di Daniela Brogi

Prima ancora di cominciare a vedere, sentiamo: il suono sporco dei motori proveniente dalle vetture infilate nel traffico metropolitano mattutino; clacson impazienti, voci che parlano al telefono; qualcun altro che protesta a caso, e, ancora, altri rumori striduli provenienti dalle molte radio di altrettante macchine bloccate in una rampa autostradale di Los Angeles. Nel mezzo di questa disturbata coreografia dell’incubo più comune e più antimusicale della contemporaneità, vale a dire l’ingorgo automobilistico, ecco che, improvvisamente, proprio al centro della confusione acustica, il tempo della vita sprecata a perder tempo si interrompe, mentre parte una canzone, Another Day of Sun (le musiche del film sono di Justin Hurwitz). Spunta fuori perfino una Band, e, uno dopo l’altro, tutti escono dalle auto che rinchiudevano tante indistinte solitudini; tutti adesso cantano, ballano, stanno assieme a tempo, incantandoci, tra musica, danze e colori, in uno spettacolare pianosequenza lungo almeno sei minuti.

La canzone finisce: tornano il caos e il traffico, ed è il momento in cui entrano in campo, separatamente, nervosamente attaccati ai volanti delle proprie auto, Sebastian (Ryan Gosling) e Mia (Emma Stone); lui è, si crede, un «musicista serio» di Jazz, che vorrebbe aprire un locale tutto suo, ma intanto si arrangia suonando jingle natalizi in un ristorante piano-bar; lei sogna ostinatamente di realizzarsi come attrice, mentre, per mantenersi tra un provino e l’altro, fa la barista in una caffetteria di Hollywood.

La prima volta che si guardano si offendono, per una banale ma significativa questione di precedenza; ognuno tira avanti, e il racconto li segue separatamente, raccontandoci prima Mia, e poi Sebastian, fino alla seconda successiva occasione di incontro, quando la ragazza, fuggita da una noiosa e inutile festa, è attirata dalla musica che sente suonare in un locale, così entra e di nuovo vede Seb. Ma non accade nulla nemmeno stavolta, così dovrà arrivare un’ulteriore occasione prima che nasca una relazione. Le vicende di La La Land sono scandite in stagioni: all’inizio è Inverno, poi arriva la Primavera, quando si ritrovano; poi viene l’Estate, l’epoca dell’amore, intanto che Sebastian trova il successo lasciando da parte i propri sogni e suonando la tastiera in una Band alla moda; e, ancora, l’Autunno, quando i due si separano perché i loro sentimenti non riescono a stare in armonia con le loro ambizioni. Passano cinque anni, arriva un altro Inverno: Mia, che ha davvero conquistato il successo come attrice, una sera, per caso, entra nel Jazz Club che Seb è riuscito a metter su.

In sintesi, e senza rivelare troppi dettagli, la vicenda di La La Land è tutta qui: in un insieme di situazioni che tornano su sé stesse, come in un giro di valzer dove però il passo si rompe, tant’è vero che i due protagonisti, almeno fino al quinto pannello del racconto, pare che non riescano mai ad andare a tempo: perché arrivano tardi al lavoro, ai provini, al cinema, all’occasione di un bacio, allo spettacolo in cui Mia debutta, mentre Seb non riesce a raggiungerla.

Forse non basta definire il terzo film di Damien Chazelle come un musical, giusto per procedere al raffronto con le tante opere citate (e di cui si può trovare una bella rassegna qui). La cifra del musical non basta in senso formale, come pure per capire perché il film funzioni e sappia emozionarci così tanto. Proprio come Casablanca (citato due volte: tra i film che Mia guardava da piccola, e in una locandina appesa accanto a un negozio maliziosamente chiamato “Les Parapluies”, alludendo stavolta al musical francese Les parapluies de Cherbourg (1964), di Jacques Demy), come nel grande cinema, La La Land ci fa uscire dalla sala felici di aver sognato a occhi aperti. E allora, cercando una risposta a questa riuscita, si può dire che Chazelle non ha realizzato un musical, bensì si serve del musical.

