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Letteratura e realtà

Contro gli esami di stato

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di Francesco Rocchi

[LPLC si prende una pausa natalizia fino al 9 gennaio. In questo periodo ripubblicheremo alcuni pezzi usciti nei mesi precedenti. L’intervento che segue è uscito il 12 luglio 2016].

Ecco, gli Esami di Stato, o “maturità” come tutti continuano a chiamarli, sono ormai praticamente esauriti, anche quest’anno. Il rito è stato portato a termine, il copione è stato recitato un’altra volta, e voi, cari studenti, avete avuto il vostro momento di pathos.

 Pathos profondo e da voi sinceramente vissuto, e che probabilmente è stato l’unica parte reale ed onesta in quella che altrimenti è poco meno che una truffa. Studenti miei, è bene che lo sappiate, se alcuni di voi non l’hanno già intuito: è stato tutto uno scherzo. Un gioco delle parti che probabilmente troverebbe il plauso di Pirandello, ma come spettacolo teatrale, non come momento finale di un lungo percorso scolastico.

Perché dico questo? Perché mi permetto di essere tanto tranchant? Perché, ragazzi, l’esame non l’avete fatto soltanto voi quest’anno, ma anche io, ovviamente da commissario (esterno, per la precisione). Vedevo la vostra ansia, e vedevo il dietro le quinte. Non che ci sia nulla di particolarmente arcano nell’attività di un commissario, ma il contrasto rimane stridente lo stesso. La sensazione straniante e stranita, poco piacevole, di una generale mancanza di senso in quel che stavo facendo.

Ma entriamo più in dettaglio. Vi devo una spiegazione, dopotutto. Cominciamo dalla questione della commissione mista. Avete passato mezzo anno scolastico ad avere paura dei commissari esterni, mentre quelli interni sono diventati i vostri numi tutelari. Vi siete chiesti il perché dell’esistenza stessa dei commissari esterni? La domanda può sembrare banale, tanto ovvio siamo abituati a considerare la cosa, ma non lo è affatto.

La spiegazione standard la conosciamo: il commissario esterno è più oggettivo, meno coinvolto, meno interessato a promuovere “a prescindere”. Di contro, il commissario interno è buono, mite, comprensivo e, quindi, poco oggettivo, solo che conosce i candidati, e con questo dovrebbe poter fornire un’adeguata contestualizzazione agli sforzi e ai risultati di voi ragazzi. Nell’insieme, questi due opposti poli dovrebbero generare una commissione equilibrata.

E’ un vero peccato che tutto questo non stia insieme e che finisca per non avere alcun senso, ad uno scrutinio più vicino. Tanto per cominciare, ogni commissario copre una materia diversa dalle altre, spesso radicalmente diversa, e non c’è praticamente nulla che un docente di lettere possa dire a quello di matematica e fisica, o viceversa, in relazione al lavoro svolto in quelle materie. In che modo questi due docenti si dovrebbero influenzare a vicenda? Su che piano dovrebbero incontrarsi? In generale, il punto di incontro si trova ad un livello assai vago e generale, anzi, decisamente generico: “Il ragazzo studia”, “Il ragazzo non si applica”, “Questo è bravino, mentre quest’altro fa tanto ma concretizza poco” e altre amenità dello stesso tipo. Si tratta di quel general-generico, sono costretto ad aggiungere, che nella nostra scuola è tutt’altro che raro e che agli esami trionfa incontrastato.

Un tempo i commissari erano tutti esterni (tanti, ma davvero tanti anni fa) e quest’idea di “bilanciamento” non esisteva, se non per la presenza di un coordinatore che faceva da avvocato del diavolo. Poiché però una commissione del genere oggi pareva troppo difficile (e forse troppo costosa, azzardo), ecco che si è stabilito il principio della commissione mista. Un colpo al cerchio e l’altro alla botte, ma senza che ciò abbia nulla a che vedere con alcun criterio logico e disciplinare.

