c’erano alcune copie dell’«Avanti!», volantini socialisti, moduli ciclostilati per l’organizzazione di bande armate (non ho mai capito come potesse essere venuta in mente a qualcuno un’idea così stolida dal punto di vista cospirativo). Nella borsa c’erano anche un piccolo libro di Croce, Etica e politica, e la Confessioni di Sant’Agostino: la mia duplice ispirazione interiore. Pensai che fosse prudente sbarazzarmi del materiale pericoloso prima del coprifuoco. Sapevo quanta fatica e quanto rischio costasse la preparazione di quella stampa e non volevo buttarla via a vanvera. All’inizio di via Cagliari era parcheggiata una grande macchina nera con il finestrino abbassato davanti ad un portone che mi parve chiuso. Mi sembrò un’occasione eccellente per gettarvi dentro un po’ della stampa di propaganda che avevo con me; poi attraversai la strada e mi avviai verso via Alessandria. Subito sentii il rumore di passi che mi correvano dietro. «E se non ce l’avessero con me?» pensai, forse per esorcizzare il pericolo, «non debbo mettermi a correre». Ma non feci a tempo a svoltare per via Alessandria che due braccia mi afferrarono da un fianco e dall’altro, e i due agenti in borghese senza dire una parola mi ricondussero alla macchina nera. Era questa l’automobile del commendatore Guido Leto, già capo dell’Ovra e poi vicecapo della polizia repubblichina. Una volta che raccontai questa vicenda al collega francese Marc Ferro, il suo commento fu: «ce n’est pas héroïque, c’est grotesque».

[1] E. Cicchetti, Il campo giusto, Milano, La Pietra, 1970.

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[Immagine: Claudio Pavone]

1 thought on “Una questione privata

  1. Grazie per questo ricordo di Claudio Pavone. E’ stato non solo un grande storico e intellettuale, ma anche un grande maestro. Il suo corso sulla Resistenza, a Pisa nel 1989-90, poco prima della pubblicazione del libro, ci ha insegnato a leggerla diversamente, a entrare nelle vicende personali alla ricerca delle motivazioni “morali”, a calare l’esperienza storica in quella individuale.
    E pochi mesi dopo ho apprezzato la franchezza del suo confronto con gli studenti universitari sulla guerra del Golfo, da posizioni opposte.

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