Ma procediamo per gradi e ripartiamo dal titolo, La la land , che è un titolo che vuol subito farsi sentire, risuonare tanto di musica quanto di immagini e significati svariati, perché il “la la”, da sempre, è la cifra onomatopeica del canto spensierato; in più suggerisce, oltre che il rimando a Los Angeles, l’immagine di una terra del la la, vale a dire un paese delle illusioni, delle meraviglie – come è appunto il mondo del cinema; La La Land è la terra degli Angeli, delle stelle di cui scintilla il firmamento cinematografico, illuminando di sogni la vita umana. È un titolo magico, che richiama quel mondo della fiaba che sarà in parte suggerito anche dalle somiglianze della vicenda di Mia con certi punti della storia di Cenerentola. Ma La La Land è anche un titolo che definisce, nel senso di nominarlo nel mentre che lo esegue, un impulso fisico e ritmico – per la precisione quello dell’anapesto, formato da due sillabe brevi e una lunga (: ∪ ∪—). E dunque: la la lànd: ta//ta//tàa //

Non è bizzarro insistere su questi aspetti, anzi in un certo senso sarebbe strano il contrario, ossia trascurare, in un film musicale, le forme e gli effetti di significato create dai suoni. Tutto, in La La Land asseconda un senso della vita come ritmo e improvvisazione. Quegli effetti di battere e levare continuamente prodotti dai significanti – il titolo, la struttura delle scene che si ripetono, i dialoghi, persino il format del cinemascope – tutto batte il tempo, e così facendo ci parla e ci fa vivere la felicità non come idea, e nemmeno come discorso, ma come ritmo, come scatto in avanti o all’indietro, come effetto sincopato, come spinta rincorsa e salto dentro la possibilità di un altro tempo, o di un’armonia elettiva. «You’re the someone ready to be found» canta Mia in Someone in the Crowd ; « – Non è strano che continuiamo a incontrarci? – // – Forse vuol dire qualcosa – ». Dall’inizio del film al momento in cui si incontreranno nuovamente nel ristorante dove Sebastian suona – in una scena che sarà decisiva anche per la parte finale, dove sarà ripresa alla maniera di un tema musicale – fino a questo momento in cui non si incontrano ancora il film mantiene le vite dei due personaggi su due linee narrative separate e autonome (prima la storia di lei, poi la storia di lui), come due strumenti che eseguono un assolo in attesa di incontrarsi.

Il genere del musical ci chiede di acconsentire incondizionatamente ai sogni dei personaggi: pretende che aderiamo a ciò che vediamo attraverso gli occhi di chi sogna, e che molto spesso è una persona comune. Nel musical si allestisce uno scambio tra vita e illusione sotto il segno di un artificio esibito, improvvisamente trasformato in performance: musica, danza, recitazione, luci, fotografie, movimenti di macchina, tutto crea e mantiene lo spettacolo di una rottura eclatante dentro la quotidianità – anche per questo la strada è l’habitat del musical: la magia della trasfigurazione avviene dentro l’esperienza dell’ordinario.

Affascinandoci, il musical riesce anche a raggiungere, attraverso la comunicazione extraverbale, un pubblico enorme e differente, perché, come in origine accadde per il musical teatrale americano nato tra gruppi di immigrati di origini diverse e che ancora non parlavano bene l’inglese, lo spettacolo della vita unisce anche le esperienze più lontane.