In realtà, la presenza di commissari esterni ha una ragione più profonda di quella che ci raccontiamo di solito. E questa ragione è la fondamentale sfiducia che lo Stato italiano ha per i propri docenti. Lo Stato evidentemente pensa che i professori curriculari, quelli che conoscono gli studenti, non farebbero un buon lavoro se lasciati a sé stessi. Può sembrare ovvio, anche questo, ma non lo è affatto. E’ solo l’abitudine che ci porta a crederlo. Siamo infatti abituati ad una pubblica amministrazione in cui si dà per inteso che il sottoposto sia renitente alle indicazioni del superiore, e che il superiore sia a sua volta un satrapo arbitrario. Un retaggio arcaico tra il tardo-antico e il fascista, fatto di gerarchie verticali in cui ogni livello dell’amministrazione è sostanzialmente indifferente a quelli che ha sopra e sotto, e in cui ogni impiegato lavora bene soltanto sotto l’influsso del timore della punizione. Non penso certo che nella scuola, come nel mondo del lavoro, tutto debba funzionare sulla base di un’allegra fiducia in tutto e in tutti, ma in un’amministrazione sana e funzionante la fiducia -una fiducia non cieca e priva di controlli, beninteso- è fondamentale. Ed è proprio la fiducia che manca nella scuola.

Un commissario esterno non è diverso in nulla dal commissario interno, tant’è vero che lo stesso professore che un anno accompagna la propria classe alla maturità, l’anno dopo viene mandato da qualche parte a fare l’occhiuto membro esterno. E’ solo il fatto di essere esterno che lo qualifica, null’altro: non l’esperienza, non l’anzianità, non il curriculum. Solo l’estraneità. Un’estraneità che, in teoria, dovrebbe preservarlo dall’influsso corruttivo dell’ambiente, e dargli una severa autorità. Nell’immaginazione del burocrate che ha inventato questo sistema, il tetragono commissario esterno sarà quello che senza fallo smaschererà quei sei del professore interno che in realtà sono dei quattro, quegli otto che in realtà sono dei sei, e così via. Perché un professore interno debba regalare voti non è chiaro, ma l’importante non è capire donde sortirebbe tanta generosità da parte degli interni, bensì correggere i voti e fare finta di nulla.

La cosa buffa, infatti, è che una volta che sia stato sancito che i professori interni hanno regalato i voti, tutto continua come prima: i docenti interni ritornano alle loro classi e ai loro voti presumibilmente gonfiati, e ci penserà qualche altro commissario esterno l’anno successivo a ristabilire il giusto equilibrio. Non c’è l’intenzione di riflettere insieme con i docenti interni e di cercare di migliorare i loro modi e criteri di valutazione: si dà per inteso che il mondo vada così, e che sia sufficiente mandare un docente esterno dopo cinque anni di scuola a rimettere a posto le cose. Il professore interno è fatalmente inaffidabile, ma il suo influsso negativo non può essere eliminato, bensì soltanto tollerato e corretto: non è concepibile che le cose possano essere altrimenti che così.

Se mi si permette l’excursus, è lo stesso principio – la stessa forma mentis – che vediamo in azione nel sistema delle graduatorie per l’assunzione dei docenti: il sistema assume che i dirigenti scolastici, se lasciati a se stessi, recluterebbero soltanto amici e parenti, ragion per cui sottrae loro la tentazione e stabilisce graduatorie automatiche, lasciando al loro posto dirigenti che si presumono corrotti, ma che non si intende sostituire, come se questa particolare forma di corruzione fosse congenita ed inevitabile in ogni preside. Allo stesso modo, si tollera che i docenti interni mettano voti sostanzialmente inaffidabili, e che continuino a farlo indisturbati.

C’è qualcosa di cinico, in tutto questo, di machiavellico pessimismo, ma vi siamo completamente assuefatti. Ma se pensate che le mie elucubrazioni siano troppo negative, ragazzi, potete analizzare il vostro esame su un piano più banale e minuto. Come pensate che siano state formate le vostre commissioni? L’esame è il momento clou del vostro percorso scolastico, e sapete – perché vi è stato ripetuto fino allo sfinimento – che per esso dovrete dare del vostro meglio. Come vengono nominati quei commissari che devono raccogliere dalle vostre mani il meglio che sapete fare? Pensate forse che i docenti nominati abbiano particolari abilità, competenze o anche soltanto particolare esperienza?