Chazelle riprende questa tradizione – «tutti gli stereotipi di Hollywood in un colpo solo»; certo magari non sempre eguagliandola, ma forse non è questo il punto, perché, come già si diceva, il regista di La La Land più che altro imita il musical, la sua leggerezza, i suoi colori, se ne serve: anzitutto per riempire di sogni e di speranza gli occhi degli spettatori, per ricordarci che il “Cinema” è stato ed è, in buona parte, anche questo; ma forse anche per sperimentare qualcosa di diverso, e che già esisteva, come personale traccia artistica, già nei due film precedenti: Guy and Madeline on a Park Bench (2009) la storia dell’amore mancato tra un musicista Jazz e una ragazza, e Whiplash (2014): due film che già lavoravano sulla reciprocità di musica e significato. «Come lo salvi il Jazz se nessuno lo ascolta?», chiede provocariamente a Sebastian Keith, il leader della band di successo con cui il protagonista si è messo a suonare. Sebastian rimane in silenzio, ma La La Land, forse, è precisamente la risposta a questa domanda: un film che, imitando il musical, salva il Jazz, la passione per il Jazz, inteso non solo come un tipo di musica, ma come forma di esperienza e di rappresentazione del mondo. «Non devi ascoltarlo! Devi vederlo», risponde Sebastian a Mia, quando, agli inizi della loro relazione, cerca di convincerla ad apprezzare il Jazz: «- What do you mean you don’t like Jazz? – || – It just means that when I listen to it, I don’t like it». Ma Sebastian insiste: «You have to see it!». Ecco: La la land non è un film che parla del Jazz, o che è ambientato nel mondo del Jazz; ma un’opera che cerca di raccontare il Jazz come maniera in cui si può guardare la vita. Non racconta cosa sia e chi la suoni, ma cosa ti può dire e ti fa vedere la musica Jazz. Fa vedere, anche nel senso di sperimentare la forza comunicativa di questo genere musicale. Il jazz, spiega Sebastian a Mia, «è l’unico modo per comunicare tra persone che non parlano la stessa lingua». Un po’ come il musical.

Tutta la partitura scenica, drammaturgica e musicale di La La Land sperimenta continuamente la possibilità della manipolazione del tempo cinematografico attraverso il suono. È così, tra l’altro, che rielabora – sincopandola, facendola sparire, coprendola con altri suoni, lasciandola vibrare in un giro di note improvvisate apparentemente fuori ritmo – la vita comune rotta dal dolore, dalla frustrazione, ma soprattutto, la vita non vissuta, quella che i protagonisti, e noi con loro, hanno bisogno di continuare a sognare, a sperare, a musicare. Per sentirsi vivi.

La scena più intensa di La La Land è quella che più dialoga con il momento in cui Sebastian aveva raccomandato a Mia di imparare a vedere il jazz. È il punto, nell’ultima parte del film, in cui Sebastian, nel suo Club, saluta il pubblico, prima di cominciare a suonare, e in quell’attimo intercetta, tra gli altri, la presenza di Mia. Il tempo si ferma: Seb si siede al piano, e dopo una pausa attacca il suo pezzo: e in quell’esecuzione, simultaneamente, e nello stile visivo di un musical dagli scenari di cartapesta, passano le immagini della loro vita parallela, quella che non si è realizzata per far realizzare i loro successi. La musica riesce, appunto, a vedere, a far vedere, senza bisogno di parole: ascoltando e guardando stiamo vedendo il mondo, l’illusione di quel mondo, ovvero la sua umanità, dall’interno di quell’esecuzione: una melodia in tono minore inizia il brano e via via sarà ripetuta; si passa dal piano solo (che è figura di Sebastian) e su su, in crescendo, arrivano gli archi, le trombe, i fiati, come in una jam session che progressivamente rende visibili, attraverso i suoni, gli accordi e gli sbalzi, le pause, i passaggi della storia sognata di Mia e Sebastian: quella che poteva accadere. Ritmo e improvvisazione sono gli occhi della musica, e creano un effetto oscillante tra due poli: da un lato il senso nostalgico e struggente di un passato perduto anche perché, in parte, non è mai esistito, chiuso nelle note di un carillon (boîte à musique/music box); dall’altra lato, e insieme, l’impulso a andare avanti seguendo il ritmo, come se quello che abbiamo vissuto nel passato, compreso il dolore, quello che ha rotto il tempo, incantandolo su una nota scura, potesse creare malinconia nel momento stesso in cui ci dà anche la forza per essere quello che si è ora. Ritmo e improvvisazione. Questo è il Jazz. Il film di Chazelle ci dona uno dei finali più romantici degli ultimi anni, intendendo, per romanticismo, la tensione vibrante tra la vita come rappresentazione e la vita come consapevolezza.

La La Land percorre una sequenza di quattro stagioni (Inverno, Primavera, Estate, Autunno) e, dopo una pausa, salta all’inverno di cinque anni più tardi. Il Jazz è la quinta stagione, il tempo fuori dal tempo. E grazie alle contaminazioni con il musical racconta allora non solo l’illusione della vita, ma la vita stessa, con i suoi ricordi e le sue solitudini: «la gente adora quelli che hanno una passione perché gli ricorda quello che hanno dimenticato». Come se guardassimo attraverso un suono che si ripete e si disperde: La La Land: ta//ta//tàa.

[Immagine: La La Land, 2016 (db)]

 

 

5 thoughts on “Vedere il mondo attraverso la musica. La La Land (Damien Chazelle, 2016)

  1. “ Mercoledì 14 gennaio 1998 – « Qualcuno deve spiegarmi perché le donne vogliono sempre ballare », dice il burbero-timido padrone del Père tranquille, il bistrot della cittadina di provincia dove si svolge tutto il film (Aria di famiglia) che poco fa non volevo andare a vedere e poi sono andato a vedere trascinato da una donna che, come tutte altre, vorrebbe sempre « ballare ». Io, eventualmente, avrei voluto vedere La seconda guerra civile americana, ma non c’è stato niente da fare, a meno di non voler scatenare una guerra civile. Di ritorno, anche per rifarmi la bocca con un sapore più forte, mi sono rivisto il primo tempo del Braccio violento della legge (Friedkin, 1971). Siamo in ballo… balliamo. E ora, ballando ballando, me ne vado a dormire. Sbadigliando sbadigliando. (Comunque, sempre meglio di Benigni) (Il cinema, comunque, non si riesce a odiarlo) “.

  2. Ho visto oggi il film. Devo dire che mi è sembrato prevedibile sino a un certo punto, poi però si capisce che la struttura non è per niente superficiale. E le musiche meritano. Si può dire che sia un film leggero, si può dire (o forse no) che sia un film scontato. Ciò che importa è che questo è un film che ti rimane nel cuore.

  3. Cara Daniela Brogi, solo per dirle che ho visto La La Land e ho pianto calde lacrime. Poi ci ho ripensato e mi sono sentito in colpa: di essere uno che non sa fare niente, non sa suonare, non sa cantare, non sa ballare, soprattutto. E anche di essere vecchio. Cioè di essere uno che non sa fare altro che, eventualmente, commuoversi. Insomma, di essere pubblico. Non diversamente da come ero sessant’anni fa, quando, ad esempio, vidi Cantando sotto la pioggia, e mi piacque moltissimo. Chissà dove l’avrò visto… all’Odeon?… al Moderno?… Al Metropolitan?… allo Smeraldo?… Quando andavo al cinema con la mamma, E qualche volta anche la nonna. Quando l’America era, come ora, lontana. Quando Lei, cara Daniela Brogi, non era ancora nata… Ma questa è un’altra storia – non è una recensione, è una commozione

  4. Cara Daniela Brogi, ci ho ripensato. Ho pensato che una differenza fra gli uomini e le donne è che le donne possono anche ballare da sole. Come Bertolucci insegna. A parte Roberto Bolle. Ma quella è un’altra storia (Irma la dolce, Wilder, 1963)

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