Non illudetevi. Il gioco delle nomine ha un solo vero principio: risparmiare. Sì, certo, i docenti con maggiore anzianità sono preferiti, ma più importante ancora è che un docente non viva lontano dalla scuola cui viene destinato: le indennità di trasferta costano care all’amministrazione, e soldi da buttare non ce ne sono. Quindi non è raro che come commissario esterno si trovi nominato qualcuno che ha molta meno esperienza del docente curriculare, o gente alle primissime armi, o un pensionato. In definitiva, i commissari esterni altro non sono che il rimescolamento confuso e abborracciato dei professori della provincia. Reso tanto più insensato dal fatto che poi, alla fine, questi professori si conoscono un po’ tutti, e si creano le più classiche pastette: io vengo alla tua scuola, ma poi tu verrai alla mia; quest’anno tu hai una quinta ma l’anno prossimo ce l’ho io, e così via. E tanti saluti all’estraneità.

Un tempo questo rimescolamento poteva avere anche un senso: in una scuola rigidamente centralistica, in cui i programmi ministeriali erano prefissati e vincolanti e il percorso quanto più omologato in tutte le scuole, il rimescolamento poteva anche essere una sorta di garanzia, per quanto flebile ed ingenua, che ogni classe fosse indotta a fare le stesse cose delle altre (torniamo alla sfiducia…). Oggi però la scuola vuole e deve essere autonoma e personalizzata, e non ha senso pretendere l’omologazione degli apprendimenti: i percorsi sono (un po’) più liberi, i progetti extracurriculari ampliano molto l’orizzonte, gli stimoli culturali sono sempre più vasti sempre meno facilmente categorizzabili.

Eppure è proprio questo che l’esame di maturità genera, ancora oggi: omologazione. Il timore panico del commissario esterno tarpa le ali ad ogni innovazione, che potrebbe risultare non compresa o apprezzata. Ciò che è facile e rodato prevale inevitabilmente su ciò che è nuovo e ancora poco noto, e il timore di un fallimento agli esami delegittima sistematicamente il docente che prova a percorrere nuove strade. Tutto deve rimanere simile a se stesso.

Ma qual è il senso di quest’uniformità? In alcuni contesti, l’uniformità un senso ce l’ha. Negli esami di Stato per le varie professioni, per quanto corporativi possano essere, il principio è chiaro: i professionisti di un certo mestiere vogliono essere sicuri che i nuovi membri non vadano al di sotto di un certo standard qualitativo, e li mettono alla prova. Lo standard potrà essere discusso, ma non è disancorato dalla realtà: i medici non devono combinare pasticci con la salute dei pazienti, gli avvocati non devono lasciare nelle peste i loro assistiti, i ponti degli ingegneri non devono crollare.

Quale ancoraggio alla realtà hanno gli esami di Stato della scuola superiore italiana? Ormai nessuno: alle università del voto di maturità importa sempre meno, e i datori di lavoro ci contano ancora meno. Ogni professore ha le sue idee didattiche, in virtù della libertà didattica sancita dalla Costituzione, e finisce semplicemente per replicarle senza alcun vincolo o stimolo a cambiarle. Nel caso del commissario esterno, queste idee didattiche, buone o cattive che siano, vengono riversate su un gruppo casuale di studenti che non ne sanno nulla.

E come ciliegina sulla torta, l’esame da solo ha un peso enorme rispetto al lavoro degli anni precedenti: uno studente si gioca cinque anni di lavoro in poche prove mal congegnate, e per le quali si è preparato senza avere chiari punti fermi. La preoccupazione dello studente medio quindi non è controllare di aver capito qualcosa delle proprie materie, di averne capito il senso profondo e lo statuto epistemologico, ma di imbroccare quelle quattro nozioni che un commissario esterno potrà valutare positivamente.

Tra paura, casualità, calcoli algebrici, liti dei commissari, tira e molla tra interni ed esterni, quel che rimane è davvero poco. Soltanto colore e tradizione. Facciamoci un favore, allora. Lasciamoli perdere questi esami. Aboliamoli. Per la goliardia troveremo qualcos’altro, ma risparmiamoci quest’inutile perdita di tempo e spreco di denaro. Tagliamo tutto di netto e i soldi risparmiati usiamoli per rimpinguare lo stipendio di tutti docenti, non soltanto di quelli destinati dalla lotteria dei provveditorati al noioso ruolo di commissario.

[Immagine: esami di maturità]